Boom elettrico della Cina. Petrolio, surplus e sanzioni. L’IEA: fate scorte di minerali critici. Dazi Ue sulle auto elettriche, un autogol. Frenesia e record metalli.
Harbin, China 2010© Olivo Barbieri
Sono le Gallerie d’Italia di Torino ad ospitare (sino al 7 settembre 2025) un’affascinante retrospettiva di Olivo Barbieri, fra gli autori più innovativi e originali della fotografia internazionale contemporanea. Esposte oltre 150 immagini, sintesi organica della ricerca che Barbieri ha dedicato alla Cina e alle sue trasformazioni architettoniche, urbanistiche e culturali in un arco temporale lungo oltre trent’anni, dai fatti di Piazza Tienanmen al 2019.
Fra i più importanti fotografi (o forse è meglio definirlo « artisti/fotografi») contemporanei , che al pari di « Ghirri, Basilico, Cresci, Guidi, ha segnato un prima e un dopo nella storia della fotografia italiana », Olivo Barbieri ha un’impronta stilistica tutta sua, unica e inconfondibile, che gli deriva - per sua stessa ammissione - anche da quel suo pensare che la fotografia non è « il ritratto preciso di qualsiasi cosa. Perché se non metti la didascalia fai abbastanza fatica a capire se un albero è qui, in Nigeria o al polo Nord».
Fotografo «dal doppio sguardo», la ricerca di Barbieri si concentra tutta sul paesaggio, quello vero e quello immaginato, sempre al limite fra il vero e la rappresentazione del vero, fra realtà e immaginazione. Senza perdere mai di vista il mondo reale, quello universalmente percepito, Barbieri lo reinterpreta con potenti interventi sul colore, con tempi di posa lunghissimi, con un ampio uso del «fuoco selettivo » e della luce artificiale. Il risultato sono immagini « doppie», coincidenti, immagini mentali che si sovrappongono a quelle reali. Per Barbieri la fotografia è innanzitutto uno strumento di conoscenza, una riflessione sull’atto stesso del vedere, un modo di pensare per immagini. Una « filosofia» apparentemente complessa, come molti dei suoi lavori, che colpiscono soprattutto per la loro luce straordinaria e per il loro caleidoscopio di colori: fotografie che paradossalmente sembrano non avere soggetti, perché il soggetto è la fotografia stessa.
Per capire Olivo Barbieri è necessario riflettere sui suoi lavori e la bella mostra in corso (sino al 7 settembre) alle Gallerie d’Italia di Torino può essere l’occasione buona, visto che, come ha sottolineato il curatore, Corrado Benigni, « racchiude tutte le caratteristiche stilistiche di questo grande fotografo», dalle riprese dall’elicottero alla miniaturizzazione, passando - come ho già sottolineato - per il fuoco selettivo e la luce artificiale. Focus della mostra è la Cina, Paese in cui Barbieri è tornato ripetutamente per 30 anni consecutivi: dai tragici fatti di Piazza Tienanmen, nel 1989, sino al 2019, poco prima dell’altrettanto tragica epidemia di Covid. Un trentennio di cambiamenti enormi, profondi e radicali, di cui Barbieri è stato testimone diretto e che ha raccontato attraverso gli stravolgenti e rapidi mutamenti di architetture e paesaggi.
La Mostra
Su pareti di un bianco quasi fosforescente, a spiccare trittici di grandi dimensioni, polittici e due grandi quadrerie, per un totale di oltre 130 opere. Fra tanti bagliori, difficile scegliere quale sia l’opera più bella o quella più significativa: questa esposizione, come ha giustamente osservato il curatore, «va letta come se fosse un mosaico, in cui ogni tessera è importante, anzi, fondamentale, per il tutto ». Tuttavia, è innegabile che a colpire particolarmente sia « Harbin», la rappresentazione «alla manieri di Barbieri » di una città nel Nord della Cina: un’opera che letteralmente strega, non solo per le sue dimensioni e i suoi colori, ma perché è un vero e proprio concentrato delle tecniche e dello stile dell’artista. In Harbin c’è tutto: la verticalità, il fuoco selettivo, la post-produzione, il ribaltamento del positivo in negativo, il colore. Harbin è una realtà «ricostruita» assemblando oltre 50 immagini vere, è l’ immaginario e il reale, quello che vediamo e quello che vorremmo vedere : Harbin è « l’opera omnia » di Barbieri, l’artista dal doppio sguardo…
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2022-06-27
Il Judo arriva in Italia con la spedizione contro i «Boxer». Oggi lo praticano in 120.000
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Il fondatore del Judo Jigoro Kano durante una dimostrazione nel 1933 (Getty Images)
- Il Judo in Italia: un’arte marziale venuta dal mare. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906.
