Nella notte tra sabato e domenica Donald Trump ha dichiarato «di aver ordinato attacchi decisivi e potenti» da parte degli Stati Uniti contro gli Huthi dello Yemen, dopo che negli scorsi giorni il gruppo ha promesso di riprendere gli attacchi alle navi in transito nel Mar Rosso e nelle acque vicine. Trump che ha seguito l’operazione nella War Room, ha affermato sulla sua piattaforma Truth Social: «I nostri coraggiosi Warfighters stanno in questo momento portando avanti attacchi aerei contro le basi dei terroristi, i leader e le difese missilistiche per proteggere le risorse navali, aeree e di spedizione americane e per ripristinare la libertà di navigazione. Nessuna forza terroristica impedirà alle navi commerciali e militari americane di navigare liberamente sulle vie d’acqua del mondo». Il presidente americano ha poi intimato agli Huthi di fermare tutti gli attacchi, altrimenti «l’inferno si abbatterà su di voi come non avete mai visto prima». Trump si è anche rivolto all’Iran: «Smettete immediatamente di sostenere gli Huthi, altrimenti l’America vi riterrà pienamente responsabili e non saremo gentili al riguardo». L’operazione è la seconda in pochi giorni nell’area dato che lo scorso 13 marzo gli Usa hanno eliminato il leader dell’Isis in Iraq, Abdullah Maki Musleh Al Rifai, noto anche come Abu Khadija e mostra la strategia di Trump che sta intensificando il confronto con i nemici degli Stati Uniti, di Israele e più in generale dell’Occidente. Ieri il Comando centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha anche annunciato di aver catturato la moglie Al Rifai identificata come Umm Hussein, una terrorista cecena da tempo ricercata. I media locali hanno riferito che sabato ci sono state delle esplosioni nei pressi della capitale, San’a. Un funzionario del ministero della Salute Huthi ha dichiarato che almeno 48 persone sono stati uccise e i feriti sarebbero più di 100. «Condanniamo e denunciamo il crimine di prendere di mira civili e siti civili, considerandolo un crimine di guerra completo», ha affermato un portavoce del ministero su X. Il Centcom, responsabile delle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, su X ha parlato dell’attacco che includeva «attacchi di precisione contro obiettivi Huthi sostenuti dall’Iran in tutto lo Yemen per difendere gli interessi americani, scoraggiare i nemici e ripristinare la libertà di navigazione». Secondo alcune testimonianze tra gli obiettivi colpiti figurano le abitazioni nella capitale dei leader Huthi che hanno iniziato a colpire il traffico marittimo subito dopo il 7 ottobre 2023. Gli attacchi hanno interessato la città di Sa’dah, principale base degli Huthi, e il quartiere di Jeraf, a San’a, considerato una roccaforte dei jihadisti yemeniti. I funzionari militari statunitensi hanno descritto gli attacchi di sabato come l’inizio di una campagna mirata ad eliminare il gruppo filoiraniano. Non è un caso, sottolineano, che il gruppo d’attacco della portaerei Uss Harry S. Truman sia presente da settimane nella regione. Un portavoce dell’ufficio politico degli Huthi ha affermato: «L’aggressione non rimarrà senza risposta e le nostre forze armate sono pienamente pronte ad affrontare l’escalation una dopo l’altra fino al raggiungimento della vittoria». Successivamente, la radio delle Forze di difesa israeliane ha annunciato che un missile lanciato dallo Yemen verso Israele è caduto nella zona di Sharm el-Sheikh (Egitto) nota località turistica che si trova a circa 200 chilometri da Eilat (Israele) a sua volta luogo di villeggiatura. Non si registrano vittime o feriti, tuttavia, per il turismo egiziano un tempo florido e da tempo in difficoltà viste le tensioni nell’area, è una pessima notizia.
