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2026-01-20
Non bisogna cedere sul sorteggio. È ciò che le correnti temono davvero
Giuseppe Bianco (Imagoeconomica)
Sul sorteggio, lo schema Valentino era semplice: elezione dei togati Csm fatta su di una platea di candidati sorteggiati e non più scelti dalle correnti. La proposta lasciava inalterato l’articolo 104 della Carta nella parte in cui parlava di togati «eletti», ma tentava di infilare una zeppa nel tetragono circuito correntocratico: elezioni sì, ma almeno con sorteggio preliminare. Le proposte che precorrono i tempi hanno sorti difficili. Ma il tempo passa, la ruota gira e la soluzione Valentino è stata prima ripresa nel ddl Zanettin 2536 del giugno 2020 e poi addirittura amplificata con la riforma Nordio, proposta nel gennaio 2025, ben sedici anni dopo quella Valentino. La riforma attuale rovescia il tavolo e cambia tutto l’impianto dell’articolo 104, cancella le scaramucce elettorali di corrente e passa al sorteggio secco. Veniamo al punto: esistono, come si vede, il sorteggio secco e quello «temperato», cioè frammisto a dei turni elettorali. Cosa scegliere? Ragioniamo: le continue tensioni istituzionali sono conseguenza della pretesa di fare del Csm l’organismo rappresentativo di correnti private, alcune delle quali esplicitamente «collateraliste». In un sistema siffatto, il Csm perde la sua originaria funzione di alta amministrazione e diventa una stanza di compensazione idraulica fra gruppi, assumendo di fatto funzioni politiche di governo del settore. Il concetto di Csm «politico-rappresentativo» deriva da vecchie teorizzazioni di Md degli anni ‘60 (Ramat, Ferrajoli, Senese), contestate a lungo dai gruppi cosiddetti «moderati», ma oggi, invece, diventate culturalmente egemoniche; ciò che spiega la generale avversione alla riforma di tutti i gruppi, viribus unitis. Il fatto è che oggi la funzione «politica» del Csm urta in pieno sia con il ruolo costituzionale del Parlamento elettivo sia, per altre ragioni, con l’entrata a regime della Corte costituzionale. La ferita è qui, nella ostinazione acritica di applicare al tempo d’oggi le dottrine calibrate sul clima storico e istituzionale di oltre sessanta anni fa. Finché ci sarà questo attrito fra il mondo nuovo e le vecchie religioni del tempo che fu la ferita non può guarire.
rompere il cordone
Se così è, proprio il cordone ombelicale gruppi privati-Csm rende l’organo pubblico prigioniero di certe spurie pulsioni politicistiche. Ed è sul tetto di questa prigione che viene paracadutato il sorteggio.
Ma, come si diceva, c’è sorteggio e sorteggio. Il sorteggio secco bypassa le schermaglie elettorali gestite dai gruppi e porta al Csm direttamente i sorteggiati, iscritti o no alle correnti. La rottura della connessione fra correnti private e Csm è perentoria e innesta delle forti dinamiche di cambiamento. Oggi, ogni fazione può di fatto garantire che i più fidelizzati assurgano prima o poi al sacro soglio: lo garantisce scegliendo i candidati e facendo da magnete ai voti elettorali. In una cornice simile, i prossimi eletti possiamo già oggi identificarli ragionevolmente nei dirigenti correntizi più in vista, magari negli attuali vertici Anm. Il sorteggio secco, invece, cancella la garanzia del cursus honorum per i fedeli più zelanti. Primo effetto: private del loro potere di assicurare elezioni e carriere, le correnti perdono gran parte del loro sex appeal per certi malati di grandeur e ciò potrebbe favorire perfino un processo di recupero etico interno. Ma è sul versante delle nomine che il sistema rischia la bancarotta: come insegnano le chat del 2019, oggi la selezione delle dirigenze avviene non sempre in base ai generici criteri di merito previsti nella riforma del 2006, ma piuttosto in base al negoziato correntizio fondato sui rapporti di forza per come certificati dalle elezioni interne.
