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2024-02-11
Scoperto covo di Hamas sotto la sede Onu
Getty Images
Il Times of Israel ha rivelato che l’esercito israeliano ha scoperto ieri una centrale di intelligence appartenente ad Hamas nei sotterranei di una sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, situata nel quartiere Rimal di Gaza City. Il data center sotterraneo era completo di sala elettrica, batterie industriali e alloggi per i terroristi di Hamas che gestivano i server dei computer. Il colonnello dell’Idf Benny Aharon ha rivelato ai giornalisti di Times of Israel che «l’Unrwa fornisce copertura ad Hamas, sa esattamente cosa succede nei suoi sotterranei e usa il suo budget per finanziare alcune delle capacità militari di Hamas, questo è certo». Un raid dell’Idf nel Sud del Libano, invece, che aveva come obiettivo l’eliminazione di un funzionario di Hamas, Basel Saleh, ritenuto responsabile dell’arruolamento di nuovi miliziani, è fallito visto che quest’ultimo sarebbe rimasto soltanto ferito.
Sul piano diplomatico, le parole con cui Joe Biden, nella serata di venerdì, ha ammonito Benjamin Netanyahu, accusato di aver avuto una condotta esagerata nella reazione militare a Gaza, a quanto pare sono cadute nel vuoto. Il presidente americano sperava, in cuor suo, di convincere l’omologo israeliano ad avvicinarsi sulla strada della diplomazia e di un cessate il fuoco, temporaneo o permanente che sia. E invece Bibi dimostra di non volersi fermare e di continuare dritto sulla via della guerra. Il tanto temuto assedio a Rafah ha già causato diverse vittime nelle ultime 48 ore: nel raid aereo di ieri condotto dall’Idf, stando a quanto comunicato dal capo della municipalità della città a Sud della Striscia e a ridosso del confine egiziano, sono morte 44 persone, tra cui almeno 14 bambini. Secondo i vertici dell’Idf, nell’attacco hanno perso la vita anche Ahmed al-Yaakobi, numero uno dell’intelligence della polizia di Hamas, il suo vice Iman a-Rantisi e Ibrahim Shatat, delegato della polizia di Hamas per la distribuzione degli aiuti.
Questo scenario, oltre ad aprire un tema internazionale che riguarda la forza e la credibilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca nei confronti dell’alleato, rischia di accendere la miccia che può provocare l’allargamento del conflitto in Medio Oriente. Proprio l’Egitto, che in questi giorni ha schierato i carri armati sulla linea di frontiera, ha avvertito Israele di essere pronto a stracciare il trattato di pace che i due Paesi firmarono nel 1979 nel caso in cui si verificasse uno spostamento di massa in territorio egiziano dell’oltre un milione di sfollati palestinesi che vivono rifugiati a Rafah. Ieri sul tema è intervenuto il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry: «C’è uno spazio limitato e un grande rischio nel sottoporre Rafah a un’ulteriore escalation militare a causa del crescente numero di palestinesi. Ciò avrebbe conseguenze terribili». L’esercito israeliano ritiene la città di confine l’ultima vera roccaforte di Hamas, motivo per cui ha sollecitato i civili a evacuare prima di sferrare l’attacco decisivo via terra per smantellare i quattro battaglioni dei miliziani ancora attivi nell’area. Netanyahu ha fatto sapere che l’offensiva dovrà essere portata a termine entro l’inizio del Ramadan, fissato per domenica 10 marzo, a dimostrazione del fatto che la pressione sul suo governo è forte, sia sul fronte interno che esterno. Ieri, in diverse città dello Stato ebraico ci sono state proteste e manifestazioni contro la gestione del premier. In particolare ad Haifa dove, secondo quanto riportato da Haaretz, c’erano circa 3.000 persone in piazza a chiedere il rilascio degli ostaggi e le elezioni anticipate.
