True
2021-08-15
I Talebani senza ostacoli: sono alle porte di Kabul. Nasce la radio della sharia
Ansa
«Penso che l'amministrazione Biden dovrebbe essere consapevole che, in base alle tendenze attuali, la storia potrebbe giudicare che l'Unione sovietica abbia gestito la sua uscita dall'Afghanistan in modo migliore di quanto fatto dagli Stati Uniti». Il tweet scritto ieri da Carl Bildt, ex primo ministro svedese oggi copresidente dello European council on foreign relations, riassume efficacemente le difficoltà di Washington e dei suoi alleati davanti all'avanzata dei Talebani in quella che la propaganda estremista definisce, per mostrare i muscoli, la «tomba degli imperi».
Quanto manca alla caduta della capitale Kabul, dove intanto si svuotano le ambasciate? È l'interrogativo che assilla le cancelliere mondiali. L'avanzata dei Talebani prosegue. Ieri gli insorti hanno preso le province di Kunar e Paktika, situate sul confine tra Afghanistan e Pakistan, a poche ore di distanza dalla conquista della provincia centrale di Logar. Ora sono 20 le province controllate dai miliziani. Che soprattutto hanno raggiunto il distretto di Char Asyab, a soli 11 chilometri a sud della capitale.
La presa di Kabul sembra a portata di mano. Ma i Talebani potrebbero pensare di prendere tempo e aspettare l'11 settembre o il 7 ottobre, due date simbolo della guerra avviata degli Stati Uniti nel 2001: la prima è quella dell'attentato di Al Qaeda contro le Torri gemelle, la seconda è quella dell'inizio del conflitto con l'intervento americano. Prendere la capitale in uno di questi giorni (meglio forse il 7 ottobre, per evitare che l'Emirato rinasca con un così forte collegamento all'organizzazione di Osama Bin Laden) avrebbe un forte significato simbolico e propagandistico.
I Talebani continuano a mandare messaggi agli afgani. Il gruppo ha dichiarato che il sostegno da parte della popolazione dell'Afghanistan ha permesso loro una rapida avanzata: tutti i cittadini che vivono nelle province da loro conquistate continueranno a vivere la loro vita nella piena normalità, si legge in un comunicato dell'Emirato.
I numeri dell'Unhcr lasciano però supporre che l'avanzata non sia stata indolore: «Quasi 400.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case dall'inizio dell'anno, andando a ingrossare le fila dei circa 3 milioni di afgani già sfollati interni in tutto il Paese alla fine del 2020. Dall'inizio di quest'anno, quasi 120.000 afghani sono fuggiti dalle aree rurali e dalle città di provincia verso la provincia di Kabul», ha comunicato l'agenzia delle Nazioni Unite riaccendendo i riflettori europei sulle conseguenze dell'instabilità afgana sui flussi migratori. Il tutto, senza ignorare le testimonianze che raccontano il ritorno del fanatismo islamico. Lo dimostra, per esempio, l'imposizione da parte dei Talebani dell'obbligo del burqa alle donne.
Ma i messaggi del gruppo sono rivolti anche alla comunità internazionale. «Assicuriamo a tutti i Paesi limitrofi che l'Emirato non causerà loro alcun problema», dichiarano i Talebani, tentando di rassicurare anche tutti i diplomatici, dipendenti di ambasciate, consolati e istituzioni di beneficenza, siano essi stranieri o afgani.
Ma mentre Nazioni Unite e Stati coinvolti nei colloqui di Doha invitano i Talebani alla tregua per trovare un accordo politico, i Paesi occidentali continuano a ridurre il personale nelle ambasciate, se non addirittura a chiudere del tutto le loro rappresentanze diplomatiche.
Gli Stati Uniti di Joe Biden ripongono una minima fiducia nelle forze regolari e stanno cercando di contrastare l'avanzata dei Talebani via aerea. Ieri Washington ha lanciato raid all'aeroporto di Kandahar, seconda città del Paese: «Molti combattenti talebani» sono rimasti uccisi, ha spiegato la Bbc.
Proprio a Kandahar gli insorti hanno preso il controllo della principale stazione radio della città afghana Kandahar, ribattezzandola Voce della Sharia. Nel video di annuncio della presa, un combattente dichiara che tutti i dipendenti sono presenti e trasmetteranno notizie, analisi politiche e recitazioni del Corano. I Talebani hanno gestito stazioni radio mobili nel corso degli anni, ma non controllavano una stazione all'interno di una grande città da quando governavano il Paese dal 1996 al 2001. A quel tempo, gli insorti gestivano una stazione chiamata Voice of Sharia a Kandahar, il luogo di nascita del gruppo armato.
