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2018-06-03
Sui migranti Salvini schiva i paletti del Colle. Ma a Milano arrivano le moschee
ANSA
Venerdì, poche ore dopo aver giurato al Quirinale, una riunione al Viminale con il capo della polizia Franco Gabrielli. A seguire un briefing con i capi dei dipartimenti del dicastero terminato quando l'ora di cena era passata da un pezzo. Insomma, una full immersion per il neoministro dell'Interno Matteo Salvini. E ancora: la presenza, ieri, in prima fila, alla parata per la festa della Repubblica e poi in tour elettorale in Veneto, a Vicenza e Treviso. Oggi, invece, in programma l'approdo in Sicilia, per un viaggio nei luoghi-frontiera del nostro Paese.
«Voglio migliorare gli accordi con i Paesi da cui arrivano migliaia di disperati per il bene nostro e loro. Sentirò i ministri degli Interni dei Paesi europei con cui collaborare e non litigare», sono state le parole pronunciate per annunciare la prima visita al Sud nelle vesti ufficiali di ministro. Una trasferta di governo, ma anche di lotta. Già, perché nelle scorse ore in terra siciliana sono ripresi gli sbarchi di migranti. A Pozzallo, due giorni fa, bordo della nave Aquarius sono arrivate 158 persone, fra le quali due donne in gravidanza. E una barca con 21 migranti è stata soccorsa al largo di Pantelleria. Proprio all'hotspot di Pozzallo parlerà oggi Salvini: il programma ufficiale prevede un passaggio da Catania, Maletto, Messina, Siracusa e Modica, ma già ieri il titolare del Viminale ha detto di volere andare anche al centro per immigrati del Ragusano. Arrivi che si aggiungono a quelli registrati in Sardegna sempre negli ultimi giorni. Tanto da spingere il ministro ad annunciare su Twitter un giro di vite sull'accoglienza: «Difesa dei confini e rimpatri, riprendiamoci l'Italia». E poi a dire in un comizio a Vicenza: «Per i clandestini è finita la pacchia, devono fare le valigie, con calma, ma se ne devono andare. Sulle Ong ho le mie idee: gli stati devono tornare a fare gli stati e nessun vice scafista deve attraccare nei porti italiani».
Sono parole che si scontrano con i paletti fissati dal capo dello Stato in materia di Europa e accoglienza e condensati in un messaggio fatto recapitare ai prefetti in occasione della ricorrenza del 2 giugno. Mattarella ricorda che «va arrestato con fermezza ogni rischio di regressione civile, affermando un costume di reciproco rispetto e mettendo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo dei nostri concittadini». Un messaggio facile da girare al governo Conte, che nei prossimi giorni si presenterà davanti alle Camere per ottenere la fiducia. Ed è un segnale rivolto soprattutto verso chi, come Salvini, ha dimostrato di voler iniziare la nuova avventura con il piede pigiato sull'acceleratore. Soprattutto quando il presidente evoca «il bene della coesione sociale», che «si consolida con le scelte di corresponsabilità e di cittadinanza attiva che ciascuno è chiamato a operare». Non basta. C'è anche altro nella riflessione del presidente della Repubblica. Un avvertimento indirizzato al leader leghista, soprattutto quando accenna al «fenomeno delle migrazioni», su cui raccomanda un impegno «in grado di garantire legalità, accoglienza e integrazione». In buona sostanza dal Colle è arrivato un primo aut aut che sottintende un controllo capillare sugli atti compiuti dal governo, in particolare su quelli firmati dal Viminale. «La cornice delle istituzioni repubblicane», argomenta Mattarella, «ha sempre dimostrato di consentire all'Italia di affrontare sfide impegnative. Lo stesso confronto politico si è sempre tradotto nell'attitudine a non ridursi a un conflitto fine a sé stesso».
