Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere: la corte di West Kowloon ha evitato l’ergastolo, la massima pena possibile, ma ha comminato a carico del fondatore dell’Apple Daily di Hong Kong, tra i principali attivisti pro-democrazia dell’ex colonia britannica, una pena durissima in considerazione dei suoi 78 anni e delle precarie condizioni di salute. Per Jodie Ginsberg, Ceo del Comitato per la protezione dei giornalisti, «di fatto è una condanna a morte». Sostegno anche dagli abitanti di Hong Kong. «Spero che Lai possa richiedere la libertà condizionale per motivi di salute, perché stare in prigione in queste condizioni anche solo per un giorno è un’ingiustizia e ha un forte impatto sulla sua salute fisica e mentale», ha detto una spettatrice presente in aula nel momento della sentenza. Secondo Shum Ho, ex lettore dell’Apple Daily, «Lai è la coscienza di Hong Kong».
Ecco, io non vorrei farmi indagare da un magistrato che ha collezionato ben due condanne, a otto mesi di carcere, per reati inerenti il suo lavoro. E invece nel magico mondo della magistratura italiana, quella che non vuole farsi riformare né giudicare, questo è ritenuto assolutamente normale. Scusate se scrivo per fatto personale, ma ieri ho ricevuto dalla procura di Milano un avviso di fine indagini a mio carico e fissazione dell’udienza preliminare. Da direttore de Il Giornale non avrei impedito la pubblicazione di una notizia del collega Felice Manti che raccontava di una denuncia della famiglia Borsellino su alcune vicende che riguardano l’allora procuratore di Palermo, Guido Lo Forte, e i veleni che circolavano in quella procura ai tempi di Falcone e Borsellino. Ma non è questo il punto.
Il punto è che l’inchiesta su di me, conclusa il 14 gennaio 2026, porta la firma del Pm Fabio De Pasquale, condannato per ben due volte, in primo e secondo grado, a otto mesi di reclusione per avere truccato uno dei più importanti processi che si sono celebrati recentemente in Italia, quello all’Eni che tanto danno ha provocato a quell’azienda e all’immagine dell’Italia, e che si è concluso con l’assoluzione di tutti gli indagati «per non aver commesso il fatto». La domanda è semplice: come è possibile che a un pm condannato al carcere per un reato grave e infamante sia concesso di continuare a fare il suo mestiere, di indagare su chicchessia, di formulare accuse e chiedere processi?
Ecco, io non accetto di essere sottoposto ad esame da una persona del genere, neppure da una categoria, i magistrati, che tollerano tutto ciò. Non dico tanto, ma una «sospensione cautelare» in attesa della Cassazione - come accadrebbe in qualsiasi altra professione - sarebbe chiedere troppo? Non lo accetto da cittadino, non lo accetto da giornalista, non lo accetto neppure da portavoce del Comitato per il Sì al referendum sulla giustizia. Quella di De Pasquale - al quale non ho mai risparmiato dure critiche per il suo operato che a oggi ben due sentenze definiscono truffaldino - è una intimidazione inaccettabile, che guarda caso arriva a due anni distanza dai fatti e nel pieno della campagna referendaria. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa l’Associazione nazionale magistrati, che cosa ne pensa il Csm che si ostina a lasciarlo al suo posto, che cosa ne pensano i vari sostenitori del No alla riforma. Mi piacerebbe, ma so già che nulla accadrà perché De Pasquale ben li rappresenta. Rappresenta tutto ciò che la riforma della giustizia che andrà a referendum il 22 e 23 marzo vuole cambiare e che la casta dei magistrati vuole invece mantenere per continuare a spadroneggiare sul diritto.
«Piercamillo Davigo non poteva ergersi, senza alcuna legittimazione, a paladino della legalità». La frase non è un commento giornalistico né una valutazione polemica: è uno dei passaggi più netti delle motivazioni della sentenza d’appello-bis della Corte d’Appello di Brescia che ha confermato la condanna dell’ex magistrato simbolo di Mani pulite a un anno e tre mesi di reclusione, con pena sospesa, per rivelazione di segreto d’ufficio. Ed è una frase che fotografa, sin dall’inizio, il giudizio severo dei giudici su una condotta ritenuta incompatibile con il ruolo ricoperto e con la cultura della legalità che Davigo ha per decenni incarnato e sbandierato sin dai tempi di Tangentopoli
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
Si chiama Enoch Burke, è un insegnante irlandese di storia e lingua tedesca, ed è un evangelico. Ma soprattutto Burke è per tantissimi il «crociato» contro l’ideologia transgender e ieri, per l’ennesima volta, si è ritrovato in stato di arresto per le vecchie questioni che egli ha aperto.
Come i nostri lettori ricorderanno, la querelle tra il docente irlandese e la sua scuola - la Wilson’s Hospital School - nasceva nel maggio del 2022 con la decisione del dirigente di sospendere il prof ribelle, in quanto si rifiutava di non riconoscere il pronome neutro per un suo alunno che stava cambiando sesso: «loro» invece di «lui».
Un braccio di ferro che va avanti da diverso tempo e che sta costando giorni di reclusione, multe, tensioni e soprattutto divisioni: da una parte c’è chi lo considera un pericoloso provocatore, dall’altra parte un testardo resistente, religioso osservante, che non si arrende alle mode linguistiche e culturali woke.
In mezzo però c’è tutto il dibattito sulla libertà di pensiero e sul fatto che questo generi azioni conseguenti in ambienti formativi, cioè il rifiuto di non usare il nome femminile o un pronome neutro (come indicato appunto dalla direttiva emanata dal preside dell’istituto) per un ragazzo in transizione, continuando invece a indicarlo con il genere maschile. Da qui una serie di processi, di restrizioni e di altri provvedimenti, l’ultimo dei quali ieri. Il motivo è sempre lo stesso: Burke si rifiuta di osservare le decisioni dei giudici, perché si considera vittima del politicamente corretto che ormai ha accettato qualsiasi «rivoluzione» a difesa dei diritti Lgbt.
Va da sé che coloro che puntano l’indice contro il professore irlandese sottolineano invece la sua colpa di violare le disposizioni del giudice, ma è fin troppo evidente che all’origine del caso c’era proprio il rifiuto di non adeguarsi alla moda trangender e di difendere non solo le proprie idee ma anche le regole grammaticali. Poi certo c’è la resistenza nel non accettare le decisioni che considera ingiuste e arbitrarie; c’è insomma una resistenza e una opposizione che è politica. Ed è legata proprio alla libertà di espressione rispetto alla dominanza della cultura woke.
Ma questo - che è il punto fondamentale della questione - resta sullo sfondo, nel senso che la narrazione mainstream dei cosiddetti fact-checker vorrebbe far credere che Burke non è punito in relazione alla libertà di espressione ma per non osservare le disposizioni dei giudici. Sì tratta di una insistente e furba dose minima di veleno per intossicare la battaglia politica del docente.
Ecco perché Burke continua ad affrontare la questione di petto, mettendoci la propria libertà e la propria reputazione di docente, con ripetute sfide al sistema dominante, che gli vieta di avvicinarsi a scuola. Infatti già dal maggio 2022 gli venne impedito di entrare nell’edificio scolastico. Ma Burke, facendo valere il fatto di ricevere regolarmente lo stipendio dalla Wilson, non rispettò l’ordine e finì in carcere, ben tre volte solo nel 2024. Con tanto di multa da pagare tutte le volte che violava il divieto di accesso. Lo scorso dicembre un giudice lo aveva poi condannato a 560 giorni di detenzione per oltraggio alla corte: «Il signor Burke non si limita a violare i locali, ma entra direttamente nel cuore della scuola, aggirandosi per i corridoi anche quando non ne ha il diritto. È una presenza maligna e minacciosa, un intruso che perseguita la scuola, i suoi insegnanti e i suoi alunni. Ma questa è una strategia deliberata: una strategia di confronto. Non ho dubbi che le azioni del signor Burke abbiano causato una crisi tra gli alunni della scuola, gli insegnanti e il consiglio di amministrazione», i quali «invece di concentrarsi sul nobile compito di educare i giovani di domani, devono vedersela con il signor Burke e le sue buffonate».
