Gianluigi Paragone racconta la sua esperienza in Italexit e ammonisce il generale Vannacci sulla difficoltà di superare la soglia di sbarramento alle elezione senza una struttura partitica forte alle spalle.
David Yambio e Juan Branco (Ansa)
Luca Ciriani in Aula: «Nessun contratto rescisso da Paragon. Azioni legali contro chi ci ha accusato di aver sorvegliato i giornalisti». Intanto, pure un sudanese che ha denunciato l’Italia alla Cpi dice di essere stato spiato. Ed è difeso da Branco, il legale vicino a Soros.
C’è un altro nome nella lista di chi sostiene di essere stato spiato con il software Paragon. Si chiama David Yambio, sudanese, presidente dell’associazione Refugees in Libya. Durante una conferenza stampa al Parlamento europeo, l’altro giorno, ha dichiarato: «Dal 13 novembre il mio telefono è stato colpito con uno spyware in Italia, un Paese che dovrebbe proteggermi. Ma come faccio a sapere se qualcuno non sta dando le mie informazioni ad Almasri (il generale libico, ndr), a chi mi cerca e magari mi vuole torturare?». Insieme ad Alnoor Mohammadiaen Adam, sudanese pure lui, è tra coloro i quali hanno presentato la denuncia alla Corte penale internazionale contro il governo italiano nella vicenda Almasri. E chi rappresenta questi due attivisti? L’avvocato Juan Branco e il suo collega Omer Shatz, l’israeliano a capo della squadra legale della fondazione olandese Front-Lex, finanziata da George Soros che supporta la battaglia davanti alla Cpi. Branco, invece, ha un curriculum che parla da solo. Figlio di una psicanalista spagnola e di un produttore cinematografico portoghese, ha studiato nelle migliori scuole di Francia e poi a Yale. Ha collaborato con Julian Assange, con Wikipedia, con l’ex premier di destra Dominique de Villepin e poi con i socialisti di Francois Hollande. Infine si è candidato con l’estrema sinistra di La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Ha manifestato con i gilet gialli e li ha anche difesi in Tribunale. In Africa si è fatto arrestare come sobillatore di folle e si dice sia molto vicino alla Russia. Nel suo passato c’è di tutto. Quando era studente avrebbe creato un blog in cui prendeva di mira i compagni con insulti sessisti e omofobi. Uno dei bersagli? Il futuro premier francese Gabriel Attal.
Poi c’è la storia dello scandalo pornografico che ha fatto cadere il pupillo di Emmanuel Macron, Benjamin Griveaux. Con tanto di video intimo del candidato sindaco di Parigi diffuso anche grazie a Branco, che all’epoca era avvocato dell’artista russo Piotr Pavlensky (noto per performance come la crocifissione del proprio scroto sulla Piazza Rossa a Mosca) e della sua compagna Alexandra De Taddeo. Branco sarebbe diventato complice di entrambi nella diffusione del filmato e loro avvocato dopo l’arresto della coppia. Aurélie Filippetti, ex ministro della Cultura, ha definito Branco, suo vecchio stagista, un giovane «manipolatore e megalomane», ma anche «rusé», furbo, machiavellico, come ha ricordato Il Foglio. Nel 2021, poi, si è infilato nel mondo del calcio. Ha cercato di bloccare il trasferimento di Lionel Messi al Paris Saint-Germain, denunciando presunti aiuti di Stato al club parigino. E, manco a dirlo, ha portato la battaglia fino alla Corte di giustizia dell’Ue. L’elenco delle sue imprese è lungo. E contiene anche una sospensione dall’albo degli avvocati (appellata) per aver pubblicato sui suoi social estratti di un procedimento penale nel quale era stato accusato di stupro da un’attrice.
Nel 2016, senza essere ancora iscritto all’Ordine degli avvocati, si offrì di difendere Salah Abdeslam, l’unico superstite del commando degli attentati dell’Isis a Parigi. Lo scorso anno, invece, ha preso le difese di Kemi Seba, cittadino francese di origini beninesi e attivista panafricano ritenuto vicino a Mosca, accusato di ingerenza straniera in Francia, arrestato dopo aver bruciato pubblicamente il suo passaporto. Ogni volta, Branco sa dove attendere i riflettori.
