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2025-05-05
Taiwan, la guerra inevitabile
Secondo quanto riferito da fonti di intelligence al portale statunitense 19FortyFive, la Cina potrebbe tentare l’operazione militare contro Taiwan entro un periodo di circa 6 mesi. Sebbene alcune analisi indichino il 2027 come possibile data, l’urgenza sembrerebbe legata più all’attuale situazione politica interna degli Stati Uniti che alla preparazione militare cinese.
Taiwan rappresenta da tempo un punto cruciale per la leadership del Partito comunista cinese. Per il presidente Xi Jinping, la riunificazione dell’isola con la Cina continentale costituisce un obiettivo storico e personale. Secondo alcuni osservatori, il leader cinese potrebbe considerare sempre più stretta la finestra temporale per un’azione definitiva che possa lasciare un segno nella sua eredità politica. La Costituzione della Repubblica popolare cinese, varata nel 1982, stabilisce chiaramente che «Taiwan fa parte del sacro territorio della Repubblica popolare cinese» e che «la grande riunificazione della madrepatria» è un dovere condiviso da tutto il popolo cinese, inclusi i cittadini taiwanesi. Una formulazione che, nei fatti, conferisce al Partito comunista cinese una legittimazione ideologica per perseguire l’annessione dell’isola, anche attraverso l’uso della forza militare, se ritenuto necessario.
Le previsioni su una possibile offensiva cinese contro Taiwan si concentrano su due date: il 2026, in prossimità della conclusione del terzo mandato di Xi Jinping, e il 2027, anno che segna il centenario dell’inizio della guerra civile cinese e della fondazione dell’Esercito popolare di liberazione (Pla). Qualunque sia la data precisa, diversi analisti ritengono sempre più probabile che Pechino agisca entro la fine di questo decennio.
Gli indizi che lasciano presagire una possibile escalation militare sono molteplici e concreti. La Cina ha già quasi completato i preparativi per un eventuale attacco o conflitto armato. A dimostrarlo è l’intensa attività infrastrutturale in ambito militare promossa dal Partito comunista cinese, accompagnata da una serie di riforme legislative orientate alle relazioni internazionali. Anche sul piano interno, il governo cinese sta adottando misure per rafforzare la propria resilienza: dalla protezione contro le minacce informatiche all’accumulo strategico di risorse fondamentali - combustibili, materie prime e derrate alimentari - fino allo sviluppo di un’economia più resistente a eventuali sanzioni internazionali.
Ma è sul fronte militare che Pechino sembra concentrare i maggiori sforzi. L’obiettivo è chiaro: garantire che le Forze armate cinesi siano in grado di affrontare uno scontro diretto, con un alto grado di prontezza e autonomia operativa. Taiwan non sarebbe che il primo tassello di un piano ben più ampio: quello del presidente cinese Xi Jinping per affermare la supremazia globale della Cina. Dopo l’isola, l’obiettivo si sposterebbe verso il Sudest asiatico, una regione strategica per risorse naturali, posizione geografica e una popolazione giovane e dinamica.
Un simile scenario rende chiaro perché le democrazie occidentali non possano permettersi di restare a guardare. Ed è anche il motivo per cui le nazioni del Sudest asiatico sono chiamate a rafforzare le proprie capacità di difesa, puntando su una deterrenza credibile. Le ambizioni militari di Xi non sono un mistero. Da tempo, i suoi discorsi al Politburo e al Congresso del Partito comunista cinese contengono riferimenti, più o meno espliciti, al concetto di guerra. Singolarmente potrebbero sembrare ambigui, ma letti in sequenza e nel loro contesto delineano una narrativa che punta chiaramente verso una possibile invasione.
