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2019-09-14
Da Lotti a Davigo, gli amici «laziali» di Malagò
Ansa
«Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari.
Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano.
Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio.
La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene).
Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio.
Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno.
Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara.
Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni.
Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1).
Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. Una provvista che Malagò, offeso, ha deciso di non ritirare più.
Quando il presidente del Coni suggeriva agli stranieri di azzerare lo sport italiano
Mettiamola così. Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostro
Paese di certo superiore al vulnus invocato.
Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026.
Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi.
E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava.
«Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica».
Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd.
Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti».
Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza.
Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni.
Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi.
Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali).
Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema».
Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi.
Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario
A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani.
Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …
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Anche durante le partite dei biancocelesti, le tribune dell'Olimpico erano piene di Vip entrati con i biglietti omaggio regalati dal capo dell'ente sportivo. Tra di loro, il figlio di Giorgio Napolitano, le showgirl Anna Falchi e Claudia Gerini e la presidente Maria Elisabetta Casellati.Per fare un dispetto a Giancarlo Giorgetti, il numero 1 del Comitato olimpico nazionale chiese al Cio di punirci con l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca delle olimpiadi del 2026.Persi più di 6.000 iscritti in tre anni. Spuntano denunce alla Guardia di finanza.Lo speciale contiene tre articoli «Altro che Tribuna Coni, quella era la Tribuna Aniene». La fonte che ci parla ha tra le mani le decine di pagine che contengono i nomi dei beneficiari dei quasi 16.800 biglietti per lo stadio della capitale (8.856 per le sfide della Roma e 7.930 per quelle della Lazio) che la scorsa stagione di serie A il Comitato olimpico presieduto da Giovanni Malagò ha donato a destra e sinistra (nel vero senso del termine, politicamente parlando), a vip e amici, ma soprattutto a molti soci del Circolo Aniene, lo storico club sul Tevere di cui lo stesso Malagò è presidente. L'indagine interna di Sport e salute, la nuova società di servizi per lo sport voluta dall'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, sui biglietti omaggio per le partite della Roma e della Lazio prosegue e permette di ricostruire la rete di relazioni di Malagò, un vero uomo ragno dei rapporti che contano. Infatti i posti generosamente elargiti nella Tribuna autorità dell'Olimpico a centinaia di fortunati offrivano una plastica rappresentazione della galassia Malagò, fatta di amici, amiche, imprenditori e politici vari. Una bigliettopoli che regala ogni giorno un nuovo elenco di personaggi che qualcuno potrebbe definire scrocconi e qualcun altro ritenere semplicemente illustri ospiti del presidente e dei suoi collaboratori. Malagò ha sempre ritenuto un valore aggiunto la propria capacità di catalizzare intorno a sé volti noti, in una tribuna altrimenti piena di facce grigie e sconosciute. Insomma il presidente non solo non ha rinnegato l'abitudine di donare biglietti ai soliti