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2019-09-14
Da Lotti a Davigo, gli amici «laziali» di Malagò
Ansa
«Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari.
Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano.
Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio.
La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene).
Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio.
Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno.
Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara.
Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni.
Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1).
Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. Una provvista che Malagò, offeso, ha deciso di non ritirare più.
Quando il presidente del Coni suggeriva agli stranieri di azzerare lo sport italiano
Mettiamola così. Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostro
Paese di certo superiore al vulnus invocato.
Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026.
Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi.
E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava.
«Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica».
Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd.
Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti».
Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza.
Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni.
Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi.
Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali).
Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema».
Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi.
Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario
A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani.
Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …
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Anche durante le partite dei biancocelesti, le tribune dell'Olimpico erano piene di Vip entrati con i biglietti omaggio regalati dal capo dell'ente sportivo. Tra di loro, il figlio di Giorgio Napolitano, le showgirl Anna Falchi e Claudia Gerini e la presidente Maria Elisabetta Casellati.Per fare un dispetto a Giancarlo Giorgetti, il numero 1 del Comitato olimpico nazionale chiese al Cio di punirci con l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca delle olimpiadi del 2026.Persi più di 6.000 iscritti in tre anni. Spuntano denunce alla Guardia di finanza.Lo speciale contiene tre articoli «Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari. Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano. Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio. La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene). Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio. Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno. Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara. Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni. Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1). Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. 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Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostroPaese di certo superiore al vulnus invocato. Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026. Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi. E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava. «Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica». Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd. Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti». Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza. Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni. Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi. Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali). Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema». Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-lotti-a-davigo-gli-amici-laziali-di-malago-2640345075.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="caos-nella-first-la-cisl-ora-e-pronta-a-commissariare-il-settore-bancario" data-post-id="2640345075" data-published-at="1779779153" data-use-pagination="False"> Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani. Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …
Ansa
Un raid deliberato contro i civili dovrebbe essere considerato tale indipendentemente dalla bandiera, ma in questa guerra pare non essere così. L’identica postura tenuta dai governi europei ha fatto infuriare Mosca. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha comunicato: «Non abbiamo assistito ad alcuna azione che possa essere interpretata come una condanna di questo barbaro attacco terroristico contro dei giovani. Questo è tutto ciò che si può affermare in questo contesto».
Nei riguardi di Kiev, la rappresaglia russa pare non essere terminata. Dopo che nel weekend sono stati lanciati sull’Ucraina 600 droni e 90 missili - tra cui almeno un Oreshnik - uccidendo quattro persone, è stata annunciata una fase due della reazione di Mosca. «Raccomandiamo ai cittadini stranieri, compreso il personale delle missioni diplomatiche e delle rappresentanze delle organizzazioni internazionali, della necessità di lasciare Kiev il prima possibile», ha scritto il ministero degli Esteri russo in una nota. Ricordando che il raid nel dormitorio è «la goccia che ha fatto traboccare il vaso», il dicastero ha precisato: «Nelle circostanze attuali, le Forze armate russe stanno lanciando una serie di attacchi sistematici contro le strutture del complesso militare-industriale ucraino a Kiev, compresi siti specifici per la progettazione, la produzione, la programmazione e la preparazione all’uso dei droni impiegati dal regime di Kiev con l’assistenza di specialisti Nato responsabili della fornitura di componenti, dell’intelligence e della guida». Nel mirino di Mosca sono inclusi anche «i centri decisionali e i posti di comando». Ed è per questo, con le sedi «sparse per tutta Kiev», che è stato consigliato a tutto il personale diplomatico straniero di andarsene. Le raccomandazioni sono rivolte anche ai residenti della capitale ucraina: «Non avvicinatevi alle infrastrutture militari e amministrative del regime di Zelensky». Degli imminenti attacchi il ministro degli esteri russo, Serghei Lavrov, ha avisato anche l’omologo americano Marco Rubio in una telefonata avvenuta ieri. A ridimensionare l’allarme su Kiev è il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, il quale ha invitato gli alleati a non sottomettersi al «ricatto russo».