Nel corso del 20° Congresso nazionale del Partito comunista cinese, Xi ha riaffermato con forza la linea dura di Pechino sulla questione taiwanese. «Puntiamo a una riunificazione pacifica, ma non rinunceremo mai all’uso della forza», ha dichiarato il presidente cinese, sottolineando che la Cina si riserva «tutte le opzioni necessarie» per raggiungere l’obiettivo. Il messaggio è chiaro: la riunificazione dell’isola è parte integrante del progetto politico di Xi, che la considera essenziale per «il ringiovanimento della grande nazione cinese».
Intanto, come riportato dal Financial Times, le intelligence occidentali osservano con crescente preoccupazione le manovre militari cinesi. Pechino sarebbe impegnata nella costruzione di un nuovo quartier generale militare dalle dimensioni tali da poter superare il Pentagono. Gli analisti temono che la Cina si stia preparando a un conflitto su vasta scala, incluso, potenzialmente, uno scenario di guerra nucleare.
In parallelo, la Commissione di revisione economica e di sicurezza Usa-Cina ha rilevato un’intensa attività di mobilitazione interna. Dal dicembre 2022, la Cina ha istituito nuovi uffici di reclutamento militare - denominati «uffici di mobilitazione per la difesa nazionale» - in tutto il Paese. Sono stati inoltre aggiornati rifugi antiaerei e attivati ospedali d’emergenza, come quello nella provincia del Fujian, a pochi chilometri dallo stretto di Taiwan. Ulteriori segnali di militarizzazione emergono anche da ambiti civili: già nel 2019, la Commissione sanitaria nazionale cinese aveva annunciato l’integrazione delle donazioni di sangue nel sistema di credito sociale, ampliando la rete di controllo statale anche in vista di una possibile emergenza bellica. Mentre cresce l’attenzione internazionale sulle ambizioni militari di Pechino, anche il sistema giuridico e informativo cinese si sta trasformando in funzione bellica. Dal 2020, infatti, la leadership di Xi ha introdotto una serie di riforme legislative che rafforzano il controllo dello Stato su economia, cittadini e informazioni. Nel gennaio di quell’anno è entrata in vigore una nuova «Legge sugli investimenti esteri» che consente al governo cinese di nazionalizzare beni stranieri in caso di emergenze, come una guerra. Un anno dopo, nel giugno 2021, la Cina ha approvato la Legge contro le sanzioni estere, che autorizza la confisca di beni aziendali e persino la detenzione di cittadini stranieri qualora siano applicate sanzioni internazionali contro il Paese. Ad aprile 2023 è toccato alla Legge antispionaggio, radicalmente ampliata: ora, la definizione di «spionaggio» include una vasta gamma di attività, rendendo qualsiasi condivisione d’informazione con l’estero potenzialmente perseguibile. In parallelo, Pechino ha stretto la morsa sul flusso di dati in uscita dal Paese. Le autorità monitorano ogni aspetto delle comunicazioni digitali e della trasparenza statistica. Secondo fonti autorevoli, l’Ufficio nazionale di statistica cinese pubblicava fino a pochi anni fa circa 80.000 dati l’anno; oggi, il numero è crollato a 20.000. L’obiettivo: oscurare l’effettiva condizione socioeconomica e politica del Paese, lasciando al Partito Comunista il pieno controllo sulla narrazione.
«L’esercito di Pechino ha dei punti deboli. Taipei pronta da anni»
Giorgio Battisti è un generale di corpo d’armata. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo ed è in Ausiliaria dall’ottobre 2016.
Cosa faranno i cinesi per invadere Taiwan e quando è probabile che ciò avvenga?
