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2020-12-30
Lo sport italiano galleggia tra nomine e riforme
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Gabriele Gravina (Ansa)
L'anno che comincia è un anno molto importante per tutto lo sport italiano. Tra febbraio e maggio si rieleggono i vertici di Coni e Figc. Per quanto riguarda il Comitato olimpico sarà un testa a testa tra il presidente in carica Giovanni Malagò e la candidata Antonella Bellutti, ex "pluriatleta", avendo praticato nel corso della sua carriera ben tre discipline diverse - pistard, ciclismo su strada e bob - ed è infatti l'unica atleta italiana ad aver partecipato sia alle Olimpiadi estive che a quelle invernali, ed è anche l'unica ad aver fatto parte della nazionale di tre federazioni diverse. Nella sua carriera ha vinto due ori olimpici ad Atlanta 1996 e a Sydney 2000. «Lo sport vive di logiche di potere, burocrazia ed emarginazione che ho vissuto e anche subito. Metto a disposizione la mia energia e le mie idee libere da pregiudizi» ha affermato la Bellutti, prima donna a candidarsi alla guida del Coni in 106 anni di storia, quando ha annunciato ufficialmente la sua corsa alla presidenza del Comitato olimpico nazionale italiano. L'elezione di presidente, giunta e consiglio nazionale si terrà il 13 maggio a Milano presso le sale del Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, ex tennista, pattinatore artistico su ghiaccio e dirigente che ha fatto la storia dello sport italiano nella prima metà del Novecento. Una scelta non casuale e ben ragionata da Malagò. L'attuale numero uno del Coni, infatti, vuole da una parte manifestare un segnale di distacco nei confronti di Roma in quanto città amministrata dal sindaco 5 stelle Virginia Raggi, considerata la responsabile della rinuncia alla candidatura olimpica dell'Italia, e dall'altra sottolineare il valore simbolico della città di Milano in vista dei Giochi invernali che il capoluogo lombardo ospiterà insieme a Cortina nel 2026. Non si votava a Milano dal 27 luglio 1946, anno in cui venne eletto Giulio Onesti. Le dinamiche dell'elezioni sono le seguenti: ci sono i grandi elettori costituiti dai 44 presidenti federali, dai 9 rappresentanti degli atleti, dai 4 tecnici, dai 6 delegati regionali e provinciali e dai 3 delegati delle discipline associate, a cui vanno aggiunti un dirigente delle associazioni benemerite, il presidente uscente, il membro del Cio, Ivo Ferraini, e i 5 rappresentanti degli enti di promozione.
In Figc la faccenda è differente. Tutti gli indizi portano alla riconferma di Gabriele Gravina. All'attuale numero uno della Federcalcio è stato riconosciuto da tutti i fronti la brillantezza, seppur tra mille difficoltà, con il quale ha traghettato il sistema calcio nell'annus horribilis della pandemia da coronavirus. Si voterà il 22 febbraio a Roma, presso il Cavalieri Waldorf Astoria. «Deciderò per la mia candidatura se ci saranno componenti che ritengono che questo lavoro fatto dal sottoscritto vada portato avanti. Se dovessi percepire entusiasmo per la continuità sarò ben felice di andare avanti. Se invece dovessi percepire che non c'è condivisione, non sul voto ma sul percorso da me tracciato, non ho nessuna voglia di ricoprire quel ruolo. Metterò sul piatto quanto fatto in due anni. Un lavoro tramite il quale abbiamo recuperato dignità non solo nelle competizioni sportive» ha spiegato Gravina nel corso dell'ultimo consiglio federale. Tra i candidati ci sarà Cosimo Sibilia, presidente della Lega nazionale dilettanti, uscito allo scoperto dopo il consiglio federale della Figc durante il quale Gravina ha annunciato la data dell'elezione: «Per candidarmi alle prossime elezioni della Figc c'è bisogno dell'indicazione dei delegati della Lnd. Noi abbiamo sempre dato segnali di grande responsabilità, sempre in ottica di sistema. E ricordo, che rappresentiamo il 34% del consiglio». Campagna elettorale e giochi di alleanze sono già cominciati con Gravina che, dal canto suo, punta al doppio colpo, visto che pochi giorni dopo l'elezione di Roma, il 2 marzo ci sarà il congresso Uefa, dove l'attuale numero uno della Figc vorrebbe entrare nel cda del massimo organismo calcistico europeo.
Il rischio di andare alle Olimpiadi senza bandiera e inno

Ansa
Se il Coni non riceverà l'autonomia dal governo, alle Olimpiadi c'è il rischio che il Cio sanzioni l'Italia e che gli atleti italiani si presentino senza inno e senza bandiera a Tokyo. Sarebbe un grave danno d'immagine per un sistema, quello dello sport italiano, che sta vivendo un momento storico complicato nel tentativo di uscire dalle secche in cui è finito dopo il dilagarsi della pandemia da coronavirus e che ha un forte bisogno di riforme.
