Eni inizia l’export di Gnl dal Congo. La Francia riduce gli obiettivi green. Alla conferenza Iea gli Usa minacciano l’abbandono. Scende il prezzo del rame. La Libia taglia le forniture di benzina dalla Russia.
Emmanuel Macron (Ansa)
Parigi deve portare il deficit di bilancio al 4,6% del Pil entro il 2026: per farlo, non basteranno tasse e tagli. L’Eliseo vede nell’escalation bellicista di Bruxelles una panacea per i propri guai. Rinnegando il «green».
La Francia ha 40 miliardi di buoni motivi per spingere la corsa di Bruxelles al riarmo. Sono i 40 miliardi che la dividono dall’obiettivo di centrare, entro il 2026, un deficit di bilancio pari al 4,6% del Pil. Impresa al momento al limite dell’impossibile. Così ,in un’intervista rilasciata a Bfm Tv, il ministro delle Finanze, Éric Lombard, non l’ha presa troppo alla larga ed è andato dritto al punto. Le strade per arrivare a dama sono due e probabilmente andranno perseguite entrambe. Da una parte ci saranno da fare dei risparmi sulla spesa pubblica e, dall’altra, bisognerà incrementare le entrate. Anche perché qualche giorno fa, causa incertezza sui mercati provocata dai dazi di Trump, Parigi ha tagliato le previsioni di crescita ammettendo un rapido deterioramento delle prospettive economiche.
Parliamo del bilancio 2026, quindi è difficile entrare nei dettagli. Eppure l’uomo che ha in mano i cordoni della borsa francese qualche indicazione l’ha data. Da una parte ha evidenziato che «con il 57% del Pil destinato alla spesa pubblica, è possibile ridurre la spesa e mantenere allo stesso tempo la qualità dei servizi» e, quindi, sarebbe sbagliato parlare di una politica dell’austerità. Dall’altra, ha espresso un altro desiderio: «La tassa sui redditi alti potrebbe diventare permanente». Ora, per quanto possa salire alle stelle, è difficile ipotizzare che i 40 miliardi di cui sopra possano arrivare da un singolo balzello, per cui è chiaro che servirà qualcosa di strutturale.
E qui torniamo alla spinta al riarmo, il chiodo fisso di Emmanuel Macron. Lato interno, il presidente sta coinvolgendo tutti gli attori economici d’Oltralpe. Le imprese, ovviamente, ma anche i piccoli risparmiatori. Le modalità sono ancora nebulose (avremo dei bond destinati a finanziare i gruppi transalpini che producono armi?), ma le finalità molto chiare. Lo stesso Lombard, infatti, aveva annunciato qualche settimana fa che la banca pubblica d’investimento, BpiFrance, autorizzerà un nuovo fondo fino a 450 milioni di euro per permettere ai cittadini di investire nelle aziende della Difesa «a lungo termine». L’investimento minimo è di 500 euro e i risparmi non potranno essere ritirati per cinque anni. Comunque, non sono previste garanzie sui rendimenti. Non proprio un affarone. Certo, diventa difficile commentare un’iniziativa che, per adesso, è solo abbozzata e che in futuro potrebbe prevedere il coinvolgimento di società d’assicurazione e fondi pensione. Ma Macron si sta muovendo anche a Bruxelles. Parigi e Berlino sono le capitali più attive (basti vedere quello che è successo al recente Ecofin di Varsavia) nella spinta alle obbligazioni comuni, ai prestiti da 150 miliardi, all’utilizzo dei fondi di coesione e delle risorse della Banca europea degli investimenti. Insomma, tutto fa brodo pur di finanziare l’escalation bellica.
Perché quest’iperattivismo? Conta la sindrome da «galletto» che caratterizza tutti gli inquilini dell’Eliseo e l’ex banchiere d’affari in particolare, ma è centrale il bilancio di Parigi. Macron è consapevole che solo il volano dell’industria militare può creare quello choc economico necessario a far ripartire l’economia francese. Soprattutto perché le aziende transalpine delle armi e dei sistemi di difesa sono, insieme ai colossi tedeschi, le più agguerrite.
