Nuova giravolta: «Toni bassi». Ma derby d’Italia blindato, il governo è fuori controllo
- Dopo le sue comparsate ansiogene, il premier accusa la Rai di terrorismo. Follia figlia del cambio di strategia in corsa. Così come la frenata sui tamponi e i bar (mezzi) riaperti.
- Alla Camera via libera di Lega, Fi e Fdi alle prime norme sull'emergenza. Esercito con funzioni di polizia.
Lo speciale contiene due articoli
Tamponi per tutti, tamponi per pochi; bar e musei serrati, bar e musei da riaprire; scuole deserte, scuole in attività; toni bassi in tv, ma derby d'Italia con stadio deserto in mondovisione. Sarà che la gente, più che dal coronavirus, s'è fatta contagiare dalla paura. Però pure chi dovrebbe proteggerla sembra preda, se non del panico, della confusione totale.
Sulla gestione dell'emergenza sanitaria, abbiamo assistito a una sfilata imbarazzante di tira e molla, fughe in avanti e marce indietro, accordi e disaccordi tra il governicchio e le Regioni (e in qualche caso, persino i Comuni hanno preso iniziative estemporanee). E la mancanza di una direzione chiara non ha contribuito a placare le ansie della popolazione, nonostante la parola d'ordine, in queste ora, sia «stop all'allarmismo».
Cominciamo dall'inversione a U sui test diagnostici. Scoppiata l'epidemia in Lombardia e Veneto, è partita un'affannosa rincorsa al tampone. Sabato scorso, in diretta al Tg 2, il sindaco di Vo' Euganeo dichiarava di voler sottoporre all'esame l'intera cittadinanza. La moltiplicazione dei tamponi - da noi ne sono stati somministrati circa 10.000, contro i circa 500 della Francia, i circa 1.000 della Germania, i circa 6.500 del Regno Unito - ha infiammato la polemica. E così, come annunciato ieri da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e come ribadito dal commissario, Angelo Borrelli, la strategia è cambiata: tamponi solo a chi presenta i sintomi. Giusto. Ma se fino a tre giorni fa si accarezzava l'ipotesi di analizzare mezza Italia, come si può pretendere che le persone adesso si convincano che esami approfonditi sono inutili? Ci siamo comportati - comprensibilmente - come se ci aspettasse l'apocalisse zombi. Se l'allarme è sproporzionato, la colpa è di chi non l'ha gestito subito razionalmente. E ha lasciato campo libero alle decisioni, talora contraddittorie, dei governatori, per poi invocare i pieni poteri.
Pensate al coprifuoco per i pub. La Lombardia ne aveva disposto la chiusura a partire dalle 18. Sulla Verità ci siamo chiesti: il coronavirus si sveglia al tramonto? E se lo scopo - sacrosanto, per carità - era evitare gli assembramenti, perché ci si è premurati di bandire gli aperitivi meneghini e non le colazioni al bar? Contrordine, dunque: la Regione ha chiarito che i locali possono restare aperti, purché il servizio sia limitato ai tavoli all'aperto. Milano in questi giorni è semideserta, però siamo sicuri che i tavolini siano sempre disposti a due metri l'uno dall'altro, a prova di contagio? Anche qui, tuttavia, la tirata d'orecchie se la merita Giuseppe Conte: se voleva evitare svarioni dei governatori, non poteva svegliarsi subito, anziché farsi scappare la situazione di mano e poi minacciare usurpazioni, aprendo una polemica dal chiaro obiettivo anti leghista con Attilio Fontana, nel bel mezzo dell'emergenza?
Regna il caos pure sull'obbligo di comunicare alla Asl eventuali viaggi nella zona rossa: le Regioni, infatti, ieri non hanno siglato l'ordinanza, perché non condividono il provvedimento.