Intanto il governo Meloni è passato al contrattacco. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, è stato chiaro: «Il governo intende adire le vie legali contro chiunque lo accusi di aver spiato giornalisti. Nessuno ha spiato i giornalisti, al massimo li abbiamo portati in salvo». Poi ha aggiunto: «Nessuno ha rescisso alcun contratto nei confronti dell’intelligence, tutti i sistemi sono operativi. Compete all’autorità giudiziaria accertare l’origine delle vulnerabilità denunciate, i servizi italiani sono concentrati nel dare risposte, già arrivate davanti al Copasir con il direttore di Aise». Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha aggiunto: «Se c’è stato un uso improprio di Paragon, lo accerterà la magistratura. Noi abbiamo fatto i nostri accertamenti, lato Intelligence».
Nel mirino dei servizi segreti, nei giorni scorsi, è finita anche la diffusione (sembra involontaria) ai giornali di una nota riservata inviata alla Procura di Roma. Il Dis ha, per questo, presentato un esposto a Perugia contro la pubblicazione della velina da parte del quotidiano Domani. Ma adesso il Dis, diretto da Vittorio Rizzi, impegnato a difendere il buon nome della nostra intelligence, ha annunciato una querela direttamente contro due quotidiani: Il Foglio e L’Unità di Piero Sansonetti che avevano fantasticato su presunte indicibili trattative tra i nostri servizi e il governo libico. Probabilmente gli 007 si sono stancati di giornali che tutti i giorni trattano questioni sensibili, spesso coperte dal segreto di Stato, con la disinvoltura e la superficialità con cui si raccontano i retroscena politici.
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Che vada con il Pd o corra da solo, il fondatore di Azione ha voti inversamente proporzionali al suo ego e alla sua arroganza. Sotto la soglia anche Matteo Renzi, mentre la supera Gianluigi Paragone di cui non parla nessuno. Ma i giornalisti italiani vivono di strani innamoramenti. Il centrodestra è dato al 48%. E trova l’intesa sull’introduzione della flat tax in cinque anni.
Per alcune settimane l’Italia è rimasta in attesa che Carlo Calenda decidesse se alle prossime elezioni lo si sarebbe notato di più qualora si fosse alleato con il Pd oppure se la visibilità sarebbe stata maggiore in caso avesse optato per una corsa in solitaria. Articoli, commenti, appelli dell’establishment cultural-politico: la scelta del fondatore di Azione per giorni ha tenuto banco, riempiendo le pagine dei giornali di dotte analisi sugli effetti che tale decisione avrebbe potuto provocare sul futuro del Paese. Alla fine, come è noto, il Churchill dei Parioli, autonominatosi interprete unico dell’Agenda Draghi, ha preferito rompere con il Pd per allearsi, forse, con Italia viva di Matteo Renzi.
Dopo avere archiviato l’intesa con il partito di Enrico Letta, infatti ora la stampa tutta segue con apprensione gli sviluppi della trattativa per dare vita a un terzo polo, con Calenda e l’ex presidente del Consiglio, il quale per favorire l’accordo pare perfino essere disposto a cedere il posto di prima donna all’ex ministro, indicandolo come presidente del Consiglio in caso di vittoria.
Il problema è che per settimane si è discusso di niente e ancora oggi si continua a dibattere del nulla. Calenda e Renzi infatti, non hanno alcuna probabilità di vincere le elezioni. Che si mettano insieme o decidano di correre da soli, nessuno di loro ha alcuna concreta possibilità di diventare premier. E quasi certamente non l’avrebbero avuta nemmeno se entrambi avessero deciso di stringere un patto con Il Pd, ossia con il maggior partito della sinistra. Dopo settimane di chiacchiere, una media ponderata dei sondaggi più recenti ha attribuito a Renzi una percentuale del 2,2% e a Calenda del 2%. Tanto per essere chiari, se questo sarà il risultato, né il primo né il secondo entreranno in Parlamento, perché la legge elettorale prevede una soglia di sbarramento al 3%. Giusto per capirci, e soprattutto per comprendere come giornali e tv abbiano alimentato per giorni un dibattito privo di sostanza, Italexit, il partito guidato dall’ex giornalista Gianluigi Paragone, sebbene nessuno ne parli è accreditato dagli esperti di un consenso superiore a quello di Calenda. Una percentuale ovviamente maggiore anche di quella di cui godrebbe Renzi.
Il fondatore di Azione, da quando è iniziata la campagna elettorale pone condizioni per concedere i suoi favori, ma l’arroganza con cui detta legge è inversamente proporzionale ai suoi voti. Verdi e Sinistra italiana, i due partiti che Calenda voleva escludere dall’accordo con il Pd, per i sondaggisti hanno il doppio dei voti di cui dispone l’ex ministro.