Da Dassault Aviation (aerei militari) a Safran (motori per gli aerei) per arrivare a Thales (aerospazio ed elettronica per difesa), Airbus (anche droni e satelliti) e Naval group (navi militari): non c’è segmento del mercato che non sia coperto. E l’obiettivo del fondo pubblico e dei bond di cui sopra è quello rafforzare il sistema delle piccole e medie imprese del settore e dell’indotto, le aziende che hanno maggior bisogno di finanziamenti.
Due episodi ci aiutano a capire la direzione che stiamo prendendo. Poche ore fa Thierry Francou, l’amministratore delegato del gigante francese della polvere da sparo Eurenco, in un’intervista a Euractiv ha evidenziato che l’Ue dovrebbe eliminare la burocrazia ambientale per consentire alle aziende del settore della Difesa di aumentare rapidamente la produzione in tutta Europa. «Stiamo lavorando con un quadro normativo in tempo di pace», ha precisato, «le attuali regole non sono adatte alle esigenze di un incremento industriale della difesa».
Che un’azienda che ha come core business le polveri da sparo dica che bisogna eliminare lacci e lacciuoli che limitano l’industria bellica è abbastanza naturale, che lo faccia un’impresa che ha un legame molto stretto con uno degli Stati che di più ha spinto per il Green deal, assume un altro significato. Francou non avrebbe mai fatto queste dichiarazioni senza l’assenso dell’Eliseo. Insomma, vuol dire che il vento è cambiato.
Dall’altra parte c’è la vicenda del polo dell’industria spaziale europea. Il progetto che lega la nostra Leonardo ad Airbus e Thales. Dietro alle dichiarazioni di prassi c’è una strisciante «lotta» con l’asse francese (Airbus e Thales) che, dall’alto delle maggiori dimensioni, vuol prendere il comando mentre l’azienda guidata dall’ex ministro Roberto Cingolani prova a resistere. Al di là dell’esito finale, il timore è che la storia dello spazio diventi la prima puntata di un sequel piuttosto lungo. Meglio mettersi l’elmetto.
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Antonella Sberna (Ansa)
L’europarlamentare di Fdi, vicepresidente dell’Aula di Strasburgo: «Zero tariffe tra noi e gli Usa? Un orizzonte a cui mirare, ma tutelando la qualità del nostro agroalimentare».
Antonella Sberna, eurodeputata di Fratelli d’Italia e vicepresidente dell’Aula di Strasburgo, dopo che Stati Uniti e Europa hanno congelato l’arma del dazio, come prevede che si svilupperanno i negoziati?
«La sospensione reciproca dei dazi sembra segnare l’inizio di un dialogo vero e proprio, fondamentale per disinnescare le tensioni economiche degli ultimi giorni e per riconsiderare gli equilibri della bilancia commerciale. Come ho avuto modo di dire anche a Vinitaly pochi giorni fa, dazi, burocrazia e barriere non tariffarie non sono mai stati la soluzione alle esigenze del mercato. Ma preferisco concentrarmi su ciò che l’Europa può fare per sé stessa. Questi 90 giorni rappresentano un’opportunità per riflettere su chi vogliamo essere e dove vogliamo andare nella nostra visione comune. E la leadership che l’Italia sta interpretando è di grande lungimiranza e di buon auspicio affinché l’Europa prenda coscienza di sé stessa. Anche in ottica di una semplificazione della burocrazia interna e di rilancio della competitività che, in questa fase, può sicuramente consentirci di dialogare meglio con chiunque».
Come deve sfruttare l’Italia e l’Europa i 90 giorni concessi da Trump?
«Pensare solo a questi 90 giorni mi sembra quasi riduttivo. Sono gli ultimi due anni e mezzo del governo Meloni ad aver visto l’Italia di nuovo protagonista autorevole e affidabile nel mondo. Ed è questo il bagaglio che l’Italia può portare ad ogni confronto. Per sé stessa e per tutta l’Europa. Questo vale certamente nel dialogo con gli Stati Uniti d’America sul tema dei dazi ma ha senso anche, in generale, guardando ad altre aree geografiche. Penso ad esempio al Piano Mattei per l’Africa. L’Italia sta dimostrando di voler assumere responsabilità anche verso i propri vicini. E questo viene osservato con attenzione da tutti i più importanti attori internazionali».
Che cosa si aspetta dalla missione del 17 aprile del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a Washington?
«Innanzitutto, mi permetta di dire una cosa: quando il presidente Giorgia Meloni invitava ad evitare crisi di panico, aveva perfettamente ragione. Così come aveva ragione nel chiedere di scongiurare guerre commerciali. È stata la voce più forte, chiara e determinata in Europa. Questo già le conferisce autorevolezza nel dialogo con gli Stati Uniti e nella comprensione delle rispettive ragioni».
È realmente possibile puntare allo «zero a zero», cioè al cancellazione reciproca dei dazi?
«Ad oggi pare uno scenario lontano ma un orizzonte a cui mirare, senza rinunciare ad alcuni capisaldi della nostra economia. Mi riferisco, ad esempio, alla tutela degli alti standard di qualità che caratterizzano il nostro settore agroalimentare e alle denominazioni di origine, un patrimonio che vale decine di miliardi di euro all’anno solo di export. Difendere questi valori è un qualcosa di diverso da una posizione protezionista, è un atto di responsabilità verso la nostra identità economica e culturale».
Che ne pensa dei malumori filtrati da ambienti francesi circa la visita di Meloni, giudicata «divisiva»?
«È del tutto naturale che l’Italia sottolinei la propria la capacità di dialogare con il mondo e naturalmente anche con gli Stati Uniti. Lo riconosce anche l’Unione europea e non mi sembra che da parte dei governi dei Paesi membri ci siano state polemiche in tal senso. Sono sicura che la visita del presidente Meloni servirà a rafforzare l’Europa e tenerla unita, nell’interesse dell’Italia e di tutti gli Stati membri dell’Unione europea».
La guerra commerciale tra Usa e Cina è senza precedenti. Trump conferma i dazi contro Pechino. Non pensa che l’Europa – Francia e Germania hanno forti interessi cinesi – si presenti ancora una volta divisa in merito a questo scontro?
«In passato ci sono state certamente delle divergenze di vedute tra gli Stati membri, come ad esempio le posizioni riguardo alle tariffe europee sulle auto elettriche, per capire che la discussione è tutt’altro che teorica. E non è l’unico dei settori con cui ci sono delle criticità. Penso ad esempio alla ceramica e ai prodotti siderurgici. Si tratta di tutelare le nostre imprese da una concorrenza fuori mercato che è spesso causa di perdita di posti di lavoro. Ed a questo deve pensare l’Europa, innanzitutto. La vera questione, quindi, è di coerenza e consapevolezza».
Sembra che gli Stati Uniti, con la loro condotta, stiano quasi costruendo una coalizione anti-Cina. Nel caso, l’Italia non dovrebbe schierarsi saldamente con Washington?
«Anche in questo caso il ruolo del governo italiano sembra essere sempre di più al centro delle complesse dinamiche attualmente agli onori della cronaca. Sono certa che l’autorevolezza di Giorgia Meloni rappresenterà, anche in questo frangente, un valore aggiunto al dialogo e all’individuazione di posizioni di politica estera e commerciale coerenti con il nostro interesse nazionale ed europeo».
Uno dei simboli della vicinanza europea alla Cina sono i provvedimenti «green», che hanno certamente avvantaggiato, nel caso dell’auto elettrica, aziende cinesi. È arrivato il tempo di archiviare la legislazione ambientalista, che ha danneggiato l’automotive italiano?
