Si è destreggiato con disinvoltura tra difesa e accusa, attraversando le aule dei processi più scottanti ma anche quelle di alcuni dei più controversi della storia italiana. Luigi Li Gotti, partito da Mesoraca di Crotone e trasferitosi a Roma negli anni ’70, è un nome di peso nel circuito giudiziario. Ha rappresentato le vittime della strage di Piazza Fontana e le vedove di via Fani, ha assistito la famiglia del commissario Luigi Calabresi, è stato al fianco dei parenti delle vittime del caso Moro. Ma basta guardare dall’altra parte del palcoscenico per vedere un altro Li Gotti: l’avvocato di Tommaso Buscetta, di Giovanni Brusca, di Salvatore Contorno, di Gaspare Mutolo, di Gioacchino La Barbera e di altri collaboratori di giustizia eccellenti dell’epoca del pentitismo siciliano: quello delle stragi, delle ipotizzate trattative e delle accuse a politici e a esponenti delle istituzioni. Era l’era dell’illuminazione legalitaria per molti ex esponenti di Cosa nostra e di personaggi che hanno costruito il loro destino sulle loro verità, talvolta scomode, altre volte convenienti e altre, infine, smentite. Difensore delle vittime (quelle del terrorismo) e dei carnefici mafiosi convertiti. È lui, toga sulle spalle, che assiste il pentito Francesco Di Carlo durante la deposizione in videoconferenza nell’udienza del processo al senatore Giulio Andreotti. Anni dopo è sempre lui a smentire pubblicamente che il suo cliente (Di Carlo) «abbia denunciato minacce che, secondo quanto appreso in ambienti giudiziari, sarebbero state rivolte a suoi familiari affinché non facesse i nomi di alcuni politici al processo contro Marcello Dell’Utri». Ma è anche il difensore di uomini dello Stato. Come il questore Francesco Gratteri, capo dello Sco (il Servizio centrale operativo della polizia di Stato finito nelle indagini per il blitz alla scuola Diaz durante il G8 di Genova e condannato a 4 anni, 3 dei quali indultati), che da poliziotto partecipò, coincidenza, proprio all’arresto di Brusca. E poi c’è la carriera politica. Dal Movimento sociale degli anni ’70, passando per Alleanza nazionale, fino alla svolta improvvisa nel giustizialismo dipietrista dell’Italia dei valori. Da sottosegretario alla Giustizia del secondo governo Prodi ha avuto tra le mani dossier bollenti e ha gestito il fragile sistema dei collaboratori di giustizia. Le sue posizioni sulla grazia ad Adriano Sofri e a Ovidio Bompressi scatenarono un terremoto politico: il suo collega Carlo Taormina lo accusò di conflitto di interessi (per la duplice veste da sottosegretario alla Giustizia e legale della famiglia Calabresi), chiedendone le dimissioni dal governo. Quando ne è uscito (ma non per gli strali di Taormina), e dopo la parentesi da senatore dipietrista, ha assunto la difesa di Pino Giglio, pentito di ’ndrangheta nel processo Aemilia, uno che ha spiegato come la mala faceva soldi in Emilia Romagna senza apparentemente sporcarsi le mani. E poi c’è il mondo imprenditoriale calabrese. Questa volta i pentiti non c’entrano. E Li Gotti compare tra i difensori degli indagati. L’inchiesta è quella sul patron del Crotone Calcio Raffaele Vrenna, coinvolto in una presunta truffa aggravata sui rifiuti ospedalieri. Anche qui Li Gotti ha saputo muoversi con l’abilità di chi conosce le regole del gioco. E alla fine il processo si è chiuso con le assoluzioni. Forse è proprio questa la chiave per descrivere il personaggio: un maestro dell’equilibrio, capace di adattarsi al contesto, di cambiare bandiera senza passare per un voltagabbana, di servire lo Stato e difendere chi quello stesso Stato lo ha tradito. Un esperto viaggiatore tra le insidie della giustizia (e della politica) italiana. E chissà se un giorno il suo nome verrà ricordato come quello di un servitore dello Stato o di un abile navigatore nei meccanismi del sistema. O forse, più semplicemente, di entrambi.