Intanto, anche ieri un attacco delle forze ucraine ha ucciso quattro persone a Horlivka, nella regione ucraina di Donetsk occupata dalla Russia. A rendere noto il bilancio delle vittime è stato il sindaco Ivan Prikhodko: si tratta di «quattro civili, tra cui due bambini nati nel 2012 e nel 2013». Altri droni ucraini hanno preso di mira le regioni russe di Yaroslav e Belgorod: uno di questi ha colpito un’auto, uccidendo l’autista. Inoltre, a detta del servizio di sicurezza federale russo (Fsb), è stato sventato un attacco contro una nave metaniera proveniente dal porto di Anversa e arrivata nelle acque della regione di Leningrado. I sommozzatori avrebbero trovato diverse mine magnetiche attaccate allo scafo dell’imbarcazione. L’Fsb ha già puntato il dito contro l’Alleanza atlantica, sostenendo che gli ordigni sono stati «fabbricati in un Paese Nato».
Dall’altra parte della barricata, un attacco aereo russo sulla città di Kramatorsk, nel Donetsk, ha ucciso due persone e ne ha ferite altre tre. Nel pomeriggio, Mosca ha preso di mira di nuovo la stessa città con bombe aeree guidate. Il primo bollettino parla di altri quattro feriti. Anche a Dnipro sono stati registrati tre feriti a seguito di un bombardamento di Mosca. E nella città di Derhachi, a Kharkiv, i raid russi hanno causato una vittima. Stando poi a quanto svelato dal Telegraph, ci sarebbe lo zampino di Mosca nello sconfinamento dei droni ucraini negli spazi aerei dei vicini. La Russia intercetterebbe e devierebbe nei Baltici i velivoli senza pilota ucraini grazie a un trasmettitore aereo collocato nella regione di Kaliningrad.
Di certo, il presidente russo, Vladimir Putin, ha firmato una legge autorizzata dal Parlamento che consente l’utilizzo delle forze armate per proteggere i cittadini russi all’estero. Il documento in questione si riferisce a coloro che sono in stato d’arresto o detenuti al di fuori dei confini russi. Ma è rivolto anche a chi è sottoposto a procedure penali da parte di organi giurisdizionali internazionali di cui Mosca non fa parte. Lo zar ieri, in occasione del forum internazionale antifascista, ha anche lanciato un appello all’unità: «Insieme dobbiamo resistere alla diffusione di ideologie distruttive in tutto il pianeta: xenofobia, neonazismo, antisemitismo e russofobia».
E nonostante sembrano sempre più lontane le trattative per raggiungere la fine della guerra, pare che il presidente finlandese, Alexander Stubb, voglia prendersi lo scettro di negoziatore europeo. In un’intervista all’emittente ucraina Yle ha annunciato: «Se me lo chiedete, probabilmente non si può rispondere negativamente». Tuttavia, ha aggiunto che accetterebbe l’incarico solo dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco. Chi invece interpreta cinicamente un eventuale coinvolgimento dell’Ue nelle trattative è il ministro degli Esteri dell’Estonia, Margus Tsahkna. Sostenendo che «i negoziati nella forma precedente», ovvero con la mediazione americana, «sono finiti», ha affermato che Putin mira a coinvolgere Bruxelles solo per «guadagnare tempo».
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Sergio Sottani, procuratore generale della Repubblica di Perugia (Imagoeconomica)
Il pg ha fatto sapere, attraverso un comunicato, che dopo aver letto la denuncia dell’avvocato Alessandro Cannevale (suo ex collega, essendo stato anche procuratore di Spoleto) sul nostro giornale, ha chiesto spiegazioni alla Procura. Secondo il legale, lo ricordiamo, la polizia giudiziaria avrebbe registrato i colloqui in carcere di un avvocato sotto inchiesta con il proprio cliente e, come riassume Sottani, «secondo quanto rappresentato dal difensore», tali intercettazioni, «si sarebbero estese anche ad altri colloqui difensivi nonché a soggetti estranei al procedimento».
