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2022-06-18
Peste e cavallette, governo in vigile attesa
Roberto Speranza (Ansa)
I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile.
Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto.
Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino.
Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.
Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme
Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione.
Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
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Il morbo che colpisce i suini mette a rischio un fatturato di 20 miliardi nel comparto dei salumi, la siccità e gli sciami strangolano gli agricoltori. Stefano Patuanelli e Roberto Speranza, tuttavia, applicano il protocollo Covid. Fra ritardi, cure che mancano e inutili vaccini.Invasione di locuste in Sardegna: gli azzurri Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis chiedono di istituire una unità di progetto interforze.Lo speciale contiene due articoli.I nostri campi sono in balia delle piaghe bibliche: la siccità, la peste, le cavallette. Gli appelli cadano da mesi come vox clamans in deserto, ma il deserto ormai c’è, è qui dietro l’angolo. Rischiamo per l’inconcludenza di Roberto Speranza, ministro della Salute, di perdere 20 miliardi di fatturato dei salumi, rischiamo per l’afonia del ministero dell’Agricoltura guidato da Stefano Patuanelli di restare senza riso e in più di vederci penalizzati dall’Europa. Difficile poi stupirsi se l’inflazione alimentare corre al ritmo del 6,7% con aumenti dell’1% mensile. Le risaie del vercellese sono senz’acqua e questo è il momento più delicato per l’accrescimento delle piantine. Metà dei risicoltori hanno scelto la coltivazione in asciutta (significa che il riso viene coltivato come il grano senza il cappotto termico costituito dal velo d’acqua delle risaie), almeno il 40% delle risaie hanno avuto difficoltà nella semina. Il presidente del Piemonte Alberto Cirio ha chiestolo stato di calamità e si fa appello perché vengano aperti in parte gli invasi idroelettrici. Secondo la Coldiretti è già stato perso il 20% delle coltivazioni. Si sta già raccogliendo il grano duro nel foggiano e le stime, sempre causa siccità, vanno dal 15 al 30% in meno del raccolto. In ottobre i prezzi della pasta potrebbero raddoppiare. Il sottosegretario all’agricoltura Gian Marco Centinaio (Lega) ha fatto un appello «perché venga subito attivato lo stato di calamità e si attinga agli 800 milioni del Pnrr agricolo per contrastare questa gravissima crisi». Ma dal governo, mentre la Sardegna combatte contro un’invasione anomala di cavallette (problema annoso e mai affrontato e risolto) che stanno divorando 50.000 ettari di coltivazioni, neppure un fiato. L’emergenza più grave e trascurata è quella della peste suina. Sono a rischio 20 miliardi di comparto che significa i prosciutti di Parma, San Daniele, Toscano, che significa salame di Felino, culatello di Zibello, Ciauscolo, Nduja, Salsiccia di Bra. Vuol dire mettere sotto schiaffo almeno una ventina di Dop, almeno 60.000 posti di lavoro nella trasformazione e quasi altrettanti negli allevamenti per migliaia di imprese. E tutto perché il ministro della Salute Roberto Speranza evidentemente pensava di mettere le mascherine anche ai cinghiali. La peste suina è la fotocopia del Covid quanto a inefficienza del ministero, a compromesso politico, a imbarazzante sottovalutazione. I primi focolai risalgono al 5 gennaio quando in un areale al confine tra Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta furono trovate carcasse di cinghiali morti per peste suina. I provvedimenti presi allora sono stati come al solito isolamento e vigile attesa. Sono stati chiusi alcuni parchi, si è cercato di isolare i cinghiali e chi si è visto si è visto. Il ministero della Salute affermò: «Diffondiamo le Faq così sapete come comportarvi, la malattia non è pericolosa per l’uomo». Il massimo della prevenzione fu pensare a un eventuale indennizzo per chi perdeva i maiali. Come se vendere un animale a 2 euro al chilo sia la stessa cosa che vendere un prosciutto stagionato 36 mesi a 60 euro al chilo. E senza tenere conto del fatto che l’export di salumi per l’Italia vale quasi 5 miliardi di euro. Ma al ministero della Salute poco importa, del resto il primo consulente di Speranza è Walter Ricciardi l’uomo che applaude e appoggia il Nutri-score l’etichetta a semaforo che penalizza il made in Italy e sta lavorando per mettere fuori mercato proprio i salumi italiani. Che oggi sono sotto la scure della Commissione europea che in questi giorni vuole ritirare i fondi di promozione di questi prodotti. In più ci sono gli ambientalisti che son apertamente contro la cattura e l’abbattimento dei cinghiali, il primo vettore della peste suina. Ebbene, quando i cinghiali sono arrivati ad assediare Roma Roberto Speranza, che ha delegato il sottosegretario Andrea Costa all’emergenza peste suina sempre sulla linea Covid, che cosa ha offerto? Non l’abbattimento dei cinghiali, ma il vaccino! Obbedendo più alla Lav, Lega sì ma antivivisezione che agli allevatori, il ministro della Salute ha previsto una campagna di sterilizzazione dei cinghiali. Peccato che fosse scaduta. Perché il ministero ha fatto passare invano il termine del primo marzo scritto nella legge di bilancio 2022 per la sperimentazione del contraccettivo per i cinghiali per cui sono stati spesi 500.000 euro che come le dosi avanzate del vaccino anti Covid sono finiti nel cestino. Ma ci sono gli effetti indesiderati. Così, trovati due maiali infetti nel parco dell’Insugherata, sono stati disposti mille abbattimenti di maiali nelle campagne di Roma. Altri abbattimenti ci sono stati in Sardegna dove il virus era stato debellato e ora è tornato. La peste ha una diffusione rapidissima e il servizio veterinario del ministero della Salute è in costante ritardo. In particolare la Cia - ora guidata dal neo presidente Cristiano Fini - da anni si batte perché vengano fatte catture selettive di cinghiali e ungulati per difendere le produzioni agricole, ma gli animalisti si oppongono. Su Roma la Cia ha messo in mora il governo. «Non si possono replicare le modalità attuate in Piemonte dove, a 3 mesi dall’ordinanza ministeriale, sono stati abbattuti solo 500 dei 50.000 cinghiali stimati nell’area rossa», osserva Fini che è preoccupato per la diffusone della peste. Se attacca la Maremma e risale l’Appennino arriva alla food valley di Parma e il disastro è compiuto. Ma Roberto Speranza tace. Forse pensa che mascherina, vigile attesa e lockdown dei cinghiali salveranno il culatello.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/peste-cavallette-governo-vigile-attesa-2657528338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sardegna-assediata-dalle-locuste-e-ce-chi-reclama-i-lanciafiamme" data-post-id="2657528338" data-published-at="1655521776" data-use-pagination="False"> Sardegna assediata dalle locuste. E c’è chi reclama i lanciafiamme Quella contro le cavallette è una guerra e come tale va combattuta: con ampie risorse pubbliche, un esercito di uomini impiegati per proteggere i raccolti e ogni strumento necessario per combattere la piaga. E c’è chi chiede misure simili a quelle messe in campo nel 1946, quando gli sciami si abbatterono su oltre un milione e mezzo di ettari di superficie, più della metà del territorio regionale. Contro quel flagello fu messa in campo una strategia militare, con tanto di lanciafiamme, insetticidi ed esche avvelenate che pullularono per tutta l’isola. Per questo i parlamentari sardi Ugo Cappellacci e Pietro Pittalis (Forza Italia) hanno proposto una mozione che è stata portata nell’Assemblea regionale dal gruppo azzurro in cui si chiede di istituire una unità di progetto interassessoriale e interforze (Agricoltura, Ambiente, Sanità con corpo forestale e agenzia Forestas) simile a quella creata dalla Regione nel 2014 per l’eradicazione della peste suina africana. L’emergenza è pesante: secondo le prime stime di Coldiretti Nuoro-Ogliastra, gli ettari di terreno colpiti dal colossale sciame sono già 30.000 e si va per i 50.000, per un totale di 200-250 tonnellate di vegetali divorate ogni giorno. Gli sciami sono partiti dalla piana di Ottana, in provincia di Nuoro, per poi spostarsi verso alcuni territori della provincia di Sassari e poi verso la provincia di Oristano. Già all’inizio dello scorso maggio era stato lanciato l’allarme cavallette, segnalando la distruzione di venticinquemila ettari di terreno coltivato nell’epicentro dell’invasione. Secondo gli esperti, con gli insetti ormai adulti si possono solo limitare i danni fino alla fine di luglio, quando gli animali scompariranno. L’emergenza riguarda però le uova, per evitare di ritrovarsi ogni anno in una situazione più grave dell’anno precedente. «È necessaria un’organizzazione degli interventi per contrastare quella che è diventata una vera e propria piaga per la Sardegna», sostengono i parlamentari sardi autori della proposta, «insieme ad un coordinamento che veda il pieno coinvolgimento delle rappresentanze territoriali, che assicuri un’informazione capillare nel mondo delle campagne». L’idea è piaciuta a Coldiretti Nuoro-Ogliastra, che ritiene l’unità di progetto «indispensabile di fronte ad un fenomeno devastante e insostenibile per centinaia di aziende agricole e oltre 30.000 ettari che ricadono in tre province (Nuoro, Sassari e Oristano). Occorre», spiega il presidente Leonardo Salis, «mettere in pratica e coordinare tutti gli interventi necessari per fermare una aggressione che dopo quattro anni sta prendendo il sopravvento e sembra ingovernabile». Al question time di un paio di giorni fa, il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, Stefano Patuanelli, ha escluso la possibilità di ristori immediati con risorse nazionali, ma non quella della dichiarazione dello stato d’emergenza e dell’eventuale nomina di un commissario. «L’infestazione di cavallette non rientra negli ambiti per i quali è possibile attivare gli interventi compensativi del Fondo di solidarietà nazionale», ha spiegato il ministro, «autorizzati in esenzione di notifica ai sensi della normativa europea sugli aiuti di Stato al settore agricolo». Ma oltre alle misure per tamponare l’emergenza e aiutare chi è stato colpito, importante è, come si è detto, intervenire per evitare danni ancora peggiori nella prossima estate. Per Confagricoltura Sardegna «i tempi per programmare i nuovi interventi sono davvero stretti, se vogliamo mettere al sicuro la prossima stagione agraria».
La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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