Cassazione ha già stabilito che non sia accoglibile. Ma la vera novità è la conferma della trattativa più scabrosa che il terrorista ha portato avanti, anche con l’avallo, si spera inconsapevole, di alcuni maggiorenti del Pd. Stiamo parlando del negoziato condotto da Cospito e compagni per far abolire il 41 bis con il sostegno più o meno esplicito della criminalità organizzata.
Ieri all’ospedale San Paolo, dove Cospito è detenuto nel reparto penitenziario, si sono tenute due udienze fotocopia davanti ai tribunali di sorveglianza di Milano (i giudici si sono recati in ospedale) e di Sassari (in questo caso si è trattato di un videocollegamento) per discutere l’istanza di «differimento della pena alla detenzione domiciliare» presentata dal bombarolo. All’uscita l’avvocato Flavio Rossi Albertini, ripreso dalle telecamere, ha riferito la clamorosa doppia novità in quella che ritiene «una battaglia politica d’avanzamento dell’umanità». Ha fatto sapere che il suo assistito «sarebbe anche disposto a recedere dallo sciopero della fame purché il Tribunale di sorveglianza liberasse altri detenuti che sono sottoposti al 41 bis che hanno molte più ragioni valide per essere comunque messi in detenzione domiciliare e riportati a casa e magari fatti morire nel loro letto». Poi, dopo aver specificato che Cospito è «tanto stanco e tanto provato» e che avrebbe addirittura rischiato l’infarto (episodio, però, minimizzato dalla direzione sanitaria, che avrebbe parlato di «un errore del tracciato della macchina») ha fatto riferimento all’opzione B per cui sarebbe disposto a interrompere lo sciopero della fame: scontare la pena a casa, condizione in cui potrebbe riprendere a studiare. Infatti a Cospito la salute del «somaro» non interessa e ritiene che solo «attraverso lo studio e la lettura c’è vita, altrimenti non è vita». «Potrebbe arricchirsi, potrebbe crescere, potrebbe rafforzare le sue opinioni, ragionare, scrivere, partecipare a progetti editoriali» ha soggiunto il legale. Peccato che proprio i suoi progetti editoriali, le sue interviste dal carcere, i suoi continui inviti alla violenza contro i rappresentanti dello Stato lo abbiano portato al 41 bis. Spargendo perle come questa: «Il padrone può e deve sanguinare. In compagnia o da soli colpire e mirare bene». Per il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo c’è tutto «un “mondo” che si muove su “input” di Cospito e a suo sostegno» e «quel sostegno si esplica attraverso azioni violente e di grave intimidazione». Concetti ripresi ieri dal Pg di Milano Francesca Nanni che ha dato parere negativo ai domiciliari. L’alto magistrato ha citato la «giurisprudenza di Cassazione» secondo la quale «non si può concedere» il differimento della pena, «nel caso in cui la patologia sia autodeterminata», ma ha anche chiesto al Tribunale di sorveglianza di collocare in maniera stabile Cospito nel reparto penitenziario dell’ospedale. Ma torniamo alla lotta comune di anarchici e mafiosi contro il 41bis. Un rischio emerso nelle osservazioni fatte dalla polizia penitenziaria sulla vita in carcere di Cospito, condannato per associazione eversiva e per azioni come la gambizzazione del manager dell’Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi. Da quelle relazioni si apprendeva che lo sciopero della fame di Cospito era condiviso dallo stesso con alcuni boss in regime di 41 bis. Una saldatura pericolosissima stigmatizzata in Parlamento dal deputato Giovanni Donzelli, per questo impallinato dalla sinistra e dai giornali progressisti. In effetti venne considerata più grave la rivelazione di quelle annotazioni («a limitata divulgazione») che non il loro contenuto. La richiesta presentata ieri dall’anarchico smaschera l’ipocrisia di chi ha negato durante il dibattito di questi mesi il collegamento tra i due mondi solo apparentemente distanti. Torna alla mente la comunicazione fatta dal Reparto operativo mobile di Sassari su quanto accaduto l’11 gennaio, durante un presidio di solidarietà per il detenuto. Nell’occasione il camorrista Francesco Di Maio, anche egli sottoposto al regime 41 bis, colpito dalle campagne a favore dell’anarchico, aveva esortato quest’ultimo a continuare la sua «battaglia» perché «pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato». Al che, Cospito, aveva replicato: «Questi vengono a rompere il cazzo, ma deve essere una lotta contro il regime 41 bis e contro l’ergastolo ostativo: non deve essere una lotta solo per me. Per me noi 41 bis siamo tutti uguali». Di Maio a questo punto «continuava replicando che bisogna andare avanti e che “questa miccia non deve essere spenta […] noi ti siamo solidali” e ridendo affermava “nel caso anche noi faremo lo sciopero della fame”». A questo punto Cospito avrebbe ribadito: «Non voglio che sia una lotta per me». Appena tre giorni dopo il detenuto ricevette anche la visita di una delegazione dem composta dall’ex Guardasigilli Andrea Orlando, dal tesoriere Walter Verini, dalla capogruppo alla Camera Debora Serracchiani e dall’esponente sardo Silvio Lai. Cospito li bloccò subito: «Io non ho niente da dire se prima non parlate con gli altri detenuti, solo dopo avrò qualcosa da dire». E i quattro obbedirono facendo visita a Di Maio, il quale lamentò con Orlando che «il regime 41 bis equivale alla condanna a morte». Anche il capomafia Pino Cammarata avrebbe protestato per la sua condizione, mentre l’artificiere «nero» di Capaci, Pietro Rampulla, ristretto da trent’anni, non avrebbe dato corda al quartetto. Uscito dal carcere Orlando aveva twittato: «È urgente trasferire Cospito e revocare il 41bis», arrivando a paragonare il carcere duro per il cinquantacinquenne pescarese «a una sorta di ritorsione» di Stato. Nelle stesse ore sul sito di Soccorso rosso internazionale, un blog che sostiene i terroristi imprigionati, era apparsa questa teoria: «La vera mafia non sta certo in carcere, ma nei consigli d’amministrazione capitalistici e nelle strutture statali, nella più oscena impunità». Adesso il Tribunale di sorveglianza di Milano, entro 5 giorni, dovrà esprimersi sui domiciliari per Cospito. A decidere saranno la presidente Giovanna Di Rosa e il magistrato Ornella Anedda coadiuvate da due esperti.
Importanti, ma non vincolanti anche i pareri dei pg di Torino e Milano e della Procura nazionale antimafia e antiterrorismo. «Un coro di opposizioni» li ha definiti l’avvocato Rossi Albertini.
Siccome siamo in un Paese civile e la pena di morte è stata abolita da un pezzo, non si può dunque pretendere che Giovanni Brusca, il killer della mafia con un curriculum da 150 delitti, sia sciolto nell'acido come lui sciolse nell'acido Giuseppe Di Matteo, un ragazzino di 14 anni che aveva la sola «colpa» di essere figlio di un pentito di mafia. Tuttavia, se non lo si può segregare in un bunker senza finestre, né lo si può strangolare a mani nude, come pure lui fece dopo due anni di prigionia con il piccolo Di Matteo, almeno penso che si dovrebbe lasciarlo marcire in galera, buttando la chiave fino a che morte non intervenga. Lo so, la legge di fatto ha abolito l'ergastolo, poi c'è la Gozzini che concede sconti di pena anche agli assassini più crudeli, e però la scarcerazione di Giovanni Brusca, uno che sulla coscienza ha la strage di Capaci e pure quella di via D'Amelio, mi fa venire il voltastomaco. Sì, la legge è uguale per tutti, anche per i carnefici, ma 150 omicidi, la sofferenza delle vittime e dei familiari di magistrati e poliziotti morti a causa del boss, non può essere risarcita con 25 anni di galera, cioè con meno di due mesi di detenzione per ogni omicidio. La legge è uguale per tutti, ma esiste un limite oltre il quale non si può andare e nel caso di Giovanni Brusca credo che lo si sia abbondantemente superato.