Salvini, dal canto suo, non intende arretrare. E a chi gli chiede conto, ripete quanto annunciato in precedenza: «Taglieremo il fondo da 5 miliardi di euro che oggi lo Stato spende per l'accoglienza dei migranti». Il «messaggio» rischia di creare un miniterremoto nelle regioni meridionali, quelle più coinvolte nel sistema dell'accoglienza. Solo in Sicilia sono attivi due hotspot (oltre a Pozzallo c'è anche Trapani), quattro centri di accoglienza per richiedenti asilo (Agrigento, Caltanissetta, Mineo e Messina), ai quali si aggiungono 104 centri di accoglienza temporanea e 102 Sprar. Senza contare poi le fibrillazioni, soprattutto tra i 5 stelle, seguite all'indicazione di voler costruire un nuovo hotspot allo Zen di Palermo.
Sul tavolo del nuovo ministro ci sono queste e molte altre cose. Così come ci sarà da tener conto dei rapporti con il Vaticano e con le gerarchie ecclesiastiche più in generale. «Ho iniziato a coltivare utili e numerosi rapporti con diversi esponenti del mondo cattolico: lavoreremo assieme, vi stupiremo, troveremo decisamente convergenze», assicura Salvini, escludendo che il governo possa entrare in rotta di collisione con il mondo cattolico. «Con loro», conclude, «ci sono molte più vicinanze che distanze perché l'accoglienza nei limiti e nelle regole penso sia interesse di tutti». E sulla conferma o meno degli accordi con la Libia, siglati dal suo predecessore Marco Minniti, taglia corto: «Prima devo studiare». Dopodomani è in agenda la sua prima trasferta al Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari interni dell'Ue, chiamato ad avviare una discussione sulla revisione del trattato di Dublino e sulle modalità di accoglienza dei richiedenti asilo.
Antonio Ricchio
Pagata una tangente per falsificare l’autopsia su Sana
Più cose si scoprono sull'omicidio di Sana Cheema, l'italopakistana di 25 anni ammazzata dal padre e dal fratello perché contraria alle nozze combinate, più la famiglia peggiora la sua posizione. Non c'è stata solo la violenza omicida, infatti, ma anche una serie di tentativi un po' fantozziani di camuffare la realtà a cose fatte, sperando forse che, nel clima di omertà tribale, nessuno facesse troppe domande.
Ora emerge una mazzetta di 600.000 rupie, ovvero circa 7.400 euro, versata a un poliziotto e a un dipendente del laboratorio di scienze forensi affinché truccassero l'esito dell'autopsia. A proporre la tangente, come ha rivelato il Giorno, sarebbe stato un personaggio vicino alla famiglia della giovane bresciana, Muhammad Naveed, di Gujrat. Malgrado il versamento di denaro, tuttavia, il tentativo di modificare i referti non sarebbe andato a buon fine, anche perché tecnicamente impossibile. Il direttore del laboratorio ha infatti spiegato che il dipendente corrotto era «un personaggio di basso profilo che non avrebbe potuto fare nulla. Da noi è impossibile falsare i referti, siamo un istituto all'avanguardia».
Il referto è quindi restato quello che ha messo nero su bianco la verità, oltre le bugie della famiglia: l'esame autoptico ha accertato che Sana aveva l' osso del collo rotto, causa strangolamento. Chi ha versato la tangente senza ottenere in cambio la falsificazione dei documenti, tuttavia, ha poi deciso di vendicarsi, denunciando i due soggetti che egli stesso aveva corrotto. Le manette sono scattate grazie a un team della forza anticorruzione del Pakistan nei confronti di un vice ispettore di polizia e un dipendente dell'Agenzia di scienze forensi del Punjab.
A quanto risulta, Naveed avrebbe avvicinato il vice ispettore Maqsood Ahmad proponendogli di intascare 600.000 rupie per falsare il referto e attribuire la morte di Sana a cause naturali. Era stata questa, del resto, la spiegazione iniziale della famiglia: si era trattato, dicevano, di un malore, forse di un infarto. Dopo la scoperta dell'osso del collo rotto, sul corpo della giovane, il padre aveva addirittura dichiarato che Sana aveva battuto la testa cadendo in seguito al suddetto malore. Una versione che gli amici italiani della ragazza avevano subito trovato inverosimile, forse conoscendo i conflitti familiari fra i Cheema.