- Lungo la Penisola si contano circa 120.000 atleti, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.
Lo speciale contiene due articoli.
I primi contatti tra gli italiani e quella che veniva allora chiamata la «lotta giapponese» avvennero all’alba del ventesimo secolo. Il luogo dell’incontro fu la Cina degli anni successivi alla rivolta dei «Boxer», alla cui repressione partecipò un contingente militare internazionale. L’Italia di Luigi Pelloux, primo ministro di estrazione militare già eroe di Porta Pia, inviò un corpo di spedizione della Regia Marina. Al termine delle ostilità all’Italia fu assegnato il controllo sulla Concessione di Tientsin dove i marinai italiani vennero a contatto con i colleghi giapponesi che praticavano una lotta particolare chiamata ju-jitsu. La curiosità per quell’arte marziale ignota agli uomini di marina italiani spinse l’allora ministro Carlo Mirabello ad approfondire la conoscenza di quella lotta dura e al contempo armoniosa attraverso i suoi uomini a Tientsin. Le prime lezioni ai militari italiani avvennero a bordo dell' incrociatore della Regia Marina «Marco Polo» nel 1906. Non sapevano, quei giovani uomini di mare, che le mosse che stavano imparando da un maestro giapponese trovato a Shanghai di quella disciplina venuta da lontano risalivano al 230 a.C. Le cronache imperiali giapponesi riportano storie di mitici incontri tra campioni dell’«arte della cedevolezza» (traduzione delle parole ju-jitsu). Nascosta tra storia e leggenda, l’origine del ju-jitsu si farebbe risalire alle osservazioni di un medico giapponese il quale, durante un viaggio in Cina per studiare i punti vitali del corpo allo scopo di migliorare le tecniche di rianimazione, notò che a differenza degli alberi più robusti i cui rami si spezzavano per il peso della neve caduta su di essi, quelli dei salici flessuosi assecondavano il peso e, flettendosi sinuosamente, se ne liberavano rimanendo intatti. Da qui sarebbe nato il principio basilare del Ju-jitsu (e in seguito del Judo), vale a dire lo sfruttamento della forza e della massa dell’avversario a scopo di difesa. La data ufficiale della nascita del Judo è l’anno 1882. In quell’anno Jigoro Kano, uno studente universitario appassionato di arti marziali antiche e ormai in declino nel giappone aperto alla cultura occidentale, elaborò i segreti del Ju-jitsu trasformandoli in quello che diventerà l’arte marziale ancora oggi praticata in tutto il mondo, il Ju-do o la «via dell’adattabilità». La nuova disciplina insegnata nella sua palestra Kodokan, seppur osteggiata dai seguaci della antica tradizione Ju-jitsu, si fece largo nelle scuole di tutto il Giappone e tra gli uomini della Marina imperiale. A partire dagli anni Venti Jigoro Kano, ormai famoso in Patria, iniziò una lunga tournée in Europa per divulgare la conoscenza del nuovo «Kodokan (metodo) Ju-do».
Mentre il maestro Kano perfezionava le tecniche (kata e go-kyo) nella sua scuola di Tokyo, sulla nave «Vesuvio» ancorata nel porto di Shanghai il marinaio Carlo Oletti si innamorava della nuova disciplina conosciuta grazie ai marinai giapponesi e iniziava lo studio del Judo . Trasferitosi in Giappone, Oletti fu il primo italiano a raggiungere il traguardo del 1°dan, grado superiore dopo il conseguimento della cintura nera. Rientrato in Italia dopo la Grande Guerra, fu trasferito alla scuola militare di educazione fisica di Roma, dove il Judo approdò come insegnamento.
Soltanto sette anni più tardi, nel luglio 1928, Jigoro Kano fece visita a Roma. E lo fece quasi di sorpresa, proveniente da Parigi, informato di un’interessante iniziativa sportiva da Harukichi Shimoi, un intellettuale giapponese amico di Gabriele d’Annunzio da anni residente in Italia. Alla Associazione Sportiva Trastevere il giornale futurista «L’Impero» aveva organizzato per la prima volta una competizione di Judo aperta al pubblico e Jigoro Kano volle essere presente alla «prima» italiana di quella disciplina di cui era maestro universale. Il maestro di cerimonia naturalmente fu Carlo Oletti, che illustrò i princìpi del Judo agli spettatori. Sul tatami, il tappetino di gara, anche un maestro giapponese, Mata Katsumori. Prima della kermesse, i cronisti raggiunsero il maestro Kano all’Hotel Royal e lo intervistarono, riuscendo a mettere nero su bianco per bocca di chi lo aveva inventato i fondamenti sportivi, intellettuali e spirituali del Judo. Un’arte - a detta di Kano - «che non ha solamente lo scopo di educare il corpo, ma vuole plasmare moralmente ed intellettualmente l’individuo per formarne un ottimo cittadino». (L’Impero n.160-1928).
Jigoro Kano tornerà in Italia nel 1934 quando il Judo, pur non essendo diventato uno sport popolare, sarà sempre più diffuso nelle scuole militari italiane, tra le quali si distinse quella dell’Arma dei Carabinieri. Tra i militari della Legione Allievi primeggiò nella pratica del Judo il maresciallo Pierino Zerella, campione assoluto negli anni Venti. Jigoro Kano fece in quell'occasione visita alle società sportive che praticavano l’arte marziale da lui fondata nel 1882. Allo scoppio della guerra, il Judo ebbe una decisa battuta d’arresto, per riprendersi soltanto agli inizi degli anni Sessanta, quando in Italia apriranno numerose palestre dedicate all’arte marziale che nel 1964 in via sperimentale fu ammessa ai giochi olimpici, per poi essere confermata definitivamente ai tragici giochi olimpici di Monaco 1972, terminati con l’assalto dei terroristi palestinesi al villaggio olimpico. All’olimpiade successiva, quella che si svolse a Montreal nel 1976, la nazionale italiana di Judo centrò terzo posto grazie a Felice Mariani. Ezio Gamba, bresciano del gruppo sportivo dei Carabinieri troverà l'oro nelle tormentate olimpiadi di Mosca del 1980, per partecipare alle quali lo sportivo dovette congedarsi dall'Arma a causa del boicottaggio contro gli organizzatori sovietici dopo l'invasione dell'Afghanistan. Gamba vinse ai punti in una finale emozionante contro il britannico Neil Adams, un trionfo che portò il primo oro olimpico nella storia del Judo Italiano. Nel 1984 a Los Angeles Ezio Gamba si ripeterà: la medaglia d'argento arriverà dopo la sconfitta in finale contro il coreano Byeong Keun Ahn. La carriera di Gamba proseguirà fino alle Olimpiadi di Seoul 1988, terminate le quali annunciò il ritiro per iniziare una lunga e proficua carriera da allenatore. Proprio nel paese che lo vide indossare la medaglia d'oro, la Russia, il judoka italiano divenne un mito. Già allenatore della nazionale italiana fino al 2004 e per un periodo coach della delegazione africana, Gamba dal 2009 è stato allenatore della nazionale della Federazione russa. Per i successi collezionati fu insignito della nazionalità russa per mano di Vladimir Putin, presidente cintura nera di Judo, il quale più volte si allenò con il judoka bresciano. Con l'invasione dell'Ucraina Ezio Gamba ha rassegnato le proprie dimissioni.
Tra i campioni che hanno reso grande l'Italia del Judo, uomini e donne. Nel palmarès della Federazione Italiana Judo, Lotta Karate e Arti Marziali (Fijlkam) troviamo Alessandra Giungi (bronzo a Seoul 1988), Emanuela Pierantozzi (argento a Barcellona 1992), Girolamo Giovinazzo (argento ad Atlanta 1996 e bronzo a Sydney 2000), Ylenia Scapin (due bronzi a Atlanta 1996 e Sydney 2000). E poi Giuseppe Maddaloni (oro a Sydney 2000), Lucia Morico (oro ad Atene 2004).
L'arte marziale fondata da Jigoro kano ebbe seguito anche tra le celebrità dello spettacolo. Tra i vip che si sono dedicati al Judo anche ad alti livelli ricordiamo l'attore Peter Sellers (che fu presidente della Judo Society di Londra), Chuck Norris (cintura nera conseguita in Corea durante il servizio militare). Tra i musicisti Simon Le Bon e la moglie Yasmin. Tar i politici, oltre al già citato Vladimir Putin, anche il presidente Usa Theodore Roosevelt, il primo politico a cimentarsi nell'arte marziale giapponese. Alberto II di Monaco è cintura nera 1°Dan. Pierre Trudeau, già premier canadese e padre di Justin addirittura cintura nera 2°Dan.
I numeri del judo in Italia: 120.000 atleti e 3.000 insegnanti tecnici

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Si chiama Fijlkam e da ben 120 anni, quando fu fondata il 18 gennaio 1902 a Milano dal marchese Luigi Monticelli Obizzi, gestisce e si occupa dell'organizzazione in Italia di judo, lotta, karate e arti marziali. Si tratta di una delle federazioni sportive più antiche del nostro Paese che per i primi anni si occupava per lo più di lotta greco-romana e sollevamento pesi, per poi estendere la propria competenza anche alle numerose arti marziali, tra cui appunto il judo. Altre discipline che fanno parte della Fijkam, sono l'aikidō, un'arte marziale giapponese praticata sia a mani nude che con le tipiche armi bianche del budō, la via marziale giapponese, come ken, jō e tantō, rispettivamente spada, bastone e pugnale; il jujutsu, o jujitsu per dirla alla occidentale, il sumo e anche le tanto discusse arti marziali miste (Mma).
Queste discipline sono sempre state protagoniste nelle varie edizioni dei Giochi olimpici: 44 medaglie complessive, suddivise in 13 ori, 11 argenti e 20 bronzi. Un medagliere comunque di tutto rispetto che va a superare quota 1.000 se si contano mondiali, europei e Giochi del Mediterraneo. Per quanto riguarda il judo, l'Italia ha vinto quattro volte la medaglia d'oro alle Olimpiadi: a Mosca 1980 con Ezio Gamba nei 65-71 chilogrammi pesi leggeri; a Sydney 2000 con Giuseppe Maddaloni nei 66-73 chilogrammi pesi leggeri; a Pechino 2008 con Giulia Quintavalle nella categoria 57 chilogrammi; e a Rio de Janeiro 2016 con Fabio Basile nei 60-66 chilogrammi pesi medio leggeri. Agli ultimi Giochi di Tokyo 2020, andati in scena nel 2021 per il rinvio causato dalla pandemia, i nostri colori hanno portato a casa due medaglie di bronzo, con Odette Giuffrida nei 52 chilogrammi pesi medio leggeri e Maria Centracchio nei 63 chilogrammi medio leggeri.
Anche grazie a questi risultati conseguiti dagli atleti italiani nelle varie manifestazioni internazionali, il judo può contare su una base e un bacino di utenza sempre più consistente: in Italia a oggi si contano, infatti, circa 120.000 atleti che praticano questa disciplina, oltre 3.000 insegnanti tecnici e altrettante società affiliate alla federazione.
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Il lockdown blocca il porto di Shanghai e mette in crisi le imprese
Il porto di Shanghai si ferma prosciugato dall’ennesimo lockdown e si ferma di conseguenza anche la catena delle forniture alle imprese italiane, che con la Cina hanno sempre mantenuto dei solidi rapporti commerciali.
La decisione delle autorità sanitarie asiatiche, che hanno bloccato in casa 25 milioni di persone, sta provocando un ingorgo di proporzioni gigantesche nel porto della metropoli, che è il principale scalo marittimo cinese e il più grande porto commerciale del mondo, dove ogni anno transitano circa quarantasette milioni di Teu (l’unità di misura usata per calcolare i container). Fra le oltre 500 navi mercantili attualmente ferme davanti alla costa di Shanghai sono tantissime quelle cariche di metalli raffinati e altre sono in attesa di caricare.
I ritardi nelle consegne cominciano ad essere imprevedibili e stanno impedendo alle imprese di rispettare i termini di consegna delle fornitori, così come ai magazzini di avere la merce. La Cina rappresenta per l’Italia il nono partner commerciale per valore di beni esportati e il terzo per beni importati.
LA QUOTA DI EXPORT
Nel 2021, secondo le elaborazioni dell’Ufficio Studi di Confindustria Udine, le esportazioni italiane verso la nazione asiatica, rispetto all’anno precedente, sono aumentate del 22,1% (passando da 12.851 a 15.691 milioni di euro) e del 21% rispetto al 2019. Le importazioni, invece, sono cresciute del 19,4%, da 32.256 a 38.525 milioni di euro. La principale voce di esportazioni sono i macchinari, +12,9% la variazione tendenziale nel 2021 (da 3.777 a 4.265 milioni di euro). Una situazione che tocca in maniera sensibile il Friuli Venezia Giulia dove la Cina rappresenta il 14esimo partner commerciale per valore di beni esportati ed il terzo per beni importati.
Nel 2021 le esportazioni del FVG in Cina, rispetto all’anno precedente, sono diminuite del -2%, passando da 418 a 368 milioni di euro. Erano 425 nel 2019. Le importazioni sono cresciute del 26%, da 547 a 690 milioni di euro (erano 556 nel 2019, +24% 2021/2019). La principale voce di esportazioni sono i macchinari, -15,2% la variazione tendenziale nel 2021 (da 277 a 240 milioni di euro). I principali prodotti importati nel 2021 sono macchinari (+20,6%, da 137 a 165 milioni di euro), computer e prodotti di elettronica (+12,6%), apparecchiature elettriche (+46,6%). Ma gli effetti del blocco del porto di Shanghai saranno evidenti tra 40/ 50 giorni, ovvero tenendo in considerazione il tempo medio di percorrenza che ci mette un container da Shanghai ad arrivare nei porti più occidentali.
«È praticamente impossibile quantificare eventuali danni economici diretti e indiretti, immediati e a medio termine», spiega Confindustria Udine, che a proposito del lockdown aggiunge: «Se non verrà presto rimosso, nel breve termine si prevede un rallentamento della domanda di trasporto». Tradotto, non appena la situazione si normalizzerà ci sarà una spinta al rialzo delle spedizioni con conseguenti extracosti che graveranno sulle imprese.
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Walter Ricciardi (Imagoeconomica)
Il consulente tifa per la linea dura di Pechino sul lockdown. Affondo di Matteo Bassetti: i profeti del contagio zero chiedano scusa.
Shanghai 2022, ovvero l’inferno sulla terra. Il catalogo è impressionante: lockdown praticato in versione estrema e sostanzialmente carceraria; 26 milioni di abitanti forzatamente reclusi in casa con spesso la materiale impossibilità di procurarsi cibo e medicinali; scontri tra polizia e cittadini; arresti di massa e indiscriminati; separazione dei bimbi «infetti» dai loro genitori «sani»; soppressione di cani, gatti e animali da compagnia lasciati soli dai padroni positivi; trasferimento dei positivi in megastrutture trasformate in lazzaretti del ventunesimo secolo; e infine, stretta sui social da parte del regime per evitare che siano visibili gli hashtag sulla carenza di cibo e sulle violenze.
Ed è perfino superfluo immaginare il bilancio che dovrà essere stilato alla fine di questo incubo: con un numero enorme di anziani, disabili, persone sole e fragili che inevitabilmente risulteranno morti: non di Covid ma di semi-detenzione. Tutti evidentemente ritenuti «sacrificabili». Che tutto ciò esprima la teoria e la prassi di un regime autoritario e intrinsecamente concentrazionario come quello cinese è fin troppo chiaro. Né - diciamo - servono particolari commenti su quanto queste misure siano radicalmente incompatibili con qualunque anche pallida idea di libertà, rispetto della persona, stato di diritto.
Visto che su questo punto non può esserci discussione, allora vale la pena di mettere meglio a fuoco il lato «sanitario» della questione: la Cina continua a praticare (e lo fa, ovviamente, nella forma violenta e intollerante che abbiamo visto) la strategia del «Covid zero». Continua cioè a ritenere che il coronavirus debba essere «eradicato», ridotto all’inesistenza, e che nessuna convivenza sia possibile con un livello controllato e gestibile di circolazione del virus. Questa idea paranoide e allucinata, combinata con l’attitudine poliziesca del regime, produce le politiche che abbiamo elencato.
