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2022-06-18
Peste e cavallette, governo in vigile attesa
Roberto Speranza (Ansa)
I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile.
Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto.
Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino.
Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.
Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme
Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione.
Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
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Il morbo che colpisce i suini mette a rischio un fatturato di 20 miliardi nel comparto dei salumi, la siccità e gli sciami strangolano gli agricoltori. Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, tuttavia, applicano il protocollo Covid. Fra ritardi, cure che mancano e inutili vaccini.Invasione di locuste in Sardegna: gli azzurri Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis chiedono di istituire una unità di progetto interforze.Lo speciale contiene due articoli.I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile. Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto. Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino. Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/peste-cavallette-governo-vigile-attesa-2657528338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sardegna-assediata-dalle-locuste-e-ce-chi-reclama-i-lanciafiamme" data-post-id="2657528338" data-published-at="1655521776" data-use-pagination="False"> Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione. Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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