Dall’Europa, è la Germania a tentare la carta della pressione diplomatica sul governo israeliano. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock ha annunciato che la prossima settimana volerà in visita in Israele per presentare una proposta di cessate il fuoco e scongiurare quella che può essere una «catastrofe umanitaria annunciata». La politica tedesca, in un messaggio su X, ha spiegato: «La popolazione di Gaza non può scomparire nel nulla. Israele deve difendersi dal terrore di Hamas, ma allo stesso tempo alleviare il più possibile le sofferenze della popolazione civile. Per questo abbiamo bisogno di un altro cessate il fuoco, anche per poter liberare gli ostaggi». Anche l’Arabia Saudita ha fatto sapere che l’attacco a Rafah può avere «ripercussioni estremamente pericolose», condannando quella che ritiene una «deportazione forzata» della popolazione palestinese: «Questa continua violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario conferma la necessità di convocare urgentemente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire a Israele di causare un’imminente catastrofe umanitaria di cui sono responsabili tutti coloro che sostengono l’aggressione». L’appello saudita di un intervento dell’Onu fa il paio con quello chiesto da Hamas. Il gruppo terrorista che dal 2006 governa la Striscia di Gaza vuole la convocazione immediata di una riunione straordinaria al Palazzo di vetro, affinché possa «obbligare l’occupazione israeliana a fermare la guerra genocida che sta commettendo contro i palestinesi a Gaza».
Gli Huthi minacciano le navi italiane. Tajani: «Non ci faremo intimidire»
L’Italia ha assunto il comando di Aspides, la neonata missione navale Ue che ha l’obiettivo strategico di proteggere i convogli europei nel Mar Rosso. La cosa, però, non è affatto piaciuta agli Huthi, che ormai da mesi stanno ostacolando il commercio marittimo che transita tra il canale di Suez e lo stretto di Bab al-Mandab. Alcuni giorni fa, in un’intervista a Repubblica, uno dei membri di spicco dei ribelli yemeniti aveva affermato che «l’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen»
Simili minacce sono state ribadite anche ieri da Nasr al-Din Amer, vicecapo dell’Autorità per i media degli Ansar Allah («partigiani di Dio»), altro nome con cui è nota l’organizzazione militare degli Huthi. Assumendo il comando di Aspides, ha dichiarato all’Adnkronos, l’Italia «mette a repentaglio la sicurezza delle sue navi militari e commerciali». Amer, che è anche presidente del Consiglio di amministrazione dell’agenzia di stampa Saba, ha poi spiegato in maniera perentoria «che colpiremo le navi che aggrediscono il nostro Paese o che ostacolano la decisione di impedire alle navi israeliane di attraversare il Mar Rosso. Questo deve essere chiaro».
Secondo Amer, la decisione di guidare Aspides è «pericolosa» per l’Italia e «la conduce allo scontro diretto con il nostro Paese», anche perché la missione ha lo scopo di «intercettare i missili yemeniti» diretti contro le navi israeliane o comunque i convogli che navigano verso lo Stato ebraico. Pertanto, ha proseguito Amer, «non consigliamo assolutamente all’Italia di impegnarsi in questa missione, perché è basata su informazioni false ed errate, secondo cui esisterebbe un pericolo per la navigazione». Al contrario, a detta dell’esponente degli Huthi, «non esiste alcuna minaccia per la navigazione in generale, ma solo per le navi israeliane, americane e britanniche che transitano attraverso il Mar Rosso, Bab al-Mandab, il Mar Arabico e il Golfo di Aden, a causa della loro aggressione contro lo Yemen».