Peraltro, se anche il Churchill dei Parioli avesse accettato di fare parte dell’ammucchiata di Letta, con Bonelli, Fratoianni e, soprattutto, Di Maio, le cose sarebbero cambiate poco. Tutti insieme, i micropartitini guidati dai tre fanno il 5% (ammesso e non concesso che i voti si possano sommare) e con Calenda sarebbero arrivati al 7, percentuale sufficiente a far sfiorare il 30% alla coalizione di centrosinistra, ma non in grado di far oltrepassare a Letta e compagni quella soglia.
Rappresentando meno di un terzo dell’elettorato attivo, il campo largo del segretario del Pd non sarebbe bastato a far sbocciare nessuna maggioranza di governo. Soprattutto considerando che al centrodestra in questo momento è attribuita una percentuale intorno al 48%.
Ovviamente, siamo certi che aver svelato l’irrilevanza di Carlo Calenda nella campagna elettorale non metterà fine alla sitcom a cui ha dato vita il fondatore di Azione. Da qui al 25 settembre siamo convinti che ci toccheranno altre puntate del tormentone politico che va in onda a testate unificate ormai da tempo. Dal giorno in cui prese la tessera del Pd per poi stracciarla, salvo poi pretendere che il Partito democratico lo candidasse sindaco di Roma, il guastafeste dei Parioli è uno di quei mostri di cui ogni tanto la stampa del nostro Paese si innamora, scambiando i propri desideri per la realtà. Se toccasse ai cronisti politici decidere, Calenda sarebbe già a Palazzo Chigi da un pezzo. Infatti, chi altri è in grado di garantire un tweet quotidiano che valga un titolo? Detto in altre parole, più le spara grosse e più la stampa lo adora...
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Il leader di Italexit, Gianluigi Paragone (Imagoeconomica)
Alternativa usa come scusa la candidata di Casa Pound e rompe con Gianluigi Paragone. Così dimostra di scimmiottare la sinistra.
Sembra che la paranoia sia sempre la stessa, a ogni livello. La posizione delle forze di sinistra è uguale ogni volta: o si fa come decidono loro, oppure scatta l’allarme fascismo. Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla triste cagnara montata dal Partito democratico dopo la caduta del governo Draghi. Di fronte al sano e fisiologico moto della democrazia (un esecutivo si sfascia, dunque si torna a votare) immediatamente è iniziato il delirio sulle presunte forze oscure della reazione in agguato. Il centrodestra e Giorgia Meloni sono stati dipinti come pericolosi nostalgici pronti a creare un nuovo e temibile regime. Repubblica per giorni ha insistito a pubblicare articoli terroristici sui presunti legami di Fratelli d’Italia con chissà quali ali estreme della destra più nera. Ebbene, ora assistiamo a una polemica analoga, ugualmente triste, ma utile a smontare un po’ di ipocrisie in varie direzioni.
Nei mesi scorsi si è assistito a una notevole mobilitazione per la creazione di una sorta di chimera chiamata «fronte unico del dissenso». Vari movimenti che, delusi dai partiti tradizionali, negli ultimi due anni hanno animato le piazze e hanno creato iniziative importanti contro il green pass e le imposizioni della Cattedrale sanitaria hanno cercato di darsi uno sbocco politico più diretto. In molti hanno auspicato la nascita di un movimento che comprendesse sotto un unico ombrello tutte le realtà, ma come era fin dall’inizio prevedibile, ciò non è avvenuto. E il motivo è molto facile a dirsi: alla fine ha prevalso la politica nel senso deteriore del termine. Tante erano le personalità motivate e oneste, pronte a spendersi per la causa. Ma altrettanti erano i furbetti in cerca di visibilità, ansiosi di capitalizzare l’opposizione di strada. Così, alla fine, solo pochissimi movimenti e partiti strutturati sono usciti integri dal ribollente calderone «dissenziente». Il più visibile di questi è probabilmente Italexit di Gianluigi Paragone, che da subito si è schierato in netta opposizione alle politiche autoritarie messe in atto dai governi Conte e Draghi sul piano sanitario.
Come noto, a questo come ad altri movimenti di recente creazione è stato gettato un bel macigno sulle spalle: la raccolta firme necessaria alla presentazione delle liste. Basta studiare anche solo superficialmente la questione per comprendere che si tratta di una misura decisamente antidemocratica. A prescindere da ciò che di essi si pensi, perché questi partiti devono avere vita difficile e non possono almeno provare a giocarsela serenamente in sede elettorale? Mistero (nemmeno troppo buffo).
