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2022-06-18
Peste e cavallette, governo in vigile attesa
Roberto Speranza (Ansa)
I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile.
Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto.
Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino.
Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.
Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme
Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione.
Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
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Il morbo che colpisce i suini mette a rischio un fatturato di 20 miliardi nel comparto dei salumi, la siccità e gli sciami strangolano gli agricoltori. Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, tuttavia, applicano il protocollo Covid. Fra ritardi, cure che mancano e inutili vaccini.Invasione di locuste in Sardegna: gli azzurri Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis chiedono di istituire una unità di progetto interforze.Lo speciale contiene due articoli.I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile. Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto. Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino. Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/peste-cavallette-governo-vigile-attesa-2657528338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sardegna-assediata-dalle-locuste-e-ce-chi-reclama-i-lanciafiamme" data-post-id="2657528338" data-published-at="1655521776" data-use-pagination="False"> Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione. Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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Christian Raimo (Imagoeconomica)
La premessa, in stile lotta di classe d’antan, si lega alle difficoltà economiche di una fascia di popolazione che una volta veniva definita classe media e che oggi fatica a tirare avanti. «Metà o più dei miei amici, quarantenni, cinquantenni», annota il prof, «cerca casa o lavoro o un lavoro in più con cui provare ad arrivare a fine mese. Nei giorni di Pasqua e di bilanci la ferita è più evidente. È una classe media o ormai ex-media, tutti più o meno laureati e dottorati, molti insegnano, ma da quest’anno non stanno in piedi».
Il post, da oltre 2.000 reazioni, è diventato subito uno sfogatoio da follower. Nei 300 commenti c’è chi auspica iper tassazioni per le case sfitte, chi sente di vivere nel «Quarto mondo», chi sostiene l’occupazione illegale. E chi sente di saperne un po’ in più e blatera «sul monopolio unilaterale dell’offerta». Ovviamente ispirato dal ragionamento di Raimo, che trasuda uno slang da sindacalismo rosso degli anni Sessanta, in cui il proprietario trasloca per lasciare il posto al padrone: «Chi vive in affitto», scrive Raimo, «è in piena angoscia. Sa che nel 2027 o nel 2028 il padrone di casa di sicuro non rinnoverà l’affitto, gliel’ha già detto o fatto capire». Per dare consistenza al disagio, il prof, usando qualche passaggio in romanesco, cita un episodio concreto: «Oggi chiacchieravo con un mio collega, 50 anni, separato e single, senza figli, a cui il padrone di casa ha aumentato l’affitto ancora, altrimenti “se te non la voi la casa la do ai bengalesi, ai filippini” gli ha detto, “quelli je faccio scucire 2.000 euro per 35 metri quadrati, ce stanno due famije co i fiji”».
È il passaggio in cui il disagio, nella narrazione di Raimo, prende forma. Ma con un paradosso: in un racconto che nasce all’interno di una sensibilità progressista, la figura dell’immigrato diventa una leva retorica per una minaccia implicita. Il «padrone» evoca gli stranieri per alzare il prezzo, Raimo li usa per rafforzare la narrazione sull’ingiustizia. Ma il risultato non cambia: restano uno strumento. Finché non si arriva al cuore del post: «Mentre mi raccontava questo obbrobrio io ho pensato alla ricina». La potente tossina che si estrae dai semi della pianta del ricino e che viene usata come veleno (tornata alla ribalta dopo l’apertura, nei giorni scorsi, di un’inchiesta a Campobasso su un presunto duplice avvelenamento di una mamma e di sua figlia). A questo punto il professore mette da parte l’analisi sociale e, prendendo la china da sceneggiatore thriller, scrive: «L’odio che mi viene per i proprietari di molte case che sfruttano, per pura speculazione, la presunta mancanza di case mi fa immaginare trame per polizieschi in cui uno dopo l’altro una serie di padroni di case, gestori di Airbnb, gestori di fondi immobiliari vengono avvelenati a morte senza che si capisca se c’è un disegno comune o un serial killer ispirato da sentimenti di ghiaccio, dopo che sua madre è stata sfrattata a 87 anni per metterci un b&b nel suo vecchio appartamento («Trama clamorosa! L’avrei tenuta nascosta per non farmi rubare l’idea», gli scrive tra i commenti un follower, ndr)». Altro che politiche pubbliche. Raimo, a questo punto del suo racconto, si è completamente lasciato alle spalle le elucubrazioni da antagonista sociale per avventurarsi in uno scenario crime che ricorda gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti. Poi, certo, alla fine arriva la retromarcia. «Fuori dalla vendetta romanzesca», scrive il prof piegando il racconto verso la polemica, «ci vorrebbero almeno delle politiche serie dell’abitare contro questa violenza di massa». La scena madre, però, è già andata in onda: il professore che, davanti al caro affitti, pensa alla ricina. Quasi a completare il Salis pensiero sulla proprietà privata. Perché la traiettoria l’aveva tracciata proprio l’eurodeputata con la quale Raimo ha condiviso la campagna delle europee con Avs. Ilaria Salis, icona degli occupatori abusivi di abitazioni, che sui rapporti di proprietà ha costruito la sua identità politica anche a colpi di emendamenti al Parlamento europeo, ritiene infatti che non sia possibile perseguire le occupazioni abusive contro «i proprietari con molteplici patrimoni residenziali». La casa è il terreno di conflitto e il proprietario una figura da contrastare. Il post di Raimo, dopo essersi collocato esattamente sullo stesso piano, però, introduce uno scenario in cui il nemico «padrone» viene eliminato. Neppure l’ultrà finita nei guai in Ungheria con la Banda del martello era riuscita a spingersi così tanto.
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Daniele Dell'Orco racconta il Libano come un fronte dimenticato ma ancora in fiamme: bombardamenti continui, un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, e comunità civili, soprattutto cristiane, strette tra due fuochi. Una guerra che dura da decenni e che oggi rischia di degenerare ulteriormente.