Per non parlare del braccio di ferro con il presidente delle Marche, Luca Ceriscioli, bloccato dal premier mentre annunciava in diretta la chiusura delle scuole. Conte si è detto «sorpreso» dall'intenzione del governatore dem di tirare dritto con l'ordinanza (Giuseppi cade ancora dal pero, come con il numero di contagi). Nel frattempo, pure la Campania ha disposto la chiusura delle scuole fino a sabato. Per il governicchio, è una misura non necessaria. I presidenti di Regione vogliono tutelare sé stessi e i cittadini, pure a costo di esagerare. In questo tiro alla fune, da che parte pende la ragione? Se nemmeno i governatori si fidano di Conte, perché devono farlo i cittadini? E poi, a cosa è servito blindare i musei a Milano, se il sindaco Beppe Sala ora chiede al titolare del Mibact, Dario Franceschini, di rimetterli in servizio? Perché i musei sì ma cinema e teatri no? E quali elementi scientifici dimostrano che l'epidemia è sotto controllo o in remissione, giustificando la riapertura? Al contrario, è la stessa Oms a paventare il pericolo pandemico: «Il mondo non è pronto».
D'altro canto, nel giorno in cui Repubblica scriveva di una telefonata partita da Palazzo Chigi all'ad della Rai, Fabrizio Salini, per chiedere alla tv pubblica di tenere i toni bassi in tg e talk show, veniva ufficializzato che Juventus-Inter si giocherà a porte chiuse. Sarà uno spettacolo surreale: una sfida scudetto trasmessa in mondovisione che si svolge in un silenzio tombale, rotto solo dalle imprecazioni degli allenatori. Il tutto, mentre le autorità francesi hanno dato il via libera ai tifosi bianconeri, che ieri sera hanno seguito i loro beniamini a Lione. Se il coronavirus è più o meno come l'influenza, se uccide soltanto i vecchi già malati, se in 4 casi su 5 provoca sintomi lievi, perché vietare al pubblico l'Allianz Stadium di Torino?
Anziché tranquillizzare il popolo di cui si proclamò avvocato, Giuseppi, che ha reclamato pieni poteri come un Matteo Salvini qualunque, sortirà l'effetto opposto. Le sue incertezze paiono il goffo maquillage di una situazione grave. Tanto più se, con il contributo di qualche virologo cooptato alla causa governativa, comincia a circolare la nuova suggestione medica: i positivi al virus non sono malati. I giallorossi, chiaramente, non si spingeranno fino a rivedere al ribasso i contagi censiti finora (mica siamo in Cina...). Però il meccanismo, insieme alla stretta sui tamponi, da oggi in poi potrebbe aiutare a limitare la casistica, simulando progressi inesistenti. E quest'ennesimo cambio in corsa alimenterà il timore più grande degli italiani: che qualcuno li prenda in giro e provi a occultare una sciagura.
Opposizione responsabile: vota sì al decreto
La stessa linea collaborativa è arrivata anche da Forza Italia e Fratelli d'Italia (due forze di opposizione che per la verità, soprattutto la prima, hanno sin da subito mostrato un atteggiamento non ostile sul tema). L'opposizione, insomma, ha scelto di non mettersi di traverso e mettere il bene degli italiani colpiti a vario titolo dal virus in primo piano.
Rispetto al testo originario, il provvedimento è passato in commissione Affari sociali con alcune piccole modifiche.
La prima novità riguarda i militari impegnati nell'assicurare l'esecuzione delle misure sul coronavirus. A questi ultimi dovrà essere attribuita la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. È stato approvato inoltre anche un emendamento dei deputati delle Autonomie per fare salve le competenze delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome. Più in generale, il contenuto del decreto legge numero 6 del 23 febbraio 2020 è ormai in gran parte noto. In primis, c'è l'isolamento delle cosiddette zone rosse.
Per le aree interessate dal contagio (quelle maggiori sono in Lombardia e Veneto) sono previsti il divieto di allontanamento e di accesso, la sospensione di manifestazioni di qualsiasi tipo, la chiusura di scuole e università e dei musei (ieri il sindaco di Milano ha chiesto di riaprirli), la quarantena per chi ha avuto contatti stretti con casi conclamati di malattia, la chiusura delle attività commerciali ad esclusione di quelle per l'acquisto di beni di prima necessità, la chiusura o limitazione degli uffici pubblici, la sospensione delle attività lavorative per le imprese, a esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità e di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare.
All'interno del testo del decreto, inoltre, si è voluto puntare l'accento anche sul lavoro da casa. Il lavoro agile o smart working diventa applicabile, «in via automatica» fino al 15 marzo nelle regioni al momento interessate dai contagi. In poche parole, ora per le aziende diventa molto più facile a livello burocratico permettere ai dipendenti di lavorare in remoto. Stop anche alle competizioni sportive nelle zone colpite dall'epidemia. Restano consentite le partite o gli allenamenti a porte chiuse nei Comuni che non figurano all'interno della zona rossa del contagio. Bloccate anche fino a metà marzo le gite scolastiche le visite culturali, i progetti di scambio e di gemellaggi. In più, la norma stabilisce che le assenze degli studenti superiori ai cinque giorni vadano giustificate con un certificato medico. In molte regioni, di norma, non è necessario portarlo.
Via anche all'insegnamento a distanza in tutti quei Comuni dove scuole e università sono chiuse.
Nelle regioni più colpite dal virus sono stati sospesi anche gli esami per avere la patente di guida che normalmente si tengono alla Motorizzazione.
Giù le serrande, infatti, per gli uffici della Motorizzazione civile di 14 province (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Milano, Padova, Parma, Pavia, Piacenza, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza).
A questo decreto, va ricordato, se ne aggiungeranno altri due. Come ricordato dal ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sono in arrivo altri due provvedimenti mirati a limitare i danni del virus sul piano economico.
Il primo riguarderà norme specifiche per la zona rossa, che dovrebbe arrivare venerdì e un altro focalizzato sulle imprese del turismo, il settore forse più colpito da quando l'epidemia del virus Covid-19 è scoppiata. In questo caso dovremo attendere almeno una decina di giorni per vedere un decreto.
Tira aria da Otto Settembre e all'estero se ne sono accorti. Il coronavirus mette in evidenza i limiti del premier Giuseppe Conte, che con tre mosse sbagliate in rapida successione riesce a ottenere un risultato inatteso e triste: screditare l'Italia davanti al mondo. La gestione della comunicazione da parte di Palazzo Chigi è allucinante, il dilettantismo imperversa. E perfino i cinesi, dopo averlo notato, non mancano di sottolinearlo. «Quella dell'Italia è stata una risposta lenta», scrive il Global Times, tabloid del Quotidiano del popolo di Pechino. «È preoccupante che le misure di prevenzione e controllo possano essere insufficienti».
Nasce tutto dal tentativo maldestro del presidente del Consiglio di difendersi dalle critiche rovesciando accuse su chiunque gli passi davanti. Il primo errore lo commette da Fabio Fazio domenica sera, quando si stupisce perché «da un giorno all'altro c'è stato il picco dei contagi», dando l'impressione di non avere niente sotto controllo, di essere in balìa degli eventi. In tutta Europa lo ascoltano, rilanciano la dichiarazione e restituiscono una sensazione che gli italiani sono più in difficoltà del dovuto. Ma l'autogol decisivo, quello che delegittima l'Italia intera e manda nella spazzatura la reputazione arriva il giorno dopo, quando Conte con colpevole superficialità dichiara alla Rai: «C'è stato un focolaio e da lì tutto si è diffuso. C'è stata una gestione non propria a livello ospedaliero, un ospedale non ha seguito il protocollo e ha favorito il contagio». Un'uscita devastante che diventa notizia e rimbalza in tutto il mondo. La Cnn la prende al volo: «L'Italia arranca nel contenimento del coronavirus dopo avere ammesso il pasticcio fatto in un ospedale». Così il focolaio diventa epidemia e l'epidemia viene messa in carico a medici e sanitari che in questi giorni lavorano h24 per salvare vite, per restituire ai pazienti speranze e guarigioni. Tutto si complica, i media internazionali non avevano bisogno che di questo. Le Monde: «L'Italia in quarantena». Washington Post: «Il focolaio italiano è il più vasto fuori dalla Cina». Der Spiegel, con la foto di una farmacista con mascherina: «Italia zona rossa». El Pais: «Milano chiude tutto, Venezia cancella il carnevale». Libération: «La quarantena italiana preoccupa l'Oms». La Vanguardia invece di titolare «Italiano positivo al virus a Tenerife», scrive che «La Spagna si prepara ad affrontare l'emergenza in arrivo dall'Italia».
