Caro direttore, a leggere l’ultima ipotesi di un probabile riassetto della società Autostrade per l’Italia (Aspi), mi vengono in mente le sagge parole di una vecchia canzone napoletana (Simmo l’e Napule paisà) che suonavano in italiano così: «Il mondo è una ruota, si cambia, si gira e si torna a cambiare». Concetto poi ripreso da Tomasi di Lampedusa nel suo romanzo Il gattopardo, portato sullo schermo da Luchino Visconti, in cui si diceva: «C’è bisogno che tutto cambi perché tutto resti uguale».
Spieghiamo la ratio dei nostri ricordi. Dal divertente progetto di riassetto di Aspi di cui abbiamo letto, la cosa che subito ci colpisce è nei fatti il possibile ritorno dei Benetton sotto mentite spoglie. E ci spieghiamo. La sede italiana di Jp Morgan (ma la casa madre di New York lo sa?) parla di un conferimento in Aspi del gruppo Gavio-Astm partecipato dal fondo Ardian al 49%, per fare uscire da Aspi il fondo australiano Macquarie in agitazione per via di una richiesta, insieme a Blackstone, di percepire dividendi contrattualizzati con conseguenti necessari aumenti di tariffe in contrasto con le politiche governative.
Una governance sbagliata, quella di Aspi, decisa dai precedenti governi, Draghi compreso. L’errore stava nel fatto che l’intera governance di Aspi è stata affidata a soggetti tutti finanziari, Cdp compresa. Oggi, però, bisogna fare grande attenzione. Il fondo Blackstone ha acquistato il 37% di Mundys, che altro non è che la vecchia Atlantia dei Benetton oggi partecipata dalla Edizione Holding di Alessandro Benetton, e quindi sull’orizzonte di Aspi potrebbe stagliarsi di nuovo un ruolo finanziario degli amici Benetton, anche se oggi non appaiono in nessun modo azionisti, visto che la partecipazione in autostrade è tenuta dal Fondo e non da Mundys.
Oggi, appunto: domani chissà. Perché Mundys è un operatore nelle concessioni autostradali in diversi Paesi del mondo e quindi, lasciando - con il progetto in esame - Blackstone il solo fondo dentro Aspi, prima o poi la partecipata Mundys potrebbe ritornare anch’essa a un ruolo formale.
Ecco il perché delle memorie della vecchia canzone napoletana. E la questione non è una ipotesi di terzo tipo nel progetto che abbiamo letto per due motivi. Mundys è partecipata anche dalla cassa di risparmio di Torino con il 5,4% del nostro caro amico Fabrizio Palenzona, democristiano doc e quindi molto caro al nostro cuore, esperto di concessioni autostradali (è stato per anni presidente dell’Aiscat, l’associazione dei concessionari italiani) e di finanza (vicepresidente per anni di Unicredit). Non vorremmo sbagliare, ma credo che la sua capacità creativa stia dentro questa idea che più la guardiamo e più ci appare stramba. Infatti lo stesso conferimento del gruppo Gavio, società affettuosamente amica e sostenitrice della Dc scalfariana, e quindi anch’essa vicino al nostro cuore, non risolve alcun problema per le difficoltà che oggi il gruppo ha nell’aver perso alcuni asset e aver messo in vendita la tangenziale di Milano da oltre sei mesi per fare cassa e, ad ora, senza alcun risultato. Il conferimento del gruppo partecipato dal fondo Ardian, infatti, scaricherebbe i suoi debiti in Aspi e quindi in parte su Pantalone via Cdp, consentendo al fondo Ardian di uscire e lasciando in Aspi, come già detto, come unico fondo Blackstone, che ha il 37% della vecchia Atlantia.
Naturalmente, a questo punto, anche l’amico Salini, già partecipato dalla Cdp, si è subito alzato per proporsi nella partita, tanto che andremmo a realizzare la italianità della committenza (Aspi) e delle grandi imprese esecutrici. Una volta la Dc, nelle grandi partite economiche, trovava sempre un equilibrio di forze imprenditoriali, garantendo l’interesse generale del Paese, tanto che le bistrattate partecipazioni statali (Iri ed Eni) nel tempo hanno traghettato l’Italia verso un patrimonio industriale ad alta intensità tecnologica, collocandola alla fine degli anni Ottanta tra il quarto e il quinto posto tra i Paesi più industrializzati del mondo. In pochi anni, grazie alle sconcertanti privatizzazioni (di cui pure dovremmo parlare prima o poi), hanno ridotto l’Italia a una colonia delle grandi democrazie industrializzate europee e si continua ancora in questa direzione con la vendita della rete fissa della Tim agli americani della Kkr.
La Dc non c’è più e i Dc, sfusi e a pacchetti, sono tutt’altra cosa, mentre in questi 28 ultimi anni gran parte degli altri hanno guardato il Paese che veniva venduto e disorganizzato con il risultato di una crescita che, tranne una volta con Giuliano Amato, ha superato l’1%, tralasciando il rimbalzo post pandemico dovuto principalmente al Superbonus del 110%, che pagheremo nei prossimi dieci anni. Ma di tutto ciò avremo prima o poi occasione di riparlarne.







L’umarell di Treviso incolpa gli altri e conta i suoi miliardi
United Colors of Vittimism. I maglioncini sono ormai trapassati, i conti dell’azienda devastati. Non resta che il vittimismo. Così Luciano Benetton annuncia l’addio alla presidenza del gruppo con un’intervista surreale al Corriere della Sera in cui rivela un buco da 100 milioni di euro nei bilanci dell’azienda e scarica tutto su un manager traditore, Massimo Renon, senza farne mai il nome. Lo definisce un uomo «che viene dalla montagna», «scarpe grosse e cervello fino», e lo accusa di avergli nascosto il progressivo peggioramento dei conti fino al tracollo attuale. «Una vergogna», la definisce. Di fronte alla quale vergogna, coraggiosamente, l’uomo di Treviso declina ogni responsabilità, apprestandosi a tagliare la corda: «Purtroppo ci saranno sacrifici da fare», dice. E lui, si sa, non è uomo da fare sacrifici. Ha sempre preferito farli fare agli altri.