Ieri il presidente afgano Ashraf Ghani ha chiamato a una «rimobilitazione». «Nella situazione attuale», ha detto, «è la nostra massima priorità e seri passi vengono presi in questo senso». Il presidente, durante un discorso televisivo alla nazione, ha comunicato che sono in corso «consultazioni» per trovare rapidamente una soluzione politica che garantisca «pace e stabilità». «Procedono rapidamente», ha spiegato aggiungendo che sono coinvolti il governo, i leader politici e i partner internazionali.
Ma le sue parole sembrano un modo per dare l'impressione di essere ancora in controllo della situazione e rimanere un interlocutore nel futuro prossimo piuttosto che una convinta mossa per arginare un'ascesa che appare inarrestabile.
Gli Usa ora chiudono l’ambasciata. Già pronti i soldati per l’evacuazione
L'Afghanistan sta per crollare e i Talebani sono sempre più vicini a Kabul. In pochi scommettono sulla tenuta della capitale, dunque ognuno dei Paesi che hanno partecipato alle missioni Nato o che, comunque, hanno avuto ed hanno un peso decisivo nell'area, sta pensando a come tutelare i propri diplomatici e concittadini. Dopo una lunga riunione presso il ministero per gli Affari esteri, il ministro Luigi Di Maio si è detto pronto alla probabile chiusura dell'ambasciata italiana e a procedere all'evacuazione del personale della stessa. Il primo passo da compiere sarà la graduale riduzione del personale, operazione propedeutica all'eventuale sgombero qualora la situazione dovesse precipitare. «Non abbandoniamo l'Afghanistan. L'ambasciata rimarrà operativa da Roma e continueremo ad aiutare il popolo afghano». La priorità, per l'Italia, resta questa, mentre più sfumata resta la situazione dei collaboratori afghani che rischiano ritorsioni da parte dei Talebani. Il ministero dell'Interno ha dato il via libera alla firma dei visti che verranno rilasciati in Italia per chi ne ha fatto richiesta, al fine di agevolare l'evacuazione anche per gli ex collaboratori del contingente. Le operazioni verranno coordinate dalla Difesa. Questa, come da protocollo, dovrà occuparsi delle operazioni sul campo, prelevando il nostro personale di ambasciata (si parla dell'ordine di un centinaio di persone). Lo stesso dovrà avvenire per gli ex collaboratori afghani. Fonti riservate riferiscono però che potrà essere prelevato, eventualmente, solo chi ha raggiunto Kabul con i mezzi più disparati. Problemi enormi si pongono invece per chi è rimasto bloccato a Herat, città ormai in mano ai talebani. Quanto all'impiego di forze militari italiane nulla sembra ancora già stabilito, quanto ai numeri e ai tempi. Sulla questione dei diplomatici, gli Usa ritengono ormai inevitabile la chiusura della propria ambasciata; e secondo fonti di stampa, non manterranno una presenza diplomatica duratura oltre il 31 agosto. Tant'è che gli Usa sono già «con gli stivali sul terreno» ed i 3000 militari che avevano promesso di inviare per l'evacuazione dei connazionali e degli ex collaboratori afghani, sono a Kabul. Nel frattempo, gli americani hanno ordinato al personale diplomatico di distruggere documenti, simboli e bandiere. Si vuole evitare che diventino strumenti di spionaggio o di propaganda per gli estremisti. Si aspettano in queste ore i 600 soldati britannici che giungeranno in Afghanistan per fare lo stesso per i loro connazionali.
Gli inglesi forse manterranno aperta l'ambasciata, pur con il personale ridotto all'osso. Danimarca e Norvegia stanno invece già facendo chiudere le loro rappresentanze diplomatiche, senza pensarci due volte. La Francia, che già da tempo aveva invitato i concittadini a lasciare l'Afghanistan, si tira fuori dai giochi e fa intendere chiaramente che la sua missione è finita da un pezzo e che l'Afghanistan è un ricordo lontano. La Germania mantiene una rappresentanza diplomatica ridotta a Kabul. Ma se c'è chi si affretta ad andare via e chi tentenna, c'è anche chi resta a guardare quello che avviene, senza premura di «levare le tende». La Russia non ha fretta e non ha timore. Lo storico invasore dell'Afghanistan non è spaventato dai Talebani. I russi ritengono importante mantenere un presidio sul territorio, soprattutto ora che gli Usa stanno lasciando liberi spazi in precedenza occupati.
