2025-12-17
Automotive, Salini: «Con il pacchetto Ue hanno prevalso buonsenso e neutralità tecnologica»
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(Totaleu)
Lo ha detto l’eurodeputato di Forza Italia a margine della sessione plenaria di Strasburgo.
Lo ha detto l’eurodeputato di Forza Italia a margine della sessione plenaria di Strasburgo.
«La nuova maggioranza europea si allarghi ai conservatori, per porre fine alle follie green». Massimiliano Salini, eurodeputato di Forza Italia e vicepresidente della delegazione del Ppe al Parlamento europeo, sostiene che la partita sulla Commissione Ue è ancora apertissima: «Noi non molliamo fino all’ultimo giorno. E molto dipenderà dalle elezioni francesi: il vero nazionalismo retrivo non è quello dei partiti di destra, ma dei finti europeisti alla Macron, che portano avanti solo interessi politici particolari». Una cosa è certa: «Se entrano i Verdi in maggioranza, il Ppe non sarà della partita: e i franchi tiratori partirebbero all’assalto contro Von der Leyen. I cittadini alle urne ci hanno chiesto chiaramente di mettere fine all’ultra-ambientalismo: non possiamo voltargli le spalle per parlare solo di numeri: sarebbe disgustoso».
Cosa è accaduto davvero al tavolo del Consiglio europeo? L’Italia è rimasta isolata?
«C’è stato un colpo di reni dei protagonisti del precedente assetto europeo, che faticano a riconoscere la sconfitta nelle urne. Queste furbizie si sono insinuate all’interno delle istituzioni, ma hanno le gambe corte».
E quindi?
«Riprendo ciò che ha detto Antonio Tajani: noi sosteniamo una candidatura popolare a capo della nuova Commissione, a patto che si riconosca il risultato delle elezioni e si agisca di conseguenza. Ci sono cose che i cittadini non sono più disposti a digerire: il Partito popolare europeo, Ursula Von der Leyen, e in generale tutti coloro che parteciperanno alla maggioranza devono combattere il perpetuarsi di certe storture sinistre, come l’ideologizzazione del green deal, e alcuni capricci sui diritti spacciati per postura giuridica liberale. Gli elettori non accettano più questa deriva».
Quando parla di «accogliere» il risultato del voto europeo nelle istituzioni di Bruxelles, lei si riferisce sia ai componenti della nuova maggioranza, che alle priorità programmatiche?
«Certo. L’allargamento a destra si può ancora fare, i giorni che ci separano dalla votazione sono ancora parecchi. Da due anni Giorgia Meloni interloquisce con Von Der Leyen, speravamo in un punto di novità, un nuovo assetto europeo che coinvolgesse anche la famiglia conservatrice. Poi è arrivata la campagna elettorale e le relazioni si sono allentate».
Fino allo stallo di oggi. In ogni caso, l’unica strada è l’accordo con i conservatori?
«Sì, e noi insistiamo su questo percorso fino alla votazione finale, magari trattando anche con le singole delegazioni nazionali. È un metodo che si è sempre utilizzato. Del resto, all’interno delle famiglie politiche europee, le posizioni sono sempre articolate e differenti: dobbiamo andare a vedere chi è disposto a dialogare. Fratelli d’Italia, per esempio, ha sempre avuto un atteggiamento improntato al dialogo rispetto ai conservatori francesi, rumeni o polacchi».
Quanto è alto il rischio che la votazione su Ursula von der Leyen diventi un Vietnam?
«Se prendesse piede, come vorrebbe qualcuno a sinistra, l’ipotesi di traghettare i Verdi nella maggioranza, vi assicuro che i franchi tiratori partirebbero all’assalto».
È l’ipotesi ventilata da Elly Schlein: l’allargamento della maggioranza agli ultra-ambientalisti. Il capogruppo di Forza Italia al parlamento europeo Antonio Martusciello la legge cosi: «I socialisti vogliono impallinare Ursula nel voto segreto». È questo il piano della sinistra?
«Non posso escluderlo. La sinistra vuole certamente mettere in difficoltà Von der Leyen nel nuovo Parlamento. Tutto il Ppe è fermamente contrario all’ingresso dei Verdi».
