Jimmy Lai è stato condannato a 20 anni di carcere: la corte di West Kowloon ha evitato l’ergastolo, la massima pena possibile, ma ha comminato a carico del fondatore dell’Apple Daily di Hong Kong, tra i principali attivisti pro-democrazia dell’ex colonia britannica, una pena durissima in considerazione dei suoi 78 anni e delle precarie condizioni di salute. Per Jodie Ginsberg, Ceo del Comitato per la protezione dei giornalisti, «di fatto è una condanna a morte». Sostegno anche dagli abitanti di Hong Kong. «Spero che Lai possa richiedere la libertà condizionale per motivi di salute, perché stare in prigione in queste condizioni anche solo per un giorno è un’ingiustizia e ha un forte impatto sulla sua salute fisica e mentale», ha detto una spettatrice presente in aula nel momento della sentenza. Secondo Shum Ho, ex lettore dell’Apple Daily, «Lai è la coscienza di Hong Kong».
È uno dei leader storici del movimento pro democrazia di Hong Kong. E, ormai da anni, è imprigionato in isolamento. Imprenditore e cattolico, Jimmy Lai è stato il fondatore di Apple Daily: testata giornalistica anticomunista, chiusa dalle autorità di Hong Kong. E così, mentre Donald Trump ha reso noto che giovedì chiederà probabilmente a Xi Jinping di liberare Lai, La Verità ha avuto l’opportunità di intervistare suo figlio Sebastien, il quale, nel corso della Giornata della Bussola 2025, ha ritirato il premio «Fatti per la Verità» dedicato a suo padre. Alla giornata, intitolata Lo sguardo dritto verso Dio, hanno partecipato monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-Sanremo, don Fortunato Di Noto, fondatore dell’associazione Meter, David Caron Olivares, studioso della tilma di Guadalupe, e suor Maria Gloria Riva, delle Monache dell’Adorazione Eucaristica.
Sebastien Lai, qual è la situazione attuale a Hong Kong per quanto riguarda la democrazia e la libertà di espressione?
«Sebbene non torni a Hong Kong da cinque anni, so che la situazione è diventata sempre più difficile. Molte delle libertà che un tempo rendevano unica la nostra città - libertà di parola, di stampa e di associazione - sono state drasticamente ridotte. Oggi, molte voci indipendenti sono state messe a tacere o costrette all’esilio. Eppure, ciò che continua a commuovermi è che lo spirito di Hong Kong non è morto. Le persone portano ancora dentro di sé il ricordo di cosa significhi essere liberi e continuano, in modi diversi, a cercare la verità e a vivere con dignità. Credo che questa forza interiore, questa coscienza collettiva, sia qualcosa che nessuna legge possa cancellare».
Quali sono state le principali sofferenze che il regime cinese ha inflitto a suo padre?
«Mio padre ha fatto la scelta consapevole di rimanere a Hong Kong, pur sapendo perfettamente che farlo avrebbe significato la prigione. Avrebbe potuto andarsene, come molti altri, ma ha scelto di rimanere per proteggere i giornalisti che lavoravano per lui. Quell’atto di coscienza ha avuto un costo terribile. Mio padre è stato sottoposto a brutali persecuzioni da parte delle autorità di Hong Kong e della Cina. Il suo quotidiano pro-democrazia, Apple Daily, è stato chiuso con la forza nel 2020 e lui è stato arrestato e sottoposto a varie accuse infondate e di matrice politica. È stato detenuto illegalmente nel dicembre 2020 e da allora è in isolamento in una piccola cella di cemento, senza luce naturale.
È stato trascinato attraverso un processo farsa manifestamente ingiusto e irragionevolmente ritardato. Le accuse contro di lui non sono altro che accuse per aver detto la verità attraverso il giornalismo, per aver sostenuto la democrazia e per aver denunciato violazioni dei diritti umani. Se condannato - e attualmente attendiamo il verdetto - rischia l’ergastolo. A 77 anni, affetto da diabete e problemi cardiaci, la vita di mio padre è in serio pericolo e la sua liberazione è più importante che mai».
Suo padre è cattolico. Quanto è stata importante la fede nella sua lotta?
«La fede ha dato a mio padre forza durante la persecuzione e la fede sostiene la sua forte convinzione morale di essere guidato nella vita da Dio e di dover avere il coraggio di difendere ciò che è giusto. In prigione sa di fare la cosa giusta e di fare la cosa giusta per Dio. Come molti grandi cattolici, sa che la sofferenza fa parte della vita morale e questo gli dà forza e conforto».
Pensa che il Partito comunista cinese crollerà prima o poi? Quali sono, secondo lei, i suoi principali punti deboli?