Inizia l’orrore: ragazzine rapite e violentate
Mentre si attende la caduta di Kabul, capitale dell'Afghanistan, ormai cinta d'assedio, iniziano ad emergere i misfatti dei quali i talebani si sono macchiati anche durante questa insurrezione. Ancora una volta sono le donne a pagare il prezzo più alto della furia islamista messa in atto dai barbuti ex studenti di teologia; nella città e nei villaggi conquistati hanno battuto il terreno casa per casa alla ricerca di donne dai 12 ai 45 anni prima da violentare e poi costringere alla schiavitù sessuale. Alcuni testimoni che hanno parlato con il quotidiano inglese The Guardian hanno raccontato che i comandanti talebani hanno dato istruzione agli imam delle aree che si trovano sotto il loro controllo di fornire l'elenco delle donne «non sposate, di età compresa tra 12 e 45 anni affinché i loro soldati possano sposare in quanto qhanimat (bottino di guerra) che spetta ai vincitori». Poi dopo la violenza sessuale le stesse possono essere vendute o cedute nell'ambito di qualche trattativa commerciale vedi armi o droga. Inoltre, nelle aree sotto il loro controllo alle donne è stato vietato di andare a scuola, lavorare o di uscire di casa senza permesso. Intervistato dal Guardian Omar Sadr, professore di politica all'Università americana dell'Afghanistan, ha detto: «I combattenti talebani si sentono autorizzati a fare tutto questo in base alla loro rigida interpretazione dell'Islam, che vede le donne come kaniz (merce)». Quanto riservato alle donne non è che uno dei segnali di quanto accadrà all'Afghanistan non appena tornerà ad essere un Emirato islamico perché i talebani lasciano dietro di loro cadaveri per le strade e persone impiccate e lasciate penzolare per giorni, in modo che la popolazione sappia cosa accadrà a chi non riconoscerà la loro autorità.
Mentre sul fronte governativo la situazione è alquanto confusa. Il presidente afgano Ashraf Ghani che inizialmente si era detto certo che l'esercito afgano avrebbe fatto fronte alla minaccia talebana, visto che gli Usa li avevano addestrati spendendo più di 80 miliardi di dollari, ha esautorato il generale Wali Ahmadzai promuovendo il generale Hibatullah Alizai dopo che l'esercito afgano ha rimediato una serie di sonore batoste sul campo, anche se va detto che in molti non hanno nemmeno combattuto, un po' come accadde in Iraq quando nel 2014 l'Isis arrivò a Mosul e i soldati si cambiarono d'abito e fuggirono in massa. Ashraf Ghani per tentare la difesa della capitale si è rivolto anche a signori della guerra come Atta Mohammad Noor e al più noto di loro in chiave anti talebana quel Abdul Rashid Dostum formatosi militarmente tra le file sovietiche.
E adesso che accadrà? Non ha dubbi Franco Iacch, analista esperto in information warfare, terrorism, security and defense: «Secondo la Cia, il governo del presidente Ashraf Ghani potrebbe crollare entro l'anno. Centinaia di migliaia di afgani, qualora i talebani dovessero conquistare il Paese, saranno massacrati. Gli alleati di Al Qaeda, qualora conquistassero l'Afghanistan, attueranno una sistematica pulizia etnico religiosa dalle proporzioni apocalittiche».
E cosa accadrà quando i talebani conquisteranno Kabul e quindi l'Afghanistan? «Il problema non è mai stato conquistare, ma gestire ciò che si è preso. I talebani non sono la Wehrmacht. È lecito supporre che la rapida caduta di Kabul porterà a livelli di violenza e spargimento di sangue senza precedenti per una guerra civile che potrebbe durare anni. Nel frattempo, la retorica talebana continuerà a pubblicizzare la vittoria sugli infedeli americani e questo darà una spinta ai gruppi terroristici di tutto il mondo».