Dunque Von der Leyen non ha scelta, se vuole evitare la graticola in aula?
«Se restiamo con lo stesso candidato, e cioè Von der Leyen, bisogna per forza allargare la maggioranza. Se invece vogliamo tenere la vecchia maggioranza, bisognerà cambiare candidato».
Quindi se Von der Leyen aprisse ai Verdi, Forza Italia cercherebbe un altro candidato?
«Non sono in grado di dirlo, ma Tajani è stato chiaro: in quel caso non ci stiamo. Per sostenere una candidatura popolare a capo della Commissione, ripeto, sono altre le strade».
Come giudica questo teatrino di trattative, che obiettivamente agli occhi dei cittadini appare poco comprensibile?
«Al di là del nome, che può essere quello di Von der Leyen o di qualcun altro, è giusto lavorare sulla conferma di un presidente popolare. Però bisogna mostrare di aver capito il messaggio inviato dagli elettori. Parlare solo di numeri, dimenticando i sentimenti espressi chiaramente dai cittadini, è uno spettacolo disgustoso».
E qual è la richiesta che arriva dal popolo?
«I cittadini europei ci hanno invitato chiaramente a considerare superata la vecchia maggioranza. Ho girato decine di piazze, e tutti mi hanno chiesto due cose: ripristinare la pace in Europa, e stoppare l’avanzata dell’auto elettrica e dei provvedimenti sulle case green. Non è una rabbia fine a sé stessa, ma una richiesta argomentata: quella di non distruggere il modello di sviluppo su cui l’Europa è stata costruita».
È questo il grido di dolore che sale in Italia?
«Non solo in Italia, ma in tutta Europa. Nella fase finale del precedente mandato, anche noi popolari ci siamo opposti agli eccessi ambientalisti, al fine di attutire l’impatto di certe leggi green sul sistema economico. Dobbiamo recuperare competitività, e non giocare con le follie verdi».
L’Italia riuscirà ad avere esponenti di peso in Commissione?
«Credo sia nelle cose. E vorrei si sapesse che Forza Italia è assolutamente al fianco di Giorgia Meloni in queste trattative».
Intanto dicono che il presidente Macron ci avrebbe già soffiato la casella importantissima della vicepresidenza esecutiva dell’Unione.
«Purtroppo sta prevalendo la logica di partito, la tutela dei piccoli orticelli di potere. Ma i giochi veri si faranno dopo le elezioni francesi: a seconda del risultato, Macron potrebbe ridimensionare molto le sue aspettative. Intanto, l’atteggiamento tenuto anche in questi giorni dal presidente francese mi fa rimpiangere le leadership europee del passato, quando l’unità prevaleva sul particolare».
Oggi non è più così?
«La principale espressione del nazionalismo più retrivo non è rappresentato dai partiti di destra, ma dai finti europeisti come Macron. Che sui principali nodi strategici, dalla difesa all’industria, ai flussi migratori, cerca di tutelare sotto mentite spoglie solo i suoi interessi particolari».
Ha accennato all’esigenza di pace in Europa. Attraverso quale via?
«Il veicolo della pace è la diplomazia, ma non confondiamo la diplomazia con la resa. Credo che una vera risoluzione del conflitto passi per l’unità europea e occidentale. È quella la premessa indispensabile per una pace degna di questo nome».
E invece?
«Il danno più grave che si può fare al percorso diplomatico verso la pace, ancora una volta, è comportarsi come Macron. Muoversi in solitaria, fare dichiarazione nazionalistiche al servizio di interessi politici interni: è un approccio solitario che va contro la nostra idea di comunità».
Il pm della Procura di Roma Alessia Natale ha aperto un fascicolo a modello 45, quindi senza indagati e senza ipotesi di reato, in relazione al progetto del Ponte sullo Stretto di Messina dopo l’esposto presentato da Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, dalla segretaria del Pd Elly Schlein e dal segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, in relazione al progetto dell’infrastruttura. L’esposto, di 9 pagine, era relativo «all’attività di progettazione e realizzazione di un collegamento stabile tra Sicilia e Calabria», ed è stato presentato in Procura lo scorso 31 gennaio.