Il procuratore generale, «mai in precedenza investito di tale questione», «ha immediatamente attivato i propri poteri di vigilanza e ha proceduto all’acquisizione di dati e notizie utili a una più puntuale ricostruzione dei fatti». Il quadro emerso dopo gli approfondimenti sarebbe meno preoccupante del previsto: «All’esito delle notizie raccolte, connotate da fisiologica provvisorietà, può confermarsi che non risulta alcun uso processuale di intercettazioni espletate senza autorizzazione. Per altro verso, se si dovesse effettivamente verificare la presenza di intercettazioni irrituali, si dovrà procedere alla loro distruzione». Sottani, «pur in attesa di ulteriori approfondimenti», conclude che, al momento, «la situazione non appare pienamente sovrapponibile rispetto a quanto riferito dagli organi di informazione». Non si capisce se la tirata d’orecchi sia per noi o per l’intervistato. Che, però, letta la replica ha deciso di rispondere con fermezza all’ex collega (Cannevale ha fatto il magistrato per quasi quarant’anni): «Non ho mai detto che le intercettazioni illegittime sarebbero state utilizzate nel procedimento a carico della mia assistita (l’avvocato Daniela Paccoi, indagata per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ndr). Anzi ho detto - e La Verità lo ha fedelmente riportato - che rendevo pubblico un fatto estraneo al processo, che interessava i detenuti del carcere di Perugia e gli avvocati a colloquio con loro. Una pratica illegittima che in teoria avrebbe potuto coinvolgere anche me».
La replica del legale evidenzia un’altra presunta imprecisione: «Neppure ho detto che il dottor Gennaro Iannarone (il procuratore facente funzione di Perugia, ndr) abbia preso cognizione delle registrazioni non autorizzate. In realtà non so neanche se abbia ascoltato quelle rilevanti, purtroppo la legge non glielo impone». Cannevale, a questo punto, chiama in causa direttamente Sottani: «Il procuratore generale sembra insensibile al problema che non solo io, ma l’intera avvocatura ha posto: la garanzia del diritto di difesa e del diritto alla riservatezza dei detenuti e dei loro familiari non può essere affidata alla buona volontà degli inquirenti e del magistrato, nella speranza che graziosamente si astengano dal prendere cognizione dei dati riservati dei loro docili sudditi, dei quali dispongono illegittimamente. Per come la vedo io, è questo che distingue uno Stato di diritto da uno Stato di polizia».
L’ultima stoccata riguarda la chiosa finale del comunicato: «Quanto alla presunta non sovrapponibilità della realtà a quanto riportato sulla stampa, non so se sia un curioso eufemismo per sostenere che sono state dette balle. Beh, in un certo senso è vero, ma abbiamo fornito dati sbagliati per difetto, solo perché non avevamo finito il lavoro: i colloqui intercettati illegittimamente non sono 40, come ritenevamo inizialmente, ma 70, di cui 56 di difensori diversi dalla mia assistita ed estranei al suo studio, mentre i rimanenti sono della Paccoi con clienti diversi dall’indagato G.C., l’unico che poteva essere intercettato legittimamente». Ma le novità non sono finite: «Abbiamo annotato anche la durata delle registrazioni non autorizzate e depositate agli atti. Alcune durano più di 40 minuti. Dunque c’era tutto il tempo per rendersi conto della loro inutilizzabilità e per interrompere la registrazione».
La conclusione di Cannevale è sconfortante: «Se non ci fossimo messi a verificare gli audio uno per uno, cosa che raramente una difesa riesce a fare, di questa storia nessuno avrebbe mai saputo nulla. Per questo ritengo che il peggio del comunicato stampa del procuratore generale sia ciò che in esso non si trova: le misure che intende adottare perché fatti del genere non si ripetano». In attesa della manifestazione di protesta indetta per l’11 giugno a Perugia dai penalisti, è probabile che ci siano altri round e che emergano nuovi particolari su questa inquietante vicenda e sulla gestione delle indagini da parte della Procura umbra.
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