«La crescente pressione esercitata dalla Cina su Taiwan con navi e aerei che operano quasi quotidianamente intorno all’isola e la condotta di esercitazioni incentrate su scenari d’invasione possono apparire senza dubbio il segnale che Pechino stia accelerando i tempi per essere pronta a intervenire nei prossimi anni. Secondo recenti fonti d’intelligence Usa, infatti, Xi potrebbe tentare di conquistare Taiwan entro il 2027, anno del centesimo anniversario della costituzione dell’Esercito popolare di liberazione. Le forze armate cinesi, tuttavia, sono ancora in fase di rinnovamento, secondo un programma avviato nel 2015, che prevede un processo di aggiornamento della dottrina, della struttura organizzativa, del personale militare, degli armamenti e degli equipaggiamenti, che dovrebbe concludersi entro il 2035. Al momento non dispongono ancora, a mio modesto avviso, delle capacità strategiche di proiezione anfibia per condurre un’invasione su larga scala dell’isola. A ciò si aggiunge il cronico problema della corruzione che potrebbe dissuadere Xi dal rischiare una operazione nei prossimi 5-10 anni per la mancanza di fiducia nei propri comandanti. Sono periodiche, infatti, le notizie di sostituzioni e purghe che hanno interessato i ministri della Difesa e degli Esteri e soprattutto i vertici militari. Un’invasione dell’isola potrebbe avvenire, tuttavia, in ogni momento - e accettando tutti i rischi connessi - qualora il governo di Taipei dichiarasse apertamente la propria indipendenza».
Gli analisti sono divisi tra chi crede che per la Cina sarà facile invadere l’isola e chi invece ritiene che non sia così.
«Uno degli ostacoli principali dell’invasione per Pechino è la “sorpresa strategica” che difficilmente potrà realizzare sia per il sistema di early warning sia per la diffusa attività di intelligence (anche statunitense) che sarebbero in grado di rilevare le attività di approntamento e di movimento propedeutiche all’allestimento della forza d’invasione. Fonti di Taipei stimano in diverse settimane i tempi necessari per assemblare una forza d’invasione nei porti del continente idonea a invadere l’isola. Ciò permetterebbe a Taiwan di adottare le conseguenti contromisure predisposte da tempo. In questo modo Taiwan avrebbe il tempo di attivare le strutture di comando e controllo in sedi protette, allontanare la flotta dai porti più vulnerabili, effettuare operazioni per neutralizzare eventuali agenti cinesi sull’isola, ridislocare le forze, disseminare mine marine e terresti, distribuire le armi ai riservisti (e alla popolazione) e provvedere alla mobilitazione civile».
In che periodo dell’anno?
«A causa delle condizioni meteorologiche (fitte nebbie, forti correnti marine, intense piogge, eccetera), una flotta da trasporto di ampie dimensioni potrebbe attraversare lo Stretto di Taiwan senza particolari problemi solo nei mesi di aprile e di ottobre. Il litorale è l’area e la fase del conflitto dove le Forze armate taiwanesi hanno il potenziale per essere più letali; le invasioni anfibie - come la storia insegna - sono notoriamente complesse e difficili da coordinare. I tempi del preavviso potrebbero ridursi sensibilmente qualora la Cina effettui una complessa esercitazione aero-navale su vasta scala intorno a Taiwan, come oramai svolge periodicamente, e poi proceda senza soluzione di continuità nell’invasione dell’isola. Da sottolineare infine che la coesione e la capacità operativa delle Forze armate cinesi non è mai stata testata di recente in combattimento. Gli ultimi combattimenti risalgono al conflitto contro il Vietnam nel 1979 e con risultati non molto convincenti. Consapevoli di ciò, Pechino da anni partecipa con propri contingenti (1.800 militari a febbraio 2025) alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite in Africa e in Medio Oriente. Recenti fonti giornalistiche, riportano, inoltre, che unità cinesi sono presenti sul fronte ucraino per maturare esperienza operativa».
I taiwanesi si sono preparati negli anni. Possono respingere l’invasore oppure non hanno possibilità e proveranno a resistere in attesa di un possibile aiuto dall’estero?