Per aggirare lo scoglio, Italexit ha tentato un appartamento con il movimento Alternativa di Pino Cabras e Francesco Forciniti, arrivati a suo tempo in Parlamento con il Movimento 5 stelle. Sulle prime sembrava che l’unione fosse fatta, ma ecco che, negli ultimi giorni, ha ripreso a manifestarsi l’antica psicosi sinistra. Alternativa non ha trovato un accordo con Italexit sui nomi delle persone da inserire in lista. Chissà, magari pretendeva garanzie o qualche posto più sicuro, fatto sta che ha mollato il colpo e, con stile degno del Pd, ha pensato bene di buttarla sul fascismo.
«Nella composizione in dettaglio delle liste presentata da Italexit abbiamo riscontrato la presenza, anche in ruoli di capolista, di candidati organici a formazioni di ispirazione neofascista. Non vogliamo che le liste siano condizionate dal peso ideologico di esponenti del fascismo nostalgico favoriti dal meccanismo delle liste bloccate», dice il comunicato diffuso da Alternativa. Chi sarebbero questi spaventosi nostalgici? Carlotta Chiaraluce, che negli anni passati si è fatta notare per le sue battaglie con Casa Pound. Secondo gli ex 5 stelle, la giovane candidata è inaccettabile in quanto avrebbe «connotazioni personali d’ispirazione fascista militante». A parere di Paragone, il fascismo è un pretesto: «Italexit voleva riunire intorno a un unico progetto le forze che in questi mesi si sono opposte al green pass, al vaccino obbligatorio e alle imposizioni sanitarie dei governi Conte e Draghi, senza discriminarne nessuna», dice il leader del movimento. «Purtroppo, abbiamo dovuto prendere atto che l’unico interesse di Alternativa era di ottenere posizioni in lista e di usare Italexit come un taxi per il Parlamento».
È facile che dietro a tutto ci siano ragioni di bottega. Ma al centro resta la questione psicotica. È possibile che ogni volta, e a ogni livello, si finisca a tirare in ballo il fascismo? Persino coloro che vorrebbero «combattere il sistema» si appropriano del più classico degli argomenti mainstream, e usano le stesse tecniche di demonizzazione dell’avversario usate da chi, nei mesi, passati, ha sventolato lo spauracchio no vax prima e putiniano poi.
La faccenda ha del grottesco. Per altro, involontariamente, Alternativa crea un esilarante cortocircuito con le uscite di Repubblica. Secondo il giornale progressista, il veicolo dei perfidi fasci sarebbe la Meloni; a parere degli ex 5 stelle i cattivoni stanno invece con Paragone, il quale si pone in netto dissenso anche rispetto a Fdi. Davvero curioso.
Alla fine della fiera, il succo è sempre lo stesso. In Italia esiste un retaggio progressista che impedisce qualunque passo avanti. È evidente che le categorie tradizionali, di fronte alle sfide politiche di questi anni, siano esplose. La vera linea di demarcazione, oggi, è fra chi è a favore del sistema dominante e chi lo contesta. In molti, anche a sinistra, lo hanno compreso. Ma troppo spesso l’ottuso pregiudizio rimane. Pure fra chi intende presentarsi quale antagonista duro e puro: per costoro è meglio adeguarsi alle regoline mainstream che portare avanti battaglie insieme con i «temibili destrorsi», per quanto giuste esse siano.
La lezione da apprendere è dura ma importante. Il dissenso vero non lo creano gli slogan e le pose, ma la serietà, i contenuti densi e l’apertura mentale. Tutto il resto è pallida caricatura del Pd.
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Il leader di Italexit, Gianluigi Paragone (Ansa)
- La loro raccolta è necessaria per partecipare al voto ma è resa difficoltosa dal periodo estivo. Due le soluzioni: o costituire cartelli elettorali (vedi Azione con +Europa) oppure, come chiede Gianluigi Paragone di Italexit a Sergio Mattarella, «abbassare o eliminare l’obbligo».
- Il documento che smonta la bufala del Pnrr che salta a causa della crisi. Circolare di Mario Draghi ai ministeri sui limiti (ampi) di operatività del governo: il Piano c’è.
Lo speciale contiene due articoli.
