
- L’Idf ha trovato una centrale spionistica dei terroristi nei sotterranei dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. Washington in pressione su Benjamin Netanyahu: «La reazione di Israele è stata esagerata». Berlino: «Rischio di catastrofe umanitaria».
- I ribelli Huthi promettono rappresaglie per la missione Ue nel Mar Rosso guidata da Roma.
Lo speciale contiene due articoli.
Il Times of Israel ha rivelato che l’esercito israeliano ha scoperto ieri una centrale di intelligence appartenente ad Hamas nei sotterranei di una sede dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, situata nel quartiere Rimal di Gaza City. Il data center sotterraneo era completo di sala elettrica, batterie industriali e alloggi per i terroristi di Hamas che gestivano i server dei computer. Il colonnello dell’Idf Benny Aharon ha rivelato ai giornalisti di Times of Israel che «l’Unrwa fornisce copertura ad Hamas, sa esattamente cosa succede nei suoi sotterranei e usa il suo budget per finanziare alcune delle capacità militari di Hamas, questo è certo». Un raid dell’Idf nel Sud del Libano, invece, che aveva come obiettivo l’eliminazione di un funzionario di Hamas, Basel Saleh, ritenuto responsabile dell’arruolamento di nuovi miliziani, è fallito visto che quest’ultimo sarebbe rimasto soltanto ferito.
Sul piano diplomatico, le parole con cui Joe Biden, nella serata di venerdì, ha ammonito Benjamin Netanyahu, accusato di aver avuto una condotta esagerata nella reazione militare a Gaza, a quanto pare sono cadute nel vuoto. Il presidente americano sperava, in cuor suo, di convincere l’omologo israeliano ad avvicinarsi sulla strada della diplomazia e di un cessate il fuoco, temporaneo o permanente che sia. E invece Bibi dimostra di non volersi fermare e di continuare dritto sulla via della guerra. Il tanto temuto assedio a Rafah ha già causato diverse vittime nelle ultime 48 ore: nel raid aereo di ieri condotto dall’Idf, stando a quanto comunicato dal capo della municipalità della città a Sud della Striscia e a ridosso del confine egiziano, sono morte 44 persone, tra cui almeno 14 bambini. Secondo i vertici dell’Idf, nell’attacco hanno perso la vita anche Ahmed al-Yaakobi, numero uno dell’intelligence della polizia di Hamas, il suo vice Iman a-Rantisi e Ibrahim Shatat, delegato della polizia di Hamas per la distribuzione degli aiuti.
Questo scenario, oltre ad aprire un tema internazionale che riguarda la forza e la credibilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca nei confronti dell’alleato, rischia di accendere la miccia che può provocare l’allargamento del conflitto in Medio Oriente. Proprio l’Egitto, che in questi giorni ha schierato i carri armati sulla linea di frontiera, ha avvertito Israele di essere pronto a stracciare il trattato di pace che i due Paesi firmarono nel 1979 nel caso in cui si verificasse uno spostamento di massa in territorio egiziano dell’oltre un milione di sfollati palestinesi che vivono rifugiati a Rafah. Ieri sul tema è intervenuto il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry: «C’è uno spazio limitato e un grande rischio nel sottoporre Rafah a un’ulteriore escalation militare a causa del crescente numero di palestinesi. Ciò avrebbe conseguenze terribili». L’esercito israeliano ritiene la città di confine l’ultima vera roccaforte di Hamas, motivo per cui ha sollecitato i civili a evacuare prima di sferrare l’attacco decisivo via terra per smantellare i quattro battaglioni dei miliziani ancora attivi nell’area. Netanyahu ha fatto sapere che l’offensiva dovrà essere portata a termine entro l’inizio del Ramadan, fissato per domenica 10 marzo, a dimostrazione del fatto che la pressione sul suo governo è forte, sia sul fronte interno che esterno. Ieri, in diverse città dello Stato ebraico ci sono state proteste e manifestazioni contro la gestione del premier. In particolare ad Haifa dove, secondo quanto riportato da Haaretz, c’erano circa 3.000 persone in piazza a chiedere il rilascio degli ostaggi e le elezioni anticipate.
Dall’Europa, è la Germania a tentare la carta della pressione diplomatica sul governo israeliano. Il ministro degli Esteri Annalena Baerbock ha annunciato che la prossima settimana volerà in visita in Israele per presentare una proposta di cessate il fuoco e scongiurare quella che può essere una «catastrofe umanitaria annunciata». La politica tedesca, in un messaggio su X, ha spiegato: «La popolazione di Gaza non può scomparire nel nulla. Israele deve difendersi dal terrore di Hamas, ma allo stesso tempo alleviare il più possibile le sofferenze della popolazione civile. Per questo abbiamo bisogno di un altro cessate il fuoco, anche per poter liberare gli ostaggi». Anche l’Arabia Saudita ha fatto sapere che l’attacco a Rafah può avere «ripercussioni estremamente pericolose», condannando quella che ritiene una «deportazione forzata» della popolazione palestinese: «Questa continua violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario conferma la necessità di convocare urgentemente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per impedire a Israele di causare un’imminente catastrofe umanitaria di cui sono responsabili tutti coloro che sostengono l’aggressione». L’appello saudita di un intervento dell’Onu fa il paio con quello chiesto da Hamas. Il gruppo terrorista che dal 2006 governa la Striscia di Gaza vuole la convocazione immediata di una riunione straordinaria al Palazzo di vetro, affinché possa «obbligare l’occupazione israeliana a fermare la guerra genocida che sta commettendo contro i palestinesi a Gaza».