«Taiwan si sta preparando da decenni a un possibile attacco della Cina. Da tempo riconosce che la Cina è troppo potente per poterla affrontare in un conflitto ad “armi pari”. Di conseguenza, Taipei si è orientata, anche sull’esempio ucraino, al logoramento del potenziale avversario in termini di costi umani e materiali, e quindi politici e di reazione della comunità internazionale, che una guerra provocherebbe alla Cina. La strategia si concentra sulla solidità delle difese e sulla capacità di reazione per sfruttare le difficoltà dell’avversario nella critica fase di assemblaggio/imbarco della forza, attraversata dello stretto e di sbarco per fare in modo che l’offensiva risulti costosa e potenzialmente insostenibile».
Xi prepara lo sbarco testando i pontili mobili
Nelle ultime settimane, la Cina ha testato un nuovo sistema di pontili mobili, concepito per facilitare un eventuale sbarco militare sull’isola di Taiwan. Si tratta di una tecnologia che potrebbe rivelarsi strategica per trasportare truppe e veicoli corazzati direttamente sulle coste taiwanesi, nell’ambito di un potenziale conflitto armato. Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti nella preparazione dell’esercito cinese per una possibile invasione di Taiwan, considerata da Pechino parte integrante del proprio territorio, nonostante l’isola sia governata in modo autonomo e democratico.
I test dei pontili si sono svolti verso la fine di marzo, lungo le coste della città di Zhanjiang, nel Sud della Cina, lontano dalle acque intorno a Taiwan. A seguire, la marina militare cinese come ha scritto anche Il Post, ha condotto imponenti esercitazioni nei pressi dell’isola, simulando diversi scenari di invasione. Il 1° aprile, una flotta ha accerchiato Taiwan in un’azione che imitava un blocco navale, mentre il giorno successivo le forze terrestri hanno simulato bombardamenti di artiglieria a lunga gittata contro obiettivi strategici, tra cui porti, aeroporti e infrastrutture chiave.
Tuttavia, un’invasione effettiva di Taiwan presenta sfide logistiche notevoli per la Cina. La costa occidentale dell’isola, la più vicina al continente, è caratterizzata da una conformazione irregolare, con poche spiagge idonee a un approdo sicuro, tutte fortemente fortificate che potrebbero essere minate all’occorrenza. Altre aree costiere, invece, sono paludose e poco praticabili per navi di grandi dimensioni, che rischierebbero di arenarsi. Inoltre, le forti correnti dello stretto di Formosa rappresentano un ulteriore e insidioso ostacolo. Durante la Seconda guerra mondiale, anche gli Stati Uniti scelsero di non attaccare Taiwan, allora sotto il controllo giapponese, proprio per la complessità del terreno e delle condizioni marine.
Il nuovo sistema di pontili potrebbe servire a superare parte di queste difficoltà. Le immagini satellitari e i filmati diffusi sui social mostrano tre grandi chiatte equipaggiate con massicci piloni mobili che consentono loro di ancorarsi saldamente al fondale. Queste chiatte, disposte in sequenza e collegate tra loro, formano una piattaforma galleggiante lunga oltre 800 metri che arriva fino alla riva. In pratica, fungono da molo provvisorio per permettere alle navi di scaricare mezzi e soldati, che poi avanzano verso la terraferma attraverso il pontile.
Ma tutto questo è a livello teorico perché, come dimostra l’invasione russa in Ucraina, un conto sono i piani, un altro è quando devi mettere gli scarponi sul terreno e ad attenderti c’è un esercito che ti studia da anni. Che i cinesi farebbero bene a non sottovalutare.