La campagna elettorale è partita. Si voterà il 25 settembre, ma gli adempimenti burocratici in vista dell’apertura delle urne sono molti e non per tutti i partiti sarà semplice riuscire a compiere tutti i passaggi. L’ultima legislatura è stata caratterizzata da moltissime frammentazioni che hanno portato alla creazione di piccoli gruppi e partiti. Saranno proprio loro ad avere i problemi più grandi per presentare le proprie liste.
Secondo la legge, infatti, i partiti dovranno presentare i simboli da inserire nella scheda elettorale tra le ore 8 del 44° giorno e le ore 16 del 42° giorno precedente il voto, quindi tra il 12 e il 14 agosto. Le liste dei candidati e tutti i documenti relativi alle candidature, invece, dovranno essere depositati tra il 21 e il 22 agosto alla cancelleria della Corte d’appello. I partiti avranno meno di un mese per decidere il proprio simbolo, 30 giorni per stilare le liste dei candidati dei collegi plurinominali e decidere quali nomi inserire negli uninominali. In caso di alleanze, per i collegi uninominali bisognerà anche inserirci le trattative necessarie per arrivare alla sintesi di un nome unico.
La difficoltà più grande è rappresentata dalla raccolta firme necessaria per presentarsi alle elezioni. Non tutti i partiti ne sono soggetti: in particolare l’articolo 6 bis stabilisce che sono esonerati dalla raccolta firme «i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 31 dicembre 2021». A non dover pensare a questo, quindi, sono la maggior parte dei partiti: Pd, Movimento 5 stelle, Liberi e Uguali, Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Italia Viva e Coraggio Italia. Oltre a questi anche +Europa-Centro Democratico per aver «presentato candidature con proprio contrassegno alle ultime elezioni della Camera dei deputati o alle ultime elezioni dei membri del parlamento europeo spettanti all’Italia in almeno due terzi delle circoscrizioni e che abbiano ottenuto almeno un seggio assegnato in ragione proporzionale». Infine anche Noi con l’Italia di Maurizio Lupi non dovrà presentare le firme per aver «concorso alla determinazione della cifra elettorale nazionale di coalizione avendo conseguito, sul piano nazionale, un numero di voti validi superiore all’1 per cento del totale».
A rimanere fuori, quindi, il neonato «Insieme per il futuro», gruppo scissionista del Movimento 5 stelle guidato da Luigi Di Maio, Alternativa c’è, altro gruppo di scissionisti grillini guidati da Barbara Lezzi, Potere al Popolo, Verdi Europei, Ancora Italia, il Partito Comunista di Marco Rizzo , Riconquistare l’Italia, Italexit di Gianluigi Paragone e Azione di Carlo Calenda. Il numero delle firme da consegnare dipende dai collegi plurinominali: alla Camera sono 49 (26 al Senato, ma visto che si può firmare per entrambe le liste, la raccolta delle firme per la Camera alta non è un problema). Con le elezioni anticipate, la legge dimezza il numero di firme richieste per collegio che scende a 750 invece delle solite 1.500.
Quindi sostanzialmente per presentarsi alle urne in tutta Italia bisognerebbe raccogliere 36.750 firme per Montecitorio e 19.500 per Palazzo Madama. È vero anche che non è obbligatorio presentarsi in tutti i collegi, ma a meno collegi ci si candida, più è difficile che si raggiunga la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento, fissata ora al 3%.
Le firme oltretutto dovranno essere autenticate per dimostrare che siano di elettori che votano nel collegio in cui le firme si presentano. Questo serve ad evitare che chi è vive e vota a Milano, per esempio, possa firmare per un collegio della Sicilia. Per essere considerate autentiche è necessaria la presenza di sindaci, amministratori locali o funzionari comunali, notai o avvocati. Le opzioni esistenti per ovviare a questo problema sono essenzialmente due: la prima consiste in un intervento legislativo ad hoc, la seconda soluzione, più pratica, è quella di costruire dei cartelli elettorali.
Sembra essere questa proprio l’intenzione del partito di Calenda, Azione, che molto probabilmente si presenterà alle elezioni insieme a +Europa-Centro Democratico, risolvendo così anche il problema delle firme, oltre che quello dello sbarramento. Possibile che anche Luigi Di Maio utilizzi la stessa strategia per levarsi il problema delle firme con Insieme per il futuro. Lo lascia intendere quando lancia un appello per fare il partito dell’agenda di Draghi, un altro modo di chiamarlo cartello.
