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2019-09-27
Uno straniero sgozza
un vigilante a Roma. Ma il Pd non si tiene: «Vogliamo lo ius soli»
Ansa
Mentre un giovane immigrato di colore si toglieva la vita nel tunnel della stazione Metro B Tiburtina a Roma sparandosi alla testa con la pistola di una guardia giurata che aveva appena accoltellato, il Partito democratico, dopo aver riaperto i porti, vuole completare l'opera riproponendo lo ius soli, la riforma del riconoscimento della cittadinanza dei bambini nati in Italia.
L'aggressione si è consumata all'ora di punta davanti agli occhi atterriti di passeggeri che, abitualmente, viaggiano in metro o prendono il treno. L'allarme è arrivato al 112 in questi termini: «Un ragazzo si è tolto la vita sotto al tunnel della metropolitana. Ha ancora la pistola in mano». Sul posto sono intervenuti la polizia e il 118. L'immigrato è finito in obitorio, il vigilante, 55 anni, in servizio per un istituto di vigilanza privato, invece, in ospedale. Ha riportato ferite al collo ed è in condizioni definite gravi. Le ferite però non hanno compromesso le funzioni vitali e la vittima non è in pericolo di vita. L'aggressore, extracomunitario senza documenti addosso, non è stato ancora identificato. La polizia, che indaga sulla vicenda, è al lavoro per accertare i motivi che l'hanno spinto ad accoltellare il vigilante e poi a farla finita con un colpo di pistola alla testa, dopo aver sottratto l'arma alla vittima, sfilandola dalla fondina che era legata al cinturone.
Si cerca quindi di capire il contesto nel quale è maturata l'azione e di accertare se i due si conoscessero. Il procuratore facente funzioni Michele Prestipino, in attesa di una informativa della Digos, non ha ancora affidato il fascicolo. L'area è stata transennata e la polizia scientifica ha effettuato i rilievi. Gli investigatori acquisiranno anche i filmati delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti e stabilire se l'aggressore fosse un frequentatore abituale della stazione.
«La città è completamente fuori controllo e la sindaca Virginia Raggi è incapace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Serve qualcuno che metta la tutela dei romani al primo posto dell'azione politica, senza perdere tempo a nominare nel proprio staff e nella squadra di governo solo gli amici degli amici o yes men. Siamo vicini alla vittima di questo sconsiderato atto criminale che speriamo possa guarire presto dalle ferite riportate», ha tuonato Laura Corrotti, consigliera della Lega alla Regione Lazio.
Il fatto di cronaca, però, non ha fermato il dibattito politico sullo ius soli.
E a buttarla lì, su Twitter, non è stato un esponente qualunque del Pd, ma il suo presidente Matteo Orfini. Ecco le sue parole: «Ma se dicessimo va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari (definendo con quale nuova legge elettorale). Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli?». Orfini probabilmente, per schiacciare, ha preso la palla alzata dalla renziana Elena Bonetti, il neo ministro della Famiglia e delle Pari opportunità passato a Italia viva. «Penso che sia stato un errore nella scorsa legislatura non approvare la legge sullo ius culturae». Parole sulle quali si è fiondato ovviamente Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che da sempre è sulla linea del pro ius soli.
In molti ne stanno approfittando. Soprattutto dalle file del nuovo movimento renziano. Per esempio c'è il deputato Michele Anzaldi che ha proposto: «In attesa di un passaggio parlamentare complesso come lo ius soli, il Pd potrebbe intanto chiedere a Conte e al ministro Spadafora di varare la deroga per garantire il diritto allo sport ai ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, bloccati dalla burocrazia di Feder basket».