Si fa presto a dire «campo largo», se di mezzo non ci sono temi fondamentali che attengono al governo di una nazione. Ieri alla Camera, infatti, le opposizioni hanno dato la dimostrazione plastica di quanto quella tra M5s, Pd e Avs sia un’aggregazione forse utile per strappare una regione al centrodestra per il rotto della cuffia (con un voto comunque ancora sub iudice), ma che si scioglie come neve al sole sulle questioni fondamentali. Come ad esempio la politica estera e la difesa degli interessi italiani: le commissioni congiunte Esteri e Difesa di Montecitorio hanno terminato ieri l’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri dello scorso 26 febbraio sulla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni militari, tra cui Aspides, la missione europea di sicurezza marittima nel Mar Rosso, svolta in collaborazione con Stati Uniti e Regno Unito. Ebbene, proprio all’indomani dell’episodio che ha visto la nave italiana Duilio abbattere un drone lanciato dai ribelli Huthi, per proteggere il transito dei mercantili nell’area, scongiurando un affondamento e probabili vittime, in Parlamento il centrosinistra è riuscito a dividersi anche su questo a colpi di distinguo.
Il maggior protagonismo si è avuto dal M5s, che al momento del voto sulla relazione del documento, che oggi andrà in aula (in entrambi i rami del Parlamento), ha optato per l’astensione, motivando la scelta con delle presunte ambiguità del testo sulle finalità difensive della missione stessa. Ambiguità peraltro assenti, visto che il dispositivo parla chiaramente di una missione atta a proteggere le navi mercantili dagli attacchi provenienti dallo Yemen. Alla base - non è un segreto - c’è la scelta di marcare il territorio e le differenze dai dem sullo stesso terreno per cui Giuseppe Conte e i suoi stanno da tempo facendo i capricci sul sostegno all’Ucraina, mettendo in difficoltà di fronte al proprio elettorato pacifista un Pd a sua volta divisi tra schleiniani e riformisti più atlantisti. Il risultato è stato che in commissione il Pd e il fu Terzo polo hanno votato a favore delle missioni assieme al centrodestra, mentre i grillini sono andati per conto loro. Quanto ad Avs, nessuno ha preso parte al voto e dallo staff di Nicola Fratoianni fanno notare che il segretario di Sinistra italiana è in viaggio verso il valico di Rafah. Una spaccatura periodica, quella sulla politica estera e sulle missioni militari, che dunque potrebbe verificarsi anche oggi in aula (prima alla Camera e poi al Senato), e che non è passata inosservata: il capogruppo di Fdi a Montecitorio, Tommaso Foti, ha sottolineato che «ancora una volta i fatti dimostrano che non esiste nessun campo largo». «Stamattina», ha proseguito, «su un tema così delicato come quello del via libera delle commissioni congiunte alla relazione sulle nuove missioni internazionali Aspides e Levante, l’opposizione si è frantumata con il Pd che ha votato con la maggioranza mentre il M5s si è astenuto e Avs non ha partecipato al voto». «Altro che luna di miele», ha detto ancora Foti, «quello tra Pd e M5S dimostra di essere solo un matrimonio d’interesse, a soli fini elettorali». «Un matrimonio», ha concluso, «destinato a fallire».
Severa anche Italia viva, attraverso il presidente dei deputati Davide Faraone: «Trovo incredibile», ha detto, «che il M5s e Avs trovino il modo di distinguersi anche nel voto sulle missioni nel Mar Rosso, Aspides e Levante. Non bisogna schierarsi neanche contro gli Huthi? Nemmeno su due missioni autorizzate dall’Ue con uno scopo totalmente difensivo? Che pacifismo è», ha proseguito, «quello che lascia affondare le nostre navi, mette a repentaglio la vita dei nostri soldati, divide l’Europa e fa salire alle stelle i prezzi dei nostri prodotti? La politica estera non è una bazzecola, non è la Sardegna. Spero che il Pd e quelli del cosiddetto “campo largo”, prima o poi lo capiscano». Anche al Nazareno, a dispetto del voto positivo, non manca chi è preoccupato di lasciare al M5s il favore dei filopalestinesi e rivendica comunque di aver condizionato il proprio ok alle missioni a un’intensificazione dell’iniziativa diplomatica. La missione Aspides prevede una difesa integrata nell’area del Mar Rosso e dell’Oceano indiano Nord occidentale, mentre la missione Levante è per favorire l’arrivo degli interventi umanitari a favore della popolazione della Striscia di Gaza.