Le buffonate erano le regole grammaticali e l’opposizione alla circolare: «Se accettassi di rispettare la sospensione sarebbe come accettare il transgenderismo, dovrei accettare cioè che credere all’esistenza di maschio e femmina è sbagliato… Non è qualcosa che farò. È una violazione della mia coscienza». Finora nessun carcere e nessun ordine di allontanamento dalla scuola è servito ad ammorbidirlo o a fargli cambiare idea. Anzi, il suo caso ormai ha superato l’Isola e se ne parla in tutta Europa.
Oggi è l’ultimo giorno per aderire alla sottoscrizione aperta dalla Verità. I contributi a sostegno del vicebrigadiere Emanuele Marroccella sono stati continui, una generosità davvero grande quella dimostrata dai tantissimi lettori che hanno fatto versamenti sul conto corrente dedicato, e di cui ancora vedrete l’Iban per l’intera giornata di sabato 17 gennaio.
Ieri sera la somma raccolta era di 417.000 euro, più che triplicata rispetto alla provvisionale di 125.000 euro imposta dal tribunale di Roma al carabiniere. Denaro che deve essere versato subito alle parti civili, ovvero ai familiari del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, cui Marroccella aveva sparato mentre il pregiudicato cercava di fuggire durante un tentativo di furto, dopo aver ferito Lorenzo Grasso, collega della radiomobile di Roma.
«In questo momento così difficile per me e per la mia famiglia, questa solidarietà inaspettata mi dà tanta forza. Voglio ringraziare di vero cuore tutti, a partire dal direttore della Verità, Maurizio Belpietro, per il calore umano ricevuto e per come state aiutandoci rispondendo alla sottoscrizione che è stata lanciata da queste pagine», sono state le parole di gratitudine di Marroccella.
«Tutti cittadini italiani dovrebbero scendere in piazza, per manifestare per il carabiniere che venga assolto, e non risarcire le famiglie del criminale. Si dovrebbe risarcire il carabiniere che ha fatto il suo dovere», è uno dei numerosi post con i quali si continua a commentare sui social network la condanna a tre anni per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi», senza le attenuanti generiche, inflitta al carabiniere dal tribunale di Roma.
Una sentenza durissima, inasprita rispetto alla pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Il giudice ha disposto per il carabiniere pure l’interdizione dai pubblici uffici della durata di cinque anni e la provvisionale di 15.000 euro per ogni figlio della vittima e 5.000 euro per ogni fratello.
Nei prossimi giorni La Verità consegnerà a Emanuele Marroccella, 44 anni, carabiniere della radiomobile di Roma, originario di Napoli e residente ad Ardea, una moglie e due figli di 14 e 12 anni, l’importo di 125.000 euro richiesto. Sull’edizione di martedì 20 gennaio comunicheremo la cifra complessiva raccolta e diremo esattamente come saranno gestite le eccedenze. Anticipiamo che sarà costituito un fondo vincolato da destinare a casi simili da noi ritenuti meritevoli, sui quali informeremo al centesimo i lettori.
Oltre che sui social, continuano le prese di distanza dalla sentenza e dal provvedimento che consente a un giudice, su richiesta delle parti civili, di condannare un imputato al pagamento di una provvisionale, sempre immediatamente esecutiva. Nel caso di Marroccella, dopo aver difeso da un delinquente il collega e la pattuglia all’esterno, facendo «un uso legittimo delle armi perché un pubblico ufficiale non ha scelta, deve intervenire», come hanno sostenuto durante il procedimento gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo che presenteranno appello, il carabiniere deve anche pagare di tasca sua i parenti del pregiudicato.
«Un carabiniere, un uomo dello Stato che spara dopo l’aggressione a un collega da parte di un pregiudicato e viene punito dallo Stato - al di là delle circostanze e dei tecnicismi - è un’assurdità totale. È una follia», ha dichiarato ieri alla Verità lo scrittore e conduttore radiofonico Giuseppe Cruciani. Per il giudice sarebbe stata «una reazione non proporzionata», ma la proporzionalità va misurata non in astratto, bensì alla luce del contesto specifico.
La stessa Corte di Cassazione ha affermato con sentenza del febbraio 2011 che «la valutazione della condotta dell’operatore di polizia deve essere compiuta avendo riguardo alle concrete circostanze in cui l’azione si svolge e alla percezione immediata del pericolo da parte dell’agente, non potendosi pretendere, a posteriori, una ricostruzione fredda e distaccata».






