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2024-03-27
È il solito metodo usato col Covid che trasforma lo Stato in terapeuta
Le bevande analcoliche, oggetto della sugar tax (IStock)
La sugar tax non è incostituzionale. L’ha sentenziato ieri la Consulta, interpellata dal Tar del Lazio, dove erano stati depositati due ricorsi contro il balzello varato dal Conte bis, la cui entrata in vigore è stata poi posticipata fino a luglio di quest’anno.
È un verdetto infelice. Non tanto per i 10 euro a ettolitro di Fanta, né per i 25 centesimi ogni chilo di dolcificante. È per il principio che la Corte ha definitivamente consacrato: quel «lo dice la scienza» in virtù del quale, sulla scia delle logiche adottate durante la pandemia, ci si è industriati per coprire decisioni molto politiche col velo dell’autorevolezza e della neutralità sapienziale.
Già i giudici amministrativi avevano blindato un paio di capisaldi dello Stato etico. In primo luogo - si legge nel «Ritenuto in fatto» della Consulta - la liceità di varare «una misura idonea allo scopo di ridurre il consumo delle bevande» edulcorate, «per preservare al meglio la salute pubblica, in un’ottica precauzionale». Un obiettivo che avrebbe reso la norma, a parere delle toghe, proporzionata. Poi, la possibilità - caratteristica, secondo i magistrati, di una legge ragionevole - di conferire al tributo una «prevalente finalità extrafiscale»: il «contrasto di specifiche patologie».
Al solito, il difetto dell’interventismo pubblico è che si sa dove inizia, ma non si capisce dove dovrebbe finire. Se l’idea è che, per «precauzione», vadano scoraggiate le abitudini insalubri, la lista delle gabelle rischia di essere interminabile: perché non mettere una bella tassa sulle fritture? E una sulle pastarelle? E una sul gelato? Nella vita, tutto ciò che è buono fa male.
Il criterio regolativo lo ha individuato la Consulta, ricordando che la legge di bilancio 2020 fece «esplicito riferimento» a un «invito dell’Oms […] a introdurre una specifica tassazione delle bevande analcoliche prodotte con l’aggiunta di sostanze dolcificanti […], con l’obiettivo di limitarne il consumo e, conseguentemente, di contribuire alla riduzione dei tassi di sovrappeso e obesità, oltre che di carie e diabete, anche in virtù dei risultati, attestati dalla medesima organizzazione e da studi scientifici […]». Basterebbe allora «la medesima giustificazione scientifica» a escludere l’unico profilo di potenziale incostituzionalità del tributo, che avevano ravvisato i magistrati del Tar: il fatto, cioè, che esso colpisse le bibite ma non «altri prodotti alimentari contenenti le medesime sostanze» edulcoranti. Nessuna discriminazione irragionevole, ha argomentato invece la Corte: la fondatezza dell’imposta è «puntualmente attestata da studi scientifici riversati in raccomandazioni di organismi internazionali». Lo dice la scienza, lo dice l’Oms. Che avete da protestare?
Sono le naturali conseguenze della filosofia sposata durante il Covid. Allora, il collegio aveva avallato i decreti di Mario Draghi sull’obbligo vaccinale, appoggiandosi a pareri istituzionali alquanto fragili sulla capacità dei farmaci disponibili di bloccare i contagi. In più, la Consulta aveva stabilito la conformità di quel provvedimento a due scopi: evitare il congestionamento degli ospedali, poiché gli inoculati avevano meno probabilità di essere ricoverati a causa del virus; e preservare il Servizio sanitario, confidando che il personale vaccinato, protetto dall’infezione, non si sarebbe assentato dal lavoro. È la ratio, tutta economica, della diminuzione delle «esternalità negative»: bevi la Sprite, ti viene il diabete, diventi un costo per l’erario; non ti vaccini, ti becchi il Covid, lasci sguarnito il reparto oppure «rubi» un posto letto, prezioso in quanto centellinato. Rimane il leggero sospetto che garantire copertura costituzionale alla colpevolizzazione del malato, sfruttando da paravento le valutazioni dei tecnici, serva a normalizzare la sistematica spoliazione dei sistemi sanitari pubblici.
Il guaio, appunto, è che la trasformazione dello Stato in terapeuta e quella del cittadino in paziente sono processi difficili da arrestare. Sapete quante ne dice l’Oms? Se dovessimo dar retta al Global report on the use of alcohol taxes 2023, pubblicato lo scorso dicembre, non dovremmo forse introdurre un’accisa pure su birra e vino?
Chi si era opposto alla sugar tax aveva toccato un punto dolente: se non va bene la Fanta, come mai vanno bene le merendine? La Consulta ha risposto che il «tertium comparationis» del ricorso, cioè l’allusione ad «altri prodotti alimentari», era troppo generico. D’accordo. Resta il fatto che, se al governo arrivasse la coalizione dei salutisti, in effetti nulla potrebbe impedirle di stangare le caciotte che aumentano il colesterolo, il Montepulciano che affatica il fegato, la carne rossa che dicono sia cancerogena e con gli allevamenti in cui le vacche scoreggiano inquina pure il pianeta.
L’inghippo sta nell’ormai noto vezzo della Corte: aggrapparsi agli efori in camice bianco, ai funzionari di un’agenzia globale, oppure al diritto Ue, per convalidare scelte essenzialmente arbitrarie. Attenzione: arbitrario non significa illegittimo. Significa soltanto che, dove si vuol vedere il referto di una casta di esperti, in realtà c’è una volontà politica. L’errore è cercare nel posto sbagliato il fondamento extragiuridico delle decisioni. Questo maquillage sta cambiando i connotati alle nostre democrazie. Che valgono più dei tre centesimi di tassa sulla bottiglietta di Coca Cola.
A rischio 5.000 impieghi. E l’erario ci perde
La sugar tax tassa lo zucchero anche quando non c’è. Questa è la frase che racchiude il pensiero di Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, dopo che la sugar tax è stata dichiarata costituzionalmente legittima dalla Consulta. Secondo i magistrati della Corte costituzionale, infatti, la norma compenserebbe le spese che dovrebbe affrontare lo Stato per i possibili danni alla salute dei cittadini.
Il problema è che, secondo Assobibe, questa norma rischia solo di tassare maggiormente bevande il cui apporto di zucchero è già limitato e non nuoce alla salute, con l’unico effetto di affossarne il mercato e di ridurne il gettito fiscale tanto utile alla salute pubblica.
In particolare, secondo uno studio di Nomisma, visto che la sugar tax colpisce anche le bevande senza zucchero (come quelle spesso definite light o zero), si stima che il mercato, con l’entrata in vigore della norma, subirà una contrazione delle vendite del 16% con un mancato gettito Iva per 275 milioni di euro. Inoltre, tutto questo potrebbe mettere a rischio anche i 5.050 posti di lavoro del settore, poiché si prevede un aumento medio del 28% della pressione fiscale per singolo litro di soft drink. Non solo, secondo lo studio, la sugar tax potrebbe portare a una riduzione di 46 milioni di euro di investimenti da parte delle imprese produttrici del settore per il biennio 2024-2025, senza considerare la riduzione da 400 milioni di euro degli acquisti di materie prime sempre dalle compagnie del comparto.
Secondo le stime dell’associazione, questa norma porterà un gettito di poco superiore ai 100 milioni di euro, una cifra piuttosto bassa se si considerano le perdite che la sugar tax comporterà in termini di gettito, vendite e potenziale impatto sui posti di lavoro.
Come fa sapere Assobibe, «siamo davvero stupiti dalla pronuncia della Consulta, ma ancora di più dalle motivazioni che si basano su un razionale scientifico contestabile e, soprattutto, slegato dai consumi reali in Italia», spiega il presidente dell’associazione Giangiacomo Pierini. «I Paesi agiscono con approcci diversi e in molti casi la sugar tax è stata introdotta per incentivare la riformulazione: noi l’abbiamo fatto senza bisogno di tasse arrivando a tagliare del 41% lo zucchero immesso a scaffale, anche attraverso azioni volontarie e protocolli siglati con il ministero della Salute, e applicando rigide autolimitazioni nella vendita verso i consumatori più fragili come i bambini. Lasciamo da parte cavilli giuridici in cui giudici affermano che lo zucchero sia da contrastare solo se presente nelle bibite», fa sapere Pierini.
Fatto sta che la sentenza numero 49 della Consulta ha dichiarato legittima la sugar tax, questione sollevata dalla seconda sezione del Tar del Lazio che l’aveva censurata per violazione del principio di eguaglianza tributaria, visto che si trattava di una tassa destinata a colpire solo alcune bevande analcoliche.
La norma era stata voluta inizialmente dal governo Conte 2 a fine del 2019. Poi innumerevoli proroghe ne hanno ritardato l’applicazione fino al primo luglio di quest’anno, quando quindi dovrebbe entrare in vigore con un importo di 10 euro per ettolitro nel caso di prodotti finiti e di 0,25 euro per chilogrammo nel caso di prodotti predisposti ad essere utilizzati previa diluizione.
Il punto, spiega Assobibe, è che l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione europea per consumi pro capite di bevande analcoliche (54 litri annui) e che l’impatto dei soft drink sulla dieta degli italiani è infinitesimale: 1% per gli adulti, 0,6% per i bambini. Inoltre, l’efficacia della tassa sulla riduzione dell’incidenza di sovrappeso, obesità e diabete non è dimostrata: nell’area definita come Zona Europa, che comprende oltre 53 paesi, l’Oms ha registrato che, al 2020, la sugar tax era stata inserita in 10 dei 53 Stati, il 19% del totale, producendo una contrazione dei consumi solo nel breve periodo per poi tornare ai livelli pre tassa. In mercati con tasse sulle bevande analcoliche come Messico, Finlandia, Cile, Regno Unito, Francia e Irlanda i tassi di obesità sono risultati persino in crescita, a dimostrazione che la tassa non si traduce in un miglioramento della dieta, tanto che alcuni Paesi hanno iniziato a eliminare la tassa sui soft drink. È stato così in Danimarca nel 2016, in Norvegia nel 2000, in Islanda nel 2000, in Israele nel 2022 e in Australia nel 2018.
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La filosofia della sugar tax è la stessa del siero obbligatorio: ai cittadini, ancora una volta colpevolizzati, va tolta la gazzosa altrimenti sviluppano il diabete e diventano un costo per la salute. Che intanto si può continuare a tagliare. A fronte dei 100 milioni di entrate generati dalla tassa, il gettito Iva calerà di 275 milioni. Assobibe: «Stupiti». Lo speciale contiene due articoli. La sugar tax non è incostituzionale. L’ha sentenziato ieri la Consulta, interpellata dal Tar del Lazio, dove erano stati depositati due ricorsi contro il balzello varato dal Conte bis, la cui entrata in vigore è stata poi posticipata fino a luglio di quest’anno. È un verdetto infelice. Non tanto per i 10 euro a ettolitro di Fanta, né per i 25 centesimi ogni chilo di dolcificante. È per il principio che la Corte ha definitivamente consacrato: quel «lo dice la scienza» in virtù del quale, sulla scia delle logiche adottate durante la pandemia, ci si è industriati per coprire decisioni molto politiche col velo dell’autorevolezza e della neutralità sapienziale. Già i giudici amministrativi avevano blindato un paio di capisaldi dello Stato etico. In primo luogo - si legge nel «Ritenuto in fatto» della Consulta - la liceità di varare «una misura idonea allo scopo di ridurre il consumo delle bevande» edulcorate, «per preservare al meglio la salute pubblica, in un’ottica precauzionale». Un obiettivo che avrebbe reso la norma, a parere delle toghe, proporzionata. Poi, la possibilità - caratteristica, secondo i magistrati, di una legge ragionevole - di conferire al tributo una «prevalente finalità extrafiscale»: il «contrasto di specifiche patologie». Al solito, il difetto dell’interventismo pubblico è che si sa dove inizia, ma non si capisce dove dovrebbe finire. Se l’idea è che, per «precauzione», vadano scoraggiate le abitudini insalubri, la lista delle gabelle rischia di essere interminabile: perché non mettere una bella tassa sulle fritture? E una sulle pastarelle? E una sul gelato? Nella vita, tutto ciò che è buono fa male. Il criterio regolativo lo ha individuato la Consulta, ricordando che la legge di bilancio 2020 fece «esplicito riferimento» a un «invito dell’Oms […] a introdurre una specifica tassazione delle bevande analcoliche prodotte con l’aggiunta di sostanze dolcificanti […], con l’obiettivo di limitarne il consumo e, conseguentemente, di contribuire alla riduzione dei tassi di sovrappeso e obesità, oltre che di carie e diabete, anche in virtù dei risultati, attestati dalla medesima organizzazione e da studi scientifici […]». Basterebbe allora «la medesima giustificazione scientifica» a escludere l’unico profilo di potenziale incostituzionalità del tributo, che avevano ravvisato i magistrati del Tar: il fatto, cioè, che esso colpisse le bibite ma non «altri prodotti alimentari contenenti le medesime sostanze» edulcoranti. Nessuna discriminazione irragionevole, ha argomentato invece la Corte: la fondatezza dell’imposta è «puntualmente attestata da studi scientifici riversati in raccomandazioni di organismi internazionali». Lo dice la scienza, lo dice l’Oms. Che avete da protestare? Sono le naturali conseguenze della filosofia sposata durante il Covid. Allora, il collegio aveva avallato i decreti di Mario Draghi sull’obbligo vaccinale, appoggiandosi a pareri istituzionali alquanto fragili sulla capacità dei farmaci disponibili di bloccare i contagi. In più, la Consulta aveva stabilito la conformità di quel provvedimento a due scopi: evitare il congestionamento degli ospedali, poiché gli inoculati avevano meno probabilità di essere ricoverati a causa del virus; e preservare il Servizio sanitario, confidando che il personale vaccinato, protetto dall’infezione, non si sarebbe assentato dal lavoro. È la ratio, tutta economica, della diminuzione delle «esternalità negative»: bevi la Sprite, ti viene il diabete, diventi un costo per l’erario; non ti vaccini, ti becchi il Covid, lasci sguarnito il reparto oppure «rubi» un posto letto, prezioso in quanto centellinato. Rimane il leggero sospetto che garantire copertura costituzionale alla colpevolizzazione del malato, sfruttando da paravento le valutazioni dei tecnici, serva a normalizzare la sistematica spoliazione dei sistemi sanitari pubblici. Il guaio, appunto, è che la trasformazione dello Stato in terapeuta e quella del cittadino in paziente sono processi difficili da arrestare. Sapete quante ne dice l’Oms? Se dovessimo dar retta al Global report on the use of alcohol taxes 2023, pubblicato lo scorso dicembre, non dovremmo forse introdurre un’accisa pure su birra e vino? Chi si era opposto alla sugar tax aveva toccato un punto dolente: se non va bene la Fanta, come mai vanno bene le merendine? La Consulta ha risposto che il «tertium comparationis» del ricorso, cioè l’allusione ad «altri prodotti alimentari», era troppo generico. D’accordo. Resta il fatto che, se al governo arrivasse la coalizione dei salutisti, in effetti nulla potrebbe impedirle di stangare le caciotte che aumentano il colesterolo, il Montepulciano che affatica il fegato, la carne rossa che dicono sia cancerogena e con gli allevamenti in cui le vacche scoreggiano inquina pure il pianeta. L’inghippo sta nell’ormai noto vezzo della Corte: aggrapparsi agli efori in camice bianco, ai funzionari di un’agenzia globale, oppure al diritto Ue, per convalidare scelte essenzialmente arbitrarie. Attenzione: arbitrario non significa illegittimo. Significa soltanto che, dove si vuol vedere il referto di una casta di esperti, in realtà c’è una volontà politica. L’errore è cercare nel posto sbagliato il fondamento extragiuridico delle decisioni. Questo maquillage sta cambiando i connotati alle nostre democrazie. Che valgono più dei tre centesimi di tassa sulla bottiglietta di Coca Cola. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sugar-tax-italia-2667609991.