Intanto, gli attacchi dei ribelli Huthi non si arrestano: ieri al largo dello Yemen è stata colpita una nave portacontainer battente bandiera liberiana, ma gestita da una compagnia israeliana, che era in transito da Singapore a Gibuti. Inoltre, secondo la società di telecomunicazioni di Hong Kong Hgc global communications, i danni arrecati dagli attacchi ai cavi sottomarini hanno «tagliato» il 25% delle comunicazioni nell’area mediorientale. A questo proposito, un’analisi illustrata dall’ammiraglio ed ex capo di Stato Magiore della Marina, Sergio Biraghi, per il Centro studi Giuseppe Bono, evidenzia che i problemi maggiori legati alla crisi nel Mar Rosso sono proprio gli attacchi informatici ai sistemi di tecnologia operativa del settore marittimo e gli attacchi alle numerose e importanti comunicazioni Internet presenti in zona.
Quattro cavi di comunicazione sottomarini tra l’Arabia Saudita e Gibuti sono stati messi fuori uso dagli Huthi, secondo un report del sito di notizie israeliano Globes. Il movimento armato ha smentito ogni coinvolgimento in una dichiarazione citata dalla tv di Stato yemenita e rilasciata dal ministero delle telecomunicazioni di Sanaa. I danni stanno però causando interruzioni delle comunicazioni globali Internet tra Europa e Asia, in particolare nei paesi del Golfo e in India. I cavi danneggiati appartengono ai sistemi AAE-1, Seacom, Eig e Tgn. Il cavo AAE-1 collega l’Asia orientale all’Europa attraverso l’Egitto, mettendo in comunicazione la Cina con l’Occidente. Il sistema Europe India gateway (Eig) collega l’Europa a Egitto, Arabia Saudita, Emirati e India. Altri cavi passano attraverso la stessa regione collegando Asia, Africa ed Europa e non sono stati colpiti ma la riparazione di un numero così elevato di cavi sottomarini potrebbe richiedere almeno otto settimane e comporterebbe l’esposizione al rischio di attacchi da parte dei ribelli yemeniti filo-iraniani. Le società di tlc saranno costrette a cercare aziende disposte ad eseguire i complessi lavori di riparazione e probabilmente a pagare un premio di rischio elevato.
Prima gli attacchi alle navi occidentali nel Mar Rosso, adesso il probabile sabotaggio dei cavi sottomarini che trasmettono dati e tengono in piedi l’infrastruttura globale di Internet. L’attacco non è una sorpresa. Su questo giornale siamo stati, infatti, tra i primi a sottolineare che vanno considerati i rischi non solo sopra il Mar Rosso ma anche sotto. Già a gennaio La Verità lanciava l’allarme sul terzo livello delle guerre ibride: la geopolitica degli oceani. Era evidente sin dall’inizio della crisi che la decisione americana di inviare una portaerei per contrastare gli Huthi fosse da inscrivere dentro un perimetro molto più ampio. Non si manda una portaerei contro basi missilistiche come quelle in Yemen. Basterebbe altra deterrenza per affrontarle. Si invia nell’area un mezzo di tale portata per occupare spazi e sorvegliare anche ciò che passa sotto la superficie. Se da un lato bloccare Suez significa affamare l’Egitto e trasformare il Mediterraneo in un lago, avviare tensioni nel Mar cinese meridionale significa stravolgere il 35% dei flussi commerciali internazionali.
Non solo, in un’economia sempre più dipendente da internet e dall’Intelligenza artificiale, i cavi sottomarini in fibra ottica sono una fonte inesauribile di dati e indicheranno la dorsale lungo la quale cresceranno le nuove fonti energetiche. L’eolico flottante e le turbine da moto ondosi. Ora sembra fantascienza ma fra un po’ sarà realtà. Ecco perché gli oceani diventeranno probabilmente campi di battaglia. Anzi, lo stanno già diventando. Il problema riguarda tutti. Come ci si difende?
Israele sta studiando da tempo un modo per mettere in sicurezza i cavi. Una delle poche società che operano proprio nella sicurezza delle pipeline di varia natura è la Prisma Photonics fondata nel 2017 e basata a Tel Aviv: usa la rete in fibra ottica implementata accanto alle infrastrutture critiche per monitorarle e per segnalare eventuali problemi, danni o comportamenti anomali derivanti dal regolare funzionamento, sia nelle linee di trasmissione di energia, che nelle perdite di petrolio e gasdotto, rotture nei cavi sottomarini o qualsiasi altro problema. Al momento, però, non esistono tecnologie ad hoc per proteggere questo tipo di rete sottomarina che è vastissima e collega i vari continenti (solo nel Mar Rosso ci sono circa 16 sistemi di cavi che collegano l’Europa all’Asia attraverso l’Egitto). L’alternativa è sviluppare molto di più il sistema dei satelliti, come Starlink, per garantire le comunicazioni in caso di emergenza.