famosi, ma anzi ha rivendicato la sua capacità di rendere più glamour la cornice delle partite di calcio, trasformandole da semplice avvenimento sportivo in evento mondano. Ma per riuscire nell'intento, secondo le nostre stime, ha utilizzato un pacchetto di biglietti che sebbene non vendibili, avevano un valore commerciale di circa 2,5 milioni di euro ed erano stati donati dalle società sportive come pagamento in natura di una parte dell'affitto dello stadio. La settimana scorsa abbiamo pubblicato i nomi di molti vip che avrebbero beneficiato di quegli omaggi in occasione delle partite della Roma. Qualcuno ha protestato dicendo di essere in possesso di un abbonamento, qualcun altro, come l'europarlamentare Antonio Maria Rinaldi ha negato di aver mai varcato i cancelli dell'Olimpico (il fratello Alessandro Maria sarebbe invece tifoso e socio del circolo Aniene). Le nostre fonti non hanno copia delle carte d'identità di chi ha ottenuto i biglietti, ma hanno gli elenchi che i controllori della Società sport e salute stanno utilizzando per la loro audit. Per questo, anche se qualcuno ci ha accusato di «stupida demagogia» per aver «sollevato questo polverone», noi continuiamo a curiosare nella formazione schierata da Malagò & c. in Tribuna autorità nella stagione 2018-2019. Tra i fortunati ospiti c'è anche chi ha approfittato dei 305 posti messi a disposizione del Comitato olimpico dalla Lazio. Iniziamo da un cognome pesante, quello dell'ex presidente del Coni Mario Pescante, con intestato 1 solo biglietto, mentre due omonimi dei figli e di altri parenti avrebbero utilizzato altri 70 tagliandi. Presenzialisti anche il direttore del Tg5 Clemente Mimun (24 partite) e Giulio Napolitano (19, più 4 a nome di Cristiano Napolitano), erede del presidente della Repubblica emerito Giorgio, professore di diritto amministrativo e già consulente di Federcalcio, presidenza del Consiglio e fondazioni varie. Mauro Masi, ex direttore generale della Rai ed ex segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, con i suoi 12 biglietti compare nel sottoinsieme dei soci dell'Aniene che comprende almeno altri otto nomi a cui bisogna aggiungere un bel seguito di 17 figli per un totale di quasi 120 biglietti del valore commerciale di almeno 200 euro l'uno. Tra i politici hanno ottenuto 12 biglietti per le partite della Lazio Pier Ferdinando Casini e il figlio Francesco, 6 li avrebbe ritirati Deborah Bergamini per sé e un congiunto. Figurano tra i fortunati poltronari, con due tagliandi a testa, l'ex ministro dello Sport Luca Lotti, milanista come il senatore di Forza Italia Adriano Galliani. Un biglietto anche per Maurizio Gasparri (romanista) e Ignazio La Russa (interista), forse per le occasioni in cui i biancocelesti hanno affrontato le loro squadre. Un tagliando anche per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Nella tabella ci sono anche magistrati considerati agli antipodi: avrebbero avuto in omaggio due ticket per ciascuno Luca Palamara, il pm sospeso dalle funzioni perché travolto dal caso Csm, e uno dei campioni di Tangentopoli, Pier Camillo Davigo, che con la sua corrente Autonomia e indipendenza sta cercando di sanare le ferite della magistratura travolta dallo scandalo. Il romanista Palamara avrebbe assistito a una partita dei biancocelesti insieme con il figlio, Davigo, a voler credere alle carte, a due incontri da solo. Palamara venne intercettato a maggio mentre andava a caccia di biglietti per la finale di Coppa Italia direttamente con il presidente laziale Claudio Lotito. Nell'occasione chiedeva ingressi per la madre della moglie («mi socera caz…»), per un amico commercialista e per l'ex consigliere del Csm Luigi Spina e i suoi due figli. Lotito durante la chiamata dà indicazione a una sua collaboratrice: «Questi sono Tribuna autorità centrale, t'avevo detto… i migliori posti, ricordi?». In realtà poi scopre che alcuni «raccomandati» sono finiti in Tribuna Tevere, settore un po' meno prestigioso: «Va bene uguale» concede Palamara. Lungo l'elenco dei vip: 3 biglietti per la lazialissima Anna Falchi che dopo la vittoria nella finale di Coppa Italia di maggio pubblicò su Instagram un suo scatto in topless, con questa didascalia: «Per noi laziali sarà una notte indimenticabile... ora posso andare a letto sola soletta, senza la mia maglietta». Tre ticket omaggio anche per l'attrice Cristiana Capotondi (che, però, da novembre, è anche vicepresidente della Lega pro), 1 a testa per la soubrette Alessia Mancini e la romanista Claudia Gerini, che gli esperti di gossip inseriscono tra i flirt mai ammessi dello stesso Malagó. Rosario e Giuseppe Fiorello e altri 4 famigliari avrebbero invece usufruito di 8 ingressi. Tra i giornalisti, oltre a Mimun, 2 biglietti per la firma del Corriere della Sera Aldo Cazzullo e figlio (autori del bestseller «Metti via quel cellulare») e 1 per l'anchorman Rai Maurizio Mannoni. Nell lista della Sport e salute spunta anche qualche altro ospite eccellente nella tribuna della Roma, quasi tutti con figli al seguito. Per esempio l'attore Carlo Verdone e Paolo (7 biglietti), Walter Veltroni e Martina (4), l'ex ministro Andrea Ronchi e Antonia (5), Paolo Bonolis e Davide (3), l'agente delle star Lucio Presta e Niccolò (11), l'ex dg Rai Luigi Gubitosi ed Edoardo (3), Lorella Cuccarini (2). Non mancano gli editori: Alessandro, Andrea e Antonio Angelucci (24) e Francesco Gaetano Caltagirone (1). Un parterre di celebrità e potenti che probabilmente non vedremo più tutti insieme all'Olimpico, visto che adesso il Coni può distribuire solo 20 biglietti gratuiti a partita per la Roma e 12 per la Lazio. 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Per rimediare ai presunti danni fatto allo sport italiano dalla legge di riforma voluta dal precedente governo, con l'impegno in prima persona del sottosegretario a Palazzo Chigi, il leghista Giancarlo Giorgetti, il Coni chiede al Cio, il Comitato olimpico internazionale (cioè un organismo sovranazionale), di fare tabula rasa dei prossimi appuntamenti in agenda, causando così uno sfregio d'immagine al nostroPaese di certo superiore al vulnus invocato. Davanti a un riassetto che lo ridimensiona, il presidente del Coni Giovanni Malagò si appella infatti a un'autorità esterna. «Segnalando» la violazione di principi contenuti nella Carta olimpica, e quindi chiedendo in sostanza - non esplicitamente, e ci mancherebbe pure, ma indicando - la soluzione finale di punizioni esemplari per l'Italia: l'esclusione da Tokyo 2020 e la revoca dell'assegnazione a Milano-Cortina delle olimpiadi invernali del 2026. Se non è un «muoia Sansone con tutti i filistei», gli assomiglia molto. L'ultima spiaggia, dopo che il Coni si è visto sottrarre la gestione della cassa finanziaria con la creazione di Sport e salute che ha spazzato via la società Coni servizi. E che di ritorsione si possa tranquillamente parlare è confermato dalla circostanza segnalata ieri da Repubblica: la lettera del 6 agosto scorso con cui il Cio, bocciando la suddetta riforma e minacciando di fatto contraccolpi pesanti per l'Italia, sarebbe stata voluta, richiesta e «dettata» dal Coni. Cioè dal medesimo Malagò. Il quale, mentre da un lato nell'audizione al Senato del 29 luglio metteva in guardia rispetto alle possibili conseguenze in sede internazionale con il Cio, dall'altro quella stessa reazione sollecitava e provocava. «Sconvolgente, lo avevo già capito. Ma vederlo scritto nero su bianco fa tutto un altro effetto», è stato il commento del presidente della Federtennis Angelo Binaghi, di certo non un supporter di Malagò. Che dal canto suo ha minimizzato: «Le mie lettere? Un atto dovuto: se non avessi evidenziato tali situazioni normative, come membro del Cio sarei stato sanzionato in modo grave». Indicando l'exit strategy: «Ora nell'ambito dei decreti attuativi della legge delega, dobbiamo sistemare quegli aspetti in palese contraddizione con la Carta olimpica». Palese secondo chi? Ma naturalmente sempre secondo lui, Malagò. Che così condensa nella sua persona tutti i ruoli in commedia: l'accusa, la difesa, la giuria. Torniamo a inizio agosto. Le