Continua a leggereRiduci
I miliziani controllano 20 province, ma forse attenderanno una data simbolica tra settembre e ottobre per conquistare la capitale. Raid americano su Kandahar.La Farnesina accelera sugli italiani da rimpatriare, ok ai visti per gli ex aiutanti.Le donne considerate «bottino di guerra» e usate come merce di scambio per partite di armi e droga.Lo speciale contiene tre articoli.«Penso che l'amministrazione Biden dovrebbe essere consapevole che, in base alle tendenze attuali, la storia potrebbe giudicare che l'Unione sovietica abbia gestito la sua uscita dall'Afghanistan in modo migliore di quanto fatto dagli Stati Uniti». Il tweet scritto ieri da Carl Bildt, ex primo ministro svedese oggi copresidente dello European council on foreign relations, riassume efficacemente le difficoltà di Washington e dei suoi alleati davanti all'avanzata dei Talebani in quella che la propaganda estremista definisce, per mostrare i muscoli, la «tomba degli imperi».Quanto manca alla caduta della capitale Kabul, dove intanto si svuotano le ambasciate? È l'interrogativo che assilla le cancelliere mondiali. L'avanzata dei Talebani prosegue. Ieri gli insorti hanno preso le province di Kunar e Paktika, situate sul confine tra Afghanistan e Pakistan, a poche ore di distanza dalla conquista della provincia centrale di Logar. Ora sono 20 le province controllate dai miliziani. Che soprattutto hanno raggiunto il distretto di Char Asyab, a soli 11 chilometri a sud della capitale.La presa di Kabul sembra a portata di mano. Ma i Talebani potrebbero pensare di prendere tempo e aspettare l'11 settembre o il 7 ottobre, due date simbolo della guerra avviata degli Stati Uniti nel 2001: la prima è quella dell'attentato di Al Qaeda contro le Torri gemelle, la seconda è quella dell'inizio del conflitto con l'intervento americano. Prendere la capitale in uno di questi giorni (meglio forse il 7 ottobre, per evitare che l'Emirato rinasca con un così forte collegamento all'organizzazione di Osama Bin Laden) avrebbe un forte significato simbolico e propagandistico.I Talebani continuano a mandare messaggi agli afgani. Il gruppo ha dichiarato che il sostegno da parte della popolazione dell'Afghanistan ha permesso loro una rapida avanzata: tutti i cittadini che vivono nelle province da loro conquistate continueranno a vivere la loro vita nella piena normalità, si legge in un comunicato dell'Emirato.I numeri dell'Unhcr lasciano però supporre che l'avanzata non sia stata indolore: «Quasi 400.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case dall'inizio dell'anno, andando a ingrossare le fila dei circa 3 milioni di afgani già sfollati interni in tutto il Paese alla fine del 2020. Dall'inizio di quest'anno, quasi 120.000 afghani sono fuggiti dalle aree rurali e dalle città di provincia verso la provincia di Kabul», ha comunicato l'agenzia delle Nazioni Unite riaccendendo i riflettori europei sulle conseguenze dell'instabilità afgana sui flussi migratori. Il tutto, senza ignorare le testimonianze che raccontano il ritorno del fanatismo islamico. Lo dimostra, per esempio, l'imposizione da parte dei Talebani dell'obbligo del burqa alle donne.Ma i messaggi del gruppo sono rivolti anche alla comunità internazionale. «Assicuriamo a tutti i Paesi limitrofi che l'Emirato non causerà loro alcun problema», dichiarano i Talebani, tentando di rassicurare anche tutti i diplomatici, dipendenti di ambasciate, consolati e istituzioni di beneficenza, siano essi stranieri o afgani.Ma mentre Nazioni Unite e Stati coinvolti nei colloqui di Doha invitano i Talebani alla tregua per trovare un accordo politico, i Paesi occidentali continuano a ridurre il personale nelle ambasciate, se non addirittura a chiudere del tutto le loro rappresentanze diplomatiche.Gli Stati Uniti di Joe Biden ripongono una minima fiducia nelle forze regolari e stanno cercando di contrastare l'avanzata dei Talebani via aerea. Ieri Washington ha lanciato raid all'aeroporto di Kandahar, seconda città del Paese: «Molti combattenti talebani» sono rimasti uccisi, ha spiegato la Bbc.Proprio a Kandahar gli insorti hanno preso il controllo della principale stazione radio della città afghana Kandahar, ribattezzandola Voce della Sharia. Nel video di annuncio della presa, un combattente dichiara che tutti i dipendenti sono presenti e trasmetteranno notizie, analisi politiche e recitazioni del Corano. I Talebani hanno gestito stazioni radio mobili nel corso degli anni, ma non controllavano una stazione all'interno di una grande città da quando governavano il Paese dal 1996 al 2001. A quel tempo, gli insorti gestivano una stazione chiamata Voice of Sharia a Kandahar, il luogo di nascita del gruppo armato.Ieri il presidente afgano Ashraf Ghani ha chiamato a una «rimobilitazione». «Nella situazione attuale», ha detto, «è la nostra massima priorità e seri passi vengono presi in questo senso». Il presidente, durante un discorso televisivo alla nazione, ha comunicato che sono in corso «consultazioni» per trovare rapidamente una soluzione politica che garantisca «pace e stabilità». «Procedono rapidamente», ha spiegato aggiungendo che sono coinvolti il governo, i leader politici e i partner internazionali.Ma le sue parole sembrano un modo per dare l'impressione di essere ancora in controllo della situazione e rimanere un interlocutore nel futuro prossimo piuttosto che una convinta mossa per arginare un'ascesa che appare inarrestabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/talebani-senza-ostacoli-porte-kabul-2654672678.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-ora-chiudono-lambasciata-gia-pronti-i-soldati-per-levacuazione" data-post-id="2654672678" data-published-at="1629018617" data-use-pagination="False"> Gli Usa ora chiudono l’ambasciata. Già pronti i soldati per l’evacuazione L'Afghanistan sta per crollare e i Talebani sono sempre più vicini a Kabul. In pochi scommettono sulla tenuta della capitale, dunque ognuno dei Paesi che hanno partecipato alle missioni Nato o che, comunque, hanno avuto ed hanno un peso decisivo nell'area, sta pensando a come tutelare i propri diplomatici e concittadini. Dopo una lunga riunione presso il ministero per gli Affari esteri, il ministro Luigi Di Maio si è detto pronto alla probabile chiusura dell'ambasciata italiana e a procedere all'evacuazione del personale della stessa. Il primo passo da compiere sarà la graduale riduzione del personale, operazione propedeutica all'eventuale sgombero qualora la situazione dovesse precipitare. «Non abbandoniamo l'Afghanistan. L'ambasciata rimarrà operativa da Roma e continueremo ad aiutare il popolo afghano». La priorità, per l'Italia, resta questa, mentre più sfumata resta la situazione dei collaboratori afghani che rischiano ritorsioni da parte dei Talebani. Il ministero dell'Interno ha dato il via libera alla firma dei visti che verranno rilasciati in Italia per chi ne ha fatto richiesta, al fine di agevolare l'evacuazione anche per gli ex collaboratori del contingente. Le operazioni verranno coordinate dalla Difesa. Questa, come da protocollo, dovrà occuparsi delle operazioni sul campo, prelevando il nostro personale di ambasciata (si parla dell'ordine di un centinaio di persone). Lo stesso dovrà avvenire per gli ex collaboratori afghani. Fonti riservate riferiscono però che potrà essere prelevato, eventualmente, solo chi ha raggiunto Kabul con i mezzi più disparati. Problemi enormi si pongono invece per chi è rimasto bloccato a Herat, città ormai in mano ai talebani. Quanto all'impiego di forze militari italiane nulla sembra ancora già stabilito, quanto ai numeri e ai tempi. Sulla questione dei diplomatici, gli Usa ritengono ormai inevitabile la chiusura della propria ambasciata; e secondo fonti di stampa, non manterranno una presenza diplomatica duratura oltre il 31 agosto. Tant'è che gli Usa sono già «con gli stivali sul terreno» ed i 3000 militari che avevano promesso di inviare per l'evacuazione dei connazionali e degli ex collaboratori afghani, sono a Kabul. Nel frattempo, gli americani hanno ordinato al personale diplomatico di distruggere documenti, simboli e bandiere. Si vuole evitare che diventino strumenti di spionaggio o di propaganda per gli estremisti. Si aspettano in queste ore i 600 soldati britannici che giungeranno in Afghanistan per fare lo stesso per i loro connazionali. Gli inglesi forse manterranno aperta l'ambasciata, pur con il personale ridotto all'osso. Danimarca e Norvegia stanno invece già facendo chiudere le loro rappresentanze diplomatiche, senza pensarci due volte. La Francia, che già da tempo aveva invitato i concittadini a lasciare l'Afghanistan, si tira fuori dai giochi e fa intendere chiaramente che la sua missione è finita da un pezzo e che l'Afghanistan è un ricordo lontano. La Germania mantiene una rappresentanza diplomatica ridotta a Kabul. Ma se c'è chi si affretta ad andare via e chi tentenna, c'è anche chi resta a guardare quello che avviene, senza premura di «levare le tende». La Russia non ha fretta e non ha timore. Lo storico invasore dell'Afghanistan non è spaventato dai Talebani. I russi ritengono importante mantenere un presidio sul territorio, soprattutto ora che gli Usa stanno lasciando liberi spazi in precedenza occupati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/talebani-senza-ostacoli-porte-kabul-2654672678.