Il salto di qualità è stato fatto, l'idea che siamo degli incapaci passa facilmente perché lo ha ammesso il premier Conte medesimo. Allora l'Austria ferma due treni al Brennero, Croazia e Serbia vietano agli studenti di venire in Italia in gita scolastica, un Flixbus proveniente da Milano viene bloccato a Lione per due starnuti del conducente, perfino le Isole Mauritius rimandano indietro turisti lombardi e veneti. Ed Emmanuel Macron fa emettere una circolare nella quale si impone (si impone, non si consiglia) agli studenti eventualmente di ritorno dall'Italia di non presentarsi a scuola per 14 giorni. Era esattamente ciò che un mese fa avevano chiesto Attilio Fontana e Luca Zaia riguardo ai cinesi, ma erano stati zittiti con accuse di razzismo proprio dal governo Conte.
La situazione è surreale, ma ormai il premier è lanciato verso gli abissi dell'autoflagellazione, anzi del discredito internazionale. Così non si ferma, anzi litiga con i governatori di Lombardia e Veneto minacciando di «avocare a sé» la responsabilità della Sanità, come se non ci fosse già un commissario del governo a supervisionare l'emergenza, nominato da lui, il responsabile della Protezione civile Angelo Borrelli, commercialista. L'inopportuno braccio di ferro viene rilanciato e l'effetto finale offre uno scenario all'italiana di rissa da circo, di zuffa da cortile nel bel mezzo di un'emergenza sanitaria. Riassume tutto il gruppo americano Bloomberg, che lancia un articolo dal titolo: «Nel focolaio italiano sfortuna e fallimento sanitario». Svolgimento: «Dietro lo scoppio dell'epidemia di coronavirus in Italia c'è una combinazione di sfortuna e di protocolli sanitari che non hanno funzionato. Grandi aree del Nord sono in quarantena. Perché l'Italia sta soffrendo di più dei vicini? Laddove ci sono stati problemi come in Germania e in un resort sciistico francese le autorità hanno identificato un paziente zero e hanno fermato il contagio». Bloomberg fa capire con condiscendenza che da noi non è successo. E Conte gli offre su un piatto d'argento la motivazione: «Per l'aumento del numero dei casi, Conte ha accusato un ospedale dicendo che la malattia è esplosa perché non sono stati rispettati i protocolli di sicurezza». L'intera sanità italiana, definita dallo stesso sito la quarta del mondo nel 2018, ringrazia il presidente del Consiglio per l'efficace spot negativo. Atteggiamento che diventa di prammatica quando viene individuato il primo contagiato svizzero. Infatti Bloomberg sottolinea: «Le autorità elvetiche dichiarano che il paziente è stato ovviamente infettato in Italia». Con quell'obviously che sembra una lapide finale sulla nostra credibilità. La tempesta è arrivata e il premier ha la pochette in balìa del vento. Ora sembra solo, balbettante, come un pellegrino che ha perso gli amici e la corriera (copyright Alberto Arbasino). Se è assordante il silenzio di Matteo Renzi, è addirittura fragoroso quello dei parlamentari del Pd, compulsivi sui social; Nicola Zingaretti li ha silenziati nella speranza di poter annacquare le responsabilità. Ma nessuno può dimenticare che il primo hashtag delirante (#abbracciauncinese) era stato del sindaco di Firenze, Dario Nardella. Un abbraccio che oggi proprio i cinesi non vogliono restituire a lui.
Luigi Di Maio chiama a raccolta ciò che resta del Movimento 5 stelle. Lo fa convocando una manifestazione di piazza contro i rischi di una restaurazione del potere costituito. Argomento del contendere, il tentativo di far rientrare dalla finestra il taglio dei vitalizi parlamentari che la precedente maggioranza gialloblù aveva fatto uscire dalla porta. L'adunata del 15 febbraio ha però come altro obiettivo la difesa dello stop alla prescrizione, riforma che i grillini hanno tenuto a battesimo con il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e a cui sia Pd che Italia viva vorrebbero fare il funerale. In pratica, il ministro degli Esteri va in piazza contro il governo di cui è membro o, per lo meno, contro una parte di esso. Perché a voler restaurare la prescrizione così com'era c'è sì l'opposizione, composta da Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega, ma soprattutto ci sono Zingaretti, Renzi e compagni. I vitalizi aboliti con il precedente governo li vorrebbero far rivivere un po' tutti, ma anche qui sono le maggioranze interne alle Camere che tifano perché uno dei benefit più criticati della cosiddetta Casta ritorni in auge.