Dopo l'offerta di denaro, l' ispettore pakistano avrebbe preso contatto con un impiegato dell'Agenzia di scienze forensi per mettere in atto la falsificazione. Insomma, i due avrebbero preso il denaro, senza però riuscire a portare a termine la loro missione criminale. A nulla erano valse le richieste in tal senso dell'amico di famiglia mobilitato alla bisogna. Da qui l'insolita denuncia del corruttore.
In carcere a Kunjah ci sono il padre della ragazza, Mustafa Ghulam e il fratello trentenne Adnan, considerati gli esecutori materiali dello strangolamento messo in atto nell'abitazione dei Cheema, nel villaggio di Magowal, il 18 aprile. Anche la madre della giovane, inoltre, avrebbe tentato di coprire il delitto. Tra gli indagati, gli zii, un cugino e un medico, autore di un certificato di morte naturale.
Adriano Scianca
Il Pd ha capito la lezione delle urne A Milano più moschee per tutti
Lo scorso aprile, un pubblico ministero milanese ha presentato richiesta d'archivio di una querela sporta dal Partito democratico contro Matteo Forte, capogruppo di Milano popolare, e Maryan Ismail, storica esponente dei musulmani somali, già membro del Tavolo nazionale delle comunità islamiche presso il Viminale. I due si erano occupati dei rapporti fra i dem e alcune associazioni islamiche di Milano, e il Pd non aveva gradito. Il pubblico ministero, tuttavia, ha ritenuto che «quantomeno in ambito territoriale milanese, vi fosse l'interesse dei cittadini a conoscere i rapporti che il partito di maggioranza relativa che governa il Comune intrattiene con alcune associazioni e con i membri delle stesse». Insomma, i cittadini avevano diritto di conoscere che tipo di relazioni esistessero fra il partito che governa Milano e una fetta del mondo islamico.
Sono passati quasi due mesi da quando le parole del pm sono state rese pubbliche, e ovviamente il Pd non ha chiarito un bel niente. In compenso, però, due giorni fa la giunta guidata dal sindaco Beppe Sala ha presentato il nuovo «Piano delle attrezzature religiose», ovvero il documento che spiega quali e quanti luoghi di culto possano sorgere sul territorio cittadino. Sapete qual è la novità? Nel piano sono comprese sei moschee, quattro già esistenti e da regolarizze, più altre due che devono ancora sorgere. Queste ultime potrebbero essere realizzate negli spazi di via Esterle e via Novara. Le quattro già esistenti sono, invece, quelle che sorgono in «via Padova/Cascina Gobba (associazione Al-Waqf Al-Islami in Italia); via Maderna (comunità culturale islamica Milli Gorus); via Gonin (associazione culturale no profit Der El Hadith) e via Quaranta (comunità islamica Fajr). Nell'elenco non compare il centro islamico, piuttosto noto, di viale Jenner. Vale la pena, tuttavia, di soffermarsi su un particolare, ovvero sulla presenza nel documento della struttura affidata all'associazione islamica Milli Gorus.
Nel 2013, Milli Gorus ha iniziato i lavori di ristrutturazione di un edificio in via Maderna. Sul tetto di quello che era un magazzino industriale è comparsa una curiosa cupola bianca, anche se nessuno aveva informato il Comune riguardo l'eventuale costruzione di una moschea. A metà marzo, dopo non poche polemiche, i lavori sono stati finalmente bloccati dalla giunta milanese, ma la faccenda non si è chiusa. Anzi, ritorna prepotentemente di attualità, visto che il Comune a guida Pd intende regolarizzare il luogo di culto, giudicato compatibile «con i parametri urbanistici previsti dalla legge regionale (presenza di strade di collegamento, distanze minime, parcheggio pubblico)».
