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2024-03-27
È il solito metodo usato col Covid che trasforma lo Stato in terapeuta
Le bevande analcoliche, oggetto della sugar tax (IStock)
La sugar tax non è incostituzionale. L’ha sentenziato ieri la Consulta, interpellata dal Tar del Lazio, dove erano stati depositati due ricorsi contro il balzello varato dal Conte bis, la cui entrata in vigore è stata poi posticipata fino a luglio di quest’anno.
È un verdetto infelice. Non tanto per i 10 euro a ettolitro di Fanta, né per i 25 centesimi ogni chilo di dolcificante. È per il principio che la Corte ha definitivamente consacrato: quel «lo dice la scienza» in virtù del quale, sulla scia delle logiche adottate durante la pandemia, ci si è industriati per coprire decisioni molto politiche col velo dell’autorevolezza e della neutralità sapienziale.
Già i giudici amministrativi avevano blindato un paio di capisaldi dello Stato etico. In primo luogo - si legge nel «Ritenuto in fatto» della Consulta - la liceità di varare «una misura idonea allo scopo di ridurre il consumo delle bevande» edulcorate, «per preservare al meglio la salute pubblica, in un’ottica precauzionale». Un obiettivo che avrebbe reso la norma, a parere delle toghe, proporzionata. Poi, la possibilità - caratteristica, secondo i magistrati, di una legge ragionevole - di conferire al tributo una «prevalente finalità extrafiscale»: il «contrasto di specifiche patologie».
Al solito, il difetto dell’interventismo pubblico è che si sa dove inizia, ma non si capisce dove dovrebbe finire. Se l’idea è che, per «precauzione», vadano scoraggiate le abitudini insalubri, la lista delle gabelle rischia di essere interminabile: perché non mettere una bella tassa sulle fritture? E una sulle pastarelle? E una sul gelato? Nella vita, tutto ciò che è buono fa male.
Il criterio regolativo lo ha individuato la Consulta, ricordando che la legge di bilancio 2020 fece «esplicito riferimento» a un «invito dell’Oms […] a introdurre una specifica tassazione delle bevande analcoliche prodotte con l’aggiunta di sostanze dolcificanti […], con l’obiettivo di limitarne il consumo e, conseguentemente, di contribuire alla riduzione dei tassi di sovrappeso e obesità, oltre che di carie e diabete, anche in virtù dei risultati, attestati dalla medesima organizzazione e da studi scientifici […]». Basterebbe allora «la medesima giustificazione scientifica» a escludere l’unico profilo di potenziale incostituzionalità del tributo, che avevano ravvisato i magistrati del Tar: il fatto, cioè, che esso colpisse le bibite ma non «altri prodotti alimentari contenenti le medesime sostanze» edulcoranti. Nessuna discriminazione irragionevole, ha argomentato invece la Corte: la fondatezza dell’imposta è «puntualmente attestata da studi scientifici riversati in raccomandazioni di organismi internazionali». Lo dice la scienza, lo dice l’Oms. Che avete da protestare?
Sono le naturali conseguenze della filosofia sposata durante il Covid. Allora, il collegio aveva avallato i decreti di Mario Draghi sull’obbligo vaccinale, appoggiandosi a pareri istituzionali alquanto fragili sulla capacità dei farmaci disponibili di bloccare i contagi. In più, la Consulta aveva stabilito la conformità di quel provvedimento a due scopi: evitare il congestionamento degli ospedali, poiché gli inoculati avevano meno probabilità di essere ricoverati a causa del virus; e preservare il Servizio sanitario, confidando che il personale vaccinato, protetto dall’infezione, non si sarebbe assentato dal lavoro. È la ratio, tutta economica, della diminuzione delle «esternalità negative»: bevi la Sprite, ti viene il diabete, diventi un costo per l’erario; non ti vaccini, ti becchi il Covid, lasci sguarnito il reparto oppure «rubi» un posto letto, prezioso in quanto centellinato. Rimane il leggero sospetto che garantire copertura costituzionale alla colpevolizzazione del malato, sfruttando da paravento le valutazioni dei tecnici, serva a normalizzare la sistematica spoliazione dei sistemi sanitari pubblici.
Il guaio, appunto, è che la trasformazione dello Stato in terapeuta e quella del cittadino in paziente sono processi difficili da arrestare. Sapete quante ne dice l’Oms? Se dovessimo dar retta al Global report on the use of alcohol taxes 2023, pubblicato lo scorso dicembre, non dovremmo forse introdurre un’accisa pure su birra e vino?
Chi si era opposto alla sugar tax aveva toccato un punto dolente: se non va bene la Fanta, come mai vanno bene le merendine? La Consulta ha risposto che il «tertium comparationis» del ricorso, cioè l’allusione ad «altri prodotti alimentari», era troppo generico. D’accordo. Resta il fatto che, se al governo arrivasse la coalizione dei salutisti, in effetti nulla potrebbe impedirle di stangare le caciotte che aumentano il colesterolo, il Montepulciano che affatica il fegato, la carne rossa che dicono sia cancerogena e con gli allevamenti in cui le vacche scoreggiano inquina pure il pianeta.
L’inghippo sta nell’ormai noto vezzo della Corte: aggrapparsi agli efori in camice bianco, ai funzionari di un’agenzia globale, oppure al diritto Ue, per convalidare scelte essenzialmente arbitrarie. Attenzione: arbitrario non significa illegittimo. Significa soltanto che, dove si vuol vedere il referto di una casta di esperti, in realtà c’è una volontà politica. L’errore è cercare nel posto sbagliato il fondamento extragiuridico delle decisioni. Questo maquillage sta cambiando i connotati alle nostre democrazie. Che valgono più dei tre centesimi di tassa sulla bottiglietta di Coca Cola.
A rischio 5.000 impieghi. E l’erario ci perde
La sugar tax tassa lo zucchero anche quando non c’è. Questa è la frase che racchiude il pensiero di Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, dopo che la sugar tax è stata dichiarata costituzionalmente legittima dalla Consulta. Secondo i magistrati della Corte costituzionale, infatti, la norma compenserebbe le spese che dovrebbe affrontare lo Stato per i possibili danni alla salute dei cittadini.
Il problema è che, secondo Assobibe, questa norma rischia solo di tassare maggiormente bevande il cui apporto di zucchero è già limitato e non nuoce alla salute, con l’unico effetto di affossarne il mercato e di ridurne il gettito fiscale tanto utile alla salute pubblica.
In particolare, secondo uno studio di Nomisma, visto che la sugar tax colpisce anche le bevande senza zucchero (come quelle spesso definite light o zero), si stima che il mercato, con l’entrata in vigore della norma, subirà una contrazione delle vendite del 16% con un mancato gettito Iva per 275 milioni di euro. Inoltre, tutto questo potrebbe mettere a rischio anche i 5.050 posti di lavoro del settore, poiché si prevede un aumento medio del 28% della pressione fiscale per singolo litro di soft drink. Non solo, secondo lo studio, la sugar tax potrebbe portare a una riduzione di 46 milioni di euro di investimenti da parte delle imprese produttrici del settore per il biennio 2024-2025, senza considerare la riduzione da 400 milioni di euro degli acquisti di materie prime sempre dalle compagnie del comparto.
Secondo le stime dell’associazione, questa norma porterà un gettito di poco superiore ai 100 milioni di euro, una cifra piuttosto bassa se si considerano le perdite che la sugar tax comporterà in termini di gettito, vendite e potenziale impatto sui posti di lavoro.
Come fa sapere Assobibe, «siamo davvero stupiti dalla pronuncia della Consulta, ma ancora di più dalle motivazioni che si basano su un razionale scientifico contestabile e, soprattutto, slegato dai consumi reali in Italia», spiega il presidente dell’associazione Giangiacomo Pierini. «I Paesi agiscono con approcci diversi e in molti casi la sugar tax è stata introdotta per incentivare la riformulazione: noi l’abbiamo fatto senza bisogno di tasse arrivando a tagliare del 41% lo zucchero immesso a scaffale, anche attraverso azioni volontarie e protocolli siglati con il ministero della Salute, e applicando rigide autolimitazioni nella vendita verso i consumatori più fragili come i bambini. Lasciamo da parte cavilli giuridici in cui giudici affermano che lo zucchero sia da contrastare solo se presente nelle bibite», fa sapere Pierini.
Fatto sta che la sentenza numero 49 della Consulta ha dichiarato legittima la sugar tax, questione sollevata dalla seconda sezione del Tar del Lazio che l’aveva censurata per violazione del principio di eguaglianza tributaria, visto che si trattava di una tassa destinata a colpire solo alcune bevande analcoliche.
La norma era stata voluta inizialmente dal governo Conte 2 a fine del 2019. Poi innumerevoli proroghe ne hanno ritardato l’applicazione fino al primo luglio di quest’anno, quando quindi dovrebbe entrare in vigore con un importo di 10 euro per ettolitro nel caso di prodotti finiti e di 0,25 euro per chilogrammo nel caso di prodotti predisposti ad essere utilizzati previa diluizione.
Il punto, spiega Assobibe, è che l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione europea per consumi pro capite di bevande analcoliche (54 litri annui) e che l’impatto dei soft drink sulla dieta degli italiani è infinitesimale: 1% per gli adulti, 0,6% per i bambini. Inoltre, l’efficacia della tassa sulla riduzione dell’incidenza di sovrappeso, obesità e diabete non è dimostrata: nell’area definita come Zona Europa, che comprende oltre 53 paesi, l’Oms ha registrato che, al 2020, la sugar tax era stata inserita in 10 dei 53 Stati, il 19% del totale, producendo una contrazione dei consumi solo nel breve periodo per poi tornare ai livelli pre tassa. In mercati con tasse sulle bevande analcoliche come Messico, Finlandia, Cile, Regno Unito, Francia e Irlanda i tassi di obesità sono risultati persino in crescita, a dimostrazione che la tassa non si traduce in un miglioramento della dieta, tanto che alcuni Paesi hanno iniziato a eliminare la tassa sui soft drink. È stato così in Danimarca nel 2016, in Norvegia nel 2000, in Islanda nel 2000, in Israele nel 2022 e in Australia nel 2018.
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La filosofia della sugar tax è la stessa del siero obbligatorio: ai cittadini, ancora una volta colpevolizzati, va tolta la gazzosa altrimenti sviluppano il diabete e diventano un costo per la salute. Che intanto si può continuare a tagliare. A fronte dei 100 milioni di entrate generati dalla tassa, il gettito Iva calerà di 275 milioni. Assobibe: «Stupiti». Lo speciale contiene due articoli. La sugar tax non è incostituzionale. L’ha sentenziato ieri la Consulta, interpellata dal Tar del Lazio, dove erano stati depositati due ricorsi contro il balzello varato dal Conte bis, la cui entrata in vigore è stata poi posticipata fino a luglio di quest’anno. È un verdetto infelice. Non tanto per i 10 euro a ettolitro di Fanta, né per i 25 centesimi ogni chilo di dolcificante. È per il principio che la Corte ha definitivamente consacrato: quel «lo dice la scienza» in virtù del quale, sulla scia delle logiche adottate durante la pandemia, ci si è industriati per coprire decisioni molto politiche col velo dell’autorevolezza e della neutralità sapienziale. Già i giudici amministrativi avevano blindato un paio di capisaldi dello Stato etico. In primo luogo - si legge nel «Ritenuto in fatto» della Consulta - la liceità di varare «una misura idonea allo scopo di ridurre il consumo delle bevande» edulcorate, «per preservare al meglio la salute pubblica, in un’ottica precauzionale». Un obiettivo che avrebbe reso la norma, a parere delle toghe, proporzionata. Poi, la possibilità - caratteristica, secondo i magistrati, di una legge ragionevole - di conferire al tributo una «prevalente finalità extrafiscale»: il «contrasto di specifiche patologie». Al solito, il difetto dell’interventismo pubblico è che si sa dove inizia, ma non si capisce dove dovrebbe finire. Se l’idea è che, per «precauzione», vadano scoraggiate le abitudini insalubri, la lista delle gabelle rischia di essere interminabile: perché non mettere una bella tassa sulle fritture? E una sulle pastarelle? E una sul gelato? Nella vita, tutto ciò che è buono fa male. Il criterio regolativo lo ha individuato la Consulta, ricordando che la legge di bilancio 2020 fece «esplicito riferimento» a un «invito dell’Oms […] a introdurre una specifica tassazione delle bevande analcoliche prodotte con l’aggiunta di sostanze dolcificanti […], con l’obiettivo di limitarne il consumo e, conseguentemente, di contribuire alla riduzione dei tassi di sovrappeso e obesità, oltre che di carie e diabete, anche in virtù dei risultati, attestati dalla medesima organizzazione e da studi scientifici […]». Basterebbe allora «la medesima giustificazione scientifica» a escludere l’unico profilo di potenziale incostituzionalità del tributo, che avevano ravvisato i magistrati del Tar: il fatto, cioè, che esso colpisse le bibite ma non «altri prodotti alimentari contenenti le medesime sostanze» edulcoranti. Nessuna discriminazione irragionevole, ha argomentato invece la Corte: la fondatezza dell’imposta è «puntualmente attestata da studi scientifici riversati in raccomandazioni di organismi internazionali». Lo dice la scienza, lo dice l’Oms. Che avete da protestare? Sono le naturali conseguenze della filosofia sposata durante il Covid. Allora, il collegio aveva avallato i decreti di Mario Draghi sull’obbligo vaccinale, appoggiandosi a pareri istituzionali alquanto fragili sulla capacità dei farmaci disponibili di bloccare i contagi. In più, la Consulta aveva stabilito la conformità di quel provvedimento a due scopi: evitare il congestionamento degli ospedali, poiché gli inoculati avevano meno probabilità di essere ricoverati a causa del virus; e preservare il Servizio sanitario, confidando che il personale vaccinato, protetto dall’infezione, non si sarebbe assentato dal lavoro. È la ratio, tutta economica, della diminuzione delle «esternalità negative»: bevi la Sprite, ti viene il diabete, diventi un costo per l’erario; non ti vaccini, ti becchi il Covid, lasci sguarnito il reparto oppure «rubi» un posto letto, prezioso in quanto centellinato. Rimane il leggero sospetto che garantire copertura costituzionale alla colpevolizzazione del malato, sfruttando da paravento le valutazioni dei tecnici, serva a normalizzare la sistematica spoliazione dei sistemi sanitari pubblici. Il guaio, appunto, è che la trasformazione dello Stato in terapeuta e quella del cittadino in paziente sono processi difficili da arrestare. Sapete quante ne dice l’Oms? Se dovessimo dar retta al Global report on the use of alcohol taxes 2023, pubblicato lo scorso dicembre, non dovremmo forse introdurre un’accisa pure su birra e vino? Chi si era opposto alla sugar tax aveva toccato un punto dolente: se non va bene la Fanta, come mai vanno bene le merendine? La Consulta ha risposto che il «tertium comparationis» del ricorso, cioè l’allusione ad «altri prodotti alimentari», era troppo generico. D’accordo. Resta il fatto che, se al governo arrivasse la coalizione dei salutisti, in effetti nulla potrebbe impedirle di stangare le caciotte che aumentano il colesterolo, il Montepulciano che affatica il fegato, la carne rossa che dicono sia cancerogena e con gli allevamenti in cui le vacche scoreggiano inquina pure il pianeta. L’inghippo sta nell’ormai noto vezzo della Corte: aggrapparsi agli efori in camice bianco, ai funzionari di un’agenzia globale, oppure al diritto Ue, per convalidare scelte essenzialmente arbitrarie. Attenzione: arbitrario non significa illegittimo. Significa soltanto che, dove si vuol vedere il referto di una casta di esperti, in realtà c’è una volontà politica. L’errore è cercare nel posto sbagliato il fondamento extragiuridico delle decisioni. Questo maquillage sta cambiando i connotati alle nostre democrazie. Che valgono più dei tre centesimi di tassa sulla bottiglietta di Coca Cola. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sugar-tax-italia-2667609991.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-rischio-5-000-impieghi-e-lerario-ci-perde" data-post-id="2667609991" data-published-at="1711528340" data-use-pagination="False"> A rischio 5.000 impieghi. E l’erario ci perde La sugar tax tassa lo zucchero anche quando non c’è. Questa è la frase che racchiude il pensiero di Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche, dopo che la sugar tax è stata dichiarata costituzionalmente legittima dalla Consulta. Secondo i magistrati della Corte costituzionale, infatti, la norma compenserebbe le spese che dovrebbe affrontare lo Stato per i possibili danni alla salute dei cittadini. Il problema è che, secondo Assobibe, questa norma rischia solo di tassare maggiormente bevande il cui apporto di zucchero è già limitato e non nuoce alla salute, con l’unico effetto di affossarne il mercato e di ridurne il gettito fiscale tanto utile alla salute pubblica. In particolare, secondo uno studio di Nomisma, visto che la sugar tax colpisce anche le bevande senza zucchero (come quelle spesso definite light o zero), si stima che il mercato, con l’entrata in vigore della norma, subirà una contrazione delle vendite del 16% con un mancato gettito Iva per 275 milioni di euro. Inoltre, tutto questo potrebbe mettere a rischio anche i 5.050 posti di lavoro del settore, poiché si prevede un aumento medio del 28% della pressione fiscale per singolo litro di soft drink. Non solo, secondo lo studio, la sugar tax potrebbe portare a una riduzione di 46 milioni di euro di investimenti da parte delle imprese produttrici del settore per il biennio 2024-2025, senza considerare la riduzione da 400 milioni di euro degli acquisti di materie prime sempre dalle compagnie del comparto. Secondo le stime dell’associazione, questa norma porterà un gettito di poco superiore ai 100 milioni di euro, una cifra piuttosto bassa se si considerano le perdite che la sugar tax comporterà in termini di gettito, vendite e potenziale impatto sui posti di lavoro. Come fa sapere Assobibe, «siamo davvero stupiti dalla pronuncia della Consulta, ma ancora di più dalle motivazioni che si basano su un razionale scientifico contestabile e, soprattutto, slegato dai consumi reali in Italia», spiega il presidente dell’associazione Giangiacomo Pierini. «I Paesi agiscono con approcci diversi e in molti casi la sugar tax è stata introdotta per incentivare la riformulazione: noi l’abbiamo fatto senza bisogno di tasse arrivando a tagliare del 41% lo zucchero immesso a scaffale, anche attraverso azioni volontarie e protocolli siglati con il ministero della Salute, e applicando rigide autolimitazioni nella vendita verso i consumatori più fragili come i bambini. Lasciamo da parte cavilli giuridici in cui giudici affermano che lo zucchero sia da contrastare solo se presente nelle bibite», fa sapere Pierini. Fatto sta che la sentenza numero 49 della Consulta ha dichiarato legittima la sugar tax, questione sollevata dalla seconda sezione del Tar del Lazio che l’aveva censurata per violazione del principio di eguaglianza tributaria, visto che si trattava di una tassa destinata a colpire solo alcune bevande analcoliche. La norma era stata voluta inizialmente dal governo Conte 2 a fine del 2019. Poi innumerevoli proroghe ne hanno ritardato l’applicazione fino al primo luglio di quest’anno, quando quindi dovrebbe entrare in vigore con un importo di 10 euro per ettolitro nel caso di prodotti finiti e di 0,25 euro per chilogrammo nel caso di prodotti predisposti ad essere utilizzati previa diluizione. Il punto, spiega Assobibe, è che l’Italia è all’ultimo posto nell’Unione europea per consumi pro capite di bevande analcoliche (54 litri annui) e che l’impatto dei soft drink sulla dieta degli italiani è infinitesimale: 1% per gli adulti, 0,6% per i bambini. Inoltre, l’efficacia della tassa sulla riduzione dell’incidenza di sovrappeso, obesità e diabete non è dimostrata: nell’area definita come Zona Europa, che comprende oltre 53 paesi, l’Oms ha registrato che, al 2020, la sugar tax era stata inserita in 10 dei 53 Stati, il 19% del totale, producendo una contrazione dei consumi solo nel breve periodo per poi tornare ai livelli pre tassa. In mercati con tasse sulle bevande analcoliche come Messico, Finlandia, Cile, Regno Unito, Francia e Irlanda i tassi di obesità sono risultati persino in crescita, a dimostrazione che la tassa non si traduce in un miglioramento della dieta, tanto che alcuni Paesi hanno iniziato a eliminare la tassa sui soft drink. È stato così in Danimarca nel 2016, in Norvegia nel 2000, in Islanda nel 2000, in Israele nel 2022 e in Australia nel 2018.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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