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C’è chi dice entro sei mesi, chi nel 2027 o dopo. Ma, al di là delle date, gli analisti concordano: l’invasione cinese ci sarà. Stati Uniti all’erta.Il generale Giorgio Battisti : «Il Dragone fa ancora fatica a condurre operazioni anfibie su larga scala. La strategia avversaria? Il logoramento».Il governo cinese ha sperimentato una piattaforma galleggiante per scaricare mezzi e soldati.Lo speciale contiene tre articoli.Secondo quanto riferito da fonti di intelligence al portale statunitense 19FortyFive, la Cina potrebbe tentare l’operazione militare contro Taiwan entro un periodo di circa 6 mesi. Sebbene alcune analisi indichino il 2027 come possibile data, l’urgenza sembrerebbe legata più all’attuale situazione politica interna degli Stati Uniti che alla preparazione militare cinese. Taiwan rappresenta da tempo un punto cruciale per la leadership del Partito comunista cinese. Per il presidente Xi Jinping, la riunificazione dell’isola con la Cina continentale costituisce un obiettivo storico e personale. Secondo alcuni osservatori, il leader cinese potrebbe considerare sempre più stretta la finestra temporale per un’azione definitiva che possa lasciare un segno nella sua eredità politica. La Costituzione della Repubblica popolare cinese, varata nel 1982, stabilisce chiaramente che «Taiwan fa parte del sacro territorio della Repubblica popolare cinese» e che «la grande riunificazione della madrepatria» è un dovere condiviso da tutto il popolo cinese, inclusi i cittadini taiwanesi. Una formulazione che, nei fatti, conferisce al Partito comunista cinese una legittimazione ideologica per perseguire l’annessione dell’isola, anche attraverso l’uso della forza militare, se ritenuto necessario.Le previsioni su una possibile offensiva cinese contro Taiwan si concentrano su due date: il 2026, in prossimità della conclusione del terzo mandato di Xi Jinping, e il 2027, anno che segna il centenario dell’inizio della guerra civile cinese e della fondazione dell’Esercito popolare di liberazione (Pla). Qualunque sia la data precisa, diversi analisti ritengono sempre più probabile che Pechino agisca entro la fine di questo decennio. Gli indizi che lasciano presagire una possibile escalation militare sono molteplici e concreti. La Cina ha già quasi completato i preparativi per un eventuale attacco o conflitto armato. A dimostrarlo è l’intensa attività infrastrutturale in ambito militare promossa dal Partito comunista cinese, accompagnata da una serie di riforme legislative orientate alle relazioni internazionali. Anche sul piano interno, il governo cinese sta adottando misure per rafforzare la propria resilienza: dalla protezione contro le minacce informatiche all’accumulo strategico di risorse fondamentali - combustibili, materie prime e derrate alimentari - fino allo sviluppo di un’economia più resistente a eventuali sanzioni internazionali. Ma è sul fronte militare che Pechino sembra concentrare i maggiori sforzi. L’obiettivo è chiaro: garantire che le Forze armate cinesi siano in grado di affrontare uno scontro diretto, con un alto grado di prontezza e autonomia operativa. Taiwan non sarebbe che il primo tassello di un piano ben più ampio: quello del presidente cinese Xi Jinping per affermare la supremazia globale della Cina. Dopo l’isola, l’obiettivo si sposterebbe verso il Sudest asiatico, una regione strategica per risorse naturali, posizione geografica e una popolazione giovane e dinamica. Un simile scenario rende chiaro perché le democrazie occidentali non possano permettersi di restare a guardare. Ed è anche il motivo per cui le nazioni del Sudest asiatico sono chiamate a rafforzare le proprie capacità di difesa, puntando su una deterrenza credibile. Le ambizioni militari di Xi non sono un mistero. Da tempo, i suoi discorsi al Politburo e al Congresso del Partito comunista cinese contengono riferimenti, più o meno espliciti, al concetto di guerra. Singolarmente potrebbero sembrare ambigui, ma