I leader della sinistra, nella denuncia, chiedono di fare luce sul perché Società Stretto di Messina Spa (Sdm spa) «ha ritenuto di non rendere pubblici documenti fondamentali per l’entità del progetto e le procedure». Sdm spa, affermano nell’esposto la Schlein, Bonelli e Fratoianni, «ha opposto più volte diniego alle richieste di fornire sia la relazione di aggiornamento al progetto, che l’atto negoziale, nonostante un componente del comitato scientifico avesse pubblicamente affermato di aver reso pubblica la suddetta relazione».
Questo diniego «della Sdm» si legge ancora nell’atto, «che viene costituita quale società in house, di consegnare documenti espressamente previsti dal decreto, impedisce di esercitare un diritto ed un’azione di controllo e verifica. La Sdm spa si è rifiutata di consegnare l’atto negoziale che consentirebbe di verificare in quanto tempo la società Webuild ha riaggiornato un progetto complesso, vecchio di 12 anni. Il decreto è stato convertito in legge e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 30 maggio del 2023 ma la società Sdm spa firma l’atto negoziale il 29 settembre», aggiungono i denuncianti, «mentre l’annuncio della consegna della relazione sul progetto da parte del consorzio Eurolink avveniva il 30 settembre 2023. In pratica tra la sottoscrizione dell’atto negoziale e la consegna della relazione di aggiornamento del progetto trascorrono solo poche ore. Come è possibile, viene da chiedersi, che l’aggiornamento di un progetto di un’opera così imponente mai costruita al mondo sia stato realizzato in poche ore? La consegna della relazione avvenuta il 30 settembre 2023 veniva confermata anche da una nota stampa del gruppo Webuild». Nell’esposto si cita anche l’incontro, rivelato dalla trasmissione della Rai Report, tra il ministro dei Trasporti Matteo Salvini, l’ex ministro Pietro Lunardi (che da esponente del governo Berlusconi aveva seguito la gara per l’affidamento del progetto dell’opera, vinta dal consorzio Eurolink) e il costruttore Pietro Salini, amministratore delegato dell’azienda, oggi Webuild prima Impregilo, che detiene oltre il 40% di quote del consorzio Eurolink.
La notizia dell’apertura dell’inchiesta, un atto dovuto da parte della Procura di Roma dopo l’esposto presentato dai tre politici, scatena la reazione del Carroccio: «Il Pd e la sinistra», fanno sapere fonti della Lega, «sono contro le opere pubbliche, il lavoro e lo sviluppo del Paese. Si dimostrano nemici dell’Italia. Le loro minacce non ci fermeranno». «Il trio dei no, Bonelli, Fratoianni e Schlein», sottolinea il senatore leghista messinese Nino Germanà , «continua ad agire contro la crescita dell’Italia. Il solito metodo della sinistra che, quando perde nelle urne, utilizza i tribunali per attaccare l’avversario politico. Un atteggiamento vergognoso da parte di chi per anni ha bloccato lo sviluppo del Sud, umiliandolo. Il Ponte sullo Stretto è un’opera strategica per la crescita economica e occupazionale del Meridione», dice Germanà, che poi aggiunge che il ponte è «una struttura attesa da tantissimi anni, che grazie all’impegno e alla determinazione del ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, finalmente si sta concretizzando». Poco prima della notizia dell’apertura del fascicolo, lo stesso Salvini è intervenuto a Mattino Cinque: «Il Ponte sullo Stretto di Messina è un diritto di milioni di italiani», ha detto il leader della Lega, «solo in Italia la sinistra riesce a dire di no alle opere pubbliche. Mi hanno denunciato, io ho visto che il Pd ha fatto una denuncia alla Procura della Repubblica perché vogliamo fare il ponte», ha sottolineato il vicepremier.