Ora, il sorteggio secco senza comizi curiati fa saltare il contatore elettrico dei numeri elettorali e mette tutte le fazioni sullo stesso piano. A quel punto, diventando impossibile la contrattazione delle nomine sulla base dei rapporti di forza elettoralmente certificati, il sistema dovrà necessariamente riassestarsi sugli unici criteri sopravvissuti, cioè quelli meritocratici, che un legislatore accorto avrà modo di rinforzare e precisare.
accendere un fuoco
Il sorteggio secco fa paura, tanta paura. Rischia di accendere il fuoco nell’erba morta della prateria, innestando dinamiche demolitive e creative al tempo stesso, così ampie che è perfino difficile prevederne la gittata. Una terapia potente e una altrettanto potente opportunità di crescita, magari per estendere il sorteggio secco anche a quelle succursali locali del Csm che sono i Consigli giudiziari, magari per ripensare, perché no?, l’intero sistema delle dirigenze e chissà cos’altro ancora. Ecco perché la reazione del cimiteriale sistema correntocratico sta raggiungendo livelli parossistici e poco ci manca che si evochi il rischio di dittature sudamericane (l’ex primo presidente della Cassazione Margherita Cassano sulla Repubblica, edizione di Firenze, 14 gennaio). Ecco perché il sistema è sceso sul campo di battaglia. Però predilige l’ombra dei portici, in cui lavora già ora per ottenere il sorteggio temperato in sede di leggi attuative: ok al sorteggio, ma almeno dopo fateci fare le nostre solite elezioni. Che sono importanti, perché è nella organizzazione della caccia ai consensi che si formano debiti e crediti, che si struttura e cementa la fidelizzazione degli eletti. Ecco, così siamo tutti contenti. Voi avrete avuto un sorteggio farlocco. E noi torniamo a organizzare i tour, a orientare i flussi del voto locale, a contare i voti e quindi la forza negoziale da gettare sul tavolo delle nomine. Oltretutto, i sorteggiati «senza corrente», non potendo competere con le macchine organizzative altrui, non sarebbero mai eletti e i vari Csm tornerebbero ad essere i parlamentini proboscidali di sempre. Insomma: tutto come prima. Anzi: peggio. Perché con la pur blanda legge Cartabia almeno un consigliere sorteggiato e «senza corrente» lo abbiamo avuto, al quale nessuno può dire di «andare a fare pipì al momento del voto». Insomma, ecco le differenze: il sorteggio secco chiude definitivamente il flusso correntizio al Csm, l’altro, quello temperato, lo riduce all’inizio e poi lo ripristina completamente. E il sorteggio temperato di oggi non è certo quello della pionieristica soluzione Valentino del 2009, che intendeva cominciare l’assalto ai torrioni correntizi ben muniti: questa vuole solo salvare dei torrioni già in fiamme.
goodbye pirro
Insomma: Pirro 2026 vince la battaglia e perde la guerra. Per vincere la guerra, occorre la perfetta conoscenza dell’organismo malato. E la mano del chirurgo deve essere ferma. Altrimenti si rischia di uccidere la speranza che pure questa riforma ha fatto rinascere, dopo tanti Parlamenti così pieni di paure e così poveri di lotta politica. Che Dio aiuti il chirurgo a tenere la mano ferma.