In particolare la tanto conclamata riforma dello sport per cui è necessaria in tempi sempre più stretti - il 27 gennaio si riunisce l'esecutivo Cio con ordine del giorno il caso Italia - la stesura di un decreto legge da parte del governo. In queste prime settimane dell'anno il ministro allo Sport Vincenzo Spadafora porterà in Consiglio dei ministri un testo, ma servirà avere il via libera da tutti e tre i partiti che sostengono la maggioranza del governo Conte, Pd, 5 stelle e Italia Viva. Nel testo si parla di come utilizzare i fondi destinati allo sport e quindi di autonomia economica e gestionale del Coni, ma anche della divisione dei compiti tra Coni, Sport e salute, Dipartimento e organismi sportivi come le federazioni.
«La situazione è sempre più complessa. Ci sono solo tre strumenti normativi: legge di stabilità, milleproroghe o un decreto legge. Senza legge non c'è nessuna possibilità di non entrare nell'orbita di una sanzione internazionale. Ho avuto un lungo incontro con il presidente Conte, molto preoccupato per la situazione anche per l'impegno preso a Losanna con Bach. Tutti sanno tutto e tutti hanno la responsabilità di quello che può succedere nelle prossime settimane. Rischiamo un danno di immagine clamoroso che ci trascineremo per generazioni» aveva avvertito Malagò in uno degli ultimi consigli del 2020. Il 29 dicembre, Spadafora, ha rilasciato queste dichiarazioni a Speciale Agorà su Rai3: «Malagò e il Cio ritengono che il Coni non abbia pienamente rispettato una serie di cose previste dalla Carta Olimpica: l'autonomia funzionale e quell'indipendenza che i comitati olimpici devono avere. In parte, quello che dice Malagò è vero, noi però la soluzione l'avevamo trovata presentando un decreto che dava una serie di misure per la piena autonomia al Coni, ma le forze di maggioranza non l'hanno approvato. Ripartiremo da quel decreto e vedremo se in Consiglio dei ministri si troverà la convergenza».
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Il 2021 è un anno importante per tutto lo sport italiano: tra febbraio e maggio si rieleggono i vertici di Coni e Figc. Incognite su Antonella Bellutti. Gabriele Gravina verso la riconferma.Finché il governo non concederà l'autonomia richiesta dal Coni resta vivo il rischio di una sanzione del Cio e di presentarci alle Olimpiadi di Tokyo senza bandiera e senza inno.Lo speciale contiene due articoli.L'anno che comincia è un anno molto importante per tutto lo sport italiano. Tra febbraio e maggio si rieleggono i vertici di Coni e Figc. Per quanto riguarda il Comitato olimpico sarà un testa a testa tra il presidente in carica Giovanni Malagò e la candidata Antonella Bellutti, ex "pluriatleta", avendo praticato nel corso della sua carriera ben tre discipline diverse - pistard, ciclismo su strada e bob - ed è infatti l'unica atleta italiana ad aver partecipato sia alle Olimpiadi estive che a quelle invernali, ed è anche l'unica ad aver fatto parte della nazionale di tre federazioni diverse. Nella sua carriera ha vinto due ori olimpici ad Atlanta 1996 e a Sydney 2000. «Lo sport vive di logiche di potere, burocrazia ed emarginazione che ho vissuto e anche subito. Metto a disposizione la mia energia e le mie idee libere da pregiudizi» ha affermato la Bellutti, prima donna a candidarsi alla guida del Coni in 106 anni di storia, quando ha annunciato ufficialmente la sua corsa alla presidenza del Comitato olimpico nazionale italiano. L'elezione di presidente, giunta e consiglio nazionale si terrà il 13 maggio a Milano presso le sale del Tennis Club Milano Alberto Bonacossa, ex tennista, pattinatore artistico su ghiaccio e dirigente che ha fatto la storia dello sport italiano nella prima metà del Novecento. Una scelta non casuale e ben ragionata da Malagò. L'attuale numero uno del Coni, infatti, vuole da una parte manifestare un segnale di distacco nei confronti di Roma in quanto città amministrata dal sindaco 5 stelle Virginia Raggi, considerata la responsabile della rinuncia alla candidatura olimpica dell'Italia, e dall'altra sottolineare il valore simbolico della città di Milano in vista dei Giochi invernali che il capoluogo lombardo ospiterà insieme a Cortina nel 2026. Non si votava a Milano dal 27 luglio 1946, anno in cui venne eletto Giulio Onesti. Le dinamiche dell'elezioni sono le seguenti: ci sono i grandi elettori costituiti dai 44 presidenti federali, dai 9 rappresentanti degli atleti, dai 4 tecnici, dai 6 delegati regionali e provinciali e dai 3 delegati delle discipline associate, a cui vanno aggiunti un dirigente delle associazioni benemerite, il