C’è una data cerchiata di rosso sul calendario di Alessandro Del Piero, lo storico numero 10 della Juventus e asso della nazionale campione del mondo 2006. È quella di domani, mercoledì 27 novembre, quando comparirà di fronte alle telecamere di Sky per il consueto commento delle partite di Champions League. A quanto trapela, ma non c’è nulla di ufficiale, in quell’occasione Pinturicchio (come lo soprannominò l’avvocato Gianni Agnelli ai tempi della Juve di Marcello Lippi) potrebbe annunciare la sua candidatura alla presidenza della Federcalcio. La notizia circola ormai da qualche giorno. E il diretto interessato non ha ancora smentito. Anche perché si sarebbe fatto convincere dell’importanza e della strategicità di un suo futuro ruolo alla guida della Figc. Del Piero, infatti, potrebbe essere il pacificatore, l’uomo che potrebbe finalmente archiviare una stagione di veleni che dura da ormai troppo tempo, ovvero da quando Gabriele Gravina si è insediato in via Gregorio Allegri a Roma nel 2018. La candidatura del fantasista bianconero potrebbe avere un sottotitolo, cioè quello di restituire il calcio alle persone. Negli ultimi anni il palazzo della Figc è diventato sempre più impenetrabile, dilaniato da veleni, inchieste, vendite di libri antichi e polemiche che poco hanno a che fare con il mondo della «pedata» (copyright Gianni Brera). Il nome di Del Piero sta riscuotendo successo. Piace molto tra le squadre di serie A e di B. Trova consensi tra calciatori e allenatori. Dato il suo standing internazionale (è uno dei pochi calciatori a aver giocato in tutti i continenti) potrebbe trovare sponsor anche all’estero, tra Fifa e Uefa. Anche se il suo cammino non sarà di certo semplice. Al momento l’assemblea, cioè quella di due settimane fa, continua a essere un avamposto di Gravina, anche perché tra Calciatori (20%), allenatori (10%),dilettanti (34%), Lega Pro 12% e le squadre di Serie A e Serie B che comunque valgono insieme il 24%, l’attuale presidente continua a riscuotere consensi. Del resto, i rappresentanti delle varie anime sono sua diretta espressione, a cominciare da Giancarlo Abete, presidente della Lega Nazionale dilettanti che continua ad avere un peso non indifferente dentro la Figc. La riforma prevista dall’emendamento Mulè, alla fine, non è passata. Le leghe professionistiche sono salite al 36% di rappresentanza, hanno superato il 34% dei dilettanti, ma non sono arrivate al 51% auspicato dal parlamentare di Forza Italia. Insomma, c’è un cauto ottimismo su Del Piero. Ieri anche Giovanni Malagò, numero uno del Coni, ha abbozzato un commento positivo senza (chiaramente) sbilanciarsi. «Ho letto questa notizia e mi ha sorpreso. Non ho la più pallida idea se ci sia un elemento di veridicità, anche se penso sia probabile. Sarebbe una notizia importante, ma serve anche un elemento di certezza. Figuriamoci se mi metto a commentare, non aggiungo altro». Ha rincarato i complimenti anche lo zio Beppe Bergomi. «Alex lo conosco bene perché lavoriamo insieme a Sky. So qual è il suo pensiero, so come vede il calcio, è un ragazzo preparato, ha voglia di far bene. Se fosse così sarebbe ottimo, perché sono personaggi di spessore e di cultura. Sarebbe perfetto. La accoglierei bene, a 50 anni è pronto». La candidatura di Del Piero, però, come detto dovrà essere sostenuta da tutti perché vada in porto. L’attuale presidente non ha ancora sciolto le riserve sua una sua possibile ricandidatura: «Mi ricandido? So di avere numeri importanti, la certezza del risultato c’è, il problema è un altro: capire se ci sono i presupposti per guidare la federazione con una serenità diversa e una prospettiva per il calcio italiano» va ripetendo Gravina a chi gli domanda delle sue prossime mosse. Può decidere fino al 25 dicembre, anche perché