Fabio Amendolara
Alla faccia di Conte Macron stronca il patto fuffa dell’Ue sull’immigrazione
«Contrordine, compagni!», avrebbe sarcasticamente chiosato il grande Giovannino Guareschi. Ve lo ricordate l'accordo di Malta sull'immigrazione siglato lunedì? E soprattutto ve la ricordate la grancassa politica e mediatica - a testate quasi unificate - sul presunto successo del nuovo governo italiano? Giusto a titolo di veloce ripasso, ecco l'esultanza sfrenata di Giuseppe Conte, forse un omonimo del premier che aveva governato fianco a fianco con la Lega per 14 mesi: «Abbiamo fatto più a Malta in un giorno che Salvini in un anno. Se non si litiga, si ottiene. Parigi e Berlino aprono, un tempo era impensabile. Provocarli non pagava». E la neo ministro Luciana Lamorgese? Euforica pure lei: «Ora l'Italia non è più sola». Stentoreo Nicola Zingaretti: «Salvini cavalca o inventa i problemi, noi li risolviamo». In versione triumphans anche Dario Franceschini: «Ora è più facile capire che le minacce di Salvini all'Ue hanno prodotto solo danni, mentre l'azione politica e la credibilità di questo governo hanno portato a un accordo vero per la redistribuzione dei migranti». E poi Repubblica: «L'Europa s'è desta»; «Prima lezione al salvinismo», catoneggiava un fiammeggiante Claudio Tito. «Migranti, primo patto europeo», aggiungeva il Corriere. E via - un po' dappertutto - con melassa e zucchero in abbondanza: il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer descritto come un amicone, il francese Christophe Castaner come un parente stretto. Sparito il cattivo Salvini, ci si raccontava, i cugini francesi e tedeschi non aspettavano altro che venire in soccorso dell'amatissima Italia.
Purtroppo, sono bastate appena 36-48 ore affinché la cortina fumogena si diradasse, e apparisse la triste verità: solo due (piccoli) elementi positivi e per il resto una maxi fregatura, praticamente un buco con la fuffa intorno. Primo elemento positivo: l'accordo riguarderebbe non solo chi ha effettivamente diritto all'asilo, ma anche i migranti che si limitano a presentare la relativa domanda. Secondo elemento positivo: queste domande sarebbero esaminate anche dagli altri Paesi firmatari, non solo da noi. Fin qui, bene. Male tutto il resto, però. Al punto da rendere quasi ridicola l'esultanza che abbiamo ricapitolato poco fa. Per almeno sei ragioni. Primo: l'accordo è temporaneo («temporary arrangement»). Secondo: è su base volontaria, e non c'è modo di forzare i Paesi Ue ad aderirvi. Terzo: riguarda i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati quest'anno in Italia: tutti gli altri restano a carico nostro). Quarto: i migranti soccorsi da navi statali saranno sempre sbarcati nello Stato di bandiera (immaginate dove). Quinto (come spiegava ieri Francesco Borgonovo): se aderissero anche Grecia e Spagna, dovremmo farci carico pure delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati. Sesto: la sperimentazione dura sei mesi, ma se in questo semestre i numeri dovessero crescere troppo («substantially rise»), ci sarebbero consultazioni tra i Paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo potrebbe essere sospeso. È la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) dal primo giorno definiva l'accordo «revocable».
Morale della favola: l'Italia resta il super-hotspot verso cui tutti i flussi sono indirizzati, e poi si vedrà, nei limiti della magnanimità altrui. E soprattutto: con un meccanismo del genere, i trafficanti di esseri umani rischiano di essere incoraggiati e incentivati - anziché stroncati - nel loro orribile business.
Davanti a questi elementi fattuali, anche un bambino sarebbe stato cauto, diversamente dai nostri eroi Pd-M5S. In più, per sovrammercato, nelle ultime ore è arrivata (sempre da Parigi: e da dove, se no?) un'ulteriore mazzata per mano del solito Emmanuel Macron, che si conferma il più accogliente di tutti: ma solo con i porti degli altri. Che ha detto l'intquilino dell'Eliseo, lo stesso che una settimana sì e una no ci fa la predica, intervistato da Europe 1? Che «la Francia non può accogliere tutti: non dobbiamo essere un Paese che attrae troppo».