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Il piano dei vecchi apparati della magistratura è quello di accettare la riforma per smontarla successivamente.Un sondaggio BiDiMedia di questo mese mostra un Sì in vantaggio sul No di circa venti punti (48,6% contro il 28,1%). Tendenza stabile rispetto allo scorso agosto (49% contro il 29%). Altri sondaggi riferiti allo stesso periodo segnalano distacchi inferiori ma comunque robusti e costanti. Soltanto uno registra sei punti di distacco. Se così è, i proclami correntizi di «grande recupero» valgono esattamente quanto certe interviste farlocche di Giovanni Falcone in prima serata Tv. Dunque il Sì vince? Forse. Ma niente paura: fa sempre in tempo a perdere dopo aver vinto. E il modo migliore di perdere vincendo è quello di andare appresso a certe posizioni interne al fronte del Sì, favorevoli alla separazione, ma indifferenti al sorteggio (l’ex vicepresidente Csm Michele Vietti sul Giornale del 15 novembre). Se ricordiamo bene, il sorteggio è stato sempre una specie di snobbatissimo clandestino negli annosi dibattiti sulla giustizia. Ma non per tutti: con ddl 1727 del luglio 2009 l’allora senatore Valentino lanciò per primo l’idea del sorteggio nella speranza «di un reale autogoverno […] affidato a tutti […] e non solo a quanti abbiano intrapreso carriere politiche all’interno della magistratura». Lo stesso Valentino, con ddl costituzionale del luglio 2008, aveva lanciato per primo anche l’idea di una Corte di giustizia disciplinare esterna al Csm.Sul sorteggio, lo schema Valentino era semplice: elezione dei togati Csm fatta su di una platea di candidati sorteggiati e non più scelti dalle correnti. La proposta lasciava inalterato l’articolo 104 della Carta nella parte in cui parlava di togati «eletti», ma tentava di infilare una zeppa nel tetragono circuito correntocratico: elezioni sì, ma almeno con sorteggio preliminare. Le proposte che precorrono i tempi hanno sorti difficili. Ma il tempo passa, la ruota gira e la soluzione Valentino è stata prima ripresa nel ddl Zanettin 2536 del giugno 2020 e poi addirittura amplificata con la riforma Nordio, proposta nel gennaio 2025, ben sedici anni dopo quella Valentino. La riforma attuale rovescia il tavolo e cambia tutto l’impianto dell’articolo 104, cancella le scaramucce elettorali di corrente e passa al sorteggio secco. Veniamo al punto: esistono, come si vede, il sorteggio secco e quello «temperato», cioè frammisto a dei turni elettorali. Cosa scegliere? Ragioniamo: le continue tensioni istituzionali sono conseguenza della pretesa di fare del Csm l’organismo rappresentativo di correnti private, alcune delle quali esplicitamente «collateraliste». In un sistema siffatto, il Csm perde la sua originaria funzione di alta amministrazione e diventa una stanza di compensazione idraulica fra gruppi, assumendo di fatto funzioni politiche di governo del settore. Il concetto di Csm «politico-rappresentativo» deriva da vecchie teorizzazioni di Md degli anni ‘60 (Ramat, Ferrajoli, Senese), contestate a lungo dai gruppi cosiddetti «moderati», ma oggi, invece, diventate culturalmente egemoniche; ciò che spiega la generale avversione alla riforma di tutti i gruppi, viribus unitis. Il fatto è che oggi la funzione «politica» del Csm urta in pieno sia con il ruolo costituzionale del Parlamento elettivo sia, per altre ragioni, con l’entrata a regime della Corte costituzionale. La ferita è qui, nella ostinazione acritica di applicare al tempo d’oggi le dottrine calibrate sul clima storico e istituzionale di oltre sessanta anni fa. Finché ci sarà questo attrito fra il mondo nuovo e le vecchie religioni del tempo che fu la ferita non può guarire.rompere il cordoneSe così è, proprio il cordone ombelicale gruppi privati-Csm rende l’organo pubblico prigioniero di certe spurie pulsioni politicistiche. Ed è sul tetto di questa prigione che viene paracadutato il sorteggio. Ma, come si diceva, c’è sorteggio e sorteggio. Il sorteggio secco bypassa le schermaglie elettorali gestite dai gruppi e porta al Csm direttamente i sorteggiati, iscritti o no alle correnti. La rottura della connessione fra correnti private e Csm è perentoria e