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-rischio-5-000-impieghi-e-lerario-ci-perde" data-post-id="2667609991" data-published-at="1711528340" data-use-pagination="False"> A rischio 5.000 impieghi. E l’erario ci perde La sugar tax tassa lo zucchero anche quando non c’è. Questa è la frase che racchiude il pensiero di Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, dopo che la sugar tax è stata dichiarata costituzionalmente legittima dalla Consulta. Secondo i magistrati della Corte costituzionale, infatti, la norma compenserebbe le spese che dovrebbe affrontare lo Stato per i possibili danni alla salute dei cittadini. Il problema è che, secondo Assobibe, questa norma rischia solo di tassare maggiormente bevande il cui apporto di zucchero è già limitato e non nuoce alla salute, con l’unico effetto di affossarne il mercato e di ridurne il gettito fiscale tanto utile alla salute pubblica. In particolare, secondo uno studio di Nomisma, visto che la sugar tax colpisce anche le bevande senza zucchero (come quelle spesso definite light o zero), si stima che il mercato, con l’entrata in vigore della norma, subirà una contrazione delle vendite del 16% con un mancato gettito Iva per 275 milioni di euro. Inoltre, tutto questo potrebbe mettere a rischio anche i 5.050 posti di lavoro del settore, poiché si prevede un aumento medio del 28% della pressione fiscale per singolo litro di soft drink. Non solo, secondo lo studio, la sugar tax potrebbe portare a una riduzione di 46 milioni di euro di investimenti da parte delle imprese produttrici del settore per il biennio 2024-2025, senza considerare la riduzione da 400 milioni di euro degli acquisti di materie prime sempre dalle compagnie del comparto. Secondo le stime dell’associazione, questa norma porterà un gettito di poco superiore ai 100 milioni di euro, una cifra piuttosto bassa se si considerano le perdite che la sugar tax comporterà in termini di gettito, vendite e potenziale impatto sui posti di lavoro. Come fa sapere Assobibe, «siamo davvero stupiti dalla pronuncia della Consulta, ma ancora di più dalle motivazioni che si basano su un razionale scientifico contestabile e, soprattutto, slegato dai consumi reali in Italia», spiega il presidente dell’associazione Giangiacomo Pierini. «I Paesi agiscono con approcci diversi e in molti casi la sugar tax è stata introdotta per incentivare la riformulazione: noi l’abbiamo fatto senza bisogno di tasse arrivando a tagliare del 41% lo zucchero immesso a scaffale, anche attraverso azioni volontarie e protocolli siglati con il ministero della Salute, e applicando rigide autolimitazioni nella vendita verso i consumatori più fragili come i bambini. Lasciamo da parte cavilli giuridici in cui giudici affermano che lo zucchero sia da contrastare solo se presente nelle bibite», fa sapere Pierini. Fatto sta che la sentenza numero 49 della Consulta ha dichiarato legittima la sugar tax, questione sollevata dalla seconda sezione del Tar del Lazio che l’aveva censurata per violazione del principio di eguaglianza tributaria, visto che si trattava di una tassa destinata a colpire solo alcune bevande analcoliche. La norma era stata voluta inizialmente dal governo Conte 2 a fine del 2019. Poi innumerevoli proroghe ne hanno ritardato l’applicazione fino al primo luglio di quest’anno, quando quindi dovrebbe entrare in vigore con un importo di 10 euro per ettolitro nel caso di prodotti finiti e di 0,25 euro per chilogrammo nel caso di prodotti predisposti ad essere utilizzati previa diluizione. Il punto, spiega Assobibe, è che l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione europea per consumi pro capite di bevande analcoliche (54 litri annui) e che l’impatto dei soft drink sulla dieta degli italiani è infinitesimale: 1% per gli adulti, 0,6% per i bambini. Inoltre, l’efficacia della tassa sulla riduzione dell’incidenza di sovrappeso, obesità e diabete non è dimostrata: nell’area definita come Zona Europa, che comprende oltre 53 paesi, l’Oms ha registrato che, al 2020, la sugar tax era stata inserita in 10 dei 53 Stati, il 19% del totale, producendo una contrazione dei consumi solo nel breve periodo per poi tornare ai livelli pre tassa. In mercati con tasse sulle bevande analcoliche come Messico, Finlandia, Cile, Regno Unito, Francia e Irlanda i tassi di obesità sono risultati persino in crescita, a dimostrazione che la tassa non si traduce in un miglioramento della dieta, tanto che alcuni Paesi hanno iniziato a eliminare la tassa sui soft drink. È stato così in Danimarca nel 2016, in Norvegia nel 2000, in Islanda nel 2000, in Israele nel 2022 e in Australia nel 2018.
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.