L’Ufficio di controllo sugli atti del ministero dell’Economia e delle finanze in sole sei pagine è riuscito a produrre osservazioni e richieste di chiarimento che appaiono sovrapponibili a quelle di un comitato No Ponte. Non sembra il solito controllo di legittimità, al quale gli uffici ministeriali sono abituati, ma un’analisi che scava anche nel merito del progetto e della delibera con cui il Cipess, il Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, presieduto dal presidente del Consiglio dei ministri, ha dato il via libera al Ponte sullo Stretto. Un’azione insolita, perché il compito dei magistrati contabili dovrebbe limitarsi alla verifica della conformità delle delibere alle leggi di bilancio e alle norme di finanza pubblica. Invece, in questo caso, il merito è stato così penetrante da arrivare fino ai pedaggi, ai piani di traffico e alla necessità, non prevista per legge, di un parere del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Non si tratta di cavilli da esperti del diritto contabile, ma di rilievi che vanno a toccare il cuore dell’opera. Per l’opposizione, Pd in testa, è una bocciatura pesante. Per il governo, un’interlocuzione fisiologica. In mezzo, ci sono i nomi dei magistrati contabili che hanno firmato e istruito il documento. L’istruttoria della delibera porta la firma di Valeria Franchi, toga contabile con un passato nei gabinetti ministeriali dei governi di centrosinistra. Dal 2019 al 2021 è stata consigliere giuridico del gabinetto del ministero delle Politiche agricole e forestali, con Teresa Bellanova (Italia Viva, in un esecutivo giallorosso). Dal marzo 2021 al maggio dello stesso anno ha svolto l’incarico di esperto giuridico del gabinetto del ministero dello Sviluppo economico, guidato da Stefano Patuanelli (Movimento 5 stelle). È lei che ha messo nero su bianco frasi che dal campo della legittimità sembrano spostarsi su quello del merito: «Risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione difettando, a sostegno delle determinazioni assunte dal Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori». Lo slang è giuridichese stretto: la delibera «si appalesa più come una ricognizione delle attività intestate ai diversi attori istituzionali del procedimento che come una ponderazione delle risultanze di dette attività, sotto il profilo sia fattuale sia giuridico». E, così, in un festival del codicillese barocco, anche le valutazioni che appaiono più politiche sembrano trasformarsi in formule tecniche, se condite da frasi del tipo: «Sospensivamente condizionato» per dire atto sospeso; «simultaneus (sic, ndr) procedimento di controllo» per il controllo parallelo; «si appalesa più come una ricognizione […] che come una ponderazione» al posto di un semplice «più una ricognizione che una valutazione». Il focus delle richieste di chiarimenti in stile No Ponte, però, è questo: «In merito alle valutazioni svolte dal Comitato in relazione all’efficacia della delibera del Consiglio dei ministri del 9 aprile 2025 con la quale è stata approvata la relazione relativa ai motivi imperativi di interesse pubblico; è stato preso atto dell’assenza di idonee alternative progettuali; è stata dichiarata la sussistenza di motivi imperativi di interesse pubblico legati alla salute dell’uomo e sicurezza pubblica o relative conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente». Poi, la revisione contabile da ragionieri del centesimo: «Perplessità si manifestano in merito al disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg in data 25 luglio 2025, quantificato in euro 10.481.500.000, e quello di euro 10.508.820.773 attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto 2025. Si chiedono chiarimenti». Una differenza di 27 milioni su un’opera da oltre 10 miliardi. Infine, il colpo sui pedaggi e sul traffico: «Quanto alle stime di traffico, al piano tariffario di cui allo studio redatto dalla Tplan consulting, poste a fondamento del Pef (il Piano economico-finanziario, ndr) si chiedono chiarimenti in ordine alle valutazioni svolte da codesto Comitato in merito alle modalità di scelta della predetta società di consulenza e agli esiti di detto studio». C’è anche una sorta di controllo tecnico-strutturale, con tanto di richiesta di «circostanziati e documentati elementi informativi in merito alla classificazione dei tratti di rete, oggetto della concessione, quale “strada extraurbana di categoria B”». Infine, un passaggio che, se letto al di fuori del contesto, sembra quasi trasformare la verifica contabile in una interrogazione da parlamentare: «Alla luce di recenti notizie di stampa si chiedono aggiornamenti in merito all’interlocuzione che sembra avviata, sul punto, con la Commissione europea». Ma se l’istruttoria porta la firma della Franchi, a controfirmare c’è Carmela Mirabella, consigliere delegato dell’Ufficio di controllo sugli atti del Mef. È lei che ha dato veste ufficiale alle osservazioni. Con lo stesso ruolo di presidio degli atti dall’interno, ma al ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture c’è Luigi Caso, già capo di gabinetto dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, capo di gabinetto del presidente della Corte dei conti e nel 2014 capo di gabinetto del ministro del Lavoro Giuliano Poletti (Partito democratico, governo Renzi). Ha fatto parte del Consiglio superiore dei lavori pubblici e nel 2022 era rappresentante dell’Associazione magistrati della Corte dei conti, l’omologa dell’Anm. E il Ponte deve fare i conti anche con lui, che solo un anno fa, sul Sole 24 ore, aveva stangato la riforma della Corte dei conti immaginata dal governo, in luogo di di una «funzione di controllo» da ridisegnare in modo «sinergico con quella giurisdizionale, in modo da rendere la responsabilità un’ipotesi residuale di mera chiusura del sistema dei controlli». I controlli al centro, insomma. Non come quelli messi in campo dall’Ufficio di controllo sugli atti del ministero dell’Economia e delle finanze per il Ponte sullo Stretto, si spera.
Una delle immagini simbolo della giornata di ieri, al Senato, l’ha regalata ai presenti il ministro per i Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà. Mentre si avvia a entrare nel vivo la seduta in cui i suoi compagni di partito hanno in animo di negare la fiducia a Draghi, lui si apparta nel lungo e luminoso passaggio tra Palazzo Madama e Palazzo Carpegna, dando vita a un fitto giro di telefonate e messaggi. È l’estremo tentativo di scongiurare una delle crisi - e ce ne sono state tante - più schizofreniche degli ultimi anni, dove un ministro del M5s si industria last minute con tutti i capigruppo per disinnescare la trappola che il leader della sua stessa forza politica ha teso al presidente del Consiglio per aprire la crisi, provando a non porre la fiducia sul dl Aiuti. E infatti l’iniziativa di D’Incà naufraga quasi subito, di fronte al no irremovibile (e a quanto pare anche irritato) di Mario Draghi, sfinito dalle tarantelle della maggioranza e quanto mai desideroso del chiarimento definitivo.
Il copione immaginato da Giuseppe Conte, dunque, ha preso corpo col seguente risultato: 172 sì alla fiducia, 39 no. Sorvolando sul fatto che tra missioni e malattie il pallottoliere ha di fatto restituito all’esecutivo una maggioranza asfittica (32 voti in meno di quota 204, vale a dire la somma di tutti i gruppi di maggioranza escluso M5s) il dato più importante è che nessun senatore grillino ne ha preso parte. Anche perché, in mattinata, c’è stato tempo per l’ennesima defezione di un eletto pentastellato a beneficio della pattuglia di Luigi Di Maio, nella persona della senatrice Cinzia Leone. Il passaggio agli ultragovernisti del ministro degli Esteri ha così consentito a Conte di rivendicare la piena riuscita dell’operazione-crisi, con nessuno del 61 eletti di M5s a Palazzo Madama che si è comportato in modo difforme dalle indicazioni. Bisognerà vedere ora se si tratta di una compattezza di facciata, e se nei prossimi giorni, quando il gioco si farà più serio e potrebbe balenare l’ipotesi elezioni, qualcuno non esca allo scoperto per fare dietrofront o magari per ingrossare le fila dimaiane.
I fari sono puntati principalmente sulla delegazione governativa grillina: si è detto di D’Incà, ma un momento paradossale ha riguardato anche il ministro per le Politiche agricole, Stefano Patuanelli, il quale da senatore non ha concesso la fiducia al governo di cui fa parte, per poi garantire, il 21 luglio, la propria presenza al tavolo tra governo e associazioni su decreto-legge di fine mese. E a proposito di schizofrenia, l’«Elevato» Beppe Grillo, dalle cui telefonate con Draghi alle spalle di Conte è scaturita buona parte della situazione presente, ha fatto filtrare delle «veline» in cui assicura di essere al fianco di Conte nel non votare la fiducia al governo, aggiungendo - sempre secondo le indiscrezioni - che «il Movimento 5 stelle sta facendo il Movimento 5 Stelle».
Intercettato dai cronisti e galvanizzato dal voto, il presidente pentastellato Conte rincarava la dose: «Se qualcuno ha operato una forzatura si assuma la responsabilità di questa pagina che è stata scritta ieri, la cui introduzione era nel Cdm quando i nostri ministri sono stati costretti a non partecipare al voto. Se noi prendiamo degli impegni con governo, Parlamento e cittadini e siamo coerenti, chi si può permettere di contestare questa linearità e questa coerenza? O ci sono risposte vere, strutturali e importanti opporre nessuno può avere i nostri voti».
Posizione confermata dal duro l’intervento in Aula della capogruppo e contiana di ferro Mariolina Castellone: «Dire che si indebolisce l’azione del governo quando si sta cercando di indicare con chiarezza la linea politica è falso, chi lo fa vuole strumentalizzare la situazione e dare a noi la colpa del momento di sofferenza che il Paese sta vivendo. La responsabilità», ha aggiunto, «non è tacere e far finta che problemi non esistono, irresponsabile è chi non dà risposte al Paese».
Prima che la Castellone allargasse la faglia tra il Movimento e Draghi, nell’emiciclo avevano preso la parola gli esponenti di tutte le forze politiche per ribadire la propria linea, nel contesto di una partita politica che si stava giocando evidentemente altrove. Non a caso, il leader leghista Matteo Salvini sceglieva di non intervenire, e inviava il capogruppo Massimiliano Romeo e suo vice Lorenzo Fontana a fare un punto stampa coi cronisti davanti alla chiesa di San Luigi dei Francesi. Solo Matteo Renzi, in ossequio alla sua vena presenzialista, decideva non solo di intervenire personalmente in aula con tanto di annunci social, ma di tenere banco in Transatlantico e in buvette, ribadendo più volte un concetto: «Io fossi in Draghi», ha detto il leader di Iv, «farei una cesura seria e farei un Draghi bis, alle sue condizioni, come vuole lui: con gli stessi ministri, con un rimpasto, politico, tecnico, a sorteggio, decida lui. E farei un forte discorso al Paese: “Porto a termine il Pnrr, faccio la legge di bilancio e questa è la nostra collocazione europea, chi ci sta?”». Non sembra che Draghi l’abbia ascoltato.
- Il morbo che colpisce i suini mette a rischio un fatturato di 20 miliardi nel comparto dei salumi, la siccità e gli sciami strangolano gli agricoltori. Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, tuttavia, applicano il protocollo Covid. Fra ritardi, cure che mancano e inutili vaccini.
- Invasione di locuste in Sardegna: gli azzurri Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis chiedono di istituire una unità di progetto interforze.
Lo speciale contiene due articoli.
I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile.
Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto.
Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino.
Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.
Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme
Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione.
Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
- Scorte di mangime solo per 20 giorni: pesa il divieto di export di Ungheria e Serbia. Senza cibo, i capi vanno uccisi. Stefano Patuanelli si sveglia: «Bisogna far slittare le misure della Pac che limitano la produzione e dare aiuti».
- Caro bollette: in Lombardia e Veneto ristoranti e negozi chiudono prima o aprono solo nei week end per ridurre i costi. A Genova i commercianti annunciano rincari delle merci in vendita.
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Tra egoismi nazionali con tentazioni autarchiche e luogocomunismo ecologista l’Europa nei giorni della guerra frana sulla politica agricola. Ieri ne ha preso atto Stefano Patuanelli, il ministro dell’Agricoltura, che in Consiglio dei ministri ha tenuto una lunga informativa sulla situazione drammatica delle nostre campagne. Ha detto: «L’aumento delle materie prime e dei costi energetici sta erodendo la redditività: il settore agroalimentare non riesce più a redistribuire gli aumenti lungo la filiera produttiva». Sono in ballo 150 miliardi di fatturato (51 dall’export) che diventano 350 con annessi e connessi. Così il ministro 5 stelle ha dovuto occuparsi delle stalle che sono in gravissima sofferenza. Mancano i mangimi; Assalzoo - l’associazione dei produttori di alimenti per gli animali - stima che le riserve bastino per 20 giorni, dopo si dovranno abbattere gli animali per evitare che muoiano di fame. La Coldiretti annuncia che sono già cominciati i razionamenti negli allevamenti. La carenza di mangimi è dovuta al blocco delle importazioni da Ucraina, Russia, ma anche da Ungheria (ci vende il 30% circa del mais che ci serve per le nostre vacche) e Serbia. Francia e Germania non sono disposte a darci il loro grano tenero visto che quello che compriamo all’estero (oltre il 60%) è bloccato nei porti di Odessa. Ci manca il cibo per le vacche, ci sta per mancare il pane. È lo spirito comunitario!
Patuanelli accodandosi a quanto già detto dal suo sottosegretario Gian Marco Centinaio (Lega) che ieri ha riunito il tavolo sulla crisi del grano, ha aggiunto: «Bisogna riorientare la Pac e sbloccare gli aiuti di Stato al settore agricolo e agroalimentare». La smentita più clamorosa di Bruxelles il ministro la riserva al cosiddetto Farm to Fork che imporrebbero di lasciare il 10% di superficie incolta e di bandire l’utilizzo di fertilizzanti e fitofarmaci. Non ce lo possiamo più permettere, almeno non noi italiani. Così il ministro sostiene: «Occorre posticipare la Pac e le misure volte a limitare la produzione, incrementare i pagamenti accoppiati per le produzioni per cui l’Ue non è autosufficiente (proteine vegetali, cereali, eccetera, ndr); consentire l’utilizzo delle superfici lasciate a riposo e di tutti i pascoli; introdurre un contributo flat “ex-novo” per tutte le superfici agricole utilizzate, per ammortizzare l’incremento dei costi di produzione; rimuovere il vincolo al non incremento della superficie irrigabile, per aumentare la produttività del settore agroalimentare».
Insomma smontiamo tutto altrimenti non avremo da mangiare e al Green deal ci pensiamo un’altra volta. Infine il ministro chiede una moratoria sui mutui per le aziende agricole e un sostegno tipo quello attuato per il Covid. Basterà? Secondo Gian Marco Centinaio, che ha criticato le tentazioni autarchiche ungheresi, bisogna «che l’Europa subito sblocchi un milione di ettari dal fondo di rotazione per salvare il salvabile e poi bisogna rafforzare i contratti di filiera per produrre più cereali». Le stalle però hanno bisogno subito di mangimi. Comprare in America dove un po’ di mais c’è, anche se è passato da 30 a 90 euro al quintale, non serve: per arrivare ci mette sei settimane, troppo. Uno sforzo lo annuncia la Coldiretti che con il suo presidente Ettore Prandini ieri al tavolo dei cereali ha dichiarato: «Siamo pronti a coltivare da quest’anno 75 milioni di quintali in più di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e tenero per la panificazione. Proponiamo all’industria alimentare e mangimistica di lavorare da subito a contratti di filiera con impegni pluriennali e il riconoscimento di un prezzo di acquisto “equo”, basato sugli effettivi costi per recuperare livelli produttivi già raggiunti nel passato».
Luigi Scordamaglia, consigliere di Filiera Italia, è netto: «Serve un cambio di rotta immediato. Basta smantellare la nostra produzione aumentando la nostra dipendenza dall’estero». Scordamaglia di fatto replica a Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che sostiene essere impossibile immaginare l’Italia autosufficiente dal punto di vista agricolo. Invece il consigliere delegato di Filiera Italia insiste: «Ha fatto bene Draghi a dire che l’Europa deve rivedere il quadro regolatorio dell’agricoltura. Tenere i terreni improduttivi non tutela l’ambiente. Il Farm to Fork avrà l’effetto di far crollare del 30% la produzione, il modello virtuoso è invece quello italiano e l’auspicio è che la Pac predisponga misure per sostenere la vera agricoltura e la zootecnia».
E che ce ne sa bisogno lo dimostra la crisi che sta mordendo il lattiero caseario. Le stalle smettono di produrre e questo, già in Sardegna come nel Cilento e nelle zone pedemontane delle Alpi, significa che non si fanno più formaggi. Anche stavolta ce lo impone l’Europa.