«Non si tratta più solo della sicurezza dei trasporti navali ma della sicurezza tout court, visto che pare le intenzioni degli Huthi siano quelle di aumentare il livello di attacchi», ha commentato ieri il ministro della Difesa, Guido Crosetto, a margine della cerimonia del passaggio di consegne del nuovo capo di Stato maggiore della Difesa, Carmine Masiello. «L’Italia», ha sottolineato il ministro, «da anni attraverso le missioni internazionali ha assunto una rilevanza nel panorama internazionale. Ora se ne sono aggiunte due, una nella striscia di Gaza a carattere soprattutto umanitario e l’altra per la sicurezza nel Mar Rosso che diventerà vitale nei prossimi mesi, come dimostrano anche le notizie di oggi».
Nel frattempo, il Comando centrale dell’esercito americano (Centcom) ha distrutto tre navi di superficie senza equipaggio e due missili da crociera antinave pronti a essere lanciati dalle aree dello Yemen controllate dagli Huthi. Il Centcome aggiunge di aver distrutto un drone che si trovava sul Mar Rosso. «Le armi rappresentavano una minaccia imminente per le navi mercantili e le navi Usa nella regione. Queste operazioni servono per proteggere la libertà di navigazione e rendere le acque internazionali più sicure per la Marina Usa e le navi commerciali», scrive Centcom.
- L’Idf ha trovato una centrale spionistica dei terroristi nei sotterranei dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Washington in pressione su Benjamin Netanyahu: «La reazione di Israele è stata esagerata». Berlino: «Rischio di catastrofe umanitaria».
- I ribelli Huthi promettono rappresaglie per la missione Ue nel Mar Rosso guidata da Roma.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Times of Israel ha rivelato che l’esercito israeliano ha scoperto ieri una centrale di intelligence appartenente ad Hamas nei sotterranei di una sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, situata nel quartiere Rimal di Gaza City. Il data center sotterraneo era completo di sala elettrica, batterie industriali e alloggi per i terroristi di Hamas che gestivano i server dei computer. Il colonnello dell’Idf Benny Aharon ha rivelato ai giornalisti di Times of Israel che «l’Unrwa fornisce copertura ad Hamas, sa esattamente cosa succede nei suoi sotterranei e usa il suo budget per finanziare alcune delle capacità militari di Hamas, questo è certo». Un raid dell’Idf nel Sud del Libano, invece, che aveva come obiettivo l’eliminazione di un funzionario di Hamas, Basel Saleh, ritenuto responsabile dell’arruolamento di nuovi miliziani, è fallito visto che quest’ultimo sarebbe rimasto soltanto ferito.
Sul piano diplomatico, le parole con cui Joe Biden, nella serata di venerdì, ha ammonito Benjamin Netanyahu, accusato di aver avuto una condotta esagerata nella reazione militare a Gaza, a quanto pare sono cadute nel vuoto. Il presidente americano sperava, in cuor suo, di convincere l’omologo israeliano ad avvicinarsi sulla strada della diplomazia e di un cessate il fuoco, temporaneo o permanente che sia. E invece Bibi dimostra di non volersi fermare e di continuare dritto sulla via della guerra. Il tanto temuto assedio a Rafah ha già causato diverse vittime nelle ultime 48 ore: nel raid aereo di ieri condotto dall’Idf, stando a quanto comunicato dal capo della municipalità della città a Sud della Striscia e a ridosso del confine egiziano, sono morte 44 persone, tra cui almeno 14 bambini. Secondo i vertici dell’Idf, nell’attacco hanno perso la vita anche Ahmed al-Yaakobi, numero uno dell’intelligence della polizia di Hamas, il suo vice Iman a-Rantisi e Ibrahim Shatat, delegato della polizia di Hamas per la distribuzione degli aiuti.
