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2020-02-27
Nuova giravolta: «Toni bassi». Ma derby d’Italia blindato, il governo è fuori controllo
I ministri Federico D'Inca', Roberto Speranza ed Elena Bonetti (Ansa)
Tamponi per tutti, tamponi per pochi; bar e musei serrati, bar e musei da riaprire; scuole deserte, scuole in attività; toni bassi in tv, ma derby d'Italia con stadio deserto in mondovisione. Sarà che la gente, più che dal coronavirus, s'è fatta contagiare dalla paura. Però pure chi dovrebbe proteggerla sembra preda, se non del panico, della confusione totale.
Sulla gestione dell'emergenza sanitaria, abbiamo assistito a una sfilata imbarazzante di tira e molla, fughe in avanti e marce indietro, accordi e disaccordi tra il governicchio e le Regioni (e in qualche caso, persino i Comuni hanno preso iniziative estemporanee). E la mancanza di una direzione chiara non ha contribuito a placare le ansie della popolazione, nonostante la parola d'ordine, in queste ora, sia «stop all'allarmismo».
Cominciamo dall'inversione a U sui test diagnostici. Scoppiata l'epidemia in Lombardia e Veneto, è partita un'affannosa rincorsa al tampone. Sabato scorso, in diretta al Tg 2, il sindaco di Vo' Euganeo dichiarava di voler sottoporre all'esame l'intera cittadinanza. La moltiplicazione dei tamponi - da noi ne sono stati somministrati circa 10.000, contro i circa 500 della Francia, i circa 1.000 della Germania, i circa 6.500 del Regno Unito - ha infiammato la polemica. E così, come annunciato ieri da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e come ribadito dal commissario, Angelo Borrelli, la strategia è cambiata: tamponi solo a chi presenta i sintomi. Giusto. Ma se fino a tre giorni fa si accarezzava l'ipotesi di analizzare mezza Italia, come si può pretendere che le persone adesso si convincano che esami approfonditi sono inutili? Ci siamo comportati - comprensibilmente - come se ci aspettasse l'apocalisse zombi. Se l'allarme è sproporzionato, la colpa è di chi non l'ha gestito subito razionalmente. E ha lasciato campo libero alle decisioni, talora contraddittorie, dei governatori, per poi invocare i pieni poteri.
Pensate al coprifuoco per i pub. La Lombardia ne aveva disposto la chiusura a partire dalle 18. Sulla Verità ci siamo chiesti: il coronavirus si sveglia al tramonto? E se lo scopo - sacrosanto, per carità - era evitare gli assembramenti, perché ci si è premurati di bandire gli aperitivi meneghini e non le colazioni al bar? Contrordine, dunque: la Regione ha chiarito che i locali possono restare aperti, purché il servizio sia limitato ai tavoli all'aperto. Milano in questi giorni è semideserta, però siamo sicuri che i tavolini siano sempre disposti a due metri l'uno dall'altro, a prova di contagio? Anche qui, tuttavia, la tirata d'orecchie se la merita Giuseppe Conte: se voleva evitare svarioni dei governatori, non poteva svegliarsi subito, anziché farsi scappare la situazione di mano e poi minacciare usurpazioni, aprendo una polemica dal chiaro obiettivo anti leghista con Attilio Fontana, nel bel mezzo dell'emergenza?
Regna il caos pure sull'obbligo di comunicare alla Asl eventuali viaggi nella zona rossa: le Regioni, infatti, ieri non hanno siglato l'ordinanza, perché non condividono il provvedimento.
Per non parlare del braccio di ferro con il presidente delle Marche, Luca Ceriscioli, bloccato dal premier mentre annunciava in diretta la chiusura delle scuole. Conte si è detto «sorpreso» dall'intenzione del governatore dem di tirare dritto con l'ordinanza (Giuseppi cade ancora dal pero, come con il numero di contagi). Nel frattempo, pure la Campania ha disposto la chiusura delle scuole fino a sabato. Per il governicchio, è una misura non necessaria. I presidenti di Regione vogliono tutelare sé stessi e i cittadini, pure a costo di esagerare. In questo tiro alla fune, da che parte pende la ragione? Se nemmeno i governatori si fidano di Conte, perché devono farlo i cittadini? E poi, a cosa è servito blindare i musei a Milano, se il sindaco Beppe Sala ora chiede al titolare del Mibact, Dario Franceschini, di rimetterli in servizio? Perché i musei sì ma cinema e teatri no? E quali elementi scientifici dimostrano che l'epidemia è sotto controllo o in remissione, giustificando la riapertura? Al contrario, è la stessa Oms a paventare il pericolo pandemico: «Il mondo non è pronto».
D'altro canto, nel giorno in cui Repubblica scriveva di una telefonata partita da Palazzo Chigi all'ad della Rai, Fabrizio Salini, per chiedere alla tv pubblica di tenere i toni bassi in tg e talk show, veniva ufficializzato che Juventus-Inter si giocherà a porte chiuse. Sarà uno spettacolo surreale: una sfida scudetto trasmessa in mondovisione che si svolge in un silenzio tombale, rotto solo dalle imprecazioni degli allenatori. Il tutto, mentre le autorità francesi hanno dato il via libera ai tifosi bianconeri, che ieri sera hanno seguito i loro beniamini a Lione. Se il coronavirus è più o meno come l'influenza, se uccide soltanto i vecchi già malati, se in 4 casi su 5 provoca sintomi lievi, perché vietare al pubblico l'Allianz Stadium di Torino?
Anziché tranquillizzare il popolo di cui si proclamò avvocato, Giuseppi, che ha reclamato pieni poteri come un Matteo Salvini qualunque, sortirà l'effetto opposto. Le sue incertezze paiono il goffo maquillage di una situazione grave. Tanto più se, con il contributo di qualche virologo cooptato alla causa governativa, comincia a circolare la nuova suggestione medica: i positivi al virus non sono malati. I giallorossi, chiaramente, non si spingeranno fino a rivedere al ribasso i contagi censiti finora (mica siamo in Cina...). Però il meccanismo, insieme alla stretta sui tamponi, da oggi in poi potrebbe aiutare a limitare la casistica, simulando progressi inesistenti. E quest'ennesimo cambio in corsa alimenterà il timore più grande degli italiani: che qualcuno li prenda in giro e provi a occultare una sciagura.
Opposizione responsabile: vota sì al decreto
Alla Camera passa con 462 voti a favore e solo due contrari (tra cui Vittorio Sgarbi che ha dichiarato «chi vota a favore è responsabile di procurato allarme») il decreto che contiene le misure urgenti per fronteggiare la diffusione del contagio da coronavirus. Ora la palla passa al Senato. I leghisti ieri avevano dato chiara disponibilità a fare la loro parte e dire sì al provvedimento. «Votiamo per gli italiani e non per questo governo che dovrebbe andare a casa il più presto possibile», ha detto in aula Rossana Boldi della Lega.
La stessa linea collaborativa è arrivata anche da Forza Italia e Fratelli d'Italia (due forze di opposizione che per la verità, soprattutto la prima, hanno sin da subito mostrato un atteggiamento non ostile sul tema). L'opposizione, insomma, ha scelto di non mettersi di traverso e mettere il bene degli italiani colpiti a vario titolo dal virus in primo piano.
Rispetto al testo originario, il provvedimento è passato in commissione Affari sociali con alcune piccole modifiche.
La prima novità riguarda i militari impegnati nell'assicurare l'esecuzione delle misure sul coronavirus. A questi ultimi dovrà essere attribuita la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. È stato approvato inoltre anche un emendamento dei deputati delle Autonomie per fare salve le competenze delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome. Più in generale, il contenuto del decreto legge numero 6 del 23 febbraio 2020 è ormai in gran parte noto. In primis, c'è l'isolamento delle cosiddette zone rosse.