letti in sequenza e nel loro contesto delineano una narrativa che punta chiaramente verso una possibile invasione. Nel corso del 20° Congresso nazionale del Partito comunista cinese, Xi ha riaffermato con forza la linea dura di Pechino sulla questione taiwanese. «Puntiamo a una riunificazione pacifica, ma non rinunceremo mai all’uso della forza», ha dichiarato il presidente cinese, sottolineando che la Cina si riserva «tutte le opzioni necessarie» per raggiungere l’obiettivo. Il messaggio è chiaro: la riunificazione dell’isola è parte integrante del progetto politico di Xi, che la considera essenziale per «il ringiovanimento della grande nazione cinese». Intanto, come riportato dal Financial Times, le intelligence occidentali osservano con crescente preoccupazione le manovre militari cinesi. Pechino sarebbe impegnata nella costruzione di un nuovo quartier generale militare dalle dimensioni tali da poter superare il Pentagono. Gli analisti temono che la Cina si stia preparando a un conflitto su vasta scala, incluso, potenzialmente, uno scenario di guerra nucleare.In parallelo, la Commissione di revisione economica e di sicurezza Usa-Cina ha rilevato un’intensa attività di mobilitazione interna. Dal dicembre 2022, la Cina ha istituito nuovi uffici di reclutamento militare - denominati «uffici di mobilitazione per la difesa nazionale» - in tutto il Paese. Sono stati inoltre aggiornati rifugi antiaerei e attivati ospedali d’emergenza, come quello nella provincia del Fujian, a pochi chilometri dallo stretto di Taiwan. Ulteriori segnali di militarizzazione emergono anche da ambiti civili: già nel 2019, la Commissione sanitaria nazionale cinese aveva annunciato l’integrazione delle donazioni di sangue nel sistema di credito sociale, ampliando la rete di controllo statale anche in vista di una possibile emergenza bellica. Mentre cresce l’attenzione internazionale sulle ambizioni militari di Pechino, anche il sistema giuridico e informativo cinese si sta trasformando in funzione bellica. Dal 2020, infatti, la leadership di Xi ha introdotto una serie di riforme legislative che rafforzano il controllo dello Stato su economia, cittadini e informazioni. Nel gennaio di quell’anno è entrata in vigore una nuova «Legge sugli investimenti esteri» che consente al governo cinese di nazionalizzare beni stranieri in caso di emergenze, come una guerra. Un anno dopo, nel giugno 2021, la Cina ha approvato la Legge contro le sanzioni estere, che autorizza la confisca di beni aziendali e persino la detenzione di cittadini stranieri qualora siano applicate sanzioni internazionali contro il Paese. Ad aprile 2023 è toccato alla Legge antispionaggio, radicalmente ampliata: ora, la definizione di «spionaggio» include una vasta gamma di attività, rendendo qualsiasi condivisione d’informazione con l’estero potenzialmente perseguibile. In parallelo, Pechino ha stretto la morsa sul flusso di dati in uscita dal Paese. Le autorità monitorano ogni aspetto delle comunicazioni digitali e della trasparenza statistica. Secondo fonti autorevoli, l’Ufficio nazionale di statistica cinese pubblicava fino a pochi anni fa circa 80.000 dati l’anno; oggi, il numero è crollato a 20.000. L’obiettivo: oscurare l’effettiva condizione socioeconomica e politica del Paese, lasciando al Partito Comunista il pieno controllo sulla narrazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/taiwan-guerra-cina-2671893279.