«Questa è la terza volta che io vengo in Giappone in tre anni che sono al governo e non è stato un caso, è stata una scelta». Lo ha detto il premier Giorgia Meloni in apertura del bilaterale con la prima ministra giapponese Sanae Takaichi a Tokyo, sottolineando che dalla sua terza visita «Il messaggio è che crediamo molto in questa alleanza». «La prima volta che sono venuta qui – ricorda Meloni – abbiamo elevato i nostri rapporti a livello di partenariato strategico. La seconda volta che sono stata qui nell’ambito del G7 di Hiroshima abbiamo approfittato per discutere di un Piano di azione triennale 2024-2027 per darci degli obiettivi che fossero chiari, definiti e con delle scadenze temporali, che abbiamo rispettato». La sua terza visita in Giappone, aggiunge il premier, si tiene in occasione del «160esimo anniversario delle nostre relazioni bilaterali che racconta anche quanto siano profonde, durature e continuative le nostre relazioni».
A voler far caso a certi messaggi ed ai loro ritorni, all’allineamento degli agenti di validazione che li emanano e ai media che li ripetono, sembrerebbe quasi esista una sorta di coordinamento, un’«agenda» nella quale sono scritte le cadenze delle ripetizioni in modo tale che il pubblico non solo non dimentichi ma si consolidi nella propria convinzione che certi principi non sono discutibili e che ciò che è fuori dal menù non si può proprio ordinare. Uno dei messaggi più classici, che viene emanato sia in occasione di eventi che ne evocano la ripetizione, sia più in generale in maniera ciclica come certe prediche dei parroci di una volta, consiste nella conferma dell’idea di immigrazione come necessaria, utile ed inevitabile.
Gli argomenti sono vari e vanno dalla necessità degli immigrati per far fronte al calo demografico - senza però dire che questa sia una «sostituzione etnica» perché è un’espressione proibita - all’apporto fondamentale degli immigrati per sostenere sia il sistema produttivo che quello dei consumi - e qui Marx avrebbe un po' di cose da dire - sia ricordando che l’apporto degli immigrati è fondamentale per la sostenibilità del sistema previdenziale - malgrado i dati Inps mostrino come i contributi degli immigrati ammontino a circa 28 miliardi quando il costo del welfare in Italia sta sui 500 miliardi - sia ricorrendo ad argomenti più simbolici secondo i quali importando persone dotate di una effettiva cultura patriarcale si smantellerebbe il patriarcato degli europei che non c’è più da settant'anni. Questa volta però è successo qualcosa di diverso, qualcosa che capita raramente e che quando capita lo si percepisce nell’aria, come nei giorni di festa: in occasione del messaggio di auguri per il giorno del Ringraziamento, il presidente degli Stati Uniti d’America ha affrontato il tema dell’immigrazionismo esponendo alcuni dati di fatto che ancora oggi, in posti liberali e democratici come la Gran Bretagna o la Germania, porterebbero all’incriminazione se esposti attraverso meme. Trump ha affermato che importare povertà non crea ricchezza e che spostare persone non in grado di integrarsi non crea integrazione. In occasione della vicenda che ha visto un rifugiato afghano uccidere un funzionario dell’Ice e ferirne gravemente un altro, Trump ha dichiarato: «La popolazione straniera ufficiale degli Stati Uniti ammonta a 53 milioni di persone, la maggior parte delle quali vive di assistenza sociale. Un migrante che guadagna 30.000 dollari riceverà circa 50.000 dollari di sussidi annuali per la sua famiglia». Qui si tocca il tema ormai all’ordine del giorno in tutti i sistemi sociali occidentali della sostanziale insostenibilità dell’immigrazionismo per come è stato concepito nei disegni globalisti: se è vero che un immigrato che arriva regolarmente, paga le tasse e poi se ne torna nel suo Paese, lascia un «contributo» ad un sistema sociale di cui poi non usufruirà, questo non è affatto vero per chi si stabilisce qui definitivamente e, soprattutto, per chi usufruisce di ricongiungimento parentale di persone anziane e non produttive. Trump ha poi aggiunto: «Sospenderò definitivamente l’immigrazione da tutti i Paesi del Terzo Mondo per consentire al sistema statunitense di riprendersi completamente, porrò fine a tutti i milioni di ammissioni illegali di Biden e rimuoverò chiunque non sia un patrimonio per gli Stati Uniti o sia incapace di amare il nostro Paese. Denaturalizzerò i migranti che minano la tranquillità interna ed espellerò qualsiasi cittadino straniero che rappresenti un peso pubblico, un rischio per la sicurezza o non sia compatibile con la civiltà occidentale. Questi obiettivi saranno perseguiti con l’obiettivo di ottenere una significativa riduzione delle popolazioni illegali attraverso la reverse migration». Ecco dunque descritto dal Presidente degli Stati Uniti il concetto di «remigrazione» basato su «denaturalizzazione» - una misura prevista negli Usa dal 1906 - ed inversione dei flussi di spostamento delle persone per come il globalismo li ha teorizzati da sempre nella loro accezione necessaria. A questa dichiarazione storica si è aggiunta, proprio ieri, quella del primo ministro giapponese, Sanae Takaichi la quale, in maniera molto giapponese, molto incidentale, molto consequenziale, ha dichiarato come sia «preferibile lasciare che la popolazione giapponese diminuisca piuttosto che aprire le frontiere e affidarsi a manodopera straniera poco qualificata». In circostanze diverse e con uno stile diverso, si riafferma lo stesso concetto sostenuto da Trump e basato sulla semplice constatazione della realtà dei fatti: il costo dell’immigrazione globalista è molto alto e non può essere presentato come inevitabile e necessario. Ora, astraiamoci per un momento dagli argomenti esposti e concentriamoci su quello che è forse l’aspetto più storico di queste due dichiarazioni: un altro mondo è possibile, un’altra visione delle cose è legittima, tutto ciò che avviene nella Storia non è preordinato e necessario sulla base di presupposti deterministici ma può essere messo in discussione sulla base di valori e idee diversi da quelli che hanno fallito. In pratica si sta dicendo: «Yes we can».
Ma che cosa sta succedendo esattamente? Il 7 novembre, la premier nipponica, Sanae Takaichi, ha dichiarato che un eventuale attacco della Repubblica popolare cinese contro Taipei sarebbe da considerarsi “una situazione che minaccia la sopravvivenza del Giappone”. Ora, la legge giapponese sulla sicurezza, varata nel 2015, prevede che, in caso di “minaccia alla propria sopravvivenza”, Tokyo possa ricorrere all’opzione militare.
In tal senso, le parole della Takaichi sono state accolte con notevole irritazione da Pechino. “Se il Giappone osasse intervenire militarmente nella situazione dello Stretto di Taiwan, ciò costituirebbe un atto di aggressione e la Cina reagirebbe con decisione”, ha tuonato il ministero degli Esteri cinese. Pechino ha inoltre emesso una dichiarazione in cui esortava i propri cittadini “a evitare di recarsi in Giappone nel prossimo futuro” a causa delle “affermazioni palesemente provocatorie riguardanti Taiwan”. Nel frattempo, i due Paesi hanno convocato i rispettivi ambasciatori.
La Takaichi è nota per le sue posizioni severe nei confronti della Repubblica popolare e per il suo sostegno a Taipei. Inoltre, la tensione con Pechino era già salita a fine ottobre, quando, in occasione della visita di Donald Trump nel Paese del Sol Levante, la premier aveva annunciato che Tokyo avrebbe “rafforzato sostanzialmente le sue capacità di difesa”. Una presa di posizione che innescò la reazione piccata di Pechino. “A causa della storia di aggressione militarista del Giappone nei tempi moderni, le sue azioni militari e di sicurezza sono state a lungo attentamente osservate dai Paesi asiatici vicini e dalla comunità internazionale”, dichiarò il ministero degli Esteri di Pechino, che esortò anche polemicamente Tokyo “a riflettere profondamente sulle sue azioni passate”.
Insomma, le fibrillazioni tra Cina e Giappone stanno significativamente aumentando. Non è al momento chiaro quali impatti potrà avere questa situazione sull’accordo provvisorio, recentemente raggiunto tra Washington e Pechino sulle questioni commerciali. Non dimentichiamo che, nel suo ultimo tour asiatico, Donald Trump ha rafforzato i legami degli Stati Uniti con il Giappone. E che, nonostante la parziale distensione con la Repubblica popolare, la Casa Bianca sta continuando a tenere alta la guardia nella sua competizione geopolitica con il Dragone. Chissà che Tokyo non rientri in questa strategia statunitense.
Poiché gli interessi geoeconomici dell’Italia - export ed internazionalizzazione delle nostre imprese - sono globali mi sembra ovvio che l’attenzione e l’azione geopolitica di Roma debbano esserlo altrettanto. Cioè tutto il mondo è un’area viciniore dell’Italia e non solo quella geograficamente contigua (si faccia riferimento per l’argomentazione al mio Italia Globale, Rubbettino, 2023). Con questo in mente, che per altro è criterio antico della politica estera italiana ora intensificato dal governo corrente, va annotata la crescente divergenza tra Giappone e Cina con linguaggi inusualmente minacciosi e bellicisti da parte della seconda. Una parte della stampa italiana ha commentato questo episodio come un evento esotico lontano da noi. Qui cerco di argomentare perché, invece, è un fatto vicino, che ci coinvolge imponendo una riflessione strategica.
Pechino ha reagito con violenza verbale ad un’espressione, in sede parlamentare, del nuovo primo ministro nipponico Sanae Takaichi: un attacco di Pechino a Taiwan costringerebbe Tokyo ad un intervento militare per la difesa dell’isola (ex Formosa) in quanto minaccia esistenziale conseguente per lo stesso Giappone. Secondo me questa analisi del premier nipponico è realistica perché se l’America ed il G7 più le democrazie compatibili del Pacifico non difendessero Taiwan, che è una democrazia funzionante, mostrando la giusta deterrenza contro Pechino, allora la Cina comunista acquisterebbe il potere sufficiente per poter condizionare non solo il Giappone, ma anche la Corea del Sud, le Filippine, l’area dell’Indocina, ecc. E Pechino sta perseguendo una tale strategia montando un potenziale offensivo di forza tale contro Taiwan da richiedere una difesa collettiva di questa isola, ricca e tecnologicamente avanzata, ma piccola. E per evitarlo la Cina comunista dichiara che se altri si opponessero alla sua conquista di Taiwan supererebbero una linea rossa con la conseguenza di relazioni totalmente ostili con la Cina comunista stessa. Tale minaccia ha causato negli scorsi decenni l’interruzione delle relazioni diplomatiche ufficiali tra quasi tutti i Paesi del mondo e Taiwan: se vuoi fare affari con la Cina devi riconoscere una sola Cina, quella comunista, ed il suo diritto di annettere Taiwan definendola una sua regione interna. E da almeno tre decenni quasi tutte le nazioni hanno preferito cedere al ricatto di Pechino per non compromettere il loro business. Ma il mondo delle democrazie ha mantenuto relazioni informali solidissime con Taipei e negli ultimi decenni l’America ha venduto più di 60 miliardi di dollari di armi a Taiwan, nonché addestrato le sue forze armate. Tuttavia, ora la Cina ha promesso a Donald Trump che non tenterà di invadere Taiwan fino a che durerà il suo mandato. Washington non sa se crederci o meno: ha appena approvato un’ulteriore vendita a Taipei di armamenti utili per trasformare Taiwan in un «riccio» inespugnabile, ma non al livello della vera deterrenza. Per tale motivo il nuovo governo giapponese ha dichiarato la disponibilità ad un ingaggio militare diretto per aumentare la deterrenza stessa contro la Cina comunista. Va detto che da tempo Tokyo ha preso una postura di garante dell’indipendenza di Taiwan. E non perché l’isola è stata per 50 anni, fino al 1945, un suo possedimento, ma per il motivo detto sopra: un cedimento nella difesa di Taiwan comporterebbe un enorme aumento del potere condizionante di Pechino nell’area del Pacifico ed oltre. L’America vuole certamente limitarlo: ha spinto per la creazione dell’Aukus, cioè un’alleanza specifica con Regno Unito ed Australia per dotare questa ultima di sommergibili nucleari (non di missili atomici, ma imbarcabili quelli statunitensi e britannici se necessario); è parte dell’alleanza tra India, Giappone ed altri che fa da muro contro l’espansione della Cina, ecc. Per inciso, ho annotato un recente accordo tra Canada e Filippine in materia militare: da approfondire. Ma gli alleati dell’America hanno dubbi sul vero ingaggio statunitense a causa di un’impennata del voto isolazionista e conseguente condizionamento della politica estera. Non tanto in senso «ritirista», ma in quello di affidare agli alleati la difesa delle loro regioni di interesse, riservando all’America il compito di fornire un ombrello indiretto e non più diretto di difesa con l’eccezione di minacce esplicite ed incombenti agli interessi vitali statunitensi. Se così, questa è la dottrina dello Interesse nazionale descritta da Condolezza Rice nel 2000 su Foreign Affairs che era il punto principale della campagna elettorale di George W. Bush contrapposta al globalismo sostenuto dal Partito democratico. Dopo l’attacco jihadista del 2001 a New York, Bush invertì tale dottrina ripristinando quella del presidio diretto globale. Poi Barack Obama riprese la dottrina Bush-Rice, rinominandola «lead from behind» (guidare da dietro). E secondo me Trump la sta continuando: la pressione per l’aumento delle spese Nato per gli europei ha questa origine in un pensiero strategico statunitense bipartisan che impone agli alleati un loro riarmo. Se così, dovremmo noi europei così come le democrazie del Pacifico riflettere su una nuova strategia che porti ad una (sorta di) Nato globale e ad un nuovo concetto di allargamento del G7 per rispondere al nuovo bipolarismo con una riglobalizzazione selettiva economica e militare più strutturata che ritengo interesse vitale per l’Italia se vorrà avere status globale via alleanze che ne moltiplicano la media forza nazionale. Al riguardo del Giappone penso opportuno rinforzare la già forte convergenza bilaterale, spingendo anche gli altri alleati a non lasciare sola la tostissima signora Sanae Takaichi.
Inizia a prendere forma la visione sull’immigrazione del nuovo premier giapponese Sanae Takaichi, che già in campagna elettorale aveva annunciato un giro di vite sulle politiche riguardanti i cittadini stranieri. La linea è ora al centro di una più ampia revisione governativa, volta a ridefinire il rapporto tra il Giappone e gli stranieri che vivono o soggiornano nel Paese.
Secondo il quotidiano Asahi Shimbun, l’esecutivo ha avviato la riorganizzazione di un comitato ministeriale che si occuperà in modo specifico delle politiche verso i non giapponesi. Il gruppo di lavoro, guidato dal segretario capo di Gabinetto Minoru Kihara e coordinato dal ministro per le Politiche sui cittadini stranieri Kimi Onoda, terrà la sua prima riunione il 4 novembre. Tra i temi all’ordine del giorno figurano l’accesso al welfare per gli stranieri, i requisiti per la cittadinanza giapponese, la gestione dell’impatto del turismo di massa sulle comunità locali e le regole sulla proprietà terriera da parte di cittadini non nipponici.
Il premier Takaichi ha confermato che «il governo darà istruzioni ai ministri per accelerare i colloqui sull’inasprimento delle norme in materia di immigrazione e proprietà fondiaria». Le nuove misure fanno parte di una strategia più ampia che mira, secondo le dichiarazioni ufficiali, a «garantire la sicurezza e la correttezza dei rapporti tra cittadini e residenti stranieri».
Entro il prossimo anno fiscale, ad esempio, gli studenti stranieri con visto di studio e quelli iscritti a scuole internazionali saranno esclusi dal programma nazionale di esenzione dalle tasse scolastiche superiori, introdotto nel 2010 per sostenere le famiglie giapponesi.
Nel suo discorso programmatico alla Dieta tenuto il 24 ottobre, il premier ha dichiarato che «cresce la preoccupazione pubblica per attività illegali e violazioni delle regole da parte di alcuni stranieri» e che «tali episodi hanno generato sentimenti di disagio e di ingiustizia tra i cittadini giapponesi». Takaichi ha ribadito la necessità di rafforzare il controllo statale e di «riesaminare le norme».
In tutto ciò, questo è il quadro demografico che si profila: i dati ufficiali indicano che nel 2023 il tasso di natalità ha raggiunto il minimo storico dall’inizio delle rilevazioni nel 1899, mentre oltre il 29% della popolazione ha più di 65 anni, la quota più alta al mondo e, nonostante la crescente carenza di manodopera, la questione dell’immigrazione continua a essere affrontata in Giappone con cautela e con un forte controllo amministrativo. Le politiche migratorie, fin dagli anni Ottanta, hanno seguito un modello restrittivo, con aperture temporanee in settori specifici dell’economia, come l’assistenza e l’edilizia, ma con poche possibilità di integrazione stabile. Secondo il ministero della Giustizia, nel 2024 i residenti stranieri registrati erano circa 3,2 milioni, pari al 2,6% della popolazione totale, una delle percentuali più basse tra i Paesi del G7.
Nella lingua giapponese, lo «straniero» si indica con il termine gaikokujin o gaijin, letteralmente «persona di un Paese esterno». Il vocabolo riflette una distinzione culturale radicata tra l’interno e l’esterno, tra ciò che appartiene alla comunità nazionale e ciò che proviene da fuori. Nella storia giapponese moderna, soprattutto dopo la Restaurazione Meiji (1868), l’identità nazionale è stata spesso definita in opposizione all’elemento esterno, mentre la cittadinanza ha mantenuto un valore fortemente etnico e culturale oltre che legale.