Gli Huthi minacciano le navi italiane. Tajani: «Non ci faremo intimidire»
L’Italia ha assunto il comando di Aspides, la neonata missione navale Ue che ha l’obiettivo strategico di proteggere i convogli europei nel Mar Rosso. La cosa, però, non è affatto piaciuta agli Huthi, che ormai da mesi stanno ostacolando il commercio marittimo che transita tra il canale di Suez e lo stretto di Bab al-Mandab. Alcuni giorni fa, in un’intervista a Repubblica, uno dei membri di spicco dei ribelli yemeniti aveva affermato che «l’Italia sarà un bersaglio se parteciperà all’aggressione contro lo Yemen»
Simili minacce sono state ribadite anche ieri da Nasr al-Din Amer, vicecapo dell’Autorità per i media degli Ansar Allah («partigiani di Dio»), altro nome con cui è nota l’organizzazione militare degli Huthi. Assumendo il comando di Aspides, ha dichiarato all’Adnkronos, l’Italia «mette a repentaglio la sicurezza delle sue navi militari e commerciali». Amer, che è anche presidente del Consiglio di amministrazione dell’agenzia di stampa Saba, ha poi spiegato in maniera perentoria «che colpiremo le navi che aggrediscono il nostro Paese o che ostacolano la decisione di impedire alle navi israeliane di attraversare il Mar Rosso. Questo deve essere chiaro».
Secondo Amer, la decisione di guidare Aspides è «pericolosa» per l’Italia e «la conduce allo scontro diretto con il nostro Paese», anche perché la missione ha lo scopo di «intercettare i missili yemeniti» diretti contro le navi israeliane o comunque i convogli che navigano verso lo Stato ebraico. Pertanto, ha proseguito Amer, «non consigliamo assolutamente all’Italia di impegnarsi in questa missione, perché è basata su informazioni false ed errate, secondo cui esisterebbe un pericolo per la navigazione». Al contrario, a detta dell’esponente degli Huthi, «non esiste alcuna minaccia per la navigazione in generale, ma solo per le navi israeliane, americane e britanniche che transitano attraverso il Mar Rosso, Bab al-Mandab, il Mar Arabico e il Golfo di Aden, a causa della loro aggressione contro lo Yemen».
Per scoraggiare l’Italia a guidare Aspides, Amer cita il caso dell’operazione Prosperity Guardian, la missione lanciata dagli Stati Uniti lo scorso dicembre per contrastare gli attacchi degli Huthi nel Mar Rosso. Gli americani, sostiene Amer, volevano proteggere le rotte commerciali, ma non hanno ottenuto gli effetti sperati: «Il numero di navi che attraversano il Mar Rosso è diminuito», spiega l’esponente dei partigiani di Dio, e «gli Stati Uniti non sono stati in grado di garantire alcuna protezione alle navi israeliane. Anzi, insieme alla Gran Bretagna, hanno messo a repentaglio la sicurezza delle loro navi. Di conseguenza, non consigliamo all’Italia di fare altrettanto». Anche perché, minaccia ancora Amer, se non cesserà «l’aggressione israeliana a Gaza», ci sarà un’ulteriore escalation del conflitto. «Non possiamo rivelare il tipo di questa escalation», ha proseguito l’esponente degli Huthi, «ma certamente se l’aggressione contro Gaza non si ferma, amplieremo le nostre operazioni in un modo che sorprenderà tutti».
Pronta è stata la risposta di Antonio Tajani. Il ministro degli Esteri ha assicurato che, per evitare che i porti di Trieste, Taranto, Brindisi, Gioia Tauro e Genova «soffrano a causa delle violenze degli Huthi, l’Italia è stata protagonista nell’inviare una missione militare europea a difesa del traffico marittimo nell’area del Mar Rosso. Proteggeremo le nostre navi e non ci faremo intimidire». Inoltre, ha proseguito Tajani, «ci auguriamo si possa presto arrivare a una soluzione positiva in quell’area, che si possa arrivare alla pace, anche se non è facile, quindi disinnescare pure ciò che sta accadendo nello Yemen con i ribelli Huthi, che attaccano i mercantili che passano nel Mar Rosso». In ogni caso, ha concluso il ministro degli Esteri, «la nostra Marina militare difenderà le nostre navi mercantili perché siamo un Paese che ha il 40% del proprio Pil che dipende dalle esportazioni e non possiamo permetterci che l’impossibilità di esportare in quell’area provochi danni ai nostri porti e alle nostre imprese».