Per le aree interessate dal contagio (quelle maggiori sono in Lombardia e Veneto) sono previsti il divieto di allontanamento e di accesso, la sospensione di manifestazioni di qualsiasi tipo, la chiusura di scuole e università e dei musei (ieri il sindaco di Milano ha chiesto di riaprirli), la quarantena per chi ha avuto contatti stretti con casi conclamati di malattia, la chiusura delle attività commerciali ad esclusione di quelle per l'acquisto di beni di prima necessità, la chiusura o limitazione degli uffici pubblici, la sospensione delle attività lavorative per le imprese, a esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità e di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare.
All'interno del testo del decreto, inoltre, si è voluto puntare l'accento anche sul lavoro da casa. Il lavoro agile o smart working diventa applicabile, «in via automatica» fino al 15 marzo nelle regioni al momento interessate dai contagi. In poche parole, ora per le aziende diventa molto più facile a livello burocratico permettere ai dipendenti di lavorare in remoto. Stop anche alle competizioni sportive nelle zone colpite dall'epidemia. Restano consentite le partite o gli allenamenti a porte chiuse nei Comuni che non figurano all'interno della zona rossa del contagio. Bloccate anche fino a metà marzo le gite scolastiche le visite culturali, i progetti di scambio e di gemellaggi. In più, la norma stabilisce che le assenze degli studenti superiori ai cinque giorni vadano giustificate con un certificato medico. In molte regioni, di norma, non è necessario portarlo.
Via anche all'insegnamento a distanza in tutti quei Comuni dove scuole e università sono chiuse.
Nelle regioni più colpite dal virus sono stati sospesi anche gli esami per avere la patente di guida che normalmente si tengono alla Motorizzazione.
Giù le serrande, infatti, per gli uffici della Motorizzazione civile di 14 province (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Milano, Padova, Parma, Pavia, Piacenza, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza).
A questo decreto, va ricordato, se ne aggiungeranno altri due. Come ricordato dal ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sono in arrivo altri due provvedimenti mirati a limitare i danni del virus sul piano economico.
Il primo riguarderà norme specifiche per la zona rossa, che dovrebbe arrivare venerdì e un altro focalizzato sulle imprese del turismo, il settore forse più colpito da quando l'epidemia del virus Covid-19 è scoppiata. In questo caso dovremo attendere almeno una decina di giorni per vedere un decreto.
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Dopo le sue comparsate ansiogene, il premier accusa la Rai di terrorismo. Follia figlia del cambio di strategia in corsa. Così come la frenata sui tamponi e i bar (mezzi) riaperti.Alla Camera via libera di Lega, Fi e Fdi alle prime norme sull'emergenza. Esercito con funzioni di polizia.Lo speciale contiene due articoliTamponi per tutti, tamponi per pochi; bar e musei serrati, bar e musei da riaprire; scuole deserte, scuole in attività; toni bassi in tv, ma derby d'Italia con stadio deserto in mondovisione. Sarà che la gente, più che dal coronavirus, s'è fatta contagiare dalla paura. Però pure chi dovrebbe proteggerla sembra preda, se non del panico, della confusione totale.Sulla gestione dell'emergenza sanitaria, abbiamo assistito a una sfilata imbarazzante di tira e molla, fughe in avanti e marce indietro, accordi e disaccordi tra il governicchio e le Regioni (e in qualche caso, persino i Comuni hanno preso iniziative estemporanee). E la mancanza di una direzione chiara non ha contribuito a placare le ansie della popolazione, nonostante la parola d'ordine, in queste ora, sia «stop all'allarmismo».Cominciamo dall'inversione a U sui test diagnostici. Scoppiata l'epidemia in Lombardia e Veneto, è partita un'affannosa rincorsa al tampone. Sabato scorso, in diretta al Tg 2, il sindaco di Vo' Euganeo dichiarava di voler sottoporre all'esame l'intera cittadinanza. La moltiplicazione dei tamponi - da noi ne sono stati somministrati circa 10.000, contro i circa 500 della Francia, i circa 1.000 della Germania, i circa 6.500 del Regno Unito - ha infiammato la polemica. E così, come annunciato ieri da Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e come ribadito dal commissario, Angelo Borrelli, la strategia è cambiata: tamponi solo a chi presenta i sintomi. Giusto. Ma se fino a tre giorni fa si accarezzava l'ipotesi di analizzare mezza Italia, come si può pretendere che le persone adesso si convincano che esami approfonditi sono inutili? Ci siamo comportati - comprensibilmente - come se ci aspettasse l'apocalisse zombi. Se l'allarme è sproporzionato, la colpa è di chi non l'ha gestito subito razionalmente. E ha lasciato campo libero alle decisioni, talora contraddittorie, dei governatori, per poi invocare i pieni poteri.Pensate al coprifuoco per i pub. La Lombardia ne aveva disposto la chiusura a partire dalle 18. Sulla Verità ci siamo chiesti: il coronavirus si sveglia al tramonto? E se lo scopo - sacrosanto, per carità - era evitare gli assembramenti, perché ci si è premurati di bandire gli aperitivi meneghini e non le colazioni al bar? Contrordine, dunque: la Regione ha chiarito che i locali possono restare aperti, purché il servizio sia limitato ai tavoli all'aperto. Milano in questi giorni è semideserta, però siamo sicuri che i tavolini siano sempre disposti a due metri l'uno dall'altro, a prova di contagio? Anche qui, tuttavia, la tirata d'orecchie se la merita Giuseppe Conte: se voleva evitare svarioni dei governatori, non poteva svegliarsi subito, anziché farsi scappare la situazione di mano e poi minacciare usurpazioni, aprendo una polemica dal chiaro obiettivo anti leghista con Attilio Fontana, nel bel mezzo dell'emergenza?Regna il caos pure sull'obbligo di comunicare alla Asl eventuali viaggi nella zona rossa: le Regioni, infatti, ieri non hanno siglato l'ordinanza, perché non condividono il provvedimento.Per non parlare del braccio di ferro con il presidente delle Marche, Luca Ceriscioli, bloccato dal premier mentre annunciava in diretta la chiusura delle scuole. Conte si è detto «sorpreso» dall'intenzione del governatore dem di tirare dritto con l'ordinanza (Giuseppi cade ancora dal pero, come con il numero di contagi). Nel frattempo, pure la Campania ha disposto la chiusura delle scuole fino a sabato. Per il governicchio, è una misura non necessaria. I presidenti di Regione vogliono tutelare sé stessi e i cittadini, pure a costo di esagerare. In questo tiro alla fune, da che parte pende la ragione? Se nemmeno i governatori si fidano di Conte, perché devono farlo i cittadini? E poi, a cosa è servito blindare i musei a Milano, se il sindaco Beppe Sala ora chiede al titolare del Mibact, Dario Franceschini, di rimetterli in servizio? Perché i musei sì ma cinema e teatri no? E quali elementi scientifici dimostrano che l'epidemia è sotto controllo o in remissione, giustificando la riapertura? Al contrario, è la stessa Oms a paventare il pericolo pandemico: «Il mondo non è pronto». D'altro canto, nel giorno in cui Repubblica scriveva di una telefonata partita da Palazzo Chigi all'ad della Rai, Fabrizio Salini, per chiedere alla tv pubblica di tenere i toni bassi in tg e talk show, veniva ufficializzato che Juventus-Inter si giocherà a porte chiuse. Sarà uno spettacolo surreale: una sfida scudetto trasmessa in mondovisione che si svolge in un silenzio tombale, rotto solo dalle imprecazioni degli allenatori. Il tutto, mentre le autorità francesi hanno dato il via libera ai tifosi bianconeri, che ieri sera hanno seguito i loro beniamini a Lione. Se il coronavirus è più o meno come l'influenza, se uccide soltanto i vecchi già malati, se in 4 casi su 5 provoca sintomi lievi, perché vietare al pubblico l'Allianz Stadium di Torino?Anziché tranquillizzare il popolo di cui si proclamò avvocato, Giuseppi, che ha reclamato pieni poteri come un Matteo Salvini qualunque, sortirà l'effetto opposto. Le sue incertezze paiono il goffo maquillage di una situazione grave. Tanto più se, con il contributo di qualche virologo cooptato alla causa governativa, comincia a circolare la nuova suggestione medica: i positivi al virus non sono malati. I giallorossi, chiaramente, non si spingeranno fino a rivedere al ribasso i contagi censiti finora (mica siamo in Cina...). Però il meccanismo, insieme alla stretta sui tamponi, da oggi in poi potrebbe aiutare a limitare la casistica, simulando progressi inesistenti. 