il rinnovo delle cariche federali è previsto per il prossimo 3 febbraio a Roma presso l’Hotel Cavalieri A Waldorf Astoria. Di sicuro sulla strada dell’attuale presidente potrebbe pesare l’inchiesta della Procura di Roma, che lo vede indagato per autoriciclaggio e appropriazione indebita per fatti che risalgono ai tempi della Lega Pro. Nei giorni scorsi il Tribunale del riesame di Roma, ha rigettato la richiesta di sequestro dei 140.000 euro, ma ha riconosciuto la validità dell’impianto accusatorio. Gravina avrebbe orchestrato operazioni di trasferimento di denaro, anche a suo vantaggio, usando la propria collezione di libri e anche la LegaPro di cui era presidente. Ora bisognerà aspettare le prossime mosse della Procura e del giudice per le indagini preliminari. Di sicuro è la politica che non pare volersi fermare. Ci sarebbero già due interrogazioni parlamentari al ministro Andrea Abodi, pronte per essere depositate sulla figura dell’attuale presidente della Federcalcio, dove si chiederebbe conto delle presunte violazioni dei principi di lealtà, probità e correttezza previsti dal Codice di giustizia sportiva. Sono infatti questioni che dovrebbero interessare gli organi di vigilanza del Coni e della stessa Federcalcio. L’articolo 2 del Codice di comportamento sportivo del Coni stabilisce «che i tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo devono comportarsi secondo i principi di lealtà e correttezza in ogni funzione, prestazione o rapporto comunque riferibile all’attività sportiva». In questa chiave appare abbastanza strano il comportamento degli organi di giustizia federale, come il Procuratore generale dello Sport o il garante del Codice di comportamento sportivo, che fino adesso hanno preferito prendere posizione. Di sicuro Del Piero questi problemi non ne ha.
Il presidente e fondatore di Technogym, Nerio Alessandri, traccia la strada in vista di Milano Cortina 2026, di cui sarà fornitore ufficiale: «I Giochi rappresentano una grande occasione per l’intero Paese per promuovere la cultura dello sport e del wellness con un duplice obiettivo: diffondere la cultura della salute e della prevenzione e presentare l’Italia al mondo come il Paese del benessere e della qualità della vita».
Mancano poco più di 14 mesi all'inaugurazione delle Olimpiadi invernali 2026 che si terranno in Italia a Milano e Cortina. Ieri, presso la sede milanese di Technogym, è stata presentata la partnership tra l'azienda leader a livello mondiale nei prodotti e tecnologie digitali per il wellness, il fitness, lo sport e la salute e Fondazione Milano Cortina 2026.
Si tratta di un accordo di collaborazione che ufficializza l’ingresso dell’azienda italiana nella squadra dei partner dei prossimi Giochi olimpici e paralimpici invernali e che definisce la continuità di una storia che va avanti da 24 anni, precisamente da Sydney 2000. Da allora Technogym ha fornito con i suoi prodotti e la sua tecnologia ben nove edizioni delle Olimpiadi e Milano Cortina 2026 sarà la decima che vedrà l'azienda fondata e guidata da Nerio Alessandri partner di riferimento del movimento olimpico. Per l'occasione Technogym ha presentato due progetti: uno dedicato all'allenamento dei 3.500 atleti olimpici e paralimpici che parteciperanno ai Giochi, l'altro per dare e lasciare un contributo importante alla legacy, ovvero all'eredità che le Olimpiadi lasceranno al territorio. Il primo progetto, Technogym ecosystem, prevede l'allestimento di sei villaggi olimpici completati da tutte le tecnologie in grado di rispondere alle esigenze di tutti gli atleti e coach di ogni disciplina e 22 centri di preparazione atletica con circa 1.000 attrezzature installate, oltre un team di 50 trainer messi a disposizione per aiutare gli atleti a usare al meglio i prodotti.