Per scoraggiare l’Italia a guidare Aspides, Amer cita il caso dell’operazione Prosperity Guardian, la missione lanciata dagli Stati Uniti lo scorso dicembre per contrastare gli attacchi degli Huthi nel Mar Rosso. Gli americani, sostiene Amer, volevano proteggere le rotte commerciali, ma non hanno ottenuto gli effetti sperati: «Il numero di navi che attraversano il Mar Rosso è diminuito», spiega l’esponente dei partigiani di Dio, e «gli Stati Uniti non sono stati in grado di garantire alcuna protezione alle navi israeliane. Anzi, insieme alla Gran Bretagna, hanno messo a repentaglio la sicurezza delle loro navi. Di conseguenza, non consigliamo all’Italia di fare altrettanto». Anche perché, minaccia ancora Amer, se non cesserà «l’aggressione israeliana a Gaza», ci sarà un’ulteriore escalation del conflitto. «Non possiamo rivelare il tipo di questa escalation», ha proseguito l’esponente degli Huthi, «ma certamente se l’aggressione contro Gaza non si ferma, amplieremo le nostre operazioni in un modo che sorprenderà tutti».
Pronta è stata la risposta di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha assicurato che, per evitare che i porti di Trieste, Taranto, Brindisi, Gioia Tauro e Genova «soffrano a causa delle violenze degli Huthi, l’Italia è stata protagonista nell’inviare una missione militare europea a difesa del traffico marittimo nell’area del Mar Rosso. Proteggeremo le nostre navi e non ci faremo intimidire». Inoltre, ha proseguito Tajani, «ci auguriamo si possa presto arrivare a una soluzione positiva in quell’area, che si possa arrivare alla pace, anche se non è facile, quindi disinnescare pure ciò che sta accadendo nello Yemen con i ribelli Huthi, che attaccano i mercantili che passano nel Mar Rosso». In ogni caso, ha concluso il ministro degli Esteri, «la nostra Marina militare difenderà le nostre navi mercantili perché siamo un Paese che ha il 40% del proprio Pil che dipende dalle esportazioni e non possiamo permetterci che l’impossibilità di esportare in quell’area provochi danni ai nostri porti e alle nostre imprese».
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L’Idf ha trovato una centrale spionistica dei terroristi nei sotterranei dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Washington in pressione su Benjamin Netanyahu: «La reazione di Israele è stata esagerata». Berlino: «Rischio di catastrofe umanitaria».I ribelli Huthi promettono rappresaglie per la missione Ue nel Mar Rosso guidata da Roma.Lo speciale contiene due articoli.Il Times of Israel ha rivelato che l’esercito israeliano ha scoperto ieri una centrale di intelligence appartenente ad Hamas nei sotterranei di una sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, situata nel quartiere Rimal di Gaza City. Il data center sotterraneo era completo di sala elettrica, batterie industriali e alloggi per i terroristi di Hamas che gestivano i server dei computer. Il colonnello dell’Idf Benny Aharon ha rivelato ai giornalisti di Times of Israel che «l’Unrwa fornisce copertura ad Hamas, sa esattamente cosa succede nei suoi sotterranei e usa il suo budget per finanziare alcune delle capacità militari di Hamas, questo è certo». Un raid dell’Idf nel Sud del Libano, invece, che aveva come obiettivo l’eliminazione di un funzionario di Hamas, Basel Saleh, ritenuto responsabile dell’arruolamento di nuovi miliziani, è fallito visto che quest’ultimo sarebbe rimasto soltanto ferito. Sul piano diplomatico, le parole con cui Joe Biden, nella serata di venerdì, ha ammonito Benjamin Netanyahu, accusato di aver avuto una condotta esagerata nella reazione militare a Gaza, a quanto pare sono cadute nel vuoto. Il presidente americano sperava, in cuor suo, di convincere l’omologo israeliano ad avvicinarsi sulla strada della diplomazia e di un cessate il fuoco, temporaneo o permanente che sia. E invece Bibi dimostra di non volersi fermare e di continuare dritto sulla via della guerra. Il tanto temuto assedio a Rafah ha già causato diverse vittime nelle ultime 48 ore: nel raid aereo di ieri condotto dall’Idf, stando a quanto comunicato dal capo della municipalità della città a Sud della Striscia e a ridosso del confine egiziano, sono morte 44 persone, tra cui almeno 14 bambini. Secondo i vertici dell’Idf, nell’attacco hanno perso la vita anche Ahmed al-Yaakobi, numero uno dell’intelligence della polizia di Hamas, il suo vice Iman a-Rantisi e Ibrahim Shatat, delegato della polizia di Hamas per la distribuzione degli aiuti.Questo scenario, oltre ad aprire un tema internazionale che riguarda la forza e la credibilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca nei confronti dell’alleato, rischia di accendere la miccia che può provocare l’allargamento del conflitto in Medio Oriente. Proprio l’Egitto, che in questi giorni ha schierato i carri armati sulla linea di frontiera, ha avvertito Israele di essere pronto a stracciare il trattato di pace che i due Paesi firmarono nel 1979 nel caso in cui si verificasse uno spostamento di massa in territorio egiziano dell’oltre un milione di sfollati palestinesi che vivono rifugiati a Rafah. Ieri sul tema è intervenuto il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry: «C’è uno spazio limitato e un grande rischio nel sottoporre Rafah a un’ulteriore escalation militare a causa del crescente numero di palestinesi. Ciò avrebbe conseguenze terribili». L’esercito israeliano ritiene la città di confine l’ultima vera roccaforte di Hamas, motivo per cui ha sollecitato i civili a evacuare prima di sferrare l’attacco decisivo via terra per smantellare i quattro battaglioni dei miliziani ancora attivi nell’area. Netanyahu ha fatto sapere che l’offensiva dovrà essere portata a termine entro l’inizio del Ramadan, fissato per domenica 10 marzo, a dimostrazione del fatto che la pressione sul suo governo è forte, sia sul fronte interno che esterno. Ieri, in diverse città dello Stato ebraico ci sono state proteste e manifestazioni contro la gestione del premier. In particolare ad Haifa dove, secondo quanto riportato da Haaretz, c’erano circa 3.000 persone in piazza a chiedere il rilascio degli ostaggi e le elezioni anticipate. Dall’Europa, è la Germania a tentare la carta della pressione diplomatica sul governo israeliano. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock ha annunciato che la prossima settimana volerà in visita in Israele per presentare una proposta di cessate il fuoco e scongiurare quella che può essere una «catastrofe umanitaria annunciata». La politica tedesca, in un messaggio su X, ha spiegato: «La popolazione di Gaza non può scomparire nel nulla. Israele deve difendersi dal terrore di Hamas, ma allo stesso tempo alleviare il più possibile le sofferenze della popolazione civile. Per questo abbiamo bisogno di un altro cessate il fuoco, anche per poter liberare gli ostaggi». Anche l’Arabia Saudita ha fatto sapere che l’attacco a Rafah può avere «ripercussioni estremamente pericolose», condannando quella che ritiene una «deportazione forzata» della popolazione palestinese: «Questa continua violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario conferma la necessità di convocare urgentemente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire a Israele di causare un’imminente catastrofe umanitaria di cui sono responsabili tutti coloro che sostengono l’aggressione». L’appello saudita di un intervento dell’Onu fa il paio con quello chiesto da Hamas. Il gruppo terrorista che dal 2006 governa la Striscia di Gaza vuole la convocazione immediata di una riunione straordinaria al Palazzo di vetro, affinché possa «obbligare l’occupazione israeliana a fermare la guerra genocida che sta commettendo contro i palestinesi a Gaza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scoperto-covo-hamas-sede-onu-2667236775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-huthi-minacciano-le-navi-italiane-tajani-non-ci-faremo-intimidire" data-post-id="2667236775" data-published-at="1707619255" data-use-pagination="False"> Gli Huthi minacciano le navi italiane. Tajani: «Non ci faremo intimidire» L’Italia ha assunto il comando di Aspides, la neonata missione navale Ue che ha