Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.