Ha ragione il padre del piccolo Giuseppe, Santino Di Matteo, l'uomo a cui Brusca sequestrò il figlio per impedirgli di collaborare con la Giustizia, a cui all'epoca fu negata la possibilità di abbracciare il cadavere del ragazzo e ancora oggi gli è inibita quella di piangerlo su una tomba. «Non trovo parole per spiegare la mia amarezza», ha detto in un'intervista al Corriere della Sera, «È passato meno di un anno da quando hanno liberato un carceriere di mio figlio. La verità è che tutti i sorveglianti e gli aguzzini della mia creatura sono liberi. Tutti a casa. E ora va a casa pure il capo che organizzò e decise tutto». Il giornalista gli obietta ciò che ho scritto all'inizio, e cioè che esiste una norma che ne consente la liberazione, perché la giustizia è uguale per tutti. «La legge non può essere uguale per questa gente», replica Di Matteo: «Brusca non merita niente. Oltre a mio figlio, ha pure ucciso una ragazza incinta di 23 anni, Antonella Bonomo, dopo aver torturato il fidanzato. Strangolata, senza motivo, senza che sapesse niente di affari e cosacce loro. Questa gente non fa parte dell'umanità».
Difficile dargli torto. Perché è impossibile credere che siano sufficienti 25 anni dietro le sbarre per dimenticare e redimersi, tornando a 64 anni a una vita normale senza più le mani lorde di sangue. Può essere cambiato un uomo che con Giuseppe Di Matteo giocava con la playstation, uno che lo ha visto crescere ma non ha esitato a tenerlo in catene per due anni, per poi disfarsi di lui, cioè di un ragazzino, quando ha capito che non gli sarebbe servito più a nulla e per questo lo ha strangolato e sciolto nell'acido? Si può giustificare uno sconto di pena in cambio della testimonianza contro i complici dei suoi stessi omicidi? Perché questo è il tema. Brusca si è pentito un secondo dopo essere finito in manette e da criminale capace di delitti efferati, con la stessa freddezza ha consegnato ai magistrati i nomi di chi lo aveva affiancato nelle stragi e negli omicidi. Da mafioso si è trasformato in un collaboratore di giustizia, cioè in una persona che ha diritto a uscire dal carcere e magari, come ha detto Santino Di Matteo, a farsi una passeggiata sul corso del paese che per anni è stato il suo feudo. Il padre del piccolo Giuseppe si dice disgustato. «Dopo trent'anni mi fanno ancora testimoniare ai processi. Io vado per dire quello che so. Ma a che serve se poi lo stesso Stato si lascia fregare da un imbroglione, da un depistatore». Già, perché quello che Brusca ha raccontato ai pm non è tutto oro che luccica. Molte delle sue testimonianze non sono state riscontrate o, peggio, hanno avuto riscontri negativi. E nessuno sa dire quanti altri segreti il boss si sia tenuto per sé, evitando di raccontarli nei tanti processi che ha subìto. Ma anche se il suo pentimento è dubbio, anche se è aberrante sapere a piede libero l'autore di una strage (non penso solo a Giovanni Falcone e alla sua scorta e nemmeno a Paolo Borsellino e agli agenti che lo proteggevano, ma a quei 150 cadaveri che in altro modo non saprei definire se non una carneficina), lo Stato lo libera. È la legge, dicono tutti in coro. Beh, allora cambiate la legge, perché è vero che la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti, ma non tutti gli omicidi sono uguali, così come non tutti gli assassini sono del calibro di Giovanni Brusca.
Siamo nel pieno della seconda ondata dell'emergenza epidemiologica, ricominciano le proteste dei detenuti e dei loro familiari, e il governo ed il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si muovono per scongiurare un'altra Caporetto. Speriamo che, almeno questa volta, si riesca a raggiungere l'obiettivo di assistere dignitosamente i detenuti con patologie all'interno delle carceri e di non mandare a casa pericolosi delinquenti.
A tal proposito, se l'esperienza conta, anche e soprattutto per evitare di commettere gli stessi errori, val la pena ricordare quello che è successo a marzo. Rivolte simultanee dei detenuti in molti istituti di detenzione. Sistema penitenziario colto di sorpresa, o comunque non adeguatamente predisposto per fronteggiare l'emergenza. E poi le scarcerazioni indistinte con molti pericolosi delinquenti, anche mafiosi, mandati per mesi in vacanza domiciliare con il differimento della pena.
vecchio dap azzerato
Non è mia intenzione tornare sulla questione delle colpe o delle responsabilità, dopo che i dirigenti di quel Dap sono stati quasi tutti rimossi o «dimissionati», ma mi preoccupo affinché tali situazioni incresciose non abbiano mai più a ripetersi. Perché sbagliare è umano, anche se molto grave per chi riveste ruoli istituzionali di rilievo, ma perseverare è diabolico.
Il governo è intervenuto inserendo l'art. 30 nel decreto ristori ed ha pensato di replicare la medesima misura del cosiddetto «indultino», che prevede la detenzione domiciliare per i detenuti che non debbano scontare più di 18 mesi di reclusione, anche come residuo di altra pena. Come anticipato nelle notizie di stampa sono stati esclusi dal beneficio i mafiosi e gli autori di delitti più gravi. Nel frattempo, anche il Dap sta correndo ai ripari per evitare le conseguenze della diffusione del virus nelle carceri.
il nuovo svuotacarceri
Mi preoccupano, da tecnico studioso del fenomeno mafioso, almeno due aspetti di una strategia che sembra improntata al solito opinabile principio di svuotare le carceri il più possibile senza fare, fino in fondo con chiarezza, distinzione tra tipologie di delinquenti. E soprattutto con pochi insufficienti interventi strutturali.
La prima criticità è legata al nuovo «indultino», riproduzione di quello previsto a marzo dall'art. 123 del decreto Cura Italia. Con una modifica introdotta, cogliendo in parte una mia indicazione, già pubblicata a maggio sul sito Juorno.it. Viene, infatti, previsto il divieto di scioglimento del cumulo delle pene per i reati di mafia e di terrorismo.
La questione è molto tecnica, ma sostanzialmente può essere spiegata dicendo che con il precedente art. 123 del Cura Italia sono usciti dal carcere mafiosi come Antonio Noviello, del clan dei Casalesi, condannato ad oltre 16 anni per reati di stampo mafioso e reati comuni. L'indultino di marzo consentiva, infatti, la scarcerazione anticipata - in periodo di Covid - di questi soggetti, anche se dovevano finire di scontare una pena inferiore a 18 mesi per reati comuni.
Con le nuove norme questo non sarà più possibile. Ma non sempre. Perché è stata inserita una eccezione dell'eccezione. E cioè questo avverrà solo se i reati sono connessi. E vi risparmio ulteriori tecnicismi. La conclusione è che si tratta di una norma che scontenta tutti, che verosimilmente avrà una applicazione modesta e non risolverà il problema del sovraffollamento delle carceri. Peraltro, non essendo stata pubblicata la relazione di accompagnamento non è dato sapere se, in questi 6 mesi dopo il primo lockdown, sia stata fatta una previsione sull'impatto della norma.
nessun beneficio
Quindi, a mio modesto parere, il sovraffollamento resterà e i giudici di sorveglianza saranno chiamati ad esprimersi sulle situazioni critiche senza sostanziali novità, né migliorie rispetto a marzo.
E qui entra in gioco la seconda criticità che è legata alla circolare del Dap del 22 ottobre con cui si danno disposizioni ai Provveditorati (organi periferici che coordinano gli istituti carcerari) per la gestione del rischio Covid all'interno del carcere. Ci si preoccupa - giustamente - della gestione dei detenuti Covid, ma mancano totalmente indicazioni sulla «gestione straordinaria» dei detenuti con patologie diverse anche gravi, in un momento nel quale il servizio sanitario nazionale è in emergenza assoluta.
Mi chiedo se lasciare la delega alle Asl (ancora competenti per legge per i profili sanitari di tutta la platea carceraria) senza l'indicazione di tempi, modalità di effettuazione di cure ed esami clinici, ed eventuali «corsie prioritarie» per i detenuti più pericolosi, non sia scelta operativa rischiosissima. Si veda cosa è accaduto per il boss Pasquale Zagaria, mandato a casa ad aprile, per l'impossibilità di effettuare controlli medici per la riconversione a centro Covid dell'ospedale dove veniva curato.
Allo stato delle disposizioni un detenuto, anche al 41 bis, a cui non sarà assicurata la richiesta necessaria terapia sanitaria, a causa, ad esempio, della temporanea chiusura/sospensione del servizio medico per emergenza Covid, temo che rischi di andare a casa sulla base dell'art. 147 c.p.. Non mi risulta siano stati fatti screening precisi delle patologie più diffuse ed analisi del rischio-scarcerazioni per i mafiosi con patologie. Con conseguente logico potenziamento delle strutture/reparti sanitari interessati. Dall'altro lato, almeno questo, la famigerata circolare del 21 marzo (definita da molti la vera svuotacarceri) resta ancora sospesa.
Auspico che non si ripeta una storia già vista. E rispetto a queste critiche costruttive mi aspetto non infastidite repliche piccate, ma chiare risposte rassicuranti, cui seguano fatti concreti. Non siamo più disponibili ad accettare scuse postume con non chiare assunzioni di responsabilità, né tantomeno goffi tentativi di buttare la croce sui giudici, che in genere non dispongono di corrispondenti strumenti mediatici per difendersi efficacemente. Non so più in che lingua bisogna dirlo. Così non va bene. Così non si affronta l'emergenza. È sbagliato. È pericoloso.
strategia assente
A inizio marzo, molto prima del pur meritorio Massimo Giletti che colse il nostro grido di dolore su La7 e ne ha fatto poi quasi una battaglia personale, ebbi a denunciare la questione pubblicamente dalle pagine del quotidiano d'informazione Juorno.it. Lanciai l'allarme e suggerì una possibile soluzione. Con atteggiamento da soloni presuntuosi all'epoca si sottovalutò la questione. Ed abbiamo visto tutti come è andata a finire. Cerchiamo di non replicare una delle pagine più buie nella lotta alle mafie nel nostro Paese.
Serve un intervento immediato, coraggioso ed efficace. I mafiosi vanno curati, ma va fatto esclusivamente all'interno del circuito carcerario. E l'opinione pubblica ha diritto, dopo tutto quello che è accaduto in primavera, di sapere quali siano gli strumenti e le strategie che si sono adottate per evitare il peggio.
*Sostituto procuratore
generale di Napoli
Se la giustizia italiana fosse giusta, una Procura avrebbe già aperto un'inchiesta. E i magistrati starebbero scavando nello scandalo delle scarcerazioni dei detenuti mafiosi, avvenute sotto il guardasigilli Alfonso Bonafede. Il materiale per un'inchiesta, del resto, c'è tutto: strane rivolte carcerarie, misteriose circolari ministeriali, sospetti lanciati come sassi in tv...