Oltre a ciò, però, sarà importante farsi trovare pronti per quello che queste Olimpiadi lasceranno in eredità non solo a Milano e Cortina, ma a tutto il Paese. Si tratta sì di un grande evento sportivo, ma soprattutto una enorme opportunità culturale per l'Italia, motivo per cui sarà di fondamentale importanza lasciare una legacy, sia a livello di infrastrutture che a livello culturale, legata alla diffusione della cultura dello sport, della prevenzione e della salute. Vanno in questa direzione i due Per questo Technogym ha ideato e progettato Milano wellness city, per creare a Milano la prima città del wellness, e Cortina in wellness, per contribuire a fare di Cortina non solo una destinazione di sport invernali o estivi, ma anche una meta legata al wellness e alla qualità della vita.
Ne è fermamente convinto Nerio Alessandri: «Oggi siamo pronti per fare dell'Italia, Milano Cortina, un progetto imprenditoriale che significa realizzare qualcosa contro tutto e tutti quelli negativi» - ha spiegato il fondatore di Technogym - «Sono convinto che grazie alla nostra esperienza possiamo fare un qualcosa che va molto oltre: perché non far diventare l'Italia il primo produttore al mondo di qualità della vita, di sport, di benessere, mettendo a sistema tutte le eccellenze che già esistono, ma che non si parlano tra loro: fashion, food, sport, fitness, design, tecnologia. Abbiamo tutto perché l'Italia possa diventare la culla della qualità della vita». Alessandri ha puntualizzato poi: «Milano Cortina deve rappresentare un punto di partenza, non di arrivo, perché quando il giorno dopo si spengono i riflettori ci sono due possibilità: o ti sei preparato prima per una legacy, oppure sei impreparato e vai in depressione. Noi non ci andremo, perché stiamo parlando ora di come lasciare una legacy. Milano sarà la prima wellness city al mondo. Abbiamo gli stakeholders: Milan, Inter, Fondazione Milano Cortina, Bocconi, Politecnico, Confindustria, Humanitas, San Raffaele, Federalberghi, Intesa Sanpaolo. Cortina deve tornare ai fasti degli anni Sessanta. Ho detto ai cortinesi, senza offesa, che oggi al di fuori della valle e dell'Italia non la conosce nessuno. La conoscevano, ma se oggi vai in Asia, in America, non la conoscono. Le Olimpiadi rappresentano una grande fortuna, perché da quel momento la conosceranno in tutto il mondo». Infine, ha concluso Alessandri: «Tutti insieme sogniamo le Olimpiadi, ma sogniamo il dopo Olimpiadi, perché sarà un'opportunità per lo sport e per l'economia dell'Italia. Lo sport è l'abilitatore per una sana longevità, per una prevenzione e per risparmiare soldi per lo Stato. Star bene conviene allo Stato, alle imprese e alle persone».
A raccogliere le parole del presidente e fondatore di Technogym, è stato il ministro dello Sport Andrea Abodi, intervenuto da Roma in collegamento video: «Noi dobbiamo fare in modo di non fermarci solo a Milano e Cortina, ma far diventare l'Italia il centro del benessere. Dobbiamo solo lavorare nella logica delle sinergie, della collaborazione ed è possibile, perché ogni volta che in giro per il mondo si chiede "in quale Paese vorresti andare", quasi sempre si indica l'Italia, nonostante tutte le difficoltà e i limiti che abbiamo». Presente alla conferenza di presentazione dell'accordo tra Technogym e Fondazione Milano Cortina 2026, anche il presidente del Coni Giovanni Malagò: «È una sfida nella sfida, perché puoi organizzare i migliori Giochi del mondo, ma devi assolutamente lasciare qualcosa che rimane subito dopo, sennò hai fallito. E poi devi avere anche degli atleti italiani che vincono, perché io so come funziona, sei bravissimo a organizzare, ma poi non hai il successo sportivo, c'è quel retrogusto dell'opinione pubblica e cerchiamo di evitarlo».