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I leghisti ieri avevano dato chiara disponibilità a fare la loro parte e dire sì al provvedimento. «Votiamo per gli italiani e non per questo governo che dovrebbe andare a casa il più presto possibile», ha detto in aula Rossana Boldi della Lega. La stessa linea collaborativa è arrivata anche da Forza Italia e Fratelli d'Italia (due forze di opposizione che per la verità, soprattutto la prima, hanno sin da subito mostrato un atteggiamento non ostile sul tema). L'opposizione, insomma, ha scelto di non mettersi di traverso e mettere il bene degli italiani colpiti a vario titolo dal virus in primo piano. Rispetto al testo originario, il provvedimento è passato in commissione Affari sociali con alcune piccole modifiche. La prima novità riguarda i militari impegnati nell'assicurare l'esecuzione delle misure sul coronavirus. A questi ultimi dovrà essere attribuita la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. È stato approvato inoltre anche un emendamento dei deputati delle Autonomie per fare salve le competenze delle Regioni a statuto speciale e delle province autonome. Più in generale, il contenuto del decreto legge numero 6 del 23 febbraio 2020 è ormai in gran parte noto. In primis, c'è l'isolamento delle cosiddette zone rosse. Per le aree interessate dal contagio (quelle maggiori sono in Lombardia e Veneto) sono previsti il divieto di allontanamento e di accesso, la sospensione di manifestazioni di qualsiasi tipo, la chiusura di scuole e università e dei musei (ieri il sindaco di Milano ha chiesto di riaprirli), la quarantena per chi ha avuto contatti stretti con casi conclamati di malattia, la chiusura delle attività commerciali ad esclusione di quelle per l'acquisto di beni di prima necessità, la chiusura o limitazione degli uffici pubblici, la sospensione delle attività lavorative per le imprese, a esclusione di quelle che erogano servizi essenziali e di pubblica utilità e di quelle che possono essere svolte in modalità domiciliare. All'interno del testo del decreto, inoltre, si è voluto puntare l'accento anche sul lavoro da casa. Il lavoro agile o smart working diventa applicabile, «in via automatica» fino al 15 marzo nelle regioni al momento interessate dai contagi. In poche parole, ora per le aziende diventa molto più facile a livello burocratico permettere ai dipendenti di lavorare in remoto. Stop anche alle competizioni sportive nelle zone colpite dall'epidemia. Restano consentite le partite o gli allenamenti a porte chiuse nei Comuni che non figurano all'interno della zona rossa del contagio. Bloccate anche fino a metà marzo le gite scolastiche le visite culturali, i progetti di scambio e di gemellaggi. In più, la norma stabilisce che le assenze degli studenti superiori ai cinque giorni vadano giustificate con un certificato medico. In molte regioni, di norma, non è necessario portarlo. Via anche all'insegnamento a distanza in tutti quei Comuni dove scuole e università sono chiuse. Nelle regioni più colpite dal virus sono stati sospesi anche gli esami per avere la patente di guida che normalmente si tengono alla Motorizzazione. Giù le serrande, infatti, per gli uffici della Motorizzazione civile di 14 province (Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi, Milano, Padova, Parma, Pavia, Piacenza, Rovigo, Treviso, Venezia, Verona e Vicenza). A questo decreto, va ricordato, se ne aggiungeranno altri due. Come ricordato dal ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, sono in arrivo altri due provvedimenti mirati a limitare i danni del virus sul piano economico. Il primo riguarderà norme specifiche per la zona rossa, che dovrebbe arrivare venerdì e un altro focalizzato sulle imprese del turismo, il settore forse più colpito da quando l'epidemia del virus Covid-19 è scoppiata. In questo caso dovremo attendere almeno una decina di giorni per vedere un decreto.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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