Sospettati non ce ne sono, ma il materiale alla base dell'indagine-che-non-c'è ha per lo meno la stessa forza di quello che una decina d'anni fa ha acceso il controverso processo palermitano sulla presunta «trattativa» tra Stato e mafia, oggi in Corte d'appello. In primo grado mafiosi, politici e uomini delle forze dell'ordine sono stati condannati per avere ordito un piano oscuro, indefinito in più passaggi: alleggerire il carcere duro per i boss di Cosa nostra, detenuti in base all'articolo 41 bis della legge sull'ordinamento penitenziario. Voluta dal ministro della Giustizia Claudio Martelli dopo la strage di Capaci del maggio 1992, costata la vita a Giovanni Falcone, quella norma impone ai capi mafiosi un duro regime di sorveglianza e l'impossibilità di comunicare con l'esterno. Secondo l'accusa, sostenuta dai pm antimafia palermitani raccolti attorno a Nino Di Matteo, tra il 1992 e il 1993 la presunta «trattativa» avrebbe visto da una parte i mafiosi, che minacciavano nuove bombe se il 41 bis non fosse stato attenuato, e dall'altra gli uomini dello Stato che facevano di tutto per evitarle. Imbastito su elementi a volte fumosi o inconsistenti, il processo Trattativa ha monopolizzato per anni il dibattito giudiziario e condizionato la vita politica. Al confronto con gli elementi alla base quel processo, paradossalmente, la sequenza dei fatti di questo terribile 2020 è più concreta e coerente. Però nessuno, almeno che si sappia, sta indagando. Il problema, a pensar male, è forse che la vicenda non coinvolge attori di centrodestra.
Tutto comincia il 31 gennaio, quando il governo di Giuseppe Conte delibera lo stato d'emergenza per coronavirus. Quel giorno, secondo il ministero della Giustizia retto dal grillino Bonafede, le prigioni hanno un preoccupante sovraccarico di detenuti: sono 60.971, contro una capienza «regolamentare» di 50.692 e una disponibilità effettiva di 47.000 posti. Le celle scoppiano, il rischio di contagio è grave. Che cosa fa il ministro? Nulla. Che cosa fa il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, il magistrato che Bonafede ha scelto per quell'incarico nel giugno 2018, poco dopo il suo insediamento? Niente. Per tutto febbraio, ministro e capo del Dap non agiscono. Il 18 di quel mese, Basentini spedisce alle 189 carceri italiane le «Linee programmatiche per il 2020»: su 12 pagine, due sono dedicate al tema «La sanità negli istituti penitenziari», ma le parole «epidemia», «coronavirus» o «Covid-19» non compaiono nemmeno di striscio. Possibile non si capisca che le prigioni scoppiano e che il virus inevitabilmente le coinvolgerà?
A fine febbraio i detenuti aumentano ancora: 61.230. Intanto l'onda della pandemia è montata, è uno tsunami. La paura del contagio si fa terrore, il malumore ribolle. Ai primi di marzo qualche protesta scoppia fuori dai cancelli. La risposta del ministero è così irrazionale da lasciare interdetti: vengono sospesi permessi-premio e visite dei familiari. Il risultato è inevitabile. Tra il 7 e il 9 marzo, in 26 prigioni, scoppia la più violenta rivolta degli ultimi 40 anni. Lascia 14 morti tra i detenuti (ufficialmente per overdose da metadone, rubato nelle infermerie), 50 agenti feriti, una settantina di evasi, danni per 35 milioni. C'è chi scrive che è tutto «organizzato», che c'è «una regia», ma anche quel tema stranamente evapora. Di certo i rivoltosi incontrano magistrati, ufficiali delle forze dell'ordine, e consegnano loro rivendicazioni e richieste.
La protesta finisce. Passano dieci giorni, e il 21 marzo ecco altre anomalie. Il Dap invia un'irrituale circolare ai direttori delle prigioni: chiede di comunicare «con solerzia all'autorità giudiziaria» i nomi dei detenuti in condizioni di salute ed età tali da esporli al rischio di contagio. Il risultato dell'indagine servirà «per le eventuali determinazioni di competenza» dei Tribunali di sorveglianza, cioè per le possibili scarcerazioni. Mistero nel mistero, a firmare la circolare non è Basentini, né un direttore subordinato, ma l'addetta stampa Assunta Borzacchiello. Nessuno ne ha mai capito il perché. Il vero mistero, comunque, è la circolare, che subito viene letta come la chiave per aprire le celle. Non per nulla, il documento specifica che, «oltre alla relazione sanitaria» di ogni detenuto a rischio, devono essere allegate altre informazioni, tra cui «la disponibilità di un domicilio».
E difatti i ritorni a casa cominciano: in sordina, a decine. Piano piano, escono di cella 376 detenuti pericolosi. Lo scandalo esplode solo a metà aprile, quando i giudici di sorveglianza spediscono ai domiciliari una serie di «pezzi da 90», fino a quel momento reclusi al 41 bis. Personaggi come Francesco Bonura, boss di Cosa nostra condannato a 23 anni; o come Pasquale Zagaria, fratello di Michele e mente finanziaria del clan camorristico dei Casalesi, condannato a 20 anni. Lo segnalano alcuni giornali, tra cui La Verità, e la polemica si fa rovente. Si scopre che il Dap non ha fornito ai giudici soluzioni alternative per i boss, che non ha saputo cercare posti nelle «strutture sanitarie protette». Il Dipartimento ha perso tempo, ha perfino spedito e-mail agli indirizzi sbagliati. Un'inconcludenza mai vista prima, nella struttura. Basentini vacilla. A fine aprile il guardasigilli decide di sacrificarlo, e il capo del Dap si dimette.
Ma ai primi di maggio la polemica ha un ritorno di fiamma perché in tv Nino Di Matteo accusa Bonafede di avergli offerto e precipitosamente negato la guida del Dap che nel giugno 2018 ha poi affidato a Basentini. La rivelazione è quasi grottesca: due anni dopo la sua mancata nomina, Di Matteo - che, ricordiamolo, è uno dei pm del processo «Trattativa» - ipotizza che il ministro abbia fatto retromarcia sul suo nome per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti», preoccupati che il suo arrivo al Dap potesse produrre una stretta del 41 bis.
A quel punto, mentre l'opposizione chiede le sue dimissioni, l'imbarazzatissimo Bonafede vara due decreti in pochi giorni: il primo subordina le scarcerazioni dei boss al Sì delle Procure antimafia; il secondo impone ai Tribunali di sorveglianza di verificare di continuo la salute dei boss trasferiti a casa. Intanto, nel silenzio di tutta la stampa italiana, La Verità riporta la sconcertante denuncia del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. L'ex boss di Cosa nostra, che si è pentito con Falcone nel 1992 e da 28 anni viene ritenuto affidabile, dice che le scarcerazioni dei boss «fanno parte della Trattativa tra Stato e mafia, che non è mai finita», e aggiunge che «è inutile che adesso il ministro annunci in pompa magna che li fa tornare in carcere: ormai sono fuori, i buoi sono scappati dal recinto». Anche il suo j'accuse cade nel vuoto.
L'ultimo capitolo della storia riguarda la visita che Basentini ha fatto a Michele Zagaria, boss dei Casalesi recluso al 41 bis nel carcere dell'Aquila. Secondo quanto rivela oggi un cronista napoletano esperto di camorra, Paolo Chiariello, nel novembre 2018 il capo del Dap sarebbe entrato nella cella di Zagaria con il direttore della prigione e con una terza persona. Incontrare i detenuti è tra le facoltà del capo del Dipartimento. Intercettato poco dopo, però, il boss confida a un compagno di cella di aver parlato con «uomini delle istituzioni», che gli hanno fatto capire che il suo 41 bis non si può allentare solo per l'opposizione della Procura di Napoli. Se l'avesse saputo Di Matteo, una decina d'anni fa, chissà quali indagini ci avrebbe imbastito.