Poi, nel pomeriggio, durante un evento elettorale a Cagliari, è tornato alla carica: «Io finché mi fate fare il ministro vado in ufficio per fare le opere pubbliche che servono a questo Paese e non saranno la sinistra qualche giudice o qualche giornalista di sinistra a farmi paura». «Il ministro Salvini, e con lui la Lega», chiosa invece Fratoianni «reagisce con troppo nervosismo alla notizia dell’apertura dell’inchiesta della magistratura dopo l’esposto che Alleanza verdi sinistra e il Pd hanno presentato sul progetto del Ponte sullo Stretto. Noi abbiamo soltanto chiesto una cosa semplice e sacrosanta, che ci sia piena trasparenza su una grande, gigantesca opera come il Ponte. Noi la riteniamo perfettamente inutile, un enorme spreco di risorse pubbliche. Ma pretendiamo che chi la vuole fare garantisca la piena trasparenza delle procedure».
Non è mai una Bad Idea chiedere finanziamenti alle banche, soprattutto se i progetti sono concreti e ambiziosi. È ciò che sta facendo la nuova holding della «comunicazione ibrida tecnologica», tutta italiana, che fa capo a due personaggi noti ed evidentemente complementari: l’ex amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, in rientro nel mondo del management privato dopo gli anni turbolenti a viale Mazzini in quota M5s, e il regista-sceneggiatore e produttore Fausto Brizzi, da qualche tempo in ombra dopo aver firmato commedie vincenti come La notte prima degli esami e Maschi e femmine.
Un mese fa la strana coppia aveva varato Bad Idea, contenitore di sei società bene avviate nel mondo dell’intrattenimento, con lo scopo di occupare la prateria digitale e oltrepassare i confini dell’Intelligenza artificiale. Una caratteristica originale del gruppo è l’italianità totale. I marchi si occuperanno dal cinema alla televisione, fino all’advertising, passando attraverso la progettazione di esperienze virtuali di ultimissima generazione e allo sviluppo di algoritmi per rendere virali i contenuti. Spiega una nota del gruppo: «Bad Idea nasce con la volontà di mettere a sistema competenze unicamente italiane nel campo della produzione, dell’entertainment, dei media e del talent management per progetti che sfruttino sinergicamente tutti gli ambiti di sviluppo della content creation di eccellenza e gli strumenti tecnologici più innovativi». La caratterizzazione nel mondo del cinema e della tv è confermata dalla presenza come presidente di Filippo Cipriano, regista e pubblicitario, già numero uno di Fenix entertainment.
La società di punta del gruppo è Lovit, specializzata nella produzione di fiction e film. Le altre sono Soul Movie e Soul Movie Studios (acquisite al 60%), per la produzione e post-produzione audiovisiva; Invisible cities, proprietaria di un brevetto unico al mondo che mappa in tempo reale intere città facendole vedere com’erano nell’antichità; Pepegas, per le produzioni dedicate ai contenuti per aziende e brand; infine Ariosa, società di management che segue numerosi artisti italiani, fra cui conduttrici e showgirl star dei social come Belen Rodriguez, Melissa Satta, Veronica Ruggeri, Paola di Benedetto e Flora Canto. Ora la task force si muove nel mondo finanziario per convincere banche e investitori della bontà del piano industriale, su base triennale, con un valore di produzioni attorno agli 80 milioni di euro e con costi di un certo peso, di fronte ai quali la liquidità sarebbe una «good idea» per mantenere la rotta.
A margine della notizia ci sono un paio di curiosità. La prima riguarda Soul Movie, che ha in pancia gli studi di produzione Denuta 20 (dove si realizzano i programmi di Maurizio Crozza), acquisiti da Infront Italy, filiale del colosso di marketing sportivo che gestisce eventi internazionali, federazioni e sponsorizzazioni. La seconda è che l’ex general manager di Infront Italy, Jean Thomas Sauerwein, è entrato nella nuova startup con una quota attorno all’8% (Brizzi ha il 17,5%). Una presenza che sta facendo parlare il mondo dello sport, perché Sauerwein in Infront è stato braccio destro di Luigi De Siervo, attuale amministratore delegato della Lega Calcio, nonché suo testimone di nozze.
