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2022-06-18
Peste e cavallette, governo in vigile attesa
Roberto Speranza (Ansa)
I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile.
Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto.
Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino.
Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.
Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme
Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione.
Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
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Il morbo che colpisce i suini mette a rischio un fatturato di 20 miliardi nel comparto dei salumi, la siccità e gli sciami strangolano gli agricoltori. Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, tuttavia, applicano il protocollo Covid. Fra ritardi, cure che mancano e inutili vaccini.Invasione di locuste in Sardegna: gli azzurri Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis chiedono di istituire una unità di progetto interforze.Lo speciale contiene due articoli.I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile. Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto. Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino. Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/peste-cavallette-governo-vigile-attesa-2657528338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sardegna-assediata-dalle-locuste-e-ce-chi-reclama-i-lanciafiamme" data-post-id="2657528338" data-published-at="1655521776" data-use-pagination="False"> Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione. Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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