Attenzione, però, a chi - qui in Italia - fischietta e finge di parlar d’altro, come a dire: «Quella è la vera dittatura sanitaria, mica come da noi…». Eh no, troppo comodo: quella è esattamente la linea «Covid zero» che si è cercato di applicare anche qui, naturalmente senza la mancanza di freni inibitori che invece caratterizza una dittatura tout court.
Da questo punto di vista, resterà ai lettori una legittima curiosità. Sul tema ha qualcosa da dire il consulente del ministro Roberto Speranza, Walter Ricciardi, che a più riprese, in questi due anni, si era riferito alla Cina come modello?
Ricciardi, sia pure implicitamente, è stato chiamato in causa in modo molto limpido e netto da Matteo Bassetti, sentito dall’AdnKronos: «Ora vorrei che in Italia chi, anche vicino al ministro della Salute, ha sostenuto che anche da noi dovevamo imporre la strategia zero Covid facesse un mea culpa pubblico».
In effetti il record di Ricciardi, su questo argomento, fa impressione. Ancora nelle ultime settimane e mesi, attacchi scomposti al Regno Unito («Sono ammattiti, l’Inghilterra è un Paese da non prendere in considerazione», a Coffee Break su La7), e riferimenti elogiativi a Pechino in una serie di dichiarazioni e interviste: «Dobbiamo individuare e isolare gli infetti come ha fatto la Cina. […]. In otto giorni saremmo fuori dall’emergenza. […] Bisognerebbe fare i tamponi alla stragrande maggioranza degli italiani. È un’operazione che tutti dicono sia impossibile ma i cinesi per un caso testano 10 milioni di persone. Noi con 200.000 potremmo ben testare 60 milioni di italiani».
Risalendo al 2020, appare perfino clamoroso il doppio standard di Ricciardi, che lo ha portato a essere implacabile verso le democrazie occidentali e decisamente più comprensivo verso Pechino (prima responsabile della pandemia, non dimentichiamolo mai). Il 17 marzo 2020, criticando aggressivamente l’appello del ministro della Salute britannico Matt Hancock ai produttori nazionali per aumentare la disponibilità di respiratori, Ricciardi twittava così, suscitando sui social reazioni molto vivaci: «Questo è l’incredibile modo con cui il governo inglese sta affrontando il problema della carenza di respiratori, viva l’Italia, viva l’Unione Europea, grazie Cina». Avete letto bene: «Grazie Cina», probabilmente - non ne siamo certi - riferendosi ai materiali (ventilatori e mascherine) che il governo di Pechino, anche per alimentare la propaganda di regime, si era premurato di farci arrivare. Il 25 giugno dello stesso anno, ospite di Agorà su Rai 3, Ricciardi spiegava che per la riapertura delle scuole in sicurezza bisognava «fare come in Cina».
Al contrario, il 17 aprile 2020, lo stesso Ricciardi, su Twitter, se l’era presa con gli Usa di Trump, e contro (sic) «il popolo» che «vota avventurieri populisti e sovranisti». Un paio di giorni dopo, l’ineffabile Ricciardi, anziché rallentare, aveva perfino accelerato, ritwittando (salvo poi cancellare e tentare acrobaticamente di dare giustificazioni improbabili) un video con gente che colpiva a pugni e calci sagome e fantocci con il viso di Trump. Bravata tale da suscitare un’imbarazzata presa di distanza da parte della stessa Oms.
Eppure, oggi, nessuno gli chiede conto di quelle prese di posizione. Anzi, l’altro ieri sul Messaggero, preannunciando nuove sciagure, il prof ha perfino lasciato a verbale che «un 10% di bambini si è ammalato in modo grave». Sarà: eppure, secondo i dati Iss, da inizio pandemia, considerando la popolazione italiana da 0 a 19 anni, su circa 3 milioni e 400.000 casi, risultano solo 16.690 ospedalizzazioni e 371 ricoveri in terapia intensiva. Come si arriva al 10%?
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