È interessante approfondire il discorso relativo a Milli Gorus, di cui spesso abbiamo parlato su queste pagine. Si tratta di un'associazione turca, molto legata al governo di Ankara, tanto che nel 2015 firmò un protocollo d'intesa con la Turchia per la formazione di imam. Tale formazione doveva avvenire tramite borse di studio finanziate dall'Agenzia per gli affari religiosi turca. In sostanza, questi signori sono in ottimi rapporti con Erdogan.
Il presidente di Milli Gorus Italia è un signore chiamato Osman Duran, che da alcuni mesi è anche presidente del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, il Caim, una delle organizzazioni più rilevanti della galassia musulmana italiana. Significa che il ruolo di Milli Gorus non è del tutto secondario nel nostro Paese. Così come non lo è quello del Caim, da cui provengono personalità come Davide Piccardo (tra i fondatori della Costituente islamica) e Sumaya Abdel Qader, consigliere comunale del Partito democratico a Milano (la prima nella storia a indossare il velo).
La questione più interessante riguardo a Milli Gorus, tuttavia, è contenuta in alcuni dei rapporti annuali pubblicati dal ministero dell'Interno tedesco. L'associazione è ovviamente attiva anche in Germania, dove è particolarmente forte anche per via della presenza di un gran numero di immigrati turchi. Ebbene, già nel 2013 il ministero germanico inseriva Milli Gorus in un lista di associazione «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un analogo elenco è contenuto anche nell'ultimo documento diffuso dal ministero dell'Interno tedesco, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016. Nel report si legge: «Il movimento Milli Gorus si compone di diverse correnti che vengono tenute insieme da un comune orientamento ideologico-religioso e dal legame ideale con il politico Necmettin Erbakan (1926-2011). Benché tutte le sue componenti siano autonome e agiscano in maniera indipendente l'una dall'altra, l'ideologia di Milli Gorus - pur con diversi livelli di intensità - rimane l'elemento unificante».
«I concetti chiave elaborati da Erbakan», continua il testo, «sono appunto “Milli Gorus", che significa “Prospettiva nazionale" e “Adil Duzen" (Ordine giusto). Giusti sono per Erbakan gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini. Tutti i musulmani dovrebbero contribuire alla realizzazione di tale ordine giusto. A questo scopo essi devono adottare un certo comportamento, maturare una determinata prospettiva sul mondo (Gorus), ossia una prospettiva nazionale e religiosa (Milli), una “Milli Gorus"».
Chissà se i dirigenti del Pd milanese conoscono questi documenti tedeschi. Sarebbe interessante che fornissero ai cittadini (milanesi e italiani) la loro opinione in proposito, oltre a qualche chiarimento in merito ai loro rapporti con Milli Gorus. Visto che la giunta guidata da Beppe Sala intende dare il via libera alla moschea gestita da un'associazione che le autorità tedesche guardano con una certa diffidenza, forse un paio di spiegazioni in più sarebbero opportune.
Riccardo Torrescura
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Il neoministro dell'Interno non arretra: «Per i clandestini è finita la pacchia, devono fare le valigie. Le Ong non sono i vice scafisti» Oggi volerà in Sicilia, dove sono ripresi gli sbarchi. Mattarella però tenta di frenarlo: «Nessuna regressione sull'accoglienza».Un amico di famiglia di Sana Chema ha tentato di corrompere un agente e un dipendente del laboratorio forense per inscenare una morte naturale.Il Comune dà il via libera a sei luoghi di preghiera per musulmani, quattro da regolarizzare e due da costruire Uno di questi sarà affidato a un'associazione che il ministero dell'Interno tedesco ha bollato come estremistaLo speciale contiene tre articoliVenerdì, poche ore dopo aver giurato al Quirinale, una riunione al Viminale con il capo della polizia Franco Gabrielli. A seguire un briefing con i capi dei dipartimenti del dicastero terminato quando l'ora di cena era passata da un pezzo. Insomma, una full immersion per il neoministro dell'Interno Matteo Salvini. E ancora: la presenza, ieri, in prima fila, alla parata per la festa della Repubblica e poi in tour elettorale in Veneto, a Vicenza e Treviso. Oggi, invece, in programma l'approdo in Sicilia, per un viaggio nei luoghi-frontiera del nostro Paese. «Voglio migliorare gli accordi con i Paesi da cui arrivano migliaia di disperati per il bene nostro e loro. Sentirò i ministri degli Interni dei Paesi europei con cui collaborare e non litigare», sono state le parole pronunciate per annunciare la prima visita al Sud nelle vesti ufficiali di ministro. Una trasferta di governo, ma anche di lotta. Già, perché nelle scorse ore in terra siciliana sono ripresi gli sbarchi di migranti. A Pozzallo, due giorni fa, bordo della nave Aquarius sono arrivate 158 persone, fra le quali due donne in gravidanza. E una barca con 21 migranti è stata soccorsa al largo di Pantelleria. Proprio all'hotspot di Pozzallo parlerà oggi Salvini: il programma ufficiale prevede un passaggio da Catania, Maletto, Messina, Siracusa e Modica, ma già ieri il titolare del Viminale ha detto di volere andare anche al centro per immigrati del Ragusano. Arrivi che si aggiungono a quelli registrati in Sardegna sempre negli ultimi giorni. Tanto da spingere il ministro ad annunciare su Twitter un giro di vite sull'accoglienza: «Difesa dei confini e rimpatri, riprendiamoci l'Italia». E poi a dire in un comizio a Vicenza: «Per i clandestini è finita la pacchia, devono fare le valigie, con calma, ma se ne devono andare. Sulle Ong ho le mie idee: gli stati devono tornare a fare gli stati e nessun vice scafista deve attraccare nei porti italiani». Sono parole che si scontrano con i paletti fissati dal capo dello Stato in materia di Europa e accoglienza e condensati in un messaggio fatto recapitare ai prefetti in occasione della ricorrenza del 2 giugno. Mattarella ricorda che «va arrestato con fermezza ogni rischio di regressione civile, affermando un costume di reciproco rispetto e mettendo a frutto le grandi risorse di generosità e dinamismo dei nostri concittadini». Un messaggio facile da girare al governo Conte, che nei prossimi giorni si presenterà davanti alle Camere per ottenere la fiducia. Ed è un segnale rivolto soprattutto verso chi, come Salvini, ha dimostrato di voler iniziare la nuova avventura con il piede pigiato sull'acceleratore. Soprattutto quando il presidente evoca «il bene della coesione sociale», che «si consolida con le scelte di corresponsabilità e di cittadinanza attiva che ciascuno è chiamato a operare». Non basta. C'è anche altro nella riflessione del presidente della Repubblica. Un avvertimento indirizzato al leader leghista, soprattutto quando accenna al «fenomeno delle migrazioni», su cui raccomanda un impegno «in grado di garantire legalità, accoglienza e integrazione». In buona sostanza dal Colle è arrivato un primo aut aut che sottintende un controllo capillare sugli atti compiuti dal governo, in particolare su quelli firmati dal Viminale. «La cornice delle istituzioni repubblicane», argomenta Mattarella, «ha sempre dimostrato di consentire all'Italia di affrontare sfide impegnative. Lo stesso confronto politico si è sempre tradotto nell'attitudine a non ridursi a un conflitto fine a sé stesso». Salvini, dal canto suo, non intende arretrare. E a chi gli chiede conto, ripete quanto annunciato in precedenza: «Taglieremo il fondo da 5 miliardi di euro che oggi lo Stato spende per l'accoglienza dei migranti». Il «messaggio» rischia di creare un miniterremoto nelle regioni meridionali, quelle più coinvolte nel sistema dell'accoglienza. Solo in Sicilia sono attivi due hotspot (oltre a Pozzallo c'è anche Trapani), quattro centri di accoglienza per richiedenti asilo (Agrigento, Caltanissetta, Mineo e Messina), ai quali si aggiungono 104 centri di accoglienza temporanea e 102 Sprar. Senza contare poi le fibrillazioni, soprattutto tra i 5 stelle, seguite all'indicazione di voler costruire un nuovo hotspot allo Zen di Palermo. Sul tavolo del nuovo ministro ci sono queste e molte altre cose. Così come ci sarà da tener conto dei rapporti con il Vaticano e con le gerarchie ecclesiastiche più in generale. «Ho iniziato a coltivare utili e numerosi rapporti con diversi esponenti del mondo cattolico: lavoreremo assieme, vi stupiremo, troveremo decisamente convergenze», assicura Salvini, escludendo che il governo possa entrare in rotta di collisione con il mondo cattolico. «Con loro», conclude, «ci sono molte più vicinanze che distanze perché l'accoglienza nei limiti e nelle regole penso sia interesse di tutti». E sulla conferma o meno degli accordi con la Libia, siglati dal suo predecessore Marco Minniti, taglia corto: «Prima devo studiare». Dopodomani è in agenda la sua prima trasferta al Consiglio dei ministri della Giustizia e degli Affari interni dell'Ue, chiamato ad avviare una discussione sulla revisione del trattato di Dublino e sulle modalità di accoglienza dei richiedenti asilo. Antonio Ricchio<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-migranti-salvini-schiva-i-paletti-del-colle-2574576366.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pagata-una-tangente-per-falsificare-lautopsia-su-sana" data-post-id="2574576366" data-published-at="1774144270" data-use-pagination="False"> Pagata una tangente per falsificare l’autopsia su Sana Più cose si scoprono sull'omicidio di Sana Cheema, l'italopakistana di 25 anni ammazzata dal padre e dal fratello perché contraria alle nozze combinate, più la famiglia peggiora la sua posizione. Non c'è stata solo la violenza omicida, infatti, ma anche una serie di tentativi un po' fantozziani di camuffare la realtà a cose fatte, sperando forse che, nel clima di omertà tribale, nessuno facesse troppe domande. Ora emerge una mazzetta di 600.000 rupie, ovvero circa 7.400 euro, versata a un poliziotto e a un dipendente del laboratorio di scienze forensi affinché truccassero l'esito dell'autopsia. A proporre la tangente, come ha rivelato il Giorno, sarebbe stato un personaggio vicino alla famiglia della giovane bresciana, Muhammad Naveed, di Gujrat. Malgrado il versamento di denaro, tuttavia, il tentativo di modificare i referti non sarebbe andato a buon fine, anche perché tecnicamente impossibile. Il direttore del laboratorio ha infatti spiegato che il dipendente corrotto era «un personaggio di basso profilo che non avrebbe potuto fare nulla. Da noi è impossibile falsare i referti, siamo un istituto all'avanguardia». Il referto è quindi restato quello che ha messo nero su bianco la verità, oltre le bugie della famiglia: l'esame autoptico ha accertato che Sana aveva l' osso del collo rotto, causa strangolamento. Chi ha versato la tangente senza ottenere in cambio la falsificazione dei documenti, tuttavia, ha poi deciso di vendicarsi, denunciando i due soggetti che egli stesso aveva corrotto. Le manette sono scattate grazie a un team della forza anticorruzione del Pakistan nei confronti di un vice ispettore di polizia e un dipendente dell'Agenzia di scienze forensi