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2019-09-14
Da Lotti a Davigo, gli amici «laziali» di Malagò
Ansa
«Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari.
Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano.
Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio.
La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene).
Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio.
Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno.
Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara.
Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni.
Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1).
Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. Una provvista che Malagò, offeso, ha deciso di non ritirare più.
Quando il presidente del Coni suggeriva agli stranieri di azzerare lo sport italiano
Mettiamola così. Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostro
Paese di certo superiore al vulnus invocato.
Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026.
Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi.
E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava.
«Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica».
Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd.
Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti».
Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza.
Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni.
Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi.
Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali).
Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema».
Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi.
Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario
A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani.
Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …
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Anche durante le partite dei biancocelesti, le tribune dell'Olimpico erano piene di Vip entrati con i biglietti omaggio regalati dal capo dell'ente sportivo. Tra di loro, il figlio di Giorgio Napolitano, le showgirl Anna Falchi e Claudia Gerini e la presidente Maria Elisabetta Casellati.Per fare un dispetto a Giancarlo Giorgetti, il numero 1 del Comitato olimpico nazionale chiese al Cio di punirci con l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca delle olimpiadi del 2026.Persi più di 6.000 iscritti in tre anni. Spuntano denunce alla Guardia di finanza.Lo speciale contiene tre articoli «Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari. Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano. Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio. La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene). Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio. Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno. Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara. Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni. Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1). Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. 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Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostroPaese di certo superiore al vulnus invocato. Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026. Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi. E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava. «Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica». Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd. Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti». Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza. Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni. Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi. Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali). Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema». Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-lotti-a-davigo-gli-amici-laziali-di-malago-2640345075.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="caos-nella-first-la-cisl-ora-e-pronta-a-commissariare-il-settore-bancario" data-post-id="2640345075" data-published-at="1782263089" data-use-pagination="False"> Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani. Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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