Per il leader di Italexit, Gianluigi Paragone l’espletamento degli impegni burocratici al fine della presentazione delle liste sarà reso arduo anche e soprattutto dal periodo estivo: «Sarà difficile trovare tutti gli avvocati che serviranno per autenticare le firme nella settimana di Ferragosto», e propone una soluzione: «Basterebbe un intervento del presidente della Repubblica teso a semplificare l’iter in questa fase di emergenza elettorale. Si potrebbe abbassare il numero delle firme a 350, come accaduto già la prima volta che fu introdotto il Rosatellum. Oppure eliminarle del tutto consentendo la partecipazione al voto ai partiti registrati come Italexit».
Il senatore ha poi concluso: «Questa dovrebbe essere una battaglia di tutti perché eliminare i partiti del dissenso dalla gara elettorale non è un grande esercizio di democrazia».
Il documento che smonta la bufala del Pnrr che salta a causa della crisi
Sono stati in molti a gridare allo scandalo perché, con la crisi di governo e le dimissioni del premier Mario Draghi nelle mani del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, rischiavano di saltare tutti i piani legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e a quello Nazionale complementare. Secondo la circolare sugli affari correnti firmata da Mario Draghi e inviata a tutti i ministeri, però, la realtà sarebbe ben diversa. Certo, in generale, il piano d’azione del governo sarà ridotto, ma la continuità del governo resta garantita, pena la paralisi dello Stato.
Come si può leggere nella missiva, il governo Draghi «rimane impegnato nell’attuazione delle leggi e delle determinazioni già assunte dal Parlamento e nell’adozione degli atti urgenti, compresi gli atti legislativi, regolamentari e amministrativi necessari per fronteggiare le emergenze nazionali, le emergenze derivanti dalla crisi internazionale e la situazione epidemiologica da Covid-19».
Inoltre, alle questioni già aperte, si aggiunge «l’attuazione legislativa, regolamentare e amministrativa del Piano nazionale di ripresa e resilienza e del Piano nazionale per gli investimenti complementari». In parole povere, il governo uscente continuerà ad avere tra le sue priorità tutti gli atti legislativi legati alla crisi russo ucraina, agli effetti della pandemia del Covid-19 e all’attuazione di Pnrr e Pnc. Sempre in tema di attività normativa, inoltre, l’esecutivo non prenderà in considerazione nuove leggi, «salvo quelli imposti da obblighi internazionali e comunitari».
La circolare ha dedicato un intero paragrafo anche alle nuove nomine. L’attuale governo Draghi potrà «procedere soltanto a nomine, designazioni e proposte strettamente necessarie, perché vincolate nei tempi da leggi o regolamenti», e quindi «derivanti da esigenze funzionali, non procrastinabili oltre i termini di soluzione della crisi, per assicurare pienezza e continuità nell’azione amministrativa».
Detto in parole povere, ogni nuova designazione dovrà passare dal presidente del Consiglio e dovrà essere strettamente necessaria e funzionale alle attuali esigenze del governo. Un altro capitolo della comunicazione inviata da Draghi ai ministeri riguarda quello che i capi dei singoli dicasteri potranno o non potranno fare. Il documento garantisce la «partecipazione di rappresentanti del governo in Assemblea e nelle Commissioni per l’esame dei disegni di legge di conversione dei decreti legge e nelle altre occasioni in cui sarà richiesta dalle Camere».
In più, a tutti i responsabili dei dicasteri è stato richiesto di «predisporre ogni utile elemento e documentazione riguardo l’organizzazione e il funzionamento dei ministeri e dei dipartimenti cui sono preposti, nonché sullo stato delle attività e delle iniziative in corso, al fine di una completa e tempestiva informazione nei confronti della presidenza del Consiglio». Draghi ha anche chiesto a tutti i ministeri di fornire un elenco di tutte le attività amministrative in corso e in scadenza. In dettaglio, nella missiva, si ricorda che il ministero dell’Economia e delle finanze, «eserciterà i diritti dell’azionista nelle società partecipate, previo assenso del presidente del Consiglio».
Nulla cambia, invece, per quanto riguarda «l’autonomia di soggetti disciplinati da statuti o regole privatistiche che li sottraggono a direttive o a indirizzi di governo».
Il primo ministro Draghi con ogni probabilità discuterà della continuità governativa anche nel corso della riunione con i leader di Cgil, Cisl e Uil che si terrà il prossimo 27 luglio. Sarà un incontro importante nel quale affrontare il pacchetto di riforme per fronteggiare la crisi economica e sociale che stiamo vivendo.
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