«Già, diciamolo chiaramente: è arrivato il momento di fare il tagliando al Green deal. Serve capire con onestà intellettuale se ci sono misure che hanno funzionato e riconoscere, invece, tutte quelle che creato danni concreti. Mettiamo da parte le norme che, di fatto, costringono le imprese europee a competere sul mercato globale ad armi impari. E il Clean Industrial Deal è la prova di un primo cambio di passo. Va anche riconosciuto che Fratelli d’Italia, al Parlamento europeo, ha già ottenuto risultati significativi. L’“omnibus”, ovvero il pacchetto che prevede la riduzione degli oneri amministrativi per le imprese e l’esonero da alcune normative ambientali, è una battaglia che portiamo avanti da tempo ed alcune delle misure previste dovrebbero entrare in vigore subito, ben prima del 2029».
In tanti chiedono una revisione profonda del Patto di stabilità, per affrontare le nuove tensioni economiche. Quale tipo di modifiche proporrebbe?
«Il Patto di stabilità è come un vestito europeo su misura, peccato che la misura venga presa sulla taglia di qualcun altro. A parte l’ironia, credo che questo sia un buon esempio della maggiore flessibilità che dovrebbe caratterizzare il Patto, il quale, troppo spesso, ha escluso l’utilizzo di una buona spesa pubblica, come ad esempio quella per ricerca e sviluppo. Lo spirito di come dovrebbe essere riformato il Patto è stato recentemente mostrato dal vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto in relazione alla politica di coesione. Quella sì che è veramente un’opportunità su misura per i territori e al passo con i tempi, in quanto individua delle priorità e agevola gli Stati che decidono di investire in quella direzione, senza obblighi troppo stringenti e con procedure semplificate. Si dovrebbe partire da lì per affrontare ulteriori sfide. Infatti, è già cominciato il dibattito sul prossimo bilancio dell’Unione europea. Sembrano temi distanti e complicati, ma hanno un grandissimo impatto sulla vita quotidiana di ogni cittadino».
Al Vinitaly si è parlato della difesa del vino italiano. Quali sono gli strumenti in campo per proteggere questa eccellenza del made in Italy?
«Proprio nei giorni del Vinitaly, la Commissione europea ha presentato il cosiddetto “pacchetto vino”. Un inizio incoraggiante ma che può essere ulteriormente migliorato dal Parlamento europeo con l’obiettivo di essere più vicini ancora alle esigenze del settore. Il Parlamento ha l’opportunità di lavorare in questa direzione. Tanti gli strumenti e tante le misure che saranno oggetto di trattazione legislativa nei prossimi mesi. Dall’etichettatura agli investimenti sostenibili, dalle autorizzazioni alle campagne di promozione, sono tutte misure che, come ha molto ben spiegato il ministro Francesco Lollobrigida, andranno nella direzione delle tutela di un comparto fondamentale per la nostra economia. Infine, vorrei concludere con un dato importante: una bottiglia su cinque nel mondo parla italiano. Il vino, e l’agroalimentare in generale, non è solo economia, è storia, cultura e qualità, ed è fondamentale che l’Unione europea lo riconosca e lo sostenga, soprattutto in un momento in cui le sfide globali impongono nuove strategie di valorizzazione e tutela del settore».
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Il Vecchio continente non si rassegni al deserto industriale: semplifichi e prepari un trattato sul commercio con l’America.