innesta delle forti dinamiche di cambiamento. Oggi, ogni fazione può di fatto garantire che i più fidelizzati assurgano prima o poi al sacro soglio: lo garantisce scegliendo i candidati e facendo da magnete ai voti elettorali. In una cornice simile, i prossimi eletti possiamo già oggi identificarli ragionevolmente nei dirigenti correntizi più in vista, magari negli attuali vertici Anm. Il sorteggio secco, invece, cancella la garanzia del cursus honorum per i fedeli più zelanti. Primo effetto: private del loro potere di assicurare elezioni e carriere, le correnti perdono gran parte del loro sex appeal per certi malati di grandeur e ciò potrebbe favorire perfino un processo di recupero etico interno. Ma è sul versante delle nomine che il sistema rischia la bancarotta: come insegnano le chat del 2019, oggi la selezione delle dirigenze avviene non sempre in base ai generici criteri di merito previsti nella riforma del 2006, ma piuttosto in base al negoziato correntizio fondato sui rapporti di forza per come certificati dalle elezioni interne. Ora, il sorteggio secco senza comizi curiati fa saltare il contatore elettrico dei numeri elettorali e mette tutte le fazioni sullo stesso piano. A quel punto, diventando impossibile la contrattazione delle nomine sulla base dei rapporti di forza elettoralmente certificati, il sistema dovrà necessariamente riassestarsi sugli unici criteri sopravvissuti, cioè quelli meritocratici, che un legislatore accorto avrà modo di rinforzare e precisare.accendere un fuocoIl sorteggio secco fa paura, tanta paura. Rischia di accendere il fuoco nell’erba morta della prateria, innestando dinamiche demolitive e creative al tempo stesso, così ampie che è perfino difficile prevederne la gittata. Una terapia potente e una altrettanto potente opportunità di crescita, magari per estendere il sorteggio secco anche a quelle succursali locali del Csm che sono i Consigli giudiziari, magari per ripensare, perché no?, l’intero sistema delle dirigenze e chissà cos’altro ancora. Ecco perché la reazione del cimiteriale sistema correntocratico sta raggiungendo livelli parossistici e poco ci manca che si evochi il rischio di dittature sudamericane (l’ex primo presidente della Cassazione Margherita Cassano sulla Repubblica, edizione di Firenze, 14 gennaio). Ecco perché il sistema è sceso sul campo di battaglia. Però predilige l’ombra dei portici, in cui lavora già ora per ottenere il sorteggio temperato in sede di leggi attuative: ok al sorteggio, ma almeno dopo fateci fare le nostre solite elezioni. Che sono importanti, perché è nella organizzazione della caccia ai consensi che si formano debiti e crediti, che si struttura e cementa la fidelizzazione degli eletti. Ecco, così siamo tutti contenti. Voi avrete avuto un sorteggio farlocco. E noi torniamo a organizzare i tour, a orientare i flussi del voto locale, a contare i voti e quindi la forza negoziale da gettare sul tavolo delle nomine. Oltretutto, i sorteggiati «senza corrente», non potendo competere con le macchine organizzative altrui, non sarebbero mai eletti e i vari Csm tornerebbero ad essere i parlamentini proboscidali di sempre. Insomma: tutto come prima. Anzi: peggio. Perché con la pur blanda legge Cartabia almeno un consigliere sorteggiato e «senza corrente» lo abbiamo avuto, al quale nessuno può dire di «andare a fare pipì al momento del voto». Insomma, ecco le differenze: il sorteggio secco chiude definitivamente il flusso correntizio al Csm, l’altro, quello temperato, lo riduce all’inizio e poi lo ripristina completamente. E il sorteggio temperato di oggi non è certo quello della pionieristica soluzione Valentino del 2009, che intendeva cominciare l’assalto ai torrioni correntizi ben muniti: questa vuole solo salvare dei torrioni già in fiamme. goodbye pirroInsomma: Pirro 2026 vince la battaglia e perde la guerra. Per vincere la guerra, occorre la perfetta conoscenza dell’organismo malato. E la mano del chirurgo deve essere ferma. Altrimenti si rischia di uccidere la speranza che pure questa riforma ha fatto rinascere, dopo tanti Parlamenti così pieni di paure e così poveri di lotta politica. Che Dio aiuti il chirurgo a tenere la mano ferma.
Enrico Mattei con lo Scià Rehza Pahlavi nel 1960 (Getty Images)
L’italia dei primi anni Cinquanta aveva una grande sete di energia. Lasciate alle spalle le macerie della guerra, aveva fruito degli aiuti economici del Piano Marshall avviandosi verso una fase di forte sviluppo industriale. Zona cruciale per la posizione nel Mediterraneo, la Penisola era entrata nel 1949 a far parte dei Paesi del Patto Atlantico. Tuttavia, rimaneva forte la dipendenza dai grandi produttori esteri nel settore del petrolio, che rappresentava un freno e un possibile ostacolo all’alba del «boom» economico per gli alti prezzi applicati all’oro nero da parte dei fornitori. L’Italia, Paese sconfitto in guerra ed ex possessore di colonie, fu fortemente limitato nello scacchiere internazionale delle concessioni petrolifere e sempre sottoposto al potere dei consorzi anglo-americani. Almeno fino alla nascita, nel 1953, dell’Ente Nazionale Idrocarburi guidata dall’ex liquidatore dell’Agip nato durante il ventennio, Enrico Mattei. Ingegnere chimico, deputato della Democrazia ed ex comandante dei partigiani «bianchi», Mattei mostrò subito una forte tendenza a rompere il giogo dei grandi produttori esteri, cercando spazio per l’Italia con l’obiettivo di una più larga autonomia energetica.
La visione di Mattei non includeva soltanto un piano industriale, ma era anche e soprattutto geopolitica. Il padre dell’ente idrocarburi italiano sfruttò appieno i rivolgimenti in atto nei Paesi nordafricani del Mediterraneo (tra cui naturalmente l’ex colonia libica) e del Medio Oriente per creare una breccia nel monopolio delle sette sorelle. Nel caso specifico dell’Iran, l’occasione per Mattei venne proprio dal rapido mutamento della situazione internazionale e dallo sconvolgimento degli equilibri politici di Teheran. Dopo la fine della guerra, il governo del Paese era stato fortemente turbato da fatti di sangue, cospirazioni ed assassinii che avevano portato, dopo un attentato alla sua vita, all’allontanamento dello Scià Rehza Pahlavi dalla guida dell’Iran. Al suo posto si era insediato il nazionalista Mohammad Mossadeq, la cui politica mirava alla nazionalizzazione del petrolio e ad un’islamizzazione dello Stato per le spinte del suo braccio destro, l’ayatollah Kashani, che fu uno dei mentori di Khomeini. Nel 1950 iniziarono gli approcci italiani all’Iran, con la ratifica del Trattato di Amicizia finalizzato alla fornitura di tecnologia nel campo della meccanica, della chimica e per la realizzazione di opere pubbliche. Il nuovo governo iraniano, impegnato a rompere il monopolio anglo-americano, aveva bisogno di tecnologia per lo sfruttamento di aree non ancora esplorate. Qui si inserì l’azione di Enrico Mattei, che vide un’opportunità unica per la crescita internazionale dell’industria petrolifera italiana. Il 1953 fu un anno chiave sia per la nascita dell’Eni che per il colpo di Stato voluto dagli anglo-americani, che rovesciarono Mossadeq riportando Pahlavi alla guida del Paese. Coperto dall’appoggio occidentale, lo Scià non abbandonò completamente l’idea di un’industria nazionale del petrolio. In quel periodo, si intensificarono i contatti con l’ente italiano tramite la neonata Nioc (National Iranian Oil Company). Nel 1955 Mattei iniziava i rapporti con il governo di Teheran, per la fornitura del supporto tecnico nell’esplorazione delle zone individuate dalla Nioc. L’anno successivo la prima delegazione dell’Agip Mineraria era in Iran con il compito di esplorare un’area di 12.000 chilometri quadrati a Nord del Golfo Persico. Il 14 marzo del 1957 l’accordo tra Eni e Nioc fu siglato con l’approvazione finale del governo italiano: l’Italia entrava così in modo indipendente nel mercato petrolifero iraniano, saltando il monopolio del consorzio anglo-americano. Ma quello che destò maggiore scalpore a livello internazionale furono le clausole fino ad allora inedite del contratto: fino ad allora la regola prevedeva la divisione al 50% delle royalties tra le compagnie ed il Paese produttore. Mattei, con atto coraggioso e spregiudicato, assegnò il 75% agli iraniani in virtù del fatto che l’accordo era stato siglato con una compagnia di Stato. Questo significava un’opportunità unica per Teheran e fu letta dai grandi produttori anglo-americani come un atto di concorrenza sleale. All’indomani della firma dell’accordo la stampa anglosassone, in particolare quella americana, si scagliò contro l’iniziativa dell’Eni. L’accordo era stato siglato in un periodo di crisi geopolitica rappresentato dalla guerra di Suez, così che i governi di Londra e Washington vissero l’ingresso dell’Italia in Iran come una pugnalata alla schiena. Mattei tirò dritto, nonostante le ritorsioni dirette che le sette sorelle misero in atto in Libia facendo pressioni sul governo di Tripoli affinché riducesse le concessioni all’Eni. Ancora una volta la geopolitica venne in aiuto al patron del petrolio italiano, perché il governo dello Scià rappresentava un punto delicato e non poteva essere in quel momento punito. Erano gli anni della Guerra fredda e Mosca rappresentava una minaccia per le mire che storicamente nutriva sull’Iran.
Le esplorazioni dell’Agip Mineraria portarono allo sfruttamento dei giacimenti iraniani dopo il 1960. Non fu un’impresa semplice a causa della natura del terreno e delle incognite che il sottosuolo riservava. Particolare difficoltà rappresentò la spedizione sui Monti Zagros, rilievi inospitali al confine con l’Iraq, sia per le grandi difficoltà logistiche nel trasporto dei materiali in alta montagna che per il pericolo rappresentato dalla presenza di banditi. Nel 1960 fu scavato il primo dei giacimenti sul monte Sequtah, a cui seguiranno altre perforazioni dal 1965 in avanti. Per mettere a frutto i pozzi fu necessario un grande sforzo in termini di infrastrutture, tra cui una complessa rete di teleferiche per superare le profonde ed aspre gole che caratterizzavano la catena montuosa iraniana.
Il più importante giacimento scoperto dall’Eni in Iran fu quello offshore di Doroud, nelle acque del Golfo Persico. Qui i tecnici Eni assieme agli iraniani della Nioc realizzarono il più importante campo petrolifero italo-iraniano, con una produzione che a partire dalla metà degli anni ’60 permise la produzione di circa 100.000 barili al giorno, rappresentando il centro nevralgico dell’industria petrolifera italiana in Iran.
Dopo la tragica scomparsa di Mattei nel 1962, l’attività dell’Eni in Iran proseguì secondo i piani originari, fino alla soglia degli anni ’70, quando la nascita dell’Opec trasformò radicalmente la natura dei contratti tra le compagnie e i Paesi produttori. La seconda e più grave cesura avvenne con la rivoluzione che nel 1979 portò al regime degli ayatollah guidato da Khomeini, che nazionalizzò totalmente l’industria petrolifera. Fu in questo frangente che l’Eni perse la gestione del giacimento di Doroud. La successiva guerra contro l’Iraq portò distruzione nelle infrastrutture e una graduale ripresa degli investimenti dell’Eni si ebbe alla fine del regime di Khomeini l’anno successivo. Negli anni ’90, pur con contratti radicalmente diversi da quelli siglati da Enrico Mattei all’alba della presenza italiana, L’Eni ebbe una seconda fase di espansione durata fino all’inizio del terzo millennio, con importanti collaborazioni come quella che portò alla costruzione del grande gasdotto South Pars. Dal 2010 al 2015 l’embargo petrolifero all’Iran e le sanzioni a Teheran hanno paralizzato l’attività di Eni in Iran. Dopo una breve finestra di due anni dopo l’accordo sul nucleare del 2015 l’azienda italiana si è dedicata soprattutto al recupero dei crediti maturati in Iran negli anni precedenti. Dal 2018, anno della ripresa delle tensioni internazionali sull’Iran, i progetti di Eni si sono spostati su altre aree strategiche in Africa, Asia e Nord Europa.
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C’è la ricerca e lo sviluppo non solo di nuove armi sempre più performanti, ma anche di tecnologie e di strumenti utili per gli operatori. Affinare sempre di più ciò che si è imparato. Affinare gli strumenti che si ha a disposizione. Questo il mantra.
Tra questi, ci sono i droni, ovviamente. Ma pure tutti quei materiali utili per andare in missione e agire nel migliore dei modi. Occhiali da utilizzare in ogni ambiente, quindi. Coltelli da impiegare come extrema ratio, quando lo scontro diventa ravvicinato e non c’è più via di fuga. Ma anche materiale tecnico per difendersi dalle armi da taglio. E anche, ovviamente, fucili. Non è quindi un caso che Extrema Ratio, marca di coltelli (e non solo) che rifornisce gran parte delle forze armate internazionali, si sia rivolta al Comfose per organizzare tre giorni dedicati al sistema della Difesa, presso il poligono Le Arcate di Collesalvetti in provincia di Livorno, invitando partner come Sig Sauer, Nitecore, Energia Pura, Para jet e Helix. Il meglio delle aziende internazionali che si occupano di sicurezza. Ed è proprio da qui che è partito il comandante del Comfose, il generale di Brigata Carmine Vizzuso: «Grazie alle aziende che hanno aderito all’iniziativa permettendoci di testare il prodotto delle loro continue ricerche atte a migliorare il supporto alle Forze armate. Abbiamo avuto ospiti la cui presenza ha dimostrato il successo dell’evento. Grazie al vice comandante Comfose, Mauro Bruschi, e a tutto il personale che ha collaborato; bravi tutti, sono fiero del lavoro che è stato fatto».
Mauro Chiostri, fondatore di Extrema Ratio e Extrema Ratio Roma, ha invece affermato: «Questa terza edizione di Expo week defence days, (seconda realizzata a Collesalvetti, ndr) ha favorito lo scambio di opinioni, importante per contribuire allo sviluppo tecnologico; ha dato modo alle industrie di collaborare in un unico obiettivo rivolto al miglioramento delle offerte e hanno dato l’opportunità di ottenere un grande risultato che si è rivelato anche con le visite di personalità politiche e militari che hanno apprezzato l’iniziativa ritenendola importante». All’Expo infatti sono transitati tutti i reparti formati da Comfose: il nono reggimento col Moschin, il 185esimo Rao e il 4° Reggimento Alpini Paracadutisti. Tutti hanno potuto testare i materiali presenti, comprendendo le varie potenzialità degli strumenti che avevano davanti e pure i limiti per poterli migliorare.
In particolare, tra gli stand più visitati quelli di Sig Sauer, azienda americana di armi che, dopo importanti commesse negli Stati Uniti, sta ampliando il proprio volume di affari anche in Italia. Tra i modelli presentati la mitragliatrice Mmg in calibro 338 Norma magnum, Lmg IN calibro 7.62 sia ibrido sia convenzionale e Lmg in calibro 6.8 ibrido. La particolarità dei prodotti Sig oggi risiede sulle Mmg E Lmg e sui calibri ibridi che sono un loro prodotto esclusivo, che consente prestazioni superiori anche del 20-25% in termini di energia rispetto ai calibri convenzionali a parità di peso se non addirittura con pesi ridotti. Va da sé il vantaggio tattico. Ma non solo. Perché una delle caratteristiche dell’expo è quella di valorizzare le aziende italiane, come Neon che sta lavorando a importanti progetti per garantire la sicurezza degli operatori in condizioni climatiche estreme, ed Energia Pura, che ha già in produzione materiali anti taglio (di questi tempi utili anche per i civili, visti i continui attacchi all’arma bianca).
Non sono mancate le visite di personalità politiche e militari a testimoniare l’importanza dell’evento. Il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, l’eurodeputata Susanna Ceccardi, l’onorevole Paola Chiesa e l’onorevole Chiara La Porta hanno mostrato interesse nel corso della visita agli stand. Mentre il mondo corre spesso all’impazzata verso nuovi conflitti, c’è chi si addestra e si prepara. Con la speranza di non dover utilizzare mai ciò che ha appreso.
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