del Punjab. A quanto risulta, Naveed avrebbe avvicinato il vice ispettore Maqsood Ahmad proponendogli di intascare 600.000 rupie per falsare il referto e attribuire la morte di Sana a cause naturali. Era stata questa, del resto, la spiegazione iniziale della famiglia: si era trattato, dicevano, di un malore, forse di un infarto. Dopo la scoperta dell'osso del collo rotto, sul corpo della giovane, il padre aveva addirittura dichiarato che Sana aveva battuto la testa cadendo in seguito al suddetto malore. Una versione che gli amici italiani della ragazza avevano subito trovato inverosimile, forse conoscendo i conflitti familiari fra i Cheema. Dopo l'offerta di denaro, l' ispettore pakistano avrebbe preso contatto con un impiegato dell'Agenzia di scienze forensi per mettere in atto la falsificazione. Insomma, i due avrebbero preso il denaro, senza però riuscire a portare a termine la loro missione criminale. A nulla erano valse le richieste in tal senso dell'amico di famiglia mobilitato alla bisogna. Da qui l'insolita denuncia del corruttore. In carcere a Kunjah ci sono il padre della ragazza, Mustafa Ghulam e il fratello trentenne Adnan, considerati gli esecutori materiali dello strangolamento messo in atto nell'abitazione dei Cheema, nel villaggio di Magowal, il 18 aprile. Anche la madre della giovane, inoltre, avrebbe tentato di coprire il delitto. Tra gli indagati, gli zii, un cugino e un medico, autore di un certificato di morte naturale. Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sui-migranti-salvini-schiva-i-paletti-del-colle-2574576366.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pd-ha-capito-la-lezione-delle-urne-a-milano-piu-moschee-per-tutti" data-post-id="2574576366" data-published-at="1774144270" data-use-pagination="False"> Il Pd ha capito la lezione delle urne A Milano più moschee per tutti Lo scorso aprile, un pubblico ministero milanese ha presentato richiesta d'archivio di una querela sporta dal Partito democratico contro Matteo Forte, capogruppo di Milano popolare, e Maryan Ismail, storica esponente dei musulmani somali, già membro del Tavolo nazionale delle comunità islamiche presso il Viminale. I due si erano occupati dei rapporti fra i dem e alcune associazioni islamiche di Milano, e il Pd non aveva gradito. Il pubblico ministero, tuttavia, ha ritenuto che «quantomeno in ambito territoriale milanese, vi fosse l'interesse dei cittadini a conoscere i rapporti che il partito di maggioranza relativa che governa il Comune intrattiene con alcune associazioni e con i membri delle stesse». Insomma, i cittadini avevano diritto di conoscere che tipo di relazioni esistessero fra il partito che governa Milano e una fetta del mondo islamico. Sono passati quasi due mesi da quando le parole del pm sono state rese pubbliche, e ovviamente il Pd non ha chiarito un bel niente. In compenso, però, due giorni fa la giunta guidata dal sindaco Beppe Sala ha presentato il nuovo «Piano delle attrezzature religiose», ovvero il documento che spiega quali e quanti luoghi di culto possano sorgere sul territorio cittadino. Sapete qual è la novità? Nel piano sono comprese sei moschee, quattro già esistenti e da regolarizze, più altre due che devono ancora sorgere. Queste ultime potrebbero essere realizzate negli spazi di via Esterle e via Novara. Le quattro già esistenti sono, invece, quelle che sorgono in «via Padova/Cascina Gobba (associazione Al-Waqf Al-Islami in Italia); via Maderna (comunità culturale islamica Milli Gorus); via Gonin (associazione culturale no profit Der El Hadith) e via Quaranta (comunità islamica Fajr). Nell'elenco non compare il centro islamico, piuttosto noto, di viale Jenner. Vale la pena, tuttavia, di soffermarsi su un particolare, ovvero sulla presenza nel documento della struttura affidata all'associazione islamica Milli Gorus. Nel 2013, Milli Gorus ha iniziato i lavori di ristrutturazione di un edificio in via Maderna. Sul tetto di quello che era un magazzino industriale è comparsa una curiosa cupola bianca, anche se