Caro bollette: locali a orario ridotto
Cenare a lume di candela può essere romantico ma non basta ai ristoratori per affrontare la batosta degli aumenti delle bollette. A febbraio pub e ristoranti di tutta Italia hanno organizzato per San Valentino la serata a lume di candela per sollevare il problema, seguiti poi anche dai commercianti di Valenza, in Piemonte, che per tre giorni avevano illuminato i loro locali con le candele. Ora in Veneto negozi e ristoranti hanno deciso di cambiare gli orari di apertura per ridurre l’impatto dell’aumento dei costi energetici e del calo dei consumi visto che i cittadini, avendo lo stesso problema, stanno riducendo uscite e acquisti. Gli esercenti allora, con un occhio all’attività e uno ai conti, hanno deciso di ridurre le aperture. E così ci sono ristoranti aperti solo nel weekend che restano chiusi gli altri giorni della settimana, altri che hanno scelto di stare sempre aperti ma o a pranzo o a cena, in base al giro della clientela. I titolari tentano così di abbattere l’impatto dei costi energetici, che in sala e in cucina sono molto elevati. I negozianti invece hanno deciso di ridurre l’orario di apertura proprio per evitare di accendere le luci.
«Come possiamo pensare che queste siano soluzioni?», si domanda Patrizio Bertin, presidente di Confcommercio Veneto, sentito dal Corriere della Sera, «Dopo due anni di pandemia, con aperture a singhiozzo per le limitazioni Covid, questa crisi mette a dura prova le nostre imprese. I costi delle materie prime hanno cominciato a crescere già l’anno scorso, ma ora questa impennata dell’energia diventa insostenibile». Secondo le stime dell’associazione, rispetto al 2021 i costi energetici sono raddoppiati per alberghi e bar, per i ristoranti ci sono aumenti del 73%, mentre il rincaro medio per le imprese alimentari è del 62% e del 40% per i negozi non alimentari.
Anche a Bergamo la riduzione dell’orario di apertura di bar e ristoranti inizia a diffondersi tra gli operatori, che cercano di far quadrare i conti facendo riposare il personale. «A meno ore di lavoro corrispondono meno spese ma anche meno incassi, con il rischio di finire in un circolo vizioso senza fine», afferma Oscar Fusini, direttore di Ascom Confcommercio Bergamo. Tagliano i consumi, non la forza lavoro, anche gli artigiani: entrano in azienda dopo ed escono prima. Due ore al giorno di risparmio di corrente e gas vogliono dire molto, in questo periodo.
L’ufficio studi di Confartigianato ha fatto un raffronto fra il costo del megawattora il 23 febbraio (pre guerra) e l’8 marzo: da 250 a 600 euro, poi scesi a 500 mercoledì; nello stesso periodo, il gas è passato da 80 a 245 euro. «Le aziende tengono duro, soffrono da sole, ma dopo due mesi come questi la sofferenza è al limite. E tutti i prodotti sono aumentati, dal finito al semilavorato», dice il presidente degli artigiani veneti Roberto Boschetto. E mentre i commercianti genovesi hanno già annunciato che presto saranno costretti a rivedere al rialzo i prezzi dei prodotti e dei servizi offerti, i «colleghi» di Taranto spegneranno le insegne dei loro negozi.
La moratoria sui debiti è scaduta. Da marzo 2020 fino allo scorso dicembre lo Stato ha garantito prestiti per 216 miliardi attraverso più decreti (esclusi i circa 30 miliardi veicolati da Sace). A fine anno sull’intero ammontare di richieste arrivate al fondo di garanzia (circa 2,5 milioni) circa 500.000 ancora godevano della sospensione delle rate. Mezzo milione di aziende per un importo di circa 56 miliardi di euro. Per questo esercito è tempo di rimborsare il prestito e iniziare a pagare le rate. A tutto ciò si aggiunge l’altra grande sospensiva in capo al sistema bancario. Nello stesso periodo di tempo (dal marzo 2020 fino a metà dicembre 2021) le banche hanno concesso 694.000 moratorie. In gran parte di fidi, ma anche di mutui. L’ammontare dei finanziamenti congelati dagli istituti alla data del 31 dicembre era di 27 miliardi e pochi spiccioli. Con l’anno nuovo l’intento del Cura Italia e del decreto Liquidità cambia drasticamente faccia. Il 31 dicembre 2021 la moratoria è scaduta. L’ossigeno erogato sotto forma di liquidità ora i si trasforma in debito. Tant’è che con la fine del mese, sommando ai prestiti a garanzia pubblica i fidi congelati per iniziativa del settore bancario, circa 1,2 milioni di aziende (e qualche decina di migliaia di privati) si troverà a rimborsare con la prima rata i soldi ricevuti e aggiungere altre caselle alla voce uscite del bilancio. I vertici dell’associazione bancaria hanno già lanciato l’allarme. Oltre ad Antonio Patuelli anche i sindacati nei mesi scorsi avevano sparato un razzo di segnalazione. Lando Maria Sileoni, segretario generale Fabi, lo scorso giugno aveva sollecitato Bankitalia e governo per un intervento preventivo. Siamo invece arrivati al 2022 e la moratoria è scaduta. Le imprese si trovano così a restituire rata su rata 83 miliardi di euro fino a poco tempo fa congelati nel momento peggiore della crisi economica. L’inflazione sta schizzando. Le materie prime sono carissime o introvabili, i ristoranti e i locali si trovano aperti ma senza clienti e al tempo stesso costretti a pagare bollette più care anche del 50%. Ieri la banca d’affari Citygroup ha calcolato che nel 2022 le imprese europee si troveranno a pagare una bolletta di 1.000 miliardi di dollari. Circa 700 in più del 2020 e il doppio rispetto al 2019 quando si viaggiava e si lavorava ignorando l’arrivo del Covid e soprattutto la pratica del lockdown. Davanti a questo panorama di indebitamento e dunque di difficoltà a investire e gestire equity, parlare di rilancio è chiaramente un palliativo psicologico che forse varrebbe la pena rispedire al mittente. Meglio che il governo sia sincero. O ammette le difficoltà a cui gli imprenditori devono andare incontro, compreso l’enorme massa di debiti caricati sulle loro spalle, oppure si muove per cercare una soluzione. Invece al momento lavora a un decreto Sostegni ter che - stando alla riunione di lunedì al Mef - cuberebbe qualcosa come 1,7 miliardi di aiuti. Da spartire tra settore turismo, discoteche e Horeca, che sarebbe la distribuzione alimentare. Briciole. Resta aperto il grosso nodo della Cig Covid e soprattutto della moratoria dei prestiti. Se il Sostegni ter, in fase di lavorazione, dovesse decidere di prorogare lo stop dei rimborsi del debito, quel milione e 200.000 aziende si troverebbe ad avere più ossigeno. Anche se subito dopo si dovrebbe affrontare il tema del che cosa fare al termine del 2022. Cancellare i debiti e coprirli con altro debito pubblico? Facendo scostamento apposito? Abbiamo più volte criticato il governo di Giuseppe Conte perché nel momento dell’apice della pandemia avrebbe dovuto prevedere una buona fetta di insolvenze e aggiungere altro scostamento di bilancio caricando tutto il peso sul 2020. Invece non è stato fatto rendendo adesso l’operazione più complicata. Sempre che la politica e il governo vogliano farsene carico.
A noi qualche dubbio sorge. Lo intuiamo dall’andazzo che sta prendendo la pressione fiscale. Non nel senso tecnico del termine. Ma in quello sostanziale. È ormai noto che l’obiettivo dell’Agenzia delle entrate sia quello di spingere il piede sull’acceleratore sugli adeguamenti spontanei con l’intento già nel 2022 di aumentare il relativo gettito del 15%. Per poi ottimizzare come si dice in gergo al 30% entro la fine del 2024. È ormai chiaro che per l’amministrazione finanziaria la pandemia e l’emergenza sono finite. Al di fuori dei fondi che via via saranno stanziati tramite Pnrr, sarà difficile se non impossibile per i prossimi governi ottenere scostamenti e gestire aiuti post pandemici. Questa sembra dunque essere l’ultima finestra possibile. Al momento a quanto risulta le direttive del premier sono di non chiedere scostamento fino a che la partita del Colle non sarà risolta. Le esigenze della politica non collimano con quelle delle aziende. Vedremo. Sarebbe però il caso di pensare a scelte drastiche sul fronte fiscale e finanziario (un condono generalizzato almeno sul 2020 e sul 2021) e su quello energetico. La crisi delle bollette non si risolve con qualche miliardo per calmierare i prezzi. Servirebbe piuttosto un intervento militare in Libia. Anche a costo di farlo al fianco dei francesi. Con l’obiettivo di farsi aprire i rubinetti di gas.