Caro Giovanni Malagò, le scrivo questa cartolina perché non ho capito una cosa: ma lei è presidente del Coni per esibire il suo ciuffo o per difendere lo sport italiano? Nel primo caso, mi associo alla schiera di giornalisti lecca-lecca che non perdono occasione per celebrarla e le faccio i miei più sentiti complimenti: anche questa volta ci è riuscito benissimo.
Il suo piacionismo made Circolo Aniene, lo stile pariolino d’esportazione, tutto lacca e distintivo, quel suo essere sempre un po’ Megalò (copyright Suni Agnelli e Dagospia), sono ancora una volta emersi in tutto il loro splendore a Parigi, intervista dopo intervista, apparizione dopo apparizione. Peccato che nel frattempo lo sport italiano sia stato trattato come una pezza da piedi. Dal judo alla scherma alla pallanuoto, ci hanno preso a schiaffi dimostrando che contiamo meno del due di picche quando la briscola è quadri. I nostri atleti sono stati bravissimi. Chi doveva tutelarli no. Evidentemente era troppo impegnato a proteggere il suo ciuffo per proteggere il nostro sport.
Addirittura l’altro giorno, quando i pallanuotisti hanno protestato contro i torti subiti girandosi di spalle durante l’inno, lei si è arrabbiato con loro, anziché con chi li aveva derubati: «Protesta non condivisibile e contraria allo spirito olimpico», ha detto. E non so perché ma abbiamo avuto l’impressione che in quel momento lei stesse difendendo più la sua cadrega fra i grandi del mondo (leggasi Cio) che i nostri ragazzi. Di cadute dello spirito olimpico, in effetti, in queste Macroniadi ne abbiamo viste tante: in nome della follia green hanno fatto dormire gli atleti in condizioni disastrose; in nome della grandeur della Francia li hanno costretti a nuotare nella Senna immerdata; in nome dell’ideologia woke hanno obbligato gentili pulzelle a prendere botte da sospetti omaccioni. È questo che ha tradito lo spirito olimpico, ci pare. Non certo la protesta dei pallanuotisti.
Noi sappiamo, per altro, quanto lei ci tenga alla lealtà e al rispetto delle regole. Lo sanno anche all’Università di Roma, dove le hanno annullato la laurea sospettando che lei avesse comprato tre esami, costringendola a laurearsi di nuovo, a 46 anni, all’Università di Siena. E lo sanno anche i giudici che hanno ordinato la demolizione degli abusi edilizi nella sua leggendaria villa di Sabaudia. Lei ha protestato, ovviamente. Del resto si sa: quando ci sono da difendere i suoi interessi diventa un leone. Perché allora, quando c’è da difendere il nostro sport, si fa pecorella?
Caro Megalò, oggi lei è un simbolo del potere, riverito e osannato, amico di tutti quelli che contano, un reddito di oltre un milione di euro l’anno (1.021.544 euro ultima dichiarazione), soci vip, ricche partecipazioni azionarie. E intanto però lo sport italiano che lei governa, nonostante la bravura dei nostri ragazzi, fa la figura del cenerentolo. Per questo ho osato scriverle questa cartolina: mi ha colpito la sua piccata reazione a chiunque ipotizzi la possibilità di una sua sostituzione, ministro o non ministro che sia. In questi mesi abbiamo sentito molte volte elogiare il rinnovamento dello sport italiano perché ci sono molti atleti giovanissimi. Ne siamo orgogliosi, ovviamente. Ma ora, dopo gli atleti, le sembra davvero così assurdo se si pensa a rinnovare un po’ anche i vertici? Forse che il ciuffo, a furia di lacca, le si è incollato alla poltrona del Coni?
- Il 2021 è un anno importante per tutto lo sport italiano: tra febbraio e maggio si rieleggono i vertici di Coni e Figc. Incognite su Antonella Bellutti. Gabriele Gravina verso la riconferma.
- Finché il governo non concederà l'autonomia richiesta dal Coni resta vivo il rischio di una sanzione del Cio e di presentarci alle Olimpiadi di Tokyo senza bandiera e senza inno.
Lo speciale contiene due articoli.