nessuno aveva informato il Comune riguardo l'eventuale costruzione di una moschea. A metà marzo, dopo non poche polemiche, i lavori sono stati finalmente bloccati dalla giunta milanese, ma la faccenda non si è chiusa. Anzi, ritorna prepotentemente di attualità, visto che il Comune a guida Pd intende regolarizzare il luogo di culto, giudicato compatibile «con i parametri urbanistici previsti dalla legge regionale (presenza di strade di collegamento, distanze minime, parcheggio pubblico)». È interessante approfondire il discorso relativo a Milli Gorus, di cui spesso abbiamo parlato su queste pagine. Si tratta di un'associazione turca, molto legata al governo di Ankara, tanto che nel 2015 firmò un protocollo d'intesa con la Turchia per la formazione di imam. Tale formazione doveva avvenire tramite borse di studio finanziate dall'Agenzia per gli affari religiosi turca. In sostanza, questi signori sono in ottimi rapporti con Erdogan. Il presidente di Milli Gorus Italia è un signore chiamato Osman Duran, che da alcuni mesi è anche presidente del Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano, il Caim, una delle organizzazioni più rilevanti della galassia musulmana italiana. Significa che il ruolo di Milli Gorus non è del tutto secondario nel nostro Paese. Così come non lo è quello del Caim, da cui provengono personalità come Davide Piccardo (tra i fondatori della Costituente islamica) e Sumaya Abdel Qader, consigliere comunale del Partito democratico a Milano (la prima nella storia a indossare il velo). La questione più interessante riguardo a Milli Gorus, tuttavia, è contenuta in alcuni dei rapporti annuali pubblicati dal ministero dell'Interno tedesco. L'associazione è ovviamente attiva anche in Germania, dove è particolarmente forte anche per via della presenza di un gran numero di immigrati turchi. Ebbene, già nel 2013 il ministero germanico inseriva Milli Gorus in un lista di associazione «islamiste» (cioè estremiste, o comunque radicali) da tenere d'occhio. Un analogo elenco è contenuto anche nell'ultimo documento diffuso dal ministero dell'Interno tedesco, uscito nel luglio 2017 e relativo al 2016. Nel report si legge: «Il movimento Milli Gorus si compone di diverse correnti che vengono tenute insieme da un comune orientamento ideologico-religioso e dal legame ideale con il politico Necmettin Erbakan (1926-2011). Benché tutte le sue componenti siano autonome e agiscano in maniera indipendente l'una dall'altra, l'ideologia di Milli Gorus - pur con diversi livelli di intensità - rimane l'elemento unificante». «I concetti chiave elaborati da Erbakan», continua il testo, «sono appunto “Milli Gorus", che significa “Prospettiva nazionale" e “Adil Duzen" (Ordine giusto). Giusti sono per Erbakan gli ordinamenti che si fondano sulla rivelazione divina, mentre illegittimi sono quelli che sono creati dagli uomini. Attualmente con la civiltà occidentale dominerebbe un ordine ingiusto, fondato su violenza, torto e sopraffazione. Questo sistema illegittimo dovrebbe essere sostituito da un “ordine giusto" orientato esclusivamente dai principi islamici, anziché da regole arbitrarie create dagli uomini. Tutti i musulmani dovrebbero contribuire alla realizzazione di tale ordine giusto. A questo scopo essi devono adottare un certo comportamento, maturare una determinata prospettiva sul mondo (Gorus), ossia una prospettiva nazionale e religiosa (Milli), una “Milli Gorus"». Chissà se i dirigenti del Pd milanese conoscono questi documenti tedeschi. Sarebbe interessante che fornissero ai cittadini (milanesi e italiani) la loro opinione in proposito, oltre a qualche chiarimento in merito ai loro rapporti con Milli Gorus. Visto che la giunta guidata da Beppe Sala intende dare il via libera alla moschea gestita da un'associazione che le autorità tedesche guardano con una certa diffidenza, forse un paio di spiegazioni in più sarebbero opportune. Riccardo Torrescura
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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