«Non credo sia utile o appropriato parlare in termini di crollo o di scontro. Quello che posso dire è che qualsiasi sistema politico, per essere veramente forte, deve basarsi sulla fiducia e sulla dignità del suo popolo. Senza libertà di espressione, senza giustizia e senza rispetto dei diritti fondamentali, nessuna società può sopravvivere in modo sano. È nell’interesse del Partito comunista cinese e delle autorità di Hong Kong rilasciare mio padre. Se la Cina desidera operare con credibilità sulla scena mondiale, che si tratti delle Nazioni Unite o degli accordi commerciali con l’Ue, deve dimostrare un rispetto fondamentale per i diritti umani. Il rilascio di mio padre sarebbe il primo passo in questa direzione».
Il presidente Trump ha detto che giovedì potrebbe chiedere a Xi Jinping di liberare suo padre. Cosa si aspetta dall’amministrazione americana riguardo alle relazioni tra Stati Uniti e Cina?
«Sono grato al presidente Trump per il suo sostegno esplicito a mio padre e per il suo impegno nel cercare di ottenere la sua liberazione. Il presidente Trump si unisce al Regno Unito, all’Unione europea, al Canada, all’Australia e alle Nazioni Unite nell’appello per la liberazione immediata e incondizionata di mio padre. Apprezzo enormemente gli sforzi internazionali per riportare a casa mio padre, ma so che bisogna fare di più affinché ciò accada prima che sia troppo tardi».
Secondo lei, come dovrebbe gestire Papa Leone le relazioni tra Santa Sede e Cina?
«Io e la mia famiglia siamo orgogliosi cattolici e siamo profondamente grati alla Chiesa cattolica e ai cattolici di tutto il mondo per le preghiere che offrono a mio padre. Ci auguriamo che il Vaticano aggiunga la sua voce influente alla richiesta di liberazione di mio padre e solleciti altri a collaborare per riportarlo a casa prima che sia troppo tardi. Le preghiere della comunità cattolica mondiale sono una vera fonte di speranza per noi».
La mannaia di Pechino è tornata ad abbattersi sui dissidenti di Hong Kong. Il magnate pro democrazia è stato condannato da un tribunale locale per frode, vedendosi inoltre comminata una multa dal valore di due milioni di dollari di Hong Kong, circa 243.000 euro.
Non si arresta la stretta repressiva del Dragone su Hong Kong. Oltre ad essere stato in custodia cautelare per quasi due anni, Jimmy Lai sta anche affrontando un processo con l’accusa di aver violato la controversa legge sulla sicurezza nazionale dell’ex colonia britannica: norma che, approvata su input del Partito comunista cinese nel giugno del 2020, ha contribuito significativamente a reprimere il movimento pro democrazia.
È d’altronde in questo quadro che Pechino è riuscita a ottenere l’anno scorso la chiusura dell’Apple Daily: testata giornalistica di opposizione al regime cinese, fondata dallo stesso Jimmy Lai. Nonostante il Dragone continui a sostenere che quella di Hong Kong risulti una questione interna, le cose non stanno esattamente così. Se è vero che l’ex colonia britannica è finita sotto il controllo cinese nel 1997, è altrettanto vero che la Dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 sanciva il principio dell’“un Paese, due sistemi”: un principio che di fatto Xi Jinping sta sistematicamente smantellando da almeno tre anni. Il che pone potenzialmente un problema anche per Taiwan, che rischia da tempo di ritrovarsi a dover fronteggiare un’invasione da parte della Repubblica popolare cinese.
Tra l’altro, oltre alla questione delle sue libertà democratiche in oggettivo pericolo, l’isola sta diventando progressivamente il centro dello scontro tra Washington e Pechino a causa della sua strategicità, specialmente nel delicatissimo settore dei semiconduttori. Il punto è che, almeno al momento, l’amministrazione Biden non risulta il massimo della compattezza. Se sul versante della tutela del comparto tecnologico sta effettivamente tenendo la barra dritta assieme al Congresso, su quelli che sono i rapporti col Dragone la situazione appare più complessa. Certo: ci sono voci nell’amministrazione americana a favore della difesa dei diritti umani a Hong Kong, nel Tibet e nella regione dello Xinjiang (un esempio è, da questo punto di vista, il segretario di Stato, Tony Blinken). Dall’altra parte, non mancano tuttavia le “colombe”. Il segretario al Tesoro, Janet Yellen, preme da tempo per revocare i dazi imposti da Donald Trump, mentre l’inviato speciale per il clima, John Kerry, è notoriamente favorevole a una distensione nei rapporti con Pechino, in nome di una collaborazione in materia ambientale.
Non solo. I riflettori tornano ad accendersi su Hong Kong in un periodo piuttosto convulso della presidenza di Xi. E’ pur vero che quest’ultimo ha recentemente ottenuto un inedito terzo mandato da segretario generale del Partito comunista, consolidando così il suo già considerevole potere. Tuttavia costui sconta anche forte malcontento per i deludenti risultati economici registrati dal Dragone in questi anni e per l’impopolare politica dello zero Covid: una politica che ha recentemente innescato numerose proteste in Cina.





