Un ordine del giorno per mettere un freno al rischio di certificati potenzialmente falsi, che, come nel caso che ha portato all’inchiesta di Ravenna su 8 medici del reparto delle Malattie Infettive dell’ospedale locale, fermavano l’accesso ai Cpr degli stranieri visitati prima del trasferimento, impedendo di fatto di eseguire i provvedimenti di espulsione.
L’iniziativa è partita dal senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, che in commissione Affari costituzionali ha presentato per il suo partito due ordini del giorno al dl Sicurezza. Per il parlamentare, la prassi, «che subordina l’accesso dello straniero al Cpr a una visita medica preventiva volta ad accertare l’assenza di patologie incompatibili», però, «non trova fondamento di legge, bensì in una direttiva amministrativa emanata dal ministero dell’Interno il 19 maggio 2022», ovvero quando, durante il governo Draghi, il Viminale era affidato a Luciana Lamorgese. «Il regolamento di attuazione del Testo unico sull’immigrazione» si legge nelle considerazioni del documento presentato da Lisei, «non stabilisce l’obbligo di una visita medica preventiva come condizione per l’accesso». Inoltre, evidenzia il senatore di Fdi, «esiste una palese disparità di trattamento rispetto al regime carcerario ordinario, dove l’accertamento delle condizioni di salute avviene all’atto dell’ingresso in istituto e l’eventuale incompatibilità è soggetta alla valutazione dell’autorità giudiziaria». Invece, «nei cpr, al contrario, il giudizio di incompatibilità espresso dal medico prima dell’accesso non è soggetto a ulteriore vaglio, determinando spesso la rimessa in libertà dello straniero», scrive il firmatario, per il quale «risulta del tutto illogico prevedere uno screening preventivo quando la stessa direttiva ministeriale impone un secondo screening medico completo immediatamente dopo l’ingresso».
« Nei cpr», si legge ancora nell’ordine del giorno, «al contrario, il giudizio di incompatibilità espresso dal medico prima dell’accesso non è soggetto a ulteriore vaglio, determinando spesso la rimessa in libertà dello straniero», scrive il firmatario, per il quale «risulta del tutto illogico prevedere uno screening preventivo quando la stessa direttiva ministeriale impone un secondo screening medico completo immediatamente dopo l’ingresso».
Sulla base di queste incongruenze Fdi impegna il governo a «valutare l’opportunità di modificare la direttiva ministeriale del 19 maggio 2022, al fine di eliminare l’obbligo della visita medica preventiva quale condizione per l’ingresso dello straniero nei Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr), a valutare l’opportunità di prevedere che gli accertamenti sanitari sulla compatibilità dello straniero con la struttura avvengano esclusivamente all’atto dell’ingresso nel Centro e a garantire che ogni eventuale giudizio di inidoneità sanitaria al trattenimento sia sottoposto al vaglio dell’autorità giudiziaria, impedendo che venga vanificata la procedura di espulsione».
La settimana scorsa il gip del Tribunale di Ravenna Federica Lipovscek ha accolto parzialmente le richieste della Procura, disponendo l’interdizione dalla professione medica per 10 mesi per tre degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sui certificati anti-rimpatrio. Per gli altri cinque indagati sempre del reparto delle Malattie Infettive dell’ospedale di Ravenna (più di recente una dottoressa si è trasferita a Forlì), è scattato, anche in questo caso per 10 mesi, il divieto di occuparsi dei certificati per l’idoneità ai cpr.