Sì, insomma, Di Maio si è dimesso da leader dei 5 stelle, rinunciando anche al ruolo di capo delegazione al governo, non perché abbia intenzione di mettersi in panchina, ma da ciò che si capisce perché ha voglia di tenersi le mani libere. Certo, fa un po' effetto vedere uno che sta seduto nel Consiglio dei ministri, ma che al tempo stesso decide di sedersi tra quelli che contestano le decisioni del Consiglio dei ministri o per lo meno di chi quel Consiglio lo appoggia. Tuttavia ormai la politica ci ha abituato ai colpi di scena e anche al ribaltamento dei ruoli. Prima avevamo un Matteo Renzi che sputava ogni giorno in faccia ai grillini, ma poi lo stesso Renzi ha deciso all'improvviso di andarci a braccetto, salvo decidere di nuovo che, pur essendo al governo insieme con i 5 stelle, si poteva anche sparargli contro. Adesso assistiamo a un Di Maio che fa due parti in commedia, ossia il ministro e l'anti ministro. Tutto ciò potrà apparire bizzarro e forse lo è, ma a prescindere da questo vale la pena di domandarsi perché il ministro degli Esteri abbia scelto di tenere i piedi in due scarpe, rimanendo al governo, ma anche mettendosi all'opposizione. Tattica? Tentativo di confondere le acque oppure di tenere unite anime diverse all'interno del movimento? Forse la risposta giusta è che Di Maio si è reso conto di quanto le posizioni grilline non siano più conciliabili e dunque ritenga di prendere la guida di una delle correnti pentastellate, magari rendendosi protagonista anche di qualche colpo di scena.
Parliamoci chiaro: le dimissioni del capo politico a pochi giorni dalle elezioni regionali in Emilia Romagna, appuntamento al quale Di Maio sarebbe volentieri arrivato senza presentare una lista del Movimento, sono state una mossa per smarcarsi un attimo prima della tempesta, ma anche un modo per prendere le distanze da un nume tutelare un po' ingombrante come Beppe Grillo, con il quale non sempre ha condiviso la linea, soprattutto quella che riguardava l'alleanza con il Pd. E poi, facendo ciao ciao prima del voto, il ministro si è pure sganciato dall'abbraccio del presidente del Consiglio, le cui abili mani d'illusionista prima o poi l'avrebbero strangolato. Sì, Di Maio si è tolto la casacca del leader, ma probabilmente si prepara a indossarne una da capo popolo. Già nelle scorse settimane immaginavamo una scissione all'interno dei 5 stelle e ora, con la mossa della chiamata alle armi in piazza, ne siamo ancora più convinti. Il «ragazzo» di Pomigliano potrebbe infatti guidare una corrente, ma forse addirittura un partito, perché è meglio essere capi di un movimento che ha il 5 per cento che gregari di uno che raccoglie il 15. Come dimostra Renzi, se si vuole, in una situazione tanto precaria come quella attuale, anche il 4 per cento può valere per dettare legge. E poi, come a Roma sanno anche i sanpietrini, nonostante le liti in campagna elettorale, Di Maio preferiva il governo gialloblù a quello giallorosso. Ma se questa è l'idea, per i pentacompagni potrebbero essere dolori. Altro che guardarsi da Renzi... occhio a Luigino.
Quando gli danno dello «sconosciuto avvocato», Conte trasecola. «Ma se ho centinaia di clienti…» si sfoga con i collaboratori più fidati. Ed è pure diventato ordinario a soli 38 anni. Ha ragione da vendere, il premier. Nelle università italiane, storicamente asfissiate da baronie e familismo, si arriva in media a scalare il gradino più alto della carriera accademica quasi all'età della pensione. I docenti di prima fascia con meno di 40 anni, certifica l'ultimo rapporto del ministero dell'Istruzione, sono appena 20 su 12.975: meno dello 0,2 per cento. State allegri, italiani: in quel laghetto dalle acque cristalline ha nuotato anche l'anguilla di Palazzo Chigi, docente di diritto privato all'Università di Firenze. [...]
La vera ascesa comincia quando, dopo aver vinto l'apposito concorso, ad aprile 1998 viene nominato ricercatore di diritto privato a Firenze. Da quel momento brucerà tutte le tappe: in poco più di quattro anni scalerà ogni vetta accademica. A giugno 2000 vince il concorso per professore associato. Il posto viene bandito dalla Seconda Università di Napoli. Nella commissione ci sono Raffaele Rascio, della Federico II, il più prestigioso ateneo campano, e Giovanni Furgiuele, che sarà vicino di stanza di Conte all'Università di Firenze.
Rascio e Furgiuele, meno di due anni più tardi, si ritrovano di nuovo insieme in una commissione. Di nuovo nella Seconda Università di Napoli. Sempre per un concorso, ma da ordinario. E, ancora una volta, il prescelto è il giurista di Volturara Appula. Tra i cinque docenti che lo giudicano c'è anche Guido Alpa. Insegna diritto civile alla Sapienza di Roma ed è un celebratissimo avvocato italiano.
La sua presenza in quella commissione cela un'accusa di favoritismo che il presidente del Consiglio rifiuterà con sdegno. Perché Alpa e Conte non sono legati solo da reciproca stima e sicura fiducia: i due nel 2002, poco prima di quel concorso, decidono di aprire insieme uno studio professionale. Anzi, una semplice condivisione di spazi, derubricherà il premier. […] Per farla breve: non c'è un conflitto d'interessi? [...]
Per scoprirlo, bisogna consultare i documenti ufficiali e incrociare le date. […] Lo studio legale in comune viene aperto all'inizio del 2002. Proprio mentre Alpa si appresta a giudicare il suo pupillo. In un'intervista al Secolo XIX, il luminare chiarirà: «La commissione era stata estratta a sorte». (...) Peccato che dai documenti risulti il contrario. Alpa viene eletto, non sorteggiato. Ed è perfino il più votato tra i commissari: 54 preferenze. […] E alle sue spalle, con 39 indicazioni, c'è ancora Furgiuele. Morale: Conte diventa ordinario anche grazie agli entusiastici giudizi dell'allora vicino di studio professionale e del venturo vicino di stanza in facoltà […].
Alle 9.30 del 13 luglio 2002, assieme agli altri tre membri, i due giuristi si ritrovano nel dipartimento di Diritto comune patrimoniale dell'Università Federico II. È il momento del verdetto. […] Quattro candidati non ottengono nemmeno una preferenza. Conte invece fa l'en plein: cinque voti su cinque. Con la stessa percentuale bulgara, viene dichiarato idoneo anche Carlo Venditti, figlio di Antonio, già ordinario di diritto commerciale proprio alla Federico II di Napoli.
Due plebisciti. Ciascun commissario, annota il verbale finale, prima del voto «dichiara di non avere relazioni di parentela o affinità fino al quarto grado con i candidati e che non sussistono cause di astensione di cui all'articolo 51 del Codice di procedura civile». E che cosa prevede la succitata norma? Il giudice deve astenersi dal giudizio se ha un interesse personale. […] È il caso di Alpa? […]
Conte e Alpa, negli ultimi anni, solo dall'Autorità per la protezione dei dati personali hanno avuto complessivamente otto incarichi. Sempre insieme. […] Conte e Alpa sono due assi pigliatutto: su 13 cause conferite ad avvocati esterni negli ultimi anni, se ne aggiudicano […] ben otto.
Ovviamente non ci sono solo le difese in nome e per conto del Garante. […] Nel 2006 rappresentano Craft, la società che ha brevettato i tutor, contro Autostrade, accusata di aver contraffatto il loro brevetto industriale. Nel 2013 difendono l'ospedale San Giovanni di Roma in una causa per la gestione del servizio di mensa. E nel 2014 i due si alternano nella difesa della Granarolo, il famoso gruppo alimentare.
Sono indizi di un «sodalizio»? Nemmeno per sogno: eravamo solo coinquilini, ripete Conte […]. Ma c'è un particolare che complica il quadro. E non è affatto di scarso rilievo. Perché è lo stesso Conte ad aver seminato dubbi su dubbi. Nell'autunno 2013 invia alla Camera dei deputati il suo smisurato curriculum per concorrere all'elezione nel Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Il futuro capo del governo, lasciando poco spazio all'immaginazione, scrive di sé: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e amministrativo».
Così, il 18 settembre 2013, assieme ai membri laici delle magistrature speciali, il professore viene scelto per la rinomata carica. Si dimetterà a marzo 2018, soltanto dopo aver accettato la candidatura come ministro della Pubblica amministrazione in un ipotetico governo grillino. Ancora ignaro che il fato avrà in serbo per lui qualcosa di ben più sbalorditivo: la guida di due governi. […]