Dal mio punto di osservazione, che sul piano micro è la finanza di investimento e sul livello macro è l’analisi dei flussi (geo)economici globali, devo annotare che lo scenario preparato alcuni anni fa con i miei ricercatori sul rischio di deindustralizzazione europea per ostacolo delle sue regole allo sviluppo, in particolare quelle verdi, si sta attualizzando. Per evitarlo, non penso che la soluzione di Mario Draghi, pur basata su un’analisi realistica che merita rispetto tecnico, di ricorrere a un maxidebito comune per rilanciare la competitività europea, possa funzionare, a parte pochissimi settori, sul piano sistemico. Ipotizzo, invece, in base a dati correnti e probabilità future, che la chiave sia una deregolamentazione. Entro questa soluzione c’è ne è poi una di «Italia globale» che sia mantenga l’export in Europa, requisito per rendere più fluido il mercato unico (qui concordo con Draghi) sia non si faccia limitare troppo da vincoli europei (qui sono contrario a una confederazione europea che vada oltre i requisiti del mercato unico fluido). Semplificando, Roma deve spingere per togliere tutte le regole Ue che ostacolano sia l’importazione di capitali di investimento sia l’esportazione di beni nel mondo.
Dati di contingenza. Da un paio di mesi osservo i seguenti fenomeni: a) un numero crescente di piccole-medie imprese che valuta un piano di migrazione negli Stati Uniti perché i vincoli europei, in particolare verdi, le rendono decompetitive nel globo; b) altre imprese vulnerabili ai costi energetici (in Italia circa il 30% in più degli altri europei e quasi il doppio di concorrenti americani) stanno preparando piani di ristrutturazione riduttiva; c) nelle oltre 1.000 start up tecnologiche con progetti futurizzanti di massima competitività potenziale c’è una tendenza a esplorare la migrazione in America per ottenere capitale di investimento che in Italia - pur terzo al mondo il suo volume di risparmio - non trovano; d) l’industria dell’auto e componentistica ha un tipo di crisi risolvibile solo con l’abolizione di limitazioni verdi e relative multe. Ci sono anche aziende che vanno bene e va annotato il successo del ministero delle imprese (Mimit) nel risolvere con ammirevole competenza le crisi aziendali, per lo più attraendo flussi di investimento esteri. Ma comparando i più e i meno, i secondi mostrano la tendenza a prevalere indicando un destino di pur lento declino industriale in Italia. Roma ne è consapevole e per questo ha spinto come non mai i partenariati strategici con molteplici nazioni extra Ue: un ombrello geopolitico per spingere il nostro export globale, con metodo di vantaggio reciproco. Ottimo e promettente. Ma i vincoli europei pesano e ciò fa temere che se non verranno ridotti l’ambiente economico europeo soffrirà una spinta deindustrializzante che colpirà anche l’Italia pur questa cercando una sua via autonoma di presenza commerciale globale.
Un lettore potrebbe sbottare: se così, molliamo l’Europa. Ma la risposta razionale è che non possiamo: siamo incastrati sul piano monetario e dell’eccesso di debito, vulnerabilità attraverso la quale passano ricatti, e comunque gran parte del nostro export è diretto verso nazioni europee. Oltre al progetto di Italia globale siamo costretti a forzare l’Ue perché tolga più limitazioni possibili allo sviluppo. C’è un primo e rilevante fronte su cui intervenire? Tanti, ma nelle contingenze va meglio capita la svolta statunitense in materia di reciprocità commerciale, recentemente formalizzata da Donald Trump, che non è stata recepita come opportunità dal più dei vertici europei: io America ti metto dazi e barriere simmetrici a quelli che tu mi metti. L’Ue ha barriere interne notevoli, ma anche esterne, particolarmente su temi ambientali, agricoli, eccetera. Sarebbe opportuno creare un gruppo di contatto per negoziare in dettaglio un progetto di aperture simmetriche tra Ue e America come precursore di un Trattato di libero scambio. Un problema europeo è che tale tipo di trattati non è evolutivo. Dovrebbe esserlo: cioè iniziare da poche cose per poi svilupparne altre. Ma ora non è così. Ed è strano perché la Comunità europea, prima del 1992, quando si trasformò in Unione, fece passi integrativi importanti e consensuali con il metodo «funzionalista», che prevedeva un processo evolutivo degli accordi. Questa è una soluzione forte nel bilaterale con l’America, ma ora non contemplata dall’Ue, a parte contatti riservati preliminari.
Potrebbe Roma spingere questo progetto di simmetria commerciale? Realisticamente avrebbe bisogno della convergenza con la Germania che sicuramente ha il medesimo interesse. Ma dobbiamo aspettare le elezioni tedesche e la successiva coalizione per capire quale pacchetto negoziale possa essere costruito. La Commissione? La Bce? Certamente non vogliono un conflitto economico con l’America, ma non stanno spingendo sul serio per deregolamentare, in particolare togliendo le barriere che ostacolano i flussi euroamericani. Il punto: se si riesce a trovare un modo per annullare le barriere commerciali europee esterne (e interne) poi si ottiene un risultato che evita i dazi statunitensi. E se si facesse così vi sarebbe una spinta entro il G7 per integrare un ciclo di capitale comune. Trump? Per lui sarebbe un successo, ma sarebbe altrettanto per gli alleati.
Oltre che liberista sono econegazionista? No, sono ecofuturizzante: se si accelera il nuovo mini nucleare, senza emissioni, oltre a ridurre i costi energetici, si ottiene poi una decarbonizzazione accelerata che rende inutile forzare troppo i tempi via ecodivieti. E così si avrebbe una armonizzazione tra sostenibilità ambientale ed economica mentre ora le due sono inutilmente divergenti, in Europa.
www.carlopelanda.com
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Jonas Gahr Støre, Bart De Wever e Mette Frediksen
Crisi in Belgio e Norvegia, e l’esecutivo danese è in difficoltà per la diversità di vedute sulle regole ambientaliste imposte da Bruxelles. Il Consiglio si sposta a destra. Elezioni tedesche ancor più decisive per contrastare le mosse della Commissione.
La realtà bussa sempre alla porta. E fatto salvo la Spagna, dove il governo socialista pro green resta saldo in sella (grazie a una eccezionale congiuntura), uno dopo l’altro capitolano governi del Nord Europa che della transizione verde avevano fatto una bandiera. L’ultimo cambio di passo, in ordine temporale, è quello belga. Quasi otto mesi dopo le elezioni di giugno, il candidato premier e leader della destra fiamminga dell’N-Va, Bart De Wever, ha comunicato al re Filippo il successo dei negoziati tra i cinque partiti della cosiddetta coalizione Arizona: oltre all’N-Va, le forze centriste e liberali della Vallonia, i fiamminghi di Vooruit e i cristiano-democratici di Cd&V. De Wever diventa il primo nazionalista fiammingo a guidare il Paese e il terzo premier dei Conservatori Ue, la coalizione di Ecr partecipata da Fratelli d’Italia. A breve De Wever dovrebbe diventare premier del travagliato Paese e avviare una inversione di rotta sui temi dell’immigrazione e della programmazione energetica. Non facile visto che il novo governo si trova una eredità bella pesante da gestire. Ad esempio la gatta da pelare che va sotto il nome di isola principessa Elisabetta. Si tratta di un mega impianto eolico da realizzare entro il 2030 dal costo stratosferico di oltre 7 miliardi.