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lesercito-di-pechino-ha-dei-punti-deboli-taipei-pronta-da-anni" data-post-id="2671893279" data-published-at="1746450617" data-use-pagination="False"> «L’esercito di Pechino ha dei punti deboli. Taipei pronta da anni» Giorgio Battisti è un generale di corpo d’armata. Ha partecipato alle operazioni in Somalia (1993), in Bosnia (1997) e in Afghanistan per quattro turni. Ha terminato il servizio attivo ed è in Ausiliaria dall’ottobre 2016. Cosa faranno i cinesi per invadere Taiwan e quando è probabile che ciò avvenga? «La crescente pressione esercitata dalla Cina su Taiwan con navi e aerei che operano quasi quotidianamente intorno all’isola e la condotta di esercitazioni incentrate su scenari d’invasione possono apparire senza dubbio il segnale che Pechino stia accelerando i tempi per essere pronta a intervenire nei prossimi anni. Secondo recenti fonti d’intelligence Usa, infatti, Xi potrebbe tentare di conquistare Taiwan entro il 2027, anno del centesimo anniversario della costituzione dell’Esercito popolare di liberazione. Le forze armate cinesi, tuttavia, sono ancora in fase di rinnovamento, secondo un programma avviato nel 2015, che prevede un processo di aggiornamento della dottrina, della struttura organizzativa, del personale militare, degli armamenti e degli equipaggiamenti, che dovrebbe concludersi entro il 2035. Al momento non dispongono ancora, a mio modesto avviso, delle capacità strategiche di proiezione anfibia per condurre un’invasione su larga scala dell’isola. A ciò si aggiunge il cronico problema della corruzione che potrebbe dissuadere Xi dal rischiare una operazione nei prossimi 5-10 anni per la mancanza di fiducia nei propri comandanti. Sono periodiche, infatti, le notizie di sostituzioni e purghe che hanno interessato i ministri della Difesa e degli Esteri e soprattutto i vertici militari. Un’invasione dell’isola potrebbe avvenire, tuttavia, in ogni momento - e accettando tutti i rischi connessi - qualora il governo di Taipei dichiarasse apertamente la propria indipendenza». Gli analisti sono divisi tra chi crede che per la Cina sarà facile invadere l’isola e chi invece ritiene che non sia così. «Uno degli ostacoli principali dell’invasione per Pechino è la “sorpresa strategica” che difficilmente potrà realizzare sia per il sistema di early warning sia per la diffusa attività di intelligence (anche statunitense) che sarebbero in grado di rilevare le attività di approntamento e di movimento propedeutiche all’allestimento della forza d’invasione. Fonti di Taipei stimano in diverse settimane i tempi necessari per assemblare una forza d’invasione nei porti del continente idonea a invadere l’isola. Ciò permetterebbe a Taiwan di adottare le conseguenti contromisure predisposte da tempo. In questo modo Taiwan avrebbe il tempo di attivare le strutture di comando e controllo in sedi protette, allontanare la flotta dai porti più vulnerabili, effettuare operazioni per neutralizzare eventuali agenti cinesi sull’isola, ridislocare le forze, disseminare mine marine e terresti, distribuire le armi ai riservisti (e alla popolazione) e provvedere alla mobilitazione civile». In che periodo dell’anno? «A causa delle condizioni meteorologiche (fitte nebbie, forti correnti marine, intense piogge, eccetera), una flotta da trasporto di ampie dimensioni potrebbe attraversare lo Stretto di Taiwan senza particolari problemi solo nei mesi di aprile e di ottobre. Il litorale è l’area e la fase del conflitto dove le Forze armate taiwanesi hanno il potenziale per essere più letali; le invasioni anfibie - come la storia insegna - sono notoriamente complesse e difficili da coordinare. I tempi del preavviso potrebbero ridursi sensibilmente qualora la Cina effettui una complessa esercitazione aero-navale su vasta scala intorno a Taiwan, come oramai svolge periodicamente, e poi proceda senza soluzione di continuità nell’invasione dell’isola. Da sottolineare infine che la coesione e la capacità operativa delle Forze armate cinesi non è mai stata testata di recente in combattimento. Gli ultimi combattimenti risalgono al conflitto contro il Vietnam nel 1979 e con risultati non molto convincenti. Consapevoli di ciò, Pechino da anni partecipa con propri contingenti (1.800 militari a febbraio 2025) alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite in Africa e in Medio Oriente. Recenti fonti giornalistiche, riportano, inoltre, che unità cinesi sono presenti sul fronte ucraino per maturare esperienza operativa». I taiwanesi si sono preparati negli anni. Possono respingere l’invasore oppure non hanno possibilità e proveranno a resistere in attesa di un possibile aiuto dall’estero? «Taiwan si sta preparando da decenni a un possibile attacco della Cina. Da tempo riconosce che la Cina è troppo potente per poterla affrontare in un conflitto ad “armi pari”. Di conseguenza, Taipei si è orientata, anche sull’esempio ucraino, al logoramento del potenziale avversario in termini di costi umani e materiali, e quindi politici e di reazione della comunità internazionale, che una guerra provocherebbe alla Cina. La strategia si concentra sulla solidità delle difese e sulla capacità di reazione per sfruttare le difficoltà dell’avversario nella critica fase di assemblaggio/imbarco della forza, attraversata dello stretto e di sbarco per fare in modo che l’offensiva risulti costosa e potenzialmente insostenibile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/taiwan-guerra-cina-2671893279.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="xi-prepara-lo-sbarco-testando-i-pontili-mobili" data-post-id="2671893279" data-published-at="1746450617" data-use-pagination="False"> Xi prepara lo sbarco testando i pontili mobili Nelle ultime settimane, la Cina ha testato un nuovo sistema di pontili mobili, concepito per facilitare un eventuale sbarco militare sull’isola di Taiwan. Si tratta di una tecnologia che potrebbe rivelarsi strategica per trasportare truppe e veicoli corazzati direttamente sulle coste taiwanesi, nell’ambito di un potenziale conflitto armato. Questo sviluppo rappresenta un significativo passo avanti nella preparazione dell’esercito cinese per una possibile invasione di Taiwan, considerata da Pechino parte integrante del proprio territorio, nonostante l’isola sia governata in modo autonomo e democratico. I test dei pontili si sono svolti verso la fine di marzo, lungo le coste della città di Zhanjiang, nel Sud della Cina, lontano dalle acque intorno a Taiwan. A seguire, la marina militare cinese come ha scritto anche Il Post, ha condotto imponenti esercitazioni nei pressi dell’isola, simulando diversi scenari di invasione. Il 1° aprile, una flotta ha accerchiato Taiwan in un’azione che imitava un blocco navale, mentre il giorno successivo le forze terrestri hanno simulato bombardamenti di artiglieria a lunga gittata contro obiettivi strategici, tra cui porti, aeroporti e infrastrutture chiave. Tuttavia, un’invasione effettiva di Taiwan presenta sfide logistiche notevoli per la Cina. La costa occidentale dell’isola, la più vicina al continente, è caratterizzata da una conformazione irregolare, con poche spiagge idonee a un approdo sicuro, tutte fortemente fortificate che potrebbero essere minate all’occorrenza. Altre aree costiere, invece, sono paludose e poco praticabili per navi di grandi dimensioni, che rischierebbero di arenarsi. Inoltre, le forti correnti dello stretto di Formosa rappresentano un ulteriore e insidioso ostacolo. Durante la Seconda guerra mondiale, anche gli Stati Uniti scelsero di non attaccare Taiwan, allora sotto il controllo giapponese, proprio per la complessità del terreno e delle condizioni marine. Il nuovo sistema di pontili potrebbe servire a superare parte di queste difficoltà. Le immagini satellitari e i filmati diffusi sui social mostrano tre grandi chiatte equipaggiate con massicci piloni mobili che consentono loro di ancorarsi saldamente al fondale. Queste chiatte, disposte in sequenza e collegate tra loro, formano una piattaforma galleggiante lunga oltre 800 metri che arriva fino alla riva. In pratica, fungono da molo provvisorio per permettere alle navi di scaricare mezzi e soldati, che poi avanzano verso la terraferma attraverso il pontile. Ma tutto questo è a livello teorico perché, come dimostra l’invasione russa in Ucraina, un conto sono i piani, un altro è quando devi mettere gli scarponi sul terreno e ad attenderti c’è un esercito che ti studia da anni. Che i cinesi farebbero bene a non sottovalutare.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara