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2021-08-15
I Talebani senza ostacoli: sono alle porte di Kabul. Nasce la radio della sharia
Ansa
«Penso che l'amministrazione Biden dovrebbe essere consapevole che, in base alle tendenze attuali, la storia potrebbe giudicare che l'Unione sovietica abbia gestito la sua uscita dall'Afghanistan in modo migliore di quanto fatto dagli Stati Uniti». Il tweet scritto ieri da Carl Bildt, ex primo ministro svedese oggi copresidente dello European council on foreign relations, riassume efficacemente le difficoltà di Washington e dei suoi alleati davanti all'avanzata dei Talebani in quella che la propaganda estremista definisce, per mostrare i muscoli, la «tomba degli imperi».
Quanto manca alla caduta della capitale Kabul, dove intanto si svuotano le ambasciate? È l'interrogativo che assilla le cancelliere mondiali. L'avanzata dei Talebani prosegue. Ieri gli insorti hanno preso le province di Kunar e Paktika, situate sul confine tra Afghanistan e Pakistan, a poche ore di distanza dalla conquista della provincia centrale di Logar. Ora sono 20 le province controllate dai miliziani. Che soprattutto hanno raggiunto il distretto di Char Asyab, a soli 11 chilometri a sud della capitale.
La presa di Kabul sembra a portata di mano. Ma i Talebani potrebbero pensare di prendere tempo e aspettare l'11 settembre o il 7 ottobre, due date simbolo della guerra avviata degli Stati Uniti nel 2001: la prima è quella dell'attentato di Al Qaeda contro le Torri gemelle, la seconda è quella dell'inizio del conflitto con l'intervento americano. Prendere la capitale in uno di questi giorni (meglio forse il 7 ottobre, per evitare che l'Emirato rinasca con un così forte collegamento all'organizzazione di Osama Bin Laden) avrebbe un forte significato simbolico e propagandistico.
I Talebani continuano a mandare messaggi agli afgani. Il gruppo ha dichiarato che il sostegno da parte della popolazione dell'Afghanistan ha permesso loro una rapida avanzata: tutti i cittadini che vivono nelle province da loro conquistate continueranno a vivere la loro vita nella piena normalità, si legge in un comunicato dell'Emirato.
I numeri dell'Unhcr lasciano però supporre che l'avanzata non sia stata indolore: «Quasi 400.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case dall'inizio dell'anno, andando a ingrossare le fila dei circa 3 milioni di afgani già sfollati interni in tutto il Paese alla fine del 2020. Dall'inizio di quest'anno, quasi 120.000 afghani sono fuggiti dalle aree rurali e dalle città di provincia verso la provincia di Kabul», ha comunicato l'agenzia delle Nazioni Unite riaccendendo i riflettori europei sulle conseguenze dell'instabilità afgana sui flussi migratori. Il tutto, senza ignorare le testimonianze che raccontano il ritorno del fanatismo islamico. Lo dimostra, per esempio, l'imposizione da parte dei Talebani dell'obbligo del burqa alle donne.
Ma i messaggi del gruppo sono rivolti anche alla comunità internazionale. «Assicuriamo a tutti i Paesi limitrofi che l'Emirato non causerà loro alcun problema», dichiarano i Talebani, tentando di rassicurare anche tutti i diplomatici, dipendenti di ambasciate, consolati e istituzioni di beneficenza, siano essi stranieri o afgani.
Ma mentre Nazioni Unite e Stati coinvolti nei colloqui di Doha invitano i Talebani alla tregua per trovare un accordo politico, i Paesi occidentali continuano a ridurre il personale nelle ambasciate, se non addirittura a chiudere del tutto le loro rappresentanze diplomatiche.
Gli Stati Uniti di Joe Biden ripongono una minima fiducia nelle forze regolari e stanno cercando di contrastare l'avanzata dei Talebani via aerea. Ieri Washington ha lanciato raid all'aeroporto di Kandahar, seconda città del Paese: «Molti combattenti talebani» sono rimasti uccisi, ha spiegato la Bbc.
Proprio a Kandahar gli insorti hanno preso il controllo della principale stazione radio della città afghana Kandahar, ribattezzandola Voce della Sharia. Nel video di annuncio della presa, un combattente dichiara che tutti i dipendenti sono presenti e trasmetteranno notizie, analisi politiche e recitazioni del Corano. I Talebani hanno gestito stazioni radio mobili nel corso degli anni, ma non controllavano una stazione all'interno di una grande città da quando governavano il Paese dal 1996 al 2001. A quel tempo, gli insorti gestivano una stazione chiamata Voice of Sharia a Kandahar, il luogo di nascita del gruppo armato.
Ieri il presidente afgano Ashraf Ghani ha chiamato a una «rimobilitazione». «Nella situazione attuale», ha detto, «è la nostra massima priorità e seri passi vengono presi in questo senso». Il presidente, durante un discorso televisivo alla nazione, ha comunicato che sono in corso «consultazioni» per trovare rapidamente una soluzione politica che garantisca «pace e stabilità». «Procedono rapidamente», ha spiegato aggiungendo che sono coinvolti il governo, i leader politici e i partner internazionali.
Ma le sue parole sembrano un modo per dare l'impressione di essere ancora in controllo della situazione e rimanere un interlocutore nel futuro prossimo piuttosto che una convinta mossa per arginare un'ascesa che appare inarrestabile.
Gli Usa ora chiudono l’ambasciata. Già pronti i soldati per l’evacuazione
L'Afghanistan sta per crollare e i Talebani sono sempre più vicini a Kabul. In pochi scommettono sulla tenuta della capitale, dunque ognuno dei Paesi che hanno partecipato alle missioni Nato o che, comunque, hanno avuto ed hanno un peso decisivo nell'area, sta pensando a come tutelare i propri diplomatici e concittadini. Dopo una lunga riunione presso il ministero per gli Affari esteri, il ministro Luigi Di Maio si è detto pronto alla probabile chiusura dell'ambasciata italiana e a procedere all'evacuazione del personale della stessa. Il primo passo da compiere sarà la graduale riduzione del personale, operazione propedeutica all'eventuale sgombero qualora la situazione dovesse precipitare. «Non abbandoniamo l'Afghanistan. L'ambasciata rimarrà operativa da Roma e continueremo ad aiutare il popolo afghano». La priorità, per l'Italia, resta questa, mentre più sfumata resta la situazione dei collaboratori afghani che rischiano ritorsioni da parte dei Talebani. Il ministero dell'Interno ha dato il via libera alla firma dei visti che verranno rilasciati in Italia per chi ne ha fatto richiesta, al fine di agevolare l'evacuazione anche per gli ex collaboratori del contingente. Le operazioni verranno coordinate dalla Difesa. Questa, come da protocollo, dovrà occuparsi delle operazioni sul campo, prelevando il nostro personale di ambasciata (si parla dell'ordine di un centinaio di persone). Lo stesso dovrà avvenire per gli ex collaboratori afghani. Fonti riservate riferiscono però che potrà essere prelevato, eventualmente, solo chi ha raggiunto Kabul con i mezzi più disparati. Problemi enormi si pongono invece per chi è rimasto bloccato a Herat, città ormai in mano ai talebani. Quanto all'impiego di forze militari italiane nulla sembra ancora già stabilito, quanto ai numeri e ai tempi. Sulla questione dei diplomatici, gli Usa ritengono ormai inevitabile la chiusura della propria ambasciata; e secondo fonti di stampa, non manterranno una presenza diplomatica duratura oltre il 31 agosto. Tant'è che gli Usa sono già «con gli stivali sul terreno» ed i 3000 militari che avevano promesso di inviare per l'evacuazione dei connazionali e degli ex collaboratori afghani, sono a Kabul. Nel frattempo, gli americani hanno ordinato al personale diplomatico di distruggere documenti, simboli e bandiere. Si vuole evitare che diventino strumenti di spionaggio o di propaganda per gli estremisti. Si aspettano in queste ore i 600 soldati britannici che giungeranno in Afghanistan per fare lo stesso per i loro connazionali.
Gli inglesi forse manterranno aperta l'ambasciata, pur con il personale ridotto all'osso. Danimarca e Norvegia stanno invece già facendo chiudere le loro rappresentanze diplomatiche, senza pensarci due volte. La Francia, che già da tempo aveva invitato i concittadini a lasciare l'Afghanistan, si tira fuori dai giochi e fa intendere chiaramente che la sua missione è finita da un pezzo e che l'Afghanistan è un ricordo lontano. La Germania mantiene una rappresentanza diplomatica ridotta a Kabul. Ma se c'è chi si affretta ad andare via e chi tentenna, c'è anche chi resta a guardare quello che avviene, senza premura di «levare le tende». La Russia non ha fretta e non ha timore. Lo storico invasore dell'Afghanistan non è spaventato dai Talebani. I russi ritengono importante mantenere un presidio sul territorio, soprattutto ora che gli Usa stanno lasciando liberi spazi in precedenza occupati.
Inizia l’orrore: ragazzine rapite e violentate
Mentre si attende la caduta di Kabul, capitale dell'Afghanistan, ormai cinta d'assedio, iniziano ad emergere i misfatti dei quali i talebani si sono macchiati anche durante questa insurrezione. Ancora una volta sono le donne a pagare il prezzo più alto della furia islamista messa in atto dai barbuti ex studenti di teologia; nella città e nei villaggi conquistati hanno battuto il terreno casa per casa alla ricerca di donne dai 12 ai 45 anni prima da violentare e poi costringere alla schiavitù sessuale. Alcuni testimoni che hanno parlato con il quotidiano inglese The Guardian hanno raccontato che i comandanti talebani hanno dato istruzione agli imam delle aree che si trovano sotto il loro controllo di fornire l'elenco delle donne «non sposate, di età compresa tra 12 e 45 anni affinché i loro soldati possano sposare in quanto qhanimat (bottino di guerra) che spetta ai vincitori». Poi dopo la violenza sessuale le stesse possono essere vendute o cedute nell'ambito di qualche trattativa commerciale vedi armi o droga. Inoltre, nelle aree sotto il loro controllo alle donne è stato vietato di andare a scuola, lavorare o di uscire di casa senza permesso. Intervistato dal Guardian Omar Sadr, professore di politica all'Università americana dell'Afghanistan, ha detto: «I combattenti talebani si sentono autorizzati a fare tutto questo in base alla loro rigida interpretazione dell'Islam, che vede le donne come kaniz (merce)». Quanto riservato alle donne non è che uno dei segnali di quanto accadrà all'Afghanistan non appena tornerà ad essere un Emirato islamico perché i talebani lasciano dietro di loro cadaveri per le strade e persone impiccate e lasciate penzolare per giorni, in modo che la popolazione sappia cosa accadrà a chi non riconoscerà la loro autorità.
Mentre sul fronte governativo la situazione è alquanto confusa. Il presidente afgano Ashraf Ghani che inizialmente si era detto certo che l'esercito afgano avrebbe fatto fronte alla minaccia talebana, visto che gli Usa li avevano addestrati spendendo più di 80 miliardi di dollari, ha esautorato il generale Wali Ahmadzai promuovendo il generale Hibatullah Alizai dopo che l'esercito afgano ha rimediato una serie di sonore batoste sul campo, anche se va detto che in molti non hanno nemmeno combattuto, un po' come accadde in Iraq quando nel 2014 l'Isis arrivò a Mosul e i soldati si cambiarono d'abito e fuggirono in massa. Ashraf Ghani per tentare la difesa della capitale si è rivolto anche a signori della guerra come Atta Mohammad Noor e al più noto di loro in chiave anti talebana quel Abdul Rashid Dostum formatosi militarmente tra le file sovietiche.
E adesso che accadrà? Non ha dubbi Franco Iacch, analista esperto in information warfare, terrorism, security and defense: «Secondo la Cia, il governo del presidente Ashraf Ghani potrebbe crollare entro l'anno. Centinaia di migliaia di afgani, qualora i talebani dovessero conquistare il Paese, saranno massacrati. Gli alleati di Al Qaeda, qualora conquistassero l'Afghanistan, attueranno una sistematica pulizia etnico religiosa dalle proporzioni apocalittiche».
E cosa accadrà quando i talebani conquisteranno Kabul e quindi l'Afghanistan? «Il problema non è mai stato conquistare, ma gestire ciò che si è preso. I talebani non sono la Wehrmacht. È lecito supporre che la rapida caduta di Kabul porterà a livelli di violenza e spargimento di sangue senza precedenti per una guerra civile che potrebbe durare anni. Nel frattempo, la retorica talebana continuerà a pubblicizzare la vittoria sugli infedeli americani e questo darà una spinta ai gruppi terroristici di tutto il mondo».
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I miliziani controllano 20 province, ma forse attenderanno una data simbolica tra settembre e ottobre per conquistare la capitale. Raid americano su Kandahar.La Farnesina accelera sugli italiani da rimpatriare, ok ai visti per gli ex aiutanti.Le donne considerate «bottino di guerra» e usate come merce di scambio per partite di armi e droga.Lo speciale contiene tre articoli.«Penso che l'amministrazione Biden dovrebbe essere consapevole che, in base alle tendenze attuali, la storia potrebbe giudicare che l'Unione sovietica abbia gestito la sua uscita dall'Afghanistan in modo migliore di quanto fatto dagli Stati Uniti». Il tweet scritto ieri da Carl Bildt, ex primo ministro svedese oggi copresidente dello European council on foreign relations, riassume efficacemente le difficoltà di Washington e dei suoi alleati davanti all'avanzata dei Talebani in quella che la propaganda estremista definisce, per mostrare i muscoli, la «tomba degli imperi».Quanto manca alla caduta della capitale Kabul, dove intanto si svuotano le ambasciate? È l'interrogativo che assilla le cancelliere mondiali. L'avanzata dei Talebani prosegue. Ieri gli insorti hanno preso le province di Kunar e Paktika, situate sul confine tra Afghanistan e Pakistan, a poche ore di distanza dalla conquista della provincia centrale di Logar. Ora sono 20 le province controllate dai miliziani. Che soprattutto hanno raggiunto il distretto di Char Asyab, a soli 11 chilometri a sud della capitale.La presa di Kabul sembra a portata di mano. Ma i Talebani potrebbero pensare di prendere tempo e aspettare l'11 settembre o il 7 ottobre, due date simbolo della guerra avviata degli Stati Uniti nel 2001: la prima è quella dell'attentato di Al Qaeda contro le Torri gemelle, la seconda è quella dell'inizio del conflitto con l'intervento americano. Prendere la capitale in uno di questi giorni (meglio forse il 7 ottobre, per evitare che l'Emirato rinasca con un così forte collegamento all'organizzazione di Osama Bin Laden) avrebbe un forte significato simbolico e propagandistico.I Talebani continuano a mandare messaggi agli afgani. Il gruppo ha dichiarato che il sostegno da parte della popolazione dell'Afghanistan ha permesso loro una rapida avanzata: tutti i cittadini che vivono nelle province da loro conquistate continueranno a vivere la loro vita nella piena normalità, si legge in un comunicato dell'Emirato.I numeri dell'Unhcr lasciano però supporre che l'avanzata non sia stata indolore: «Quasi 400.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case dall'inizio dell'anno, andando a ingrossare le fila dei circa 3 milioni di afgani già sfollati interni in tutto il Paese alla fine del 2020. Dall'inizio di quest'anno, quasi 120.000 afghani sono fuggiti dalle aree rurali e dalle città di provincia verso la provincia di Kabul», ha comunicato l'agenzia delle Nazioni Unite riaccendendo i riflettori europei sulle conseguenze dell'instabilità afgana sui flussi migratori. Il tutto, senza ignorare le testimonianze che raccontano il ritorno del fanatismo islamico. Lo dimostra, per esempio, l'imposizione da parte dei Talebani dell'obbligo del burqa alle donne.Ma i messaggi del gruppo sono rivolti anche alla comunità internazionale. «Assicuriamo a tutti i Paesi limitrofi che l'Emirato non causerà loro alcun problema», dichiarano i Talebani, tentando di rassicurare anche tutti i diplomatici, dipendenti di ambasciate, consolati e istituzioni di beneficenza, siano essi stranieri o afgani.Ma mentre Nazioni Unite e Stati coinvolti nei colloqui di Doha invitano i Talebani alla tregua per trovare un accordo politico, i Paesi occidentali continuano a ridurre il personale nelle ambasciate, se non addirittura a chiudere del tutto le loro rappresentanze diplomatiche.Gli Stati Uniti di Joe Biden ripongono una minima fiducia nelle forze regolari e stanno cercando di contrastare l'avanzata dei Talebani via aerea. Ieri Washington ha lanciato raid all'aeroporto di Kandahar, seconda città del Paese: «Molti combattenti talebani» sono rimasti uccisi, ha spiegato la Bbc.Proprio a Kandahar gli insorti hanno preso il controllo della principale stazione radio della città afghana Kandahar, ribattezzandola Voce della Sharia. Nel video di annuncio della presa, un combattente dichiara che tutti i dipendenti sono presenti e trasmetteranno notizie, analisi politiche e recitazioni del Corano. I Talebani hanno gestito stazioni radio mobili nel corso degli anni, ma non controllavano una stazione all'interno di una grande città da quando governavano il Paese dal 1996 al 2001. A quel tempo, gli insorti gestivano una stazione chiamata Voice of Sharia a Kandahar, il luogo di nascita del gruppo armato.Ieri il presidente afgano Ashraf Ghani ha chiamato a una «rimobilitazione». «Nella situazione attuale», ha detto, «è la nostra massima priorità e seri passi vengono presi in questo senso». Il presidente, durante un discorso televisivo alla nazione, ha comunicato che sono in corso «consultazioni» per trovare rapidamente una soluzione politica che garantisca «pace e stabilità». «Procedono rapidamente», ha spiegato aggiungendo che sono coinvolti il governo, i leader politici e i partner internazionali.Ma le sue parole sembrano un modo per dare l'impressione di essere ancora in controllo della situazione e rimanere un interlocutore nel futuro prossimo piuttosto che una convinta mossa per arginare un'ascesa che appare inarrestabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/talebani-senza-ostacoli-porte-kabul-2654672678.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-usa-ora-chiudono-lambasciata-gia-pronti-i-soldati-per-levacuazione" data-post-id="2654672678" data-published-at="1629018617" data-use-pagination="False"> Gli Usa ora chiudono l’ambasciata. Già pronti i soldati per l’evacuazione L'Afghanistan sta per crollare e i Talebani sono sempre più vicini a Kabul. In pochi scommettono sulla tenuta della capitale, dunque ognuno dei Paesi che hanno partecipato alle missioni Nato o che, comunque, hanno avuto ed hanno un peso decisivo nell'area, sta pensando a come tutelare i propri diplomatici e concittadini. Dopo una lunga riunione presso il ministero per gli Affari esteri, il ministro Luigi Di Maio si è detto pronto alla probabile chiusura dell'ambasciata italiana e a procedere all'evacuazione del personale della stessa. Il primo passo da compiere sarà la graduale riduzione del personale, operazione propedeutica all'eventuale sgombero qualora la situazione dovesse precipitare. «Non abbandoniamo l'Afghanistan. L'ambasciata rimarrà operativa da Roma e continueremo ad aiutare il popolo afghano». La priorità, per l'Italia, resta questa, mentre più sfumata resta la situazione dei collaboratori afghani che rischiano ritorsioni da parte dei Talebani. Il ministero dell'Interno ha dato il via libera alla firma dei visti che verranno rilasciati in Italia per chi ne ha fatto richiesta, al fine di agevolare l'evacuazione anche per gli ex collaboratori del contingente. Le operazioni verranno coordinate dalla Difesa. Questa, come da protocollo, dovrà occuparsi delle operazioni sul campo, prelevando il nostro personale di ambasciata (si parla dell'ordine di un centinaio di persone). Lo stesso dovrà avvenire per gli ex collaboratori afghani. Fonti riservate riferiscono però che potrà essere prelevato, eventualmente, solo chi ha raggiunto Kabul con i mezzi più disparati. Problemi enormi si pongono invece per chi è rimasto bloccato a Herat, città ormai in mano ai talebani. Quanto all'impiego di forze militari italiane nulla sembra ancora già stabilito, quanto ai numeri e ai tempi. Sulla questione dei diplomatici, gli Usa ritengono ormai inevitabile la chiusura della propria ambasciata; e secondo fonti di stampa, non manterranno una presenza diplomatica duratura oltre il 31 agosto. Tant'è che gli Usa sono già «con gli stivali sul terreno» ed i 3000 militari che avevano promesso di inviare per l'evacuazione dei connazionali e degli ex collaboratori afghani, sono a Kabul. Nel frattempo, gli americani hanno ordinato al personale diplomatico di distruggere documenti, simboli e bandiere. Si vuole evitare che diventino strumenti di spionaggio o di propaganda per gli estremisti. Si aspettano in queste ore i 600 soldati britannici che giungeranno in Afghanistan per fare lo stesso per i loro connazionali. Gli inglesi forse manterranno aperta l'ambasciata, pur con il personale ridotto all'osso. Danimarca e Norvegia stanno invece già facendo chiudere le loro rappresentanze diplomatiche, senza pensarci due volte. La Francia, che già da tempo aveva invitato i concittadini a lasciare l'Afghanistan, si tira fuori dai giochi e fa intendere chiaramente che la sua missione è finita da un pezzo e che l'Afghanistan è un ricordo lontano. La Germania mantiene una rappresentanza diplomatica ridotta a Kabul. Ma se c'è chi si affretta ad andare via e chi tentenna, c'è anche chi resta a guardare quello che avviene, senza premura di «levare le tende». La Russia non ha fretta e non ha timore. Lo storico invasore dell'Afghanistan non è spaventato dai Talebani. I russi ritengono importante mantenere un presidio sul territorio, soprattutto ora che gli Usa stanno lasciando liberi spazi in precedenza occupati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/talebani-senza-ostacoli-porte-kabul-2654672678.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="inizia-lorrore-ragazzine-rapite-e-violentate" data-post-id="2654672678" data-published-at="1629018617" data-use-pagination="False"> Inizia l’orrore: ragazzine rapite e violentate Mentre si attende la caduta di Kabul, capitale dell'Afghanistan, ormai cinta d'assedio, iniziano ad emergere i misfatti dei quali i talebani si sono macchiati anche durante questa insurrezione. Ancora una volta sono le donne a pagare il prezzo più alto della furia islamista messa in atto dai barbuti ex studenti di teologia; nella città e nei villaggi conquistati hanno battuto il terreno casa per casa alla ricerca di donne dai 12 ai 45 anni prima da violentare e poi costringere alla schiavitù sessuale. Alcuni testimoni che hanno parlato con il quotidiano inglese The Guardian hanno raccontato che i comandanti talebani hanno dato istruzione agli imam delle aree che si trovano sotto il loro controllo di fornire l'elenco delle donne «non sposate, di età compresa tra 12 e 45 anni affinché i loro soldati possano sposare in quanto qhanimat (bottino di guerra) che spetta ai vincitori». Poi dopo la violenza sessuale le stesse possono essere vendute o cedute nell'ambito di qualche trattativa commerciale vedi armi o droga. Inoltre, nelle aree sotto il loro controllo alle donne è stato vietato di andare a scuola, lavorare o di uscire di casa senza permesso. Intervistato dal Guardian Omar Sadr, professore di politica all'Università americana dell'Afghanistan, ha detto: «I combattenti talebani si sentono autorizzati a fare tutto questo in base alla loro rigida interpretazione dell'Islam, che vede le donne come kaniz (merce)». Quanto riservato alle donne non è che uno dei segnali di quanto accadrà all'Afghanistan non appena tornerà ad essere un Emirato islamico perché i talebani lasciano dietro di loro cadaveri per le strade e persone impiccate e lasciate penzolare per giorni, in modo che la popolazione sappia cosa accadrà a chi non riconoscerà la loro autorità. Mentre sul fronte governativo la situazione è alquanto confusa. Il presidente afgano Ashraf Ghani che inizialmente si era detto certo che l'esercito afgano avrebbe fatto fronte alla minaccia talebana, visto che gli Usa li avevano addestrati spendendo più di 80 miliardi di dollari, ha esautorato il generale Wali Ahmadzai promuovendo il generale Hibatullah Alizai dopo che l'esercito afgano ha rimediato una serie di sonore batoste sul campo, anche se va detto che in molti non hanno nemmeno combattuto, un po' come accadde in Iraq quando nel 2014 l'Isis arrivò a Mosul e i soldati si cambiarono d'abito e fuggirono in massa. Ashraf Ghani per tentare la difesa della capitale si è rivolto anche a signori della guerra come Atta Mohammad Noor e al più noto di loro in chiave anti talebana quel Abdul Rashid Dostum formatosi militarmente tra le file sovietiche. E adesso che accadrà? Non ha dubbi Franco Iacch, analista esperto in information warfare, terrorism, security and defense: «Secondo la Cia, il governo del presidente Ashraf Ghani potrebbe crollare entro l'anno. Centinaia di migliaia di afgani, qualora i talebani dovessero conquistare il Paese, saranno massacrati. Gli alleati di Al Qaeda, qualora conquistassero l'Afghanistan, attueranno una sistematica pulizia etnico religiosa dalle proporzioni apocalittiche». E cosa accadrà quando i talebani conquisteranno Kabul e quindi l'Afghanistan? «Il problema non è mai stato conquistare, ma gestire ciò che si è preso. I talebani non sono la Wehrmacht. È lecito supporre che la rapida caduta di Kabul porterà a livelli di violenza e spargimento di sangue senza precedenti per una guerra civile che potrebbe durare anni. Nel frattempo, la retorica talebana continuerà a pubblicizzare la vittoria sugli infedeli americani e questo darà una spinta ai gruppi terroristici di tutto il mondo».
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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