presidente uscente, il membro del Cio, Ivo Ferraini, e i 5 rappresentanti degli enti di promozione.In Figc la faccenda è differente. Tutti gli indizi portano alla riconferma di Gabriele Gravina. All'attuale numero uno della Federcalcio è stato riconosciuto da tutti i fronti la brillantezza, seppur tra mille difficoltà, con il quale ha traghettato il sistema calcio nell'annus horribilis della pandemia da coronavirus. Si voterà il 22 febbraio a Roma, presso il Cavalieri Waldorf Astoria. «Deciderò per la mia candidatura se ci saranno componenti che ritengono che questo lavoro fatto dal sottoscritto vada portato avanti. Se dovessi percepire entusiasmo per la continuità sarò ben felice di andare avanti. Se invece dovessi percepire che non c'è condivisione, non sul voto ma sul percorso da me tracciato, non ho nessuna voglia di ricoprire quel ruolo. Metterò sul piatto quanto fatto in due anni. Un lavoro tramite il quale abbiamo recuperato dignità non solo nelle competizioni sportive» ha spiegato Gravina nel corso dell'ultimo consiglio federale. Tra i candidati ci sarà Cosimo Sibilia, presidente della Lega nazionale dilettanti, uscito allo scoperto dopo il consiglio federale della Figc durante il quale Gravina ha annunciato la data dell'elezione: «Per candidarmi alle prossime elezioni della Figc c'è bisogno dell'indicazione dei delegati della Lnd. Noi abbiamo sempre dato segnali di grande responsabilità, sempre in ottica di sistema. E ricordo, che rappresentiamo il 34% del consiglio». Campagna elettorale e giochi di alleanze sono già cominciati con Gravina che, dal canto suo, punta al doppio colpo, visto che pochi giorni dopo l'elezione di Roma, il 2 marzo ci sarà il congresso Uefa, dove l'attuale numero uno della Figc vorrebbe entrare nel cda del massimo organismo calcistico europeo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/nomine-sport-2649700138.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-rischio-di-andare-alle-olimpiadi-senza-bandiera-e-inno" data-post-id="2649700138" data-published-at="1609435498" data-use-pagination="False"> Il rischio di andare alle Olimpiadi senza bandiera e inno Ansa Se il Coni non riceverà l'autonomia dal governo, alle Olimpiadi c'è il rischio che il Cio sanzioni l'Italia e che gli atleti italiani si presentino senza inno e senza bandiera a Tokyo. Sarebbe un grave danno d'immagine per un sistema, quello dello sport italiano, che sta vivendo un momento storico complicato nel tentativo di uscire dalle secche in cui è finito dopo il dilagarsi della pandemia da coronavirus e che ha un forte bisogno di riforme.In particolare la tanto conclamata riforma dello sport per cui è necessaria in tempi sempre più stretti - il 27 gennaio si riunisce l'esecutivo Cio con ordine del giorno il caso Italia - la stesura di un decreto legge da parte del governo. In queste prime settimane dell'anno il ministro allo Sport Vincenzo Spadafora porterà in Consiglio dei ministri un testo, ma servirà avere il via libera da tutti e tre i partiti che sostengono la maggioranza del governo Conte, Pd, 5 stelle e Italia Viva. Nel testo si parla di come utilizzare i fondi destinati allo sport e quindi di autonomia economica e gestionale del Coni, ma anche della divisione dei compiti tra Coni, Sport e salute, Dipartimento e organismi sportivi come le federazioni.«La situazione è sempre più complessa. Ci sono solo tre strumenti normativi: legge di stabilità, milleproroghe o un decreto legge. Senza legge non c'è nessuna possibilità di non entrare nell'orbita di una sanzione internazionale. Ho avuto un lungo incontro con il presidente Conte, molto preoccupato per la situazione anche per l'impegno preso a Losanna con Bach. Tutti sanno tutto e tutti hanno la responsabilità di quello che può succedere nelle prossime settimane. Rischiamo un danno di immagine clamoroso che ci trascineremo per generazioni» aveva avvertito Malagò in uno degli ultimi consigli del 2020. Il 29 dicembre, Spadafora, ha rilasciato queste dichiarazioni a Speciale Agorà su Rai3: «Malagò e il Cio ritengono che il Coni non abbia pienamente rispettato una serie di cose previste dalla Carta Olimpica: l'autonomia funzionale e quell'indipendenza che i comitati olimpici devono avere. In parte, quello che dice Malagò è vero, noi però la soluzione l'avevamo trovata presentando un decreto che dava una serie di misure per la piena autonomia al Coni, ma le forze di maggioranza non l'hanno approvato. Ripartiremo da quel decreto e vedremo se in Consiglio dei ministri si troverà la convergenza».
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.