Questo scenario, oltre ad aprire un tema internazionale che riguarda la forza e la credibilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca nei confronti dell’alleato, rischia di accendere la miccia che può provocare l’allargamento del conflitto in Medio Oriente. Proprio l’Egitto, che in questi giorni ha schierato i carri armati sulla linea di frontiera, ha avvertito Israele di essere pronto a stracciare il trattato di pace che i due Paesi firmarono nel 1979 nel caso in cui si verificasse uno spostamento di massa in territorio egiziano dell’oltre un milione di sfollati palestinesi che vivono rifugiati a Rafah. Ieri sul tema è intervenuto il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry: «C’è uno spazio limitato e un grande rischio nel sottoporre Rafah a un’ulteriore escalation militare a causa del crescente numero di palestinesi. Ciò avrebbe conseguenze terribili». L’esercito israeliano ritiene la città di confine l’ultima vera roccaforte di Hamas, motivo per cui ha sollecitato i civili a evacuare prima di sferrare l’attacco decisivo via terra per smantellare i quattro battaglioni dei miliziani ancora attivi nell’area. Netanyahu ha fatto sapere che l’offensiva dovrà essere portata a termine entro l’inizio del Ramadan, fissato per domenica 10 marzo, a dimostrazione del fatto che la pressione sul suo governo è forte, sia sul fronte interno che esterno. Ieri, in diverse città dello Stato ebraico ci sono state proteste e manifestazioni contro la gestione del premier. In particolare ad Haifa dove, secondo quanto riportato da Haaretz, c’erano circa 3.000 persone in piazza a chiedere il rilascio degli ostaggi e le elezioni anticipate.
Dall’Europa, è la Germania a tentare la carta della pressione diplomatica sul governo israeliano. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock ha annunciato che la prossima settimana volerà in visita in Israele per presentare una proposta di cessate il fuoco e scongiurare quella che può essere una «catastrofe umanitaria annunciata». La politica tedesca, in un messaggio su X, ha spiegato: «La popolazione di Gaza non può scomparire nel nulla. Israele deve difendersi dal terrore di Hamas, ma allo stesso tempo alleviare il più possibile le sofferenze della popolazione civile. Per questo abbiamo bisogno di un altro cessate il fuoco, anche per poter liberare gli ostaggi». Anche l’Arabia Saudita ha fatto sapere che l’attacco a Rafah può avere «ripercussioni estremamente pericolose», condannando quella che ritiene una «deportazione forzata» della popolazione palestinese: «Questa continua violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario conferma la necessità di convocare urgentemente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire a Israele di causare un’imminente catastrofe umanitaria di cui sono responsabili tutti coloro che sostengono l’aggressione». L’appello saudita di un intervento dell’Onu fa il paio con quello chiesto da Hamas. Il gruppo terrorista che dal 2006 governa la Striscia di Gaza vuole la convocazione immediata di una riunione straordinaria al Palazzo di vetro, affinché possa «obbligare l’occupazione israeliana a fermare la guerra genocida che sta commettendo contro i palestinesi a Gaza».
Gli Huthi minacciano le navi italiane. Tajani: «Non ci faremo intimidire»
L’Italia ha assunto il comando di Aspides, la neonata missione navale Ue che ha l’obiettivo strategico di proteggere i convogli europei nel Mar Rosso. La cosa, però, non è affatto piaciuta agli Huthi, che ormai da mesi stanno ostacolando il commercio marittimo che transita tra il canale di Suez e lo stretto di Bab al-Mandab. Alcuni giorni fa, in un’intervista a Repubblica, uno dei membri di spicco dei ribelli yemeniti aveva affermato che «l’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen»
Simili minacce sono state ribadite anche ieri da Nasr al-Din Amer, vicecapo dell’Autorità per i media degli Ansar Allah («partigiani di Dio»), altro nome con cui è nota l’organizzazione militare degli Huthi. Assumendo il comando di Aspides, ha dichiarato all’Adnkronos, l’Italia «mette a repentaglio la sicurezza delle sue navi militari e commerciali». Amer, che è anche presidente del Consiglio di amministrazione dell’agenzia di stampa Saba, ha poi spiegato in maniera perentoria «che colpiremo le navi che aggrediscono il nostro Paese o che ostacolano la decisione di impedire alle navi israeliane di attraversare il Mar Rosso. Questo deve essere chiaro».