L'anno che comincia è un anno molto importante per tutto lo sport italiano. Tra febbraio e maggio si rieleggono i vertici di Coni e Figc. Per quanto riguarda il Comitato olimpico sarà un testa a testa tra il presidente in carica Giovanni Malagò e la candidata Antonella Bellutti, ex "pluriatleta", avendo praticato nel corso della sua carriera ben tre discipline diverse - pistard, ciclismo su strada e bob - ed è infatti l'unica atleta italiana ad aver partecipato sia alle Olimpiadi estive che a quelle invernali, ed è anche l'unica ad aver fatto parte della nazionale di tre federazioni diverse. Nella sua carriera ha vinto due ori olimpici ad Atlanta 1996 e a Sydney 2000. «Lo sport vive di logiche di potere, burocrazia ed emarginazione che ho vissuto e anche subito. Metto a disposizione la mia energia e le mie idee libere da pregiudizi» ha affermato la Bellutti, prima donna a candidarsi alla guida del Coni in 106 anni di storia, quando ha annunciato ufficialmente la sua corsa alla presidenza del Comitato olimpico nazionale italiano. L'elezione di presidente, giunta e consiglio nazionale si terrà il 13 maggio a Milano presso le sale del Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, ex tennista, pattinatore artistico su ghiaccio e dirigente che ha fatto la storia dello sport italiano nella prima metà del Novecento. Una scelta non casuale e ben ragionata da Malagò. L'attuale numero uno del Coni, infatti, vuole da una parte manifestare un segnale di distacco nei confronti di Roma in quanto città amministrata dal sindaco 5 stelle Virginia Raggi, considerata la responsabile della rinuncia alla candidatura olimpica dell'Italia, e dall'altra sottolineare il valore simbolico della città di Milano in vista dei Giochi invernali che il capoluogo lombardo ospiterà insieme a Cortina nel 2026. Non si votava a Milano dal 27 luglio 1946, anno in cui venne eletto Giulio Onesti. Le dinamiche dell'elezioni sono le seguenti: ci sono i grandi elettori costituiti dai 44 presidenti federali, dai 9 rappresentanti degli atleti, dai 4 tecnici, dai 6 delegati regionali e provinciali e dai 3 delegati delle discipline associate, a cui vanno aggiunti un dirigente delle associazioni benemerite, il presidente uscente, il membro del Cio, Ivo Ferraini, e i 5 rappresentanti degli enti di promozione.
In Figc la faccenda è differente. Tutti gli indizi portano alla riconferma di Gabriele Gravina. All'attuale numero uno della Federcalcio è stato riconosciuto da tutti i fronti la brillantezza, seppur tra mille difficoltà, con il quale ha traghettato il sistema calcio nell'annus horribilis della pandemia da coronavirus. Si voterà il 22 febbraio a Roma, presso il Cavalieri Waldorf Astoria. «Deciderò per la mia candidatura se ci saranno componenti che ritengono che questo lavoro fatto dal sottoscritto vada portato avanti. Se dovessi percepire entusiasmo per la continuità sarò ben felice di andare avanti. Se invece dovessi percepire che non c'è condivisione, non sul voto ma sul percorso da me tracciato, non ho nessuna voglia di ricoprire quel ruolo. Metterò sul piatto quanto fatto in due anni. Un lavoro tramite il quale abbiamo recuperato dignità non solo nelle competizioni sportive» ha spiegato Gravina nel corso dell'ultimo consiglio federale. Tra i candidati ci sarà Cosimo Sibilia, presidente della Lega nazionale dilettanti, uscito allo scoperto dopo il consiglio federale della Figc durante il quale Gravina ha annunciato la data dell'elezione: «Per candidarmi alle prossime elezioni della Figc c'è bisogno dell'indicazione dei delegati della Lnd. Noi abbiamo sempre dato segnali di grande responsabilità, sempre in ottica di sistema. E ricordo, che rappresentiamo il 34% del consiglio». Campagna elettorale e giochi di alleanze sono già cominciati con Gravina che, dal canto suo, punta al doppio colpo, visto che pochi giorni dopo l'elezione di Roma, il 2 marzo ci sarà il congresso Uefa, dove l'attuale numero uno della Figc vorrebbe entrare nel cda del massimo organismo calcistico europeo.
Il rischio di andare alle Olimpiadi senza bandiera e inno

Ansa
Se il Coni non riceverà l'autonomia dal governo, alle Olimpiadi c'è il rischio che il Cio sanzioni l'Italia e che gli atleti italiani si presentino senza inno e senza bandiera a Tokyo. Sarebbe un grave danno d'immagine per un sistema, quello dello sport italiano, che sta vivendo un momento storico complicato nel tentativo di uscire dalle secche in cui è finito dopo il dilagarsi della pandemia da coronavirus e che ha un forte bisogno di riforme.
In particolare la tanto conclamata riforma dello sport per cui è necessaria in tempi sempre più stretti - il 27 gennaio si riunisce l'esecutivo Cio con ordine del giorno il caso Italia - la stesura di un decreto legge da parte del governo. In queste prime settimane dell'anno il ministro allo Sport Vincenzo Spadafora porterà in Consiglio dei ministri un testo, ma servirà avere il via libera da tutti e tre i partiti che sostengono la maggioranza del governo Conte, Pd, 5 stelle e Italia Viva. Nel testo si parla di come utilizzare i fondi destinati allo sport e quindi di autonomia economica e gestionale del Coni, ma anche della divisione dei compiti tra Coni, Sport e salute, Dipartimento e organismi sportivi come le federazioni.
«La situazione è sempre più complessa. Ci sono solo tre strumenti normativi: legge di stabilità, milleproroghe o un decreto legge. Senza legge non c'è nessuna possibilità di non entrare nell'orbita di una sanzione internazionale. Ho avuto un lungo incontro con il presidente Conte, molto preoccupato per la situazione anche per l'impegno preso a Losanna con Bach. Tutti sanno tutto e tutti hanno la responsabilità di quello che può succedere nelle prossime settimane. Rischiamo un danno di immagine clamoroso che ci trascineremo per generazioni» aveva avvertito Malagò in uno degli ultimi consigli del 2020. Il 29 dicembre, Spadafora, ha rilasciato queste dichiarazioni a Speciale Agorà su Rai3: «Malagò e il Cio ritengono che il Coni non abbia pienamente rispettato una serie di cose previste dalla Carta Olimpica: l'autonomia funzionale e quell'indipendenza che i comitati olimpici devono avere. In parte, quello che dice Malagò è vero, noi però la soluzione l'avevamo trovata presentando un decreto che dava una serie di misure per la piena autonomia al Coni, ma le forze di maggioranza non l'hanno approvato. Ripartiremo da quel decreto e vedremo se in Consiglio dei ministri si troverà la convergenza».
- Anche durante le partite dei biancocelesti, le tribune dell'Olimpico erano piene di Vip entrati con i biglietti omaggio regalati dal capo dell'ente sportivo. Tra di loro, il figlio di Giorgio Napolitano, le showgirl Anna Falchi e Claudia Gerini e la presidente Maria Elisabetta Casellati.
- Per fare un dispetto a Giancarlo Giorgetti, il numero 1 del Comitato olimpico nazionale chiese al Cio di punirci con l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca delle olimpiadi del 2026.
- Persi più di 6.000 iscritti in tre anni. Spuntano denunce alla Guardia di finanza.
Lo speciale contiene tre articoli
«Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari.
Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano.
Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio.
La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene).
Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio.
Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno.
Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara.
Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni.
Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1).
Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. Una provvista che Malagò, offeso, ha deciso di non ritirare più.
Quando il presidente del Coni suggeriva agli stranieri di azzerare lo sport italiano
Mettiamola così. Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostro
Paese di certo superiore al vulnus invocato.
Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026.
Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi.
E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava.
«Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica».
Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd.
Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti».
Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza.
Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni.
Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi.
Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali).
Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema».
Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi.
Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario
A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani.
Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …







