Consigliereste oggi il fumo di sigaretta adducendo che fa bene ai polmoni? Nei primi decenni del Novecento fumare era pubblicizzato e consigliato contro l’irritazione alla gola. Lo stesso, consigliereste oggi l’uso della margarina al posto del burro? Per decenni le massaie hanno sostituito il burro - un alimento che, se usato con moderazione, è sano e abbastanza innocuo - con la margarina, ritenuta «salutare per il cuore», ma oggi sappiamo che gli abbondanti grassi idrogenati della margarina peggiorano il profilo lipidico. Vi ostinereste a mettere i neonati a dormire proni, come si prescriveva nei primi decenni del Novecento?
Da quella prescrizione conseguì un aumento d’incidenza della sindrome delle morti in culla. E, per calmare il dolore, prescrivereste a briglia scolta oppioidi, nella convinzione, in voga negli anni Novanta del secolo scorso, che non causino dipendenza? Quella falsa convinzione provocò, solo negli Usa, milioni di dipendenze e migliaia di morti.
Voi rispondereste no, ma probabilmente il Comune di Piacenza, la Regione Emilia-Romagna e il Politecnico di Milano darebbero ancora quei consigli, visto che hanno appena inaugurato l’impianto «Policap» per attuare il progetto di catturare la CO2 e migliorare l’aria. Eppure, contrariamente alla credenza degli anni passati, la CO2 immessa in atmosfera dalle attività umane non solo non ha nulla a che vedere - ma proprio nulla - col clima che cambia, ma fa bene all’ambiente, perché è cibo per le piante e aumenta la vegetazione e i raccolti, cosicché proporsi di «catturarla» è un danno.
Io scrivo per diletto, ma professionalmente avrei potuto essere consultato per valutare la bontà del progetto e, fossi stato consultato, l’avrei bocciato. Innanzitutto: perché mai catturare la CO2, visto che immetterla nell’ambiente fa bene all’ambiente? Poi, quello di catturare la CO2, ove mai lo si volesse insanamente perseguire, è un problema risolto, nel senso che sappiamo come fare. Una ricerca che si proponga di trovare altri modi può essere accademicamente interessante ma, siccome le risorse non sono infinite, il progetto lo avrei bocciato a favore di altri, altrettanto interessanti non solo per l’accademico, ma anche per la società.
Ancora: anche quando si pervenisse al successo dell’insano proposito, quali costi avrebbero le imprese per attuarlo? Detto diversamente: l’impianto «pilota» inaugurato, è realisticamente replicabile? La risposta è no, e mi rammenta quel che molti anni fa scrivevo a proposito del Progetto Archimede degli specchi solari. Al tempo ponevo le stesse obiezioni, naturalmente non fui ascoltato, ma oggi sappiamo che il progetto è abortito.
E infine: che si fa con la CO2 così «catturata»? La risposta è che non ci si può far nulla che non sia un suicidio economico, se non re-immetterla nell’ambiente (un’altra volta spiegherò perché). Quanto sono da biasimare i tre soggetti nominati all’inizio? Beh, il Comune di Piacenza e la Regione Emilia-Romagna sono a guida Pd, un partito che ha ideologicamente sposato tutte le paturnie della Ue in tema di lotta al cambiamento climatico. Che è una lotta contro i mulini a vento, perché il cambiamento climatico è connaturato al pianeta ed è ineluttabile. Se poi con codesta lotta si intende la lotta agli eventi meteo sgraditi e violenti, allora l’amministrazione Pd sta perseverando nell’errore a impegnare denaro pubblico in progetti fantasma sottraendolo a misure concrete che potrebbe prendere.
Un esempio tra i tanti che mi viene in mente: nell’Appennino emiliano realizzare il serbatoio dell’Enza e garantire un’adeguata capacità di deflusso dei corsi d’acqua nei tratti vallivi. Ci toccherà parlarne alla prossima alluvione di cui la Regione sarà vittima; alluvione che ci sarà non perché io sia un menagramo ma perché è nella natura di quelle valli, ove però chi le amministra mette in agenda non le cose utili da fare ma quelle inutili, se non dannose, imposte dalla Ue.
E l’origine di tutti i mali è proprio la Ue. È lì che gestiscono i nostri soldi, è da lì che erogano quelli del Pnrr coi quali questa e altre altrettanto irrilevanti ricerche sono finanziate, ed è lì che decidono come devono essere spesi quei soldi. Se le amministrazioni emiliane sono complici della Ue, il povero Politecnico ne è vittima; anche se, in tutta franchezza, da uomo di scienza mi sarei atteso una posizione sulla scienza più ferma. Capisco che pecunia non olet e che il rettore debba far quadrare i bilanci, però che in piena crisi energetica il dipartimento di Energetica del primo Politecnico d’Italia si appiattisca sulla fuffa della Ue fa capire come mai l’istituzione abbia perso molte posizioni da quella che aveva nei passati anni di gloria: con l’Italia nel G7, cioè tra i primi sette Paesi del mondo, il primo Politecnico d’Italia è al trecentotrentottesimo posto nella classifica delle Best global universities (per paragone: l’università di Padova è alla posizione 137). Chi sta in coda a queste classifiche si giustifica dicendo che vogliono dir poco: può darsi, ma qualcosa vorranno pur dire.
Chiosa finale: lo scorso febbraio, l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti ha abrogato la Dichiarazione del 2009 sulla pericolosità della CO2. L’effetto sarà un risparmio, solo per il settore automobilistico, di oltre 1.300 miliardi di dollari dal 2027 al 2055, con una riduzione di 2.400 dollari per veicolo. I vantaggi per il consumatore americano sono tanto evidenti quanto lo sono gli svantaggi delle imprese automobilistiche europee, costrette a competere oberate dal fardello delle idee della signora Ursula.



