Secondo Amer, la decisione di guidare Aspides è «pericolosa» per l’Italia e «la conduce allo scontro diretto con il nostro Paese», anche perché la missione ha lo scopo di «intercettare i missili yemeniti» diretti contro le navi israeliane o comunque i convogli che navigano verso lo Stato ebraico. Pertanto, ha proseguito Amer, «non consigliamo assolutamente all’Italia di impegnarsi in questa missione, perché è basata su informazioni false ed errate, secondo cui esisterebbe un pericolo per la navigazione». Al contrario, a detta dell’esponente degli Huthi, «non esiste alcuna minaccia per la navigazione in generale, ma solo per le navi israeliane, americane e britanniche che transitano attraverso il Mar Rosso, Bab al-Mandab, il Mar Arabico e il Golfo di Aden, a causa della loro aggressione contro lo Yemen».
Per scoraggiare l’Italia a guidare Aspides, Amer cita il caso dell’operazione Prosperity Guardian, la missione lanciata dagli Stati Uniti lo scorso dicembre per contrastare gli attacchi degli Huthi nel Mar Rosso. Gli americani, sostiene Amer, volevano proteggere le rotte commerciali, ma non hanno ottenuto gli effetti sperati: «Il numero di navi che attraversano il Mar Rosso è diminuito», spiega l’esponente dei partigiani di Dio, e «gli Stati Uniti non sono stati in grado di garantire alcuna protezione alle navi israeliane. Anzi, insieme alla Gran Bretagna, hanno messo a repentaglio la sicurezza delle loro navi. Di conseguenza, non consigliamo all’Italia di fare altrettanto». Anche perché, minaccia ancora Amer, se non cesserà «l’aggressione israeliana a Gaza», ci sarà un’ulteriore escalation del conflitto. «Non possiamo rivelare il tipo di questa escalation», ha proseguito l’esponente degli Huthi, «ma certamente se l’aggressione contro Gaza non si ferma, amplieremo le nostre operazioni in un modo che sorprenderà tutti».
Pronta è stata la risposta di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha assicurato che, per evitare che i porti di Trieste, Taranto, Brindisi, Gioia Tauro e Genova «soffrano a causa delle violenze degli Huthi, l’Italia è stata protagonista nell’inviare una missione militare europea a difesa del traffico marittimo nell’area del Mar Rosso. Proteggeremo le nostre navi e non ci faremo intimidire». Inoltre, ha proseguito Tajani, «ci auguriamo si possa presto arrivare a una soluzione positiva in quell’area, che si possa arrivare alla pace, anche se non è facile, quindi disinnescare pure ciò che sta accadendo nello Yemen con i ribelli Huthi, che attaccano i mercantili che passano nel Mar Rosso». In ogni caso, ha concluso il ministro degli Esteri, «la nostra Marina militare difenderà le nostre navi mercantili perché siamo un Paese che ha il 40% del proprio Pil che dipende dalle esportazioni e non possiamo permetterci che l’impossibilità di esportare in quell’area provochi danni ai nostri porti e alle nostre imprese».
- Il colosso petrolifero britannico dice addio alla rotta che passa per il Canale di Suez. Un problema enorme: probabile un’impennata dei prezzi (non solo del greggio). Finalmente si muove pure Bruxelles: via libera a missione navale europea per fermare gli Huthi.
- Intanto l’Iran lancia missili su Siria e Iraq: «Abbiamo colpito una base del Mossad».
Lo speciale contiene due articoli.
Petrolio greggio e carburante. Trasportano soprattutto questo le navi che attraversano il Mar Rosso. Bab al-Mandab, o porta delle lacrime, è la rotta più importante e trafficata del mondo ma adesso, giorno dopo giorno, sono sempre meno i cargo che la navigano a causa degli scontri innescati dagli Huthi, i ribelli yemeniti. Il traffico di navi container attraverso la foce del Mar Rosso nella prima settimana di gennaio è diminuito del 90% rispetto all’anno precedente. Le linee di trasporto container hanno iniziato a deviare verso la rotta del Capo di Buona Speranza già alla fine di novembre, quando sono iniziati gli attacchi. Tra gli abbandoni più importanti, quello di QatarEnergy. Il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto ha smesso di inviare navi cisterna. Non è il primo. E adesso anche il colosso petrolifero britannico Shell ha sospeso tutte le spedizioni a tempo indeterminato. Secondo il Wall Street Journal, che ha dato la notizia, ci sarebbe il forte timore di un’improvvisa escalation.
Un’escalation che Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono evitare a tutti i costi. L’11 gennaio i Navy seal statunitensi, supportati da aerei, elicotteri e droni, hanno abbordato un’imbarcazione vicino alla costa della Somalia nelle acque internazionali del Mar Arabico e hanno sequestrato missili e componenti di fabbricazione iraniana che avrebbero dovuto rifornire le milizie Huthi dello Yemen. Tra le armi sequestrate anche missili da crociera: lo stesso tipo usato dagli Huthi per attaccare navi commerciali nel Mar Rosso. Si tratta del primo sequestro di armi convenzionali avanzate letali fornite dall’Iran agli Huthi yemeniti dall’inizio degli attacchi a navi cargo nel Mar Rosso, da novembre 2023. «È chiaro che Teheran continua a inviare aiuti letali agli Huthi. Questo è un altro esempio di come l’Iran semini attivamente instabilità in tutta la regione in diretta violazione della risoluzione 2216 sulla sicurezza delle Nazioni Unite e del diritto internazionale», ha dichiarato il generale Usa Michael Erik Kurilla, «continueremo a lavorare come partner regionali e internazionali per denunciare e interdire questi sforzi e, in definitiva, ristabilire la libertà di navigazione».
Anche l’Europa dopo un iniziale attendismo ha deciso di intervenire. Ieri gli Stati membri dell’Unione europea hanno dato un via libera iniziale alla creazione di una missione navale per proteggere le imbarcazioni dagli attacchi dei ribelli Huthi. L’obiettivo dichiarato è quello di istituire la missione entro il 19 febbraio al più tardi, per farla diventare operativa subito dopo. La missione opererà in coordinamento con altri partner nella regione come parte degli sforzi per fermare le interruzioni della rotta commerciale. Infatti tra i 27 sembra esserci un ampio consenso sulla necessità di agire «in modo rapido e pragmatico» per garantire la navigazione nel Mar Rosso e contrastare le azioni degli Huthi. Ora si chiederà al Gruppo politico-militare di fornire le sue «raccomandazioni» e al Comitato militare dell’Ue di fornire «al più presto» le indicazioni militari sul concetto di gestione della crisi. Sulla situazione nel Mar Rosso, Italia e Francia si sono confrontati con il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e il suo omologo francese, Sébastien Lecornu, che insieme esprimono la volontà di «dare rapido impulso a una missione europea alla quale potrebbero partecipare anche Paesi non Ue che condividano l’importanza della libera navigazione e le cui rotte commerciali siano messe in pericolo dagli attacchi terroristici Huthi».
Secondo alcuni analisti, gli Huthi starebbero ottenendo ciò che vogliono, ovvero «apparire come l’attore regionale più coraggioso quando si tratta di affrontare la coalizione internazionale, che è in gran parte a favore di Israele e non si preoccupa della popolazione di Gaza»: ne è certo Laurent Bonnefoy, ricercatore sullo Yemen a Sciences Po a Parigi, secondo cui le azioni dei ribelli «generano loro una qualche forma di sostegno, sia a livello internazionale che interno». Come lui, la pensa anche l’ex ambasciatore americano nello Yemen, Gerald Feierstein: «Un attacco statunitense (o di altri Paesi) contro obiettivi militari Huthi convaliderebbe, dal loro punto di vista, la loro propaganda secondo cui stanno combattendo in prima linea a sostegno dei palestinesi e le loro operazioni stanno riuscendo a minacciare gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati».
Intanto ieri un missile degli Huthi è riuscito a colpire la Zografia, una nave portarinfuse di proprietà greca battente bandiera di Malta, mentre navigava al largo delle coste dello Yemen. La nave avrebbe subìto lievi danni, hanno riferito fonti marittime all’agenzia di stampa Reuters. La stessa agenzia riferisce che gli Usa avrebbero reagito effettuando un nuovo attacco nello Yemen contro quattro missili balistici antinave dei miliziani. «Il mondo deve rifiutare l’idea che un gruppo come gli Huthi possa mettere in ginocchio il commercio mondiale», è stato il commento di Jake Sullivan, consigliere nazionale per la Sicurezza americano.