Avviato due anni fa per sopperire al niet al nucleare. D’altronde chi fino ad oggi si è opposto e ha investito soldi pubblici nell’atomo, il caso della Polonia da pochi giorni presidente di turno, si è visto ricevere una procedura d’infrazione dalla neo commissaria alla transizione Teresa Ribera. L’accusa è aver violato le norme della concorrenza. Un chiaro messaggio politico che arriva dalla vice presidente di peso che ha dalla sua il mondo socialista e il sostegno della Spagna. Con ciò le speranze di avere un Consiglio Ue sempre più disallineato rispetto alla Commissione non sono certo da abbandonare. Come detto sopra, il Belgio sterza, la Danimarca ha avuto una sua crisi politica proprio nel tentativo di stoppare le gare d’appalto dell’eolico offshore. Le difficoltà non sono superate e le tensioni potrebbero anche far saltare la quadra della maggioranza. In ballo c’è lo stanziamento di ingenti quantità di sussidi che finirebbero per mettere in crisi il bilancio. Peccato che senza sussidi le pale non girino. E quando girano fanno schizzare all’insù le bollette. Esattamente quanto sta accadendo in Norvegia, dove primo ministro Jonas Gahr Støre è rimasto a capo di un governo di minoranza dopo che il partner di coalizione si è ritirato a causa delle regole di mercato dell’Unione europea che rendono «impossibile proteggere i cittadini dai prezzi elevati dell’elettricità». Il Partito di Centro norvegese si è ritirato da una coalizione di governo divisa proprio per l’opposizione alle regole del mercato energetico, lasciando il primo ministro a capo di un governo di minoranza del Partito Laburista.
La Norvegia, così come la Svezia, negli ultimi mesi hanno sperimentato sulla propria pelle le regole Ue di scambio energetico e sono finite vittime dello schema imposto dalla Germania. Berlino e non è una novità - l’abbiamo raccontato numerose volte - si trova per intere settimane senza energia rinnovabile. Manca sia la luce che il sole. E visto che il governo in scia alle decisioni di Angela Merkel ha abbandonato del tutto il nucleare si trova a risucchiare energia da altri Paesi. Certo, adesso ci sono le elezioni. Ed è quasi scontato che la Cdu assuma un peso maggiore nella coalizione e c’è da aspettarsi una revisione dei dogma green che i tedeschi si sono bevuti negli ultimi anni. Ovviamente non è dato sapere oggi che cosa succederà, ma la profonda crisi economica in Germania, sul fronte dell’energia e dell’automotive, dovrà per forza imporre un bagno di realtà. Fosse anche soltanto da parte del Centro una presa di coscienza necessaria a non lasciare a Afd la stragrande maggioranza dei voti. Se così fosse c’è da aspettarsi nelle prossime mosse del Consiglio Ue un profondo riequilibrio. L’Italia sulla questione delle multe per le emissioni di CO2 ha raccolto una fetta di consensi, pari a una decina di Paesi. Altri cinque sono in bilico. Se andiamo ad aggiungere anche Belgio, Danimarca e chissà la Germania è chiaro che il peso si sposta. Lo stesso discorso può valere per la trattativa silente che mira a bloccare lo stop ai motori termici fissato dalla precedente Commissione al 2035. E ci auguriamo che anche l’iter di approvazione del Mercosur possa risentire di un progressivo spostamento a destra dei governi Ue. Il confronto con la Commissione sarà uno stillicidio, ma vale la pena insistere. Anche perché la maggioranza Ursula non esiste già più in Parlamento e l’Aula è la terza gamba del Trilogo. Sebbene la più debole.
Quattro giorni fa, in occasione della presentazione della bussola Ue, Ursula Von der Leyen, ha ribadito la volontà di portare avanti il Green deal e di mantenere l’impegno per lo stop al motore termico. La Commissione continua, quindi, a subire il peso delle scelte dei socialisti e del governo di Pedro Sanchez e dal momento che non c’è una crisi di governo in vista a Madrid (il patto di scambio con gli indipendentisti sembra ferreo) la speranza è di creare un blocco in seno al Consiglio. All’appello manca la Francia, la quale visto i dati delle vendite auto potrebbe finalmente convincersi a una inversione di tendenza. La Francia è anche la sola nazione che non ha amai abbandonato il nucleare ed è su questa filiera che Parigi potrebbe essere ammorbidita con proposte di partnership. Su altri dossier Parigi è molto lontano dalle nostre idee e necessità. Ancor più dopo l’insediamento di Donald Trump. Ma l’energia e il green sono ormai un problema di tutti gli europei.
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