l’obiettivo strategico di proteggere i convogli europei nel Mar Rosso. La cosa, però, non è affatto piaciuta agli Huthi, che ormai da mesi stanno ostacolando il commercio marittimo che transita tra il canale di Suez e lo stretto di Bab al-Mandab. Alcuni giorni fa, in un’intervista a Repubblica, uno dei membri di spicco dei ribelli yemeniti aveva affermato che «l’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen» Simili minacce sono state ribadite anche ieri da Nasr al-Din Amer, vicecapo dell’Autorità per i media degli Ansar Allah («partigiani di Dio»), altro nome con cui è nota l’organizzazione militare degli Huthi. Assumendo il comando di Aspides, ha dichiarato all’Adnkronos, l’Italia «mette a repentaglio la sicurezza delle sue navi militari e commerciali». Amer, che è anche presidente del Consiglio di amministrazione dell’agenzia di stampa Saba, ha poi spiegato in maniera perentoria «che colpiremo le navi che aggrediscono il nostro Paese o che ostacolano la decisione di impedire alle navi israeliane di attraversare il Mar Rosso. Questo deve essere chiaro». Secondo Amer, la decisione di guidare Aspides è «pericolosa» per l’Italia e «la conduce allo scontro diretto con il nostro Paese», anche perché la missione ha lo scopo di «intercettare i missili yemeniti» diretti contro le navi israeliane o comunque i convogli che navigano verso lo Stato ebraico. Pertanto, ha proseguito Amer, «non consigliamo assolutamente all’Italia di impegnarsi in questa missione, perché è basata su informazioni false ed errate, secondo cui esisterebbe un pericolo per la navigazione». Al contrario, a detta dell’esponente degli Huthi, «non esiste alcuna minaccia per la navigazione in generale, ma solo per le navi israeliane, americane e britanniche che transitano attraverso il Mar Rosso, Bab al-Mandab, il Mar Arabico e il Golfo di Aden, a causa della loro aggressione contro lo Yemen». Per scoraggiare l’Italia a guidare Aspides, Amer cita il caso dell’operazione Prosperity Guardian, la missione lanciata dagli Stati Uniti lo scorso dicembre per contrastare gli attacchi degli Huthi nel Mar Rosso. Gli americani, sostiene Amer, volevano proteggere le rotte commerciali, ma non hanno ottenuto gli effetti sperati: «Il numero di navi che attraversano il Mar Rosso è diminuito», spiega l’esponente dei partigiani di Dio, e «gli Stati Uniti non sono stati in grado di garantire alcuna protezione alle navi israeliane. Anzi, insieme alla Gran Bretagna, hanno messo a repentaglio la sicurezza delle loro navi. Di conseguenza, non consigliamo all’Italia di fare altrettanto». Anche perché, minaccia ancora Amer, se non cesserà «l’aggressione israeliana a Gaza», ci sarà un’ulteriore escalation del conflitto. «Non possiamo rivelare il tipo di questa escalation», ha proseguito l’esponente degli Huthi, «ma certamente se l’aggressione contro Gaza non si ferma, amplieremo le nostre operazioni in un modo che sorprenderà tutti». Pronta è stata la risposta di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha assicurato che, per evitare che i porti di Trieste, Taranto, Brindisi, Gioia Tauro e Genova «soffrano a causa delle violenze degli Huthi, l’Italia è stata protagonista nell’inviare una missione militare europea a difesa del traffico marittimo nell’area del Mar Rosso. Proteggeremo le nostre navi e non ci faremo intimidire». Inoltre, ha proseguito Tajani, «ci auguriamo si possa presto arrivare a una soluzione positiva in quell’area, che si possa arrivare alla pace, anche se non è facile, quindi disinnescare pure ciò che sta accadendo nello Yemen con i ribelli Huthi, che attaccano i mercantili che passano nel Mar Rosso». In ogni caso, ha concluso il ministro degli Esteri, «la nostra Marina militare difenderà le nostre navi mercantili perché siamo un Paese che ha il 40% del proprio Pil che dipende dalle esportazioni e non possiamo permetterci che l’impossibilità di esportare in quell’area provochi danni ai nostri porti e alle nostre imprese».
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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