I sauditi vogliono la pace a Gaza: «Disposti a riconoscere Israele»
Nella notte tra lunedì e martedì, l’Iran ha bombardato in Siria e in Iraq. Le Guardie della rivoluzione hanno detto di aver colpito «obiettivi Isis» a Idlib e un «quartier generale del Mossad a Erbil». Pur nella drammaticità della situazione, si fatica a non sorridere a una notizia del genere, tanto è assurda, dato che i servizi segreti israeliani in quell’area non hanno certo strutture fisse, oltretutto riconoscibili. Detto questo, la Ong norvegese Hengaw su X ha scritto: «Durante l’attacco a Hawler (Erbil) almeno 5 civili, tra cui un bambino di 11 mesi, hanno perso la vita e molti altri bambini sono rimasti feriti». Mentre in Siria pare non ci siano state vittime.
Le Guardie della rivoluzione, nella bufera per non aver saputo prevedere l’attacco dello Stato islamico dello scorso 3 gennaio a Kernan, che ha causato 103 vittime e 211 feriti, hanno affermato di avere lanciato 24 missili: 13 contro Idlib dalla provincia sudoccidentale iraniana del Khuzestan e gli altri 11 contro Erbil. Gli Stati Uniti hanno condannato gli attacchi, definendoli «irresponsabili» e lo stesso hanno fatto la Germania e l’Iraq, e in tal senso bisognerà capire se e come ci sarà una risposta, dato che secondo Abc News, che ha parlato con una fonte locale, vicino al consolato americano a Erbil ci sono state diverse esplosioni «che hanno preso di mira otto obiettivi». La stessa fonte riferisce che non ci sarebbero state perdite umane tra le forze della coalizione o tra le forze Usa che, durante gli attacchi, hanno anche abbattuto tre droni vicino all’aeroporto di Erbil.
Le Guardie della rivoluzione, all’agenzia statale Irna ripresa dai media iraniani, hanno annunciato con toni trionfalistici «la distruzione di un quartier generale delle spie e di gruppi terroristici anti-iraniani in alcune parti della regione con missili balistici». Non c’è dubbio che l’operazione dell’altra notte è una mossa sconsiderata degli iraniani che cercano (evidentemente) il definitivo allargamento del conflitto, operazione peraltro già in corso con gli Hezbollah e gli Huthi nel Mar Rosso. Ma qui è diverso perché i missili sono partiti dall’Iran e potrebbero superare la cosiddetta «linea rossa» di Washington.
Se gli iraniani alzano il livello dello scontro, l’Arabia Saudita, pur sostenendo la causa palestinese, ieri in una mossa ha fatto «scacco matto». Il ministro degli Esteri saudita, Faisal Bin Farhan, durante un panel al World economic forum di Davos alla domanda «l’Arabia Saudita potrebbe riconoscere Israele come parte di un accordo più ampio dopo la risoluzione del conflitto palestinese?», ha risposto: «Certamente». Prima di lui, l’ambasciatore saudita nel Regno Unito, il principe Khalid Bin Bandar al-Saud, alla BBC ha fatto alcune importanti rivelazioni. Ad esempio, che poco prima degli attacchi omicidi di Hamas «un accordo di normalizzazione con Israele mediato dagli Stati Uniti era vicino». Poi al-Saud ha proseguito: «C’è un chiaro interesse nel perseguire questo obiettivo ma ciò richiederà che il conflitto finisca a Gaza. Un accordo era vicino, non ci sono dubbi. Per noi, il punto finale includeva niente di meno che uno Stato indipendente di Palestina. Quindi, anche se continuiamo a credere nella normalizzazione, andando avanti dopo il 7 ottobre, questa non avviene a scapito del popolo palestinese. A settembre eravamo vicini alla normalizzazione, quindi vicini a uno Stato palestinese. L’uno non viene senza l’altro». Dopo il «certamente» pronunciato da Faisal Bin Farhan è evidente che Mohammed Bin Salman vuole chiudere il conflitto partendo dal dialogo con Israele e si tratta di un fatto a dir poco epocale.