Il movimento lascia aperta la porta a interrogativi interessanti. È noto che all’interno del board del pallone in crisi di redditi e di prospettive uno dei temi più dibattuti riguarda la creazione di un polo televisivo per la trasmissione delle partite e lo sfruttamento dei diritti televisivi direttamente dal produttore al consumatore. I presidenti di Serie A sull’argomento sono profondamente divisi fra coloro che spingono per il canale di proprietà (Urbano Cairo, Aurelio De Laurentiis) ed altri che preferiscono gli introiti immediati - tanti, maledetti e subito - dalla cessione a gruppi televisivi consolidati come Rai, Sky, Dazn, Mediaset. L’ultima asta al ribasso ha però convinto la maggioranza in Lega ad approfondire l’idea della tv in proprio. Dietro la Lega c’è il fondo Oaktree (lo stesso che ha prestato 275 milioni all’Inter) che ha presentato una proposta da 950 milioni garantiti per far partire il progetto (fonte Bloomberg). Un posizionamento in prima fila potrebbe in teoria interessare a una volpe come Salini, che oltre ad avere frequentato i piani alti della Rai, è stato manager di Sky e Fox International. E sa quanto lo sport riesca a far lievitare l’appeal di un gruppo televisivo.
Ora Bad Idea è a caccia di fondi e schiera i nomi più altisonanti per convincere gli investitori. Spiega il grande capo Salini: «Con Lovit nasce una realtà fortemente innovativa nel settore della produzione di contenuti in grado di diventare un punto di riferimento sul mercato nazionale e internazionale». Aggiunge il produttore creativo Brizzi: «Stiamo lavorando a creare un ponte tra il modo classico di fare intrattenimento e quello nuovo, utilizzando la tecnologia come opportunità per entrare in territori inesplorati». Come quello del pallone, per fare gol.
Onorevole Salini, è soddisfatto dell’esito della votazione?
«Sono molto soddisfatto innanzitutto perché la linea posta dal Partito Popolare europeo, critica nei confronti della proposta della Commissione, è stata seguita in modo compatto da tutto il centrodestra all’interno del Parlamento europeo e ha fatto breccia anche nel centrosinistra. Il contenuto centrale di questa partita, per quanto ci riguarda, è la difesa dell’ottimo sistema di riciclo italiano che è stato in grado di garantire le migliori performance a livello europeo in termini di sostenibilità e in termini di sicurezza alimentare e quindi di salute per i cittadini».
Cos’è cambiato?
«La soluzione trovata da noi ha due grandi pregi ed è passata in maniera molto chiara. Il primo è che non si deve imporre un sistema specifico ad un Paese, ma bisogna chiedere che vengano raggiunti determinati obiettivi valorizzando chi, ad esempio nel caso dell'Italia, con il riciclo ottiene risultati di alto livello e lasciando la libertà di continuare questa partita con quella tecnologica. Inoltre, con un emendamento è passata la cosiddetta deroga Paese secondo cui nel caso vi sia un Paese che garantisce alti livelli di riciclo i target sul riuso Ue non sono vincolanti. Vogliamo ridurre i rifiuti, non gli imballaggi».
Qual è il passo successivo ora?
«Bisogna vedere se riescono a fare il Trilogo perché adesso la posizione del Consiglio dovrebbe arrivare a dicembre, ma non è sicuro che giunga in tempo perché la Spagna è indecisa. L'attuale presidenza che scade a dicembre, poi, non è particolarmente presente su questo dossier e a quanto pare la prima opzione sarebbe quella di avere un “general apprach” per poi cominciare a gennaio con i triloghi. Tuttavia, se non ce la si dovesse fare coi tempi, si passerebbe al semestre successivo, quello belga all’interno del quale si aprono degli scenari molto interessanti. Quello del Belgio è un sistema, un modello di riciclo, molto simile a quello italiano e quindi ci sono interessi tendenzialmente convergenti con quelli nostri».
Prevede un impatto per il settore imballaggi in Italia?
«Certamente sì, se si conclude con le correzioni che noi abbiamo apportato e che oggi sono passate in Parlamento. L'impatto non può che essere positivo e dal punto di vista economico stiamo parlando di un Regolamento che interviene su una porzione veramente risibile del pacchetto totale dei rifiuti».