decisioni del governo italiano (quello Lega-M5s) sullo sport scatenano la contrarietà di Malagò ma anche l'opposizione del Pd. Due i punti su cui il Cio -opportunamente «imbeccato», come si è detto - può trovare qualcosa da ridire: le organizzazioni sportive aderenti al movimento olimpico hanno il diritto e l'obbligo di autonomia, «comprese la libera determinazione e il controllo delle regole dello sport», nonché «la definizione della struttura e della governance delle loro organizzazioni». Il secondo punto concerne la cosiddetta mission: le suddette organizzazioni devono «incoraggiare lo sviluppo di sport di alta prestazione così come pure dello sport per tutti». Solo che con la riforma, almeno così sostengono gli oppositori della nuova legge, al Coni rimane solo l'alta prestazione, è vero, mentre sul territorio avrebbe compiti di mera rappresentanza. Così il Cio reagisce con un intervento a gamba tesa: «Il Coni non dovrebbe essere riorganizzato mediante unilaterali decisioni governative, ma governance e attività devono essere stabilite nell'ambito del proprio statuto, in ottemperanza della Carta olimpica». Piccolo particolare: il Coni non è il soggetto che governa lo sport nazionale, bensì l'attività olimpica e può assumere sì iniziative per lo sport di base, ma solo a livello di «incoraggiamento», dato che la materia rimane di pertinenza di Stato e Regioni. Arriviamo all'oggi. Malagò, così vogliono i boatos che si rincorrono nella sempiterna palude romana, dove non esistono destra o sinistra né conflitti d'interessi, ma solo la loro convergenza, sperava che allo Sport andasse un ministro indicato dal Pd, magari un renziano in quota Luca Lotti, con cui il presidente del Coni ha sempre avuto una foscoliana corrispondenza di amorosi sensi. Peccato che a capo del dicastero sia stato paracadutato Vincenzo Spadafora dei 5 stelle, con ascendenze trasversali tra Prima e Seconda Repubblica (un nome per tutti: Francesco Rutelli, di cui è stato capo di gabinetto ai Beni culturali). Malagò si è precipitato a spiegare: «Lo conosco molto bene e il rapporto con lui è molto buono», anche perché Spadafora è transitato per l'associazione Italia Futura di Luca Cordero di Monezemolo, che di Malagò è amico e sodale da una vita. Ma a Spadafora è arrivato il warning di Alessandro Di Battista, il punto di riferimento dell'ala movimentista dei grillini che giovedì sera in tv ha ricordato, tra i nemici del cambiamento, proprio Malagò: «Ho sentito un'intervista ad Andrea Orlando del Pd in cui dice che, in questo Paese, i poteri forti non esistono. Invece si chiamano De Benedetti, Benetton, Caltagirone e Malagò, sono questi i miei avversari. E per me il Partito democratico resta il partito garante di questo sistema». Rocco Sabelli, numero uno di Sport e salute, accusa Malagò di tenere alta la temperatura della polemica per «riposizionarsi» rispetto al nuovo governo. Ma forse, alla luce di questa esternazione (e in attesa di altri documenti che sicuramente vedranno la luce), sarebbe forse meglio dire: per cercare di cadere in piedi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/da-lotti-a-davigo-gli-amici-laziali-di-malago-2640345075.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="caos-nella-first-la-cisl-ora-e-pronta-a-commissariare-il-settore-bancario" data-post-id="2640345075" data-published-at="1780864459" data-use-pagination="False"> Caos nella First, la Cisl ora è pronta a commissariare il settore bancario A meno di due settimane dalla ripresa delle trattative per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro dei 300.000 bancari, il sismografo sindacale segnala violente scosse telluriche nella First Cisl. Stiamo parlando del terremoto in corso nel ramo bancario della confederazione sindacale guidata da Anna Maria Furlan. Le «botte» sismiche registrate al quartier generale di Via Po, a Roma, sono state provocate dalle clamorose «azioni di disturbo» portate avanti nei confronti del segretario generale della First, Riccardo Colombani. Nonostante i tentativi di mantenere il massimo riserbo, fonti accreditate hanno spiegato che il caos interno si è acuito al punto che la Furlan, ormai esasperata, starebbe valutando l'ipotesi di commissariare la First, mandando a casa proprio i dissidenti Maurizio Arena, Sara Barberotti, Alessandro Delfino e Pier Paolo Merlini. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, secondo informazioni riservate raccolte dalla Verità, sarebbero i dati sulle tessere First: dal 2016 al 2018, sotto la gestione dell'ex segretario generale Giulio Romani, l'emorragia di iscritti ha superato quota 6.600. Un trend allarmante che la confederazione vorrebbe arrestare. Ma la Furlan deve fare i conti con i tentativi maldestri di chi vorrebbe destabilizzare l'attuale numero uno della First, Riccardo Colombani, il quale ha il sostegno di tutte le regioni italiane, con la sola eccezione di Milano guidata da Merlini che con scarsissime credenziali ambirebbe a prendere il posto di Colombani. Dietro la diaspora ci sarebbe quel gruppetto di dirigenti che ha fortemente sponsorizzato, cinque anni fa, la fusione tra Fiba Cisl e Dircredito (la sigla dei dirigenti sindacali): peccato, però, che la neonata First non abbia centrato il suo obiettivo e sia rimasta inchiodata nella seconda posizione del ranking della rappresentanza sindacale dell'industria bancaria. Ma cosa sta succedendo? Colombani, si fa notare in ambienti bancari, è un sindacalista modello, una persona per bene: da qui i tentativi di attaccarlo alle spalle e le scorrettezze in corso. Chi lo attacca fa parte di quel gruppetto che dentro la Cisl bancaria ha provocato, come detto, danni enormi sia, come accennato, sul piano dei numeri sia sul versante dell'immagine. Basta leggere quanto riportato negli ultimi mesi su Il9marzo.it, un sito assai informato sui fatti interni alla Cisl, e quanto raccontato con dovizia di particolari proprio su questo giornale. Come la vicenda relativa alla Popolare di Vicenza e ai rapporti dell'ex patron Gianni Zonin proprio con la First. Zonin aveva concesso a Paolo Ghezzi - non un sindacalista qualsiasi, ma il capo della First Cisl in Popolare di Vicenza - di potersi occupare attivamente di una impresa di famiglia, a partire dal 2005. Una piccola azienda (Ghezzi aveva il 25% e la moglie una quota identica) che aveva come obiettivo la costruzione di un villaggio turistico con 41 appartamenti nella provincia di Grosseto (quella che, per una coincidenza, ha dato i natali a Romani, che poi ha difeso Ghezzi pubblicamente). Fatto sta che quell'attività, finanziata con soldi della stessa Popolare di Vicenza, è saltata per aria e il prestito da ben 1,9 milioni di euro si è trasformato in un pesantissimo credito deteriorato, raddoppiato di valore: tra penali e commissioni varie, la sofferenza iscritta a bilancio era pari a 3,8 milioni di euro. «Un eventuale conflitto di interessi lo ho risolto fin da subito nel 2005», spiegò Ghezzi nel pieno della bufera. Le successive dimissioni non posero fine alle polemiche. E in questi giorni si sono riaccesi i riflettori su un altro spinoso caso interno. A tenere alta la tensione, ci sono anche alcune denunce alla Guardia di finanza: una decina di esposti, in tutto, alle Fiamme gialle di Roma, Verona, Padova e Treviso riguardano una serie di «spese pazze» ovvero super affitti e bollette domestiche private a carico dell'organizzazione. Finora le carte sono rimaste segrete, ma qualcuno potrebbe fare piena trasparenza a stretto giro. Morale della favola: ai dirigenti della First Cisl converrebbe stare alla larga da chi è clamorosamente arrivato a fine corsa. Un avvertimento che la stessa Furlan avrebbe fatto recapitare nelle ultime ore a tutti i membri della segreteria nazionale First (Riccardo Colombani, Maurizio Arena, Sara Barberotti, Sabrina Brezzo, Alessandro Delfino, Roberto Garibotti, Pier Paolo Merlini): se non si placa la lotta interna, scatta rapidamente il commissariamento e a casa corrono il rischio di andarci tutti …
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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