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="inizia-lorrore-ragazzine-rapite-e-violentate" data-post-id="2654672678" data-published-at="1629018617" data-use-pagination="False"> Inizia l’orrore: ragazzine rapite e violentate Mentre si attende la caduta di Kabul, capitale dell'Afghanistan, ormai cinta d'assedio, iniziano ad emergere i misfatti dei quali i talebani si sono macchiati anche durante questa insurrezione. Ancora una volta sono le donne a pagare il prezzo più alto della furia islamista messa in atto dai barbuti ex studenti di teologia; nella città e nei villaggi conquistati hanno battuto il terreno casa per casa alla ricerca di donne dai 12 ai 45 anni prima da violentare e poi costringere alla schiavitù sessuale. Alcuni testimoni che hanno parlato con il quotidiano inglese The Guardian hanno raccontato che i comandanti talebani hanno dato istruzione agli imam delle aree che si trovano sotto il loro controllo di fornire l'elenco delle donne «non sposate, di età compresa tra 12 e 45 anni affinché i loro soldati possano sposare in quanto qhanimat (bottino di guerra) che spetta ai vincitori». Poi dopo la violenza sessuale le stesse possono essere vendute o cedute nell'ambito di qualche trattativa commerciale vedi armi o droga. Inoltre, nelle aree sotto il loro controllo alle donne è stato vietato di andare a scuola, lavorare o di uscire di casa senza permesso. Intervistato dal Guardian Omar Sadr, professore di politica all'Università americana dell'Afghanistan, ha detto: «I combattenti talebani si sentono autorizzati a fare tutto questo in base alla loro rigida interpretazione dell'Islam, che vede le donne come kaniz (merce)». Quanto riservato alle donne non è che uno dei segnali di quanto accadrà all'Afghanistan non appena tornerà ad essere un Emirato islamico perché i talebani lasciano dietro di loro cadaveri per le strade e persone impiccate e lasciate penzolare per giorni, in modo che la popolazione sappia cosa accadrà a chi non riconoscerà la loro autorità. Mentre sul fronte governativo la situazione è alquanto confusa. Il presidente afgano Ashraf Ghani che inizialmente si era detto certo che l'esercito afgano avrebbe fatto fronte alla minaccia talebana, visto che gli Usa li avevano addestrati spendendo più di 80 miliardi di dollari, ha esautorato il generale Wali Ahmadzai promuovendo il generale Hibatullah Alizai dopo che l'esercito afgano ha rimediato una serie di sonore batoste sul campo, anche se va detto che in molti non hanno nemmeno combattuto, un po' come accadde in Iraq quando nel 2014 l'Isis arrivò a Mosul e i soldati si cambiarono d'abito e fuggirono in massa. Ashraf Ghani per tentare la difesa della capitale si è rivolto anche a signori della guerra come Atta Mohammad Noor e al più noto di loro in chiave anti talebana quel Abdul Rashid Dostum formatosi militarmente tra le file sovietiche. E adesso che accadrà? Non ha dubbi Franco Iacch, analista esperto in information warfare, terrorism, security and defense: «Secondo la Cia, il governo del presidente Ashraf Ghani potrebbe crollare entro l'anno. Centinaia di migliaia di afgani, qualora i talebani dovessero conquistare il Paese, saranno massacrati. Gli alleati di Al Qaeda, qualora conquistassero l'Afghanistan, attueranno una sistematica pulizia etnico religiosa dalle proporzioni apocalittiche». E cosa accadrà quando i talebani conquisteranno Kabul e quindi l'Afghanistan? «Il problema non è mai stato conquistare, ma gestire ciò che si è preso. I talebani non sono la Wehrmacht. È lecito supporre che la rapida caduta di Kabul porterà a livelli di violenza e spargimento di sangue senza precedenti per una guerra civile che potrebbe durare anni. Nel frattempo, la retorica talebana continuerà a pubblicizzare la vittoria sugli infedeli americani e questo darà una spinta ai gruppi terroristici di tutto il mondo».
content.jwplatform.com
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».