Preparatevi e mettetevi comodi che lo spettacolo si annuncia straordinario: se vi siete appassionati alla saga degli Agnelli, se vi siete gustati quella dei Caprotti o dei Del Vecchio, ebbene non potete perdervi il nuovo kolossal. Per la serie le grandi famiglie dell’economia italiana alle prese con la successione, va ora in onda #AndràtuttoBenetton. Si preannunciano infiniti colpi di scena, colpi bassi e colpi al cuore. Il primo colpo, intanto, l’ha battuto lui l’ottantanovenne fondatore dell’impero che era rientrato nel 2018 per salvare la baracca e ora la lascia sull’orlo del baratro, dicendo che per sei anni non s’è accorto di nulla di quel che succedeva. Che è tutta colpa dei manager. Che non gli hanno detto quello che facevano. Che gli hanno nascosto le cose. Come se lui non fosse il presidente arrivato da salvatore della patria ma uno che passava lì per caso. L’umarell degli stabilimenti di Treviso.
Hanno la faccia come i maglioncini, questi Benetton. Perché loro non sanno mai niente. Niente. Rilasciano interviste a più non posso, discettano di ogni cosa. Sono stati proclamati re della comunicazione, della cultura, dell’intelligenza. Dalla solidarietà all’Aids, dall’accoglienza ai diritti civili, si presentano come quelli che sanno sempre tutto di come va il mondo. Ma non sanno mai nulla di come va la loro azienda. E scaricano sempre sul manager di turno. Il quale è ottimo fino a quando fa scorrere nelle loro tasche fiumi di utili, spremendo l’azienda e riducendo i costi ai limiti dell’indecenza. E diventa pessimo e traditore non appena le cose cominciano a girare per il verso sbagliato. Questa significa essere dei signori. Di sinistra. Molto chic. Questo significa essere Benetton.
Se ci pensate era successo così anche con il ponte Morandi. Le manutenzioni delle autostrade non venivano fatte perché (parole testuali dei dirigenti del gruppo) «così distribuivamo più utili e la famiglia Benetton era contenta». Per questo non era stato sistemato il viadotto Polcevera anche se le sue precarie condizioni erano note dal 2010. Per questo i ponti erano (testuale) «incollati con il Vinavil», i lavori erano eseguiti (testuali) «alla cazzo» e a fare i controlli (testuale) «ci mandavano i ciechi». I costi venivano ridotti e la vita degli automobilisti è stata messa rischio per arricchire i signorotti di Treviso, i quali incassavano e ringraziavano il manager Giovanni Castellucci con stipendi fino a 5 milioni di euro l’anno. Poi quando il ponte è crollato, dopo aver smaltito i postumi dei bagordi della festa di Cortina celebrata a cadaveri ancora caldi, i Benetton hanno scritto (dicembre 2019) che loro con la tragedia non c’entravano nulla, che era tutta colpa dei manager e che si sentivano «parte lesa». Parte lesa, capito? 43 persone morte e loro «parte lesa».
Ora si ripete la scena. Per sei anni Luciano Benetton ha continuato a mettersi in tasca soldini annunciando risultati sempre migliori: «Perdite ridotte, azienda in recupero» (2020), «Conti in ripresa» (2021), «Anno incoraggiante, il fatturato supera il miliardo» (2022), «Cresciamo nel venture capital» (2023) e via imbrodandosi. Poi d’improvviso si scopre che c’è una voragine nei conti di 100 milioni di euro. E la colpa di chi è? Ovvio dell’«uomo di montagna», privato persino del nome, che ha gestito tutto senza mai dirgli niente. Per altro lui, Luciano, è vero che l’ha nominato, però, ecco, non avrebbe mica voluto. Chiaro: una persona l’aveva avvertito che quell’uomo di montagna era scarso e perciò lui aveva una «forte preoccupazione», ma è stato «il consulente» a convincerlo che era la scelta giusta. Quindi oggi il povero Benetton può dirsi vittima due volte: del manager di montagna e del consulente. Praticamente una congiura.
Il che porta, ancora una volta, il nonnetto dei maglioncini a dichiararsi «parte lesa». Una sofferenza infinita. Già è difficilissimo per lui «sopportare la tragedia del ponte Morandi», come scrive il vicedirettore del Corriere Daniele Manca introducendo l’intervista. (Si capisce: la tragedia del ponte Morandi non la sopportano i parenti delle 43 vittime. Macché. La «sopporta» lui «il signor Luciano come lo hanno sempre chiamato»). E dopo aver «sopportato» la tragedia del ponte Morandi, che cosa poteva ancora capitare al povero Benetton? Ecco la nuova «amarezza profonda»: «Si consumerà un addio, definitivo stavolta», come scrive ancora Manca. Il quale però, scivolando sulla saliva, si dimentica di avvertire i lettori che l’addio si consumerà perché in questi sei anni in cui doveva raddrizzare l’azienda il «signor-Luciano-come-lo-chiamano-tutti» non c’è riuscito e ha fatto un buco da 100 milioni di euro che altri pagheranno («ci sono dei sacrifici da fare») mentre lui continuerà a fare l’unica cosa di cui sembra ancora davvero capace. E cioè il vittimismo con le tasche piene di miliardi.