E per chi non avesse capito l'antifona, lunedì prossimo inizia al parlamento francese il Grand Débat proprio sull'immigrazione. Immaginate se, dopo la scoppola rimediata alle Europee da Macron, e con Marine Le Pen che ogni giorno gli spara addosso a palle incatenate, il presidente francese vorrà apparire tenero. L'opinione pubblica è inferocita: i due terzi dei francesi pensano che molti immigrati non si vogliano integrare (e quasi la stessa percentuale dichiara di non sentirsi più a casa propria). Non a caso, come La Verità vi ha raccontato per prima, circa una settimana fa, incontrando i parlamentari del suo partito, Macron ha anticipato loro che intende indurire la linea sui migranti, e che non basta il voto borghese, ma serve il consenso dei ceti popolari (ormai in fuga da lui).
È sufficiente fare due più due, e capire che, quando l'8 ottobre i partner europei si vedranno sottoporre le paginette redatte a Malta, non sarà solo il gruppo di Visegrad ad alzare il sopracciglio, ma tutti - pressoché senza eccezioni - risponderanno in primo luogo alla propria opinione pubblica nazionale, che chiede ovunque rigore. Inutile aspettarsi regali e carezze. Italia avvisata, purtroppo.
Daniele Capezzone
La «capitana» ci ha portato tre torturatori?
Nell'album fotografico degli sbarcati a Lampedusa il 29 giugno 2019 dalla Sea Watch di Carola Rackete c'era una foto segnaletica di Ahmed Hameda, nato in Egitto nel 1993. Era uno dei 40 immigrati scesi dopo il braccio di ferro e lo speronamento della motovedetta della Guardia costiera nel porto. A indicare l'uomo come un torturatore è stato Zanga, uno dei richiedenti asilo arrivati un mese sempre a Lampedusa sulla nave di un'altra Ong, la Mediterranea Saving Human. «È un carceriere dell'ex base militare di Zawyia, in Libia, dove sono stato prigioniero», ha raccontato alla polizia di frontiera il testimone, aggiungendo: «Era un uomo di fiducia dell'altro carceriere, tale Mahmud, erano sempre insieme. Era spregiudicato, picchiava tutti i prigionieri e li torturava frustandoli con cavi elettrici, li bastonava con tubi di gomma». Il Mahmud è stato poi identificato da un altro teste. Ed era anche lui sulla nave di Rackete: Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. E poco dopo è spuntato anche il terzo uomo: Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni. Ieri il Giornale ha lanciato la notizia della loro presenza sulla Sea Watch, scrivendo anche che «la neo titolare del Viminale Luciana Lamorgese avrebbe chiesto di far calare il silenzio sulla notizia».
Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito twittato: «Non solo ha violato le leggi e speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, ma il 29 giugno scorso la Sea Watch 3 di Carola Rackete avrebbe scaricato in Italia tre immigrati accusati di violenze, stupri, sequestro, omicidio. Alcuni parlamentari del Pd erano saliti a bordo per chiedere lo sbarco di tutti gli immigrati, compresi quelli che ora sono sospettati di essere feroci criminali. Chiediamo spiegazioni al premier, alla Farnesina, al Guardasigilli e al Viminale. Siamo pronti a denunciare Rackete e i parlamentari che hanno voluto a tutti i costi lo sbarco. Chiedano scusa all'Italia». E sui social ha allegato le foto di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), dei dem Matteo Orfini e Graziano Delrio e di Riccardo Magi (Più Europa).
Con loro, quel 29 giugno, sulla nave, stando alla ricostruzione della Procura di Palermo, c'erano i tre accusati oltre che di sequestro di persona e tratta di esseri umani, anche del reato di tortura. Avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawyia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dietro il pagamento di un riscatto. I tre fermati erano arrivati in Italia prima delle vittime. Perché? Secondo la ricostruzione degli investigatori, Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi.
I tre, scesi dalla Sea Watch 3, se ne sono andati insieme agli altri immigrati nell'hotspot di Messina e, nell'attesa che la loro pratica burocratica da richiedenti asilo venisse trattata, continuavano a coltivare le loro attività criminali, accogliendo e smistando gli immigrati arrivati con le navi successive.
Gad pretende «la pace con le Ong»
Gad Lerner è una sicurezza, non delude mai. C'è un governo severo contro l'immigrazione illegale, come quello di prima? Lui strepita contro il fascismo (di andata e di ritorno). C'è invece un governo che riapre tutto, come quello di adesso? Lui strepita lo stesso, rilancia, alza la posta, fa capire che un porto aperto non basta, bisogna almeno spalancarlo.
L'invettiva di Lerner dalle colonne di Repubblica è fiammeggiante. Uno schiaffo a Luigi Di Maio, per una volta che ne aveva detta una giusta («capisco l'imbarazzo di chi si era marchiato d'infamia etichettando come “taxi del mare"» le Ong, sibila Gad); un avvertimento al governo («bisogna che il Conte bis si metta d'accordo con se stesso»), e poi un grande classico, il richiamo al rischio nazifascista. Perché chi non è d'accordo con Lerner è sempre a rischio di capi di imputazione brucianti («nel secolo scorso tale argomento fu utilizzato per chiudere le porte a chi cercava scampo dalle persecuzioni del nazifascismo»).
E capite bene che in questi termini è perfino impossibile impostare una discussione pacata e reciprocamente rispettosa: se i sostenitori di una tesi sono equiparati ai crimini (o, come in questo caso, alle peggiori viltà) del Novecento, che dibattito vuoi fare? O nazisti, o fiancheggiatori oggettivi - magari inconsapevoli - del nazismo. Tertium non datur. C'è una scomunica morale preventiva contro chiunque osi proporre una linea di rigore, di contrasto all'immigrazione illegale e fuori controllo. Non c'è un dialogo in cui le due posizioni abbiano pari dignità, in cui sia riconosciuta accettabilità morale a chi (per inciso: la maggioranza schiacciante degli italiani, secondo tutte le rilevazioni) è favorevole all'immigrazione regolare e controllata, ma contrarissimo a quella clandestina e di massa. No: chi la pensa così viene precipitato in una specie di abisso etico-politico, senza redenzione possibile.
Lerner, invece, vuole quella che chiama una «pace con le Ong». Non gli basta l'accordo siglato a La Valletta, perché «esclude dalla redistribuzione i migranti che raggiungono le coste europee direttamente con le imbarcazioni degli scafisti». Ma guarda. E così Gad è di nuovo in prima linea con «le Ong, il Forum del terzo settore, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e scoutistiche che hanno avviato la campagna #ioaccolgo». Dirama le convocazioni e snocciola i punti da risolvere. Dà i compiti all'Italia e all'Europa. Ne ha per tutti. Dimentica solo una piccola cosa, sicuramente un dettaglio, un'inezia, nella sua visione delle cose: di indicarci un numero massimo, un tetto, un limite aritmetico al di là del quale non si possa andare. È questa cifra, è questo numerino (maledetta matematica!), quello che Lerner non vuole proprio mettere nero su bianco. L'accoglienza - par di capire - non ha numeri, non ha tetti, non ha soglie. Solo imperativi morali.
Peccato che la realtà si incarichi ogni giorno di sciupare questo tipo di narrazione. Ve la ricordare la Ocean Viking? Avevamo capito che i 182 immigrati sbarcati in Sicilia da quella nave dovevano rappresentare un primo banco di prova per la mitica solidarietà europea. E invece? Germania e Francia - fanno sapere - se ne prenderanno 50 a testa, 20 andranno in Portogallo, appena 4 (2+2) saranno ricollocati rispettivamente in Lussemburgo e in Irlanda. E tutti gli altri, cioè il numero più grande? L'avete già capito: i 58 sono destinati a rimanere qui, in Italia. Per carità. Qualcuno potrà dire: il mitico accordo di Malta non è ancora in vigore. Ma, a parte il fatto (come La Verità spiega da giorni, e lo facciamo anche oggi in un apposito articolo) che l'intesa di Malta è del tutto inconsistente, proprio i migranti dell'Ocean Viking dovevano rappresentare una prima occasione di solidarietà concreta. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare il finale di partita.
Senza dire che, in particolare ma non solo dalla Tunisia, sta proseguendo ed è anzi in via di intensificazione uno «sgocciolamento» di arrivi sulle nostre coste: soprattutto verso la Calabria (oltre che verso la Sicilia), attraverso imbarcazioni più piccole, barchini più che barconi, il cui via vai è incessante. La realtà sembra non rassegnarsi alle rampogne di Lerner e di Repubblica.
Daniele Capezzone
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A Roma un uomo di colore assale una guardia poi si toglie la vita. È l'ennesimo esempio di disagio sociale e violenza dovuto all'immigrazione. Intanto Matteo Orfini ritorna alla carica: «Legge sulla cittadinanza».Il presidente francese gela gli entusiasmi sgangherati dei dem e del nostro premier: «Noi non possiamo accogliere tutti».Dalla Sea Watch di Carola Rackete sono scesi carcerieri libici accusati di stupri e violenze. Ira di Matteo Salvini.In Calabria continuano ad arrivare irregolari provenienti dalla Tunisia. La maggior parte degli stranieri scesi dalla Ocean Viking rimarrà qui. Ma Gad Lerner ancora insiste.Lo speciale contiene quattro articoliMentre un giovane immigrato di colore si toglieva la vita nel tunnel della stazione Metro B Tiburtina a Roma sparandosi alla testa con la pistola di una guardia giurata che aveva appena accoltellato, il Partito democratico, dopo aver riaperto i porti, vuole completare l'opera riproponendo lo ius soli, la riforma del riconoscimento della cittadinanza dei bambini nati in Italia. L'aggressione si è consumata all'ora di punta davanti agli occhi atterriti di passeggeri che, abitualmente, viaggiano in metro o prendono il treno. L'allarme è arrivato al 112 in questi termini: «Un ragazzo si è tolto la vita sotto al tunnel della metropolitana. Ha ancora la pistola in mano». Sul posto sono intervenuti la polizia e il 118. L'immigrato è finito in obitorio, il vigilante, 55 anni, in servizio per un istituto di vigilanza privato, invece, in ospedale. Ha riportato ferite al collo ed è in condizioni definite gravi. Le ferite però non hanno compromesso le funzioni vitali e la vittima non è in pericolo di vita. L'aggressore, extracomunitario senza documenti addosso, non è stato ancora identificato. La polizia, che indaga sulla vicenda, è al lavoro per accertare i motivi che l'hanno spinto ad accoltellare il vigilante e poi a farla finita con un colpo di pistola alla testa, dopo aver sottratto l'arma alla vittima, sfilandola dalla fondina che era legata al cinturone. Si cerca quindi di capire il contesto nel quale è maturata l'azione e di accertare se i due si conoscessero. Il procuratore facente funzioni Michele Prestipino, in attesa di una informativa della Digos, non ha ancora affidato il fascicolo. L'area è stata transennata e la polizia scientifica ha effettuato i rilievi. Gli investigatori acquisiranno anche i filmati delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti e stabilire se l'aggressore fosse un frequentatore abituale della stazione.«La città è completamente fuori controllo e la sindaca Virginia Raggi è incapace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Serve qualcuno che metta la tutela dei romani al primo posto dell'azione politica, senza perdere tempo a nominare nel proprio staff e nella squadra di governo solo gli amici degli amici o yes men. Siamo vicini alla vittima di questo sconsiderato atto criminale che speriamo possa guarire presto dalle ferite riportate», ha tuonato Laura Corrotti, consigliera della Lega alla Regione Lazio. Il fatto di cronaca, però, non ha fermato il dibattito politico sullo ius soli. E a buttarla lì, su Twitter, non è stato un esponente qualunque del Pd, ma il suo presidente Matteo Orfini. Ecco le sue parole: «Ma se dicessimo va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari (definendo con quale nuova legge elettorale). Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli?». Orfini probabilmente, per schiacciare, ha preso la palla alzata dalla renziana Elena Bonetti, il neo ministro della Famiglia e delle Pari opportunità passato a Italia viva. «Penso che sia stato un errore nella scorsa legislatura non approvare la legge sullo ius culturae». Parole sulle quali si è fiondato ovviamente Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che da sempre è sulla linea del pro ius soli. In molti ne stanno approfittando. Soprattutto dalle file del nuovo movimento renziano. Per esempio c'è il deputato Michele Anzaldi che ha proposto: «In attesa di un passaggio parlamentare complesso come lo ius soli, il Pd potrebbe intanto chiedere a Conte e al ministro Spadafora di varare la deroga per garantire il diritto allo sport ai ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, bloccati dalla burocrazia di Feder basket».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-faccia-di-conte-macron-stronca-il-patto-fuffa-dellue-sullimmigrazione" data-post-id="2640637239" data-published-at="1776290719" data-use-pagination="False"> Alla faccia di Conte Macron stronca il patto fuffa dell’Ue sull’immigrazione «Contrordine, compagni!», avrebbe sarcasticamente chiosato il grande Giovannino Guareschi. Ve lo ricordate l'accordo di Malta sull'immigrazione siglato lunedì? E soprattutto ve la ricordate la grancassa politica e mediatica - a testate quasi unificate - sul presunto successo del nuovo governo italiano? Giusto a titolo di veloce ripasso, ecco l'esultanza sfrenata di Giuseppe Conte, forse un omonimo del premier che aveva governato fianco a fianco con la Lega per 14 mesi: «Abbiamo fatto più a Malta in un giorno che Salvini in un anno. Se non si litiga, si ottiene. Parigi e Berlino aprono, un tempo era impensabile. Provocarli non pagava». E la neo ministro Luciana Lamorgese? Euforica pure lei: «Ora l'Italia non è più sola». Stentoreo Nicola Zingaretti: «Salvini cavalca o inventa i problemi, noi li risolviamo». In versione triumphans anche Dario Franceschini: «Ora è più facile capire che le minacce di Salvini all'Ue hanno prodotto solo danni, mentre l'azione politica e la credibilità di questo governo hanno portato a un accordo vero per la redistribuzione dei migranti». E poi Repubblica: «L'Europa s'è desta»; «Prima lezione al salvinismo», catoneggiava un fiammeggiante Claudio Tito. «Migranti, primo patto europeo», aggiungeva il Corriere. E via - un po' dappertutto - con melassa e zucchero in abbondanza: il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer descritto come un amicone, il francese Christophe Castaner come un parente stretto. Sparito il cattivo Salvini, ci si raccontava, i cugini francesi e tedeschi non aspettavano altro che venire in soccorso dell'amatissima Italia. Purtroppo, sono bastate appena 36-48 ore affinché la cortina fumogena si diradasse, e apparisse la triste verità: solo due (piccoli) elementi positivi e per il resto una maxi fregatura, praticamente un buco con la fuffa intorno. Primo elemento positivo: l'accordo riguarderebbe non solo chi ha effettivamente diritto all'asilo, ma anche i migranti che si limitano a presentare la relativa domanda. Secondo elemento positivo: queste domande sarebbero esaminate anche dagli altri Paesi firmatari, non solo da noi. Fin qui, bene. Male tutto il resto, però. Al punto da rendere quasi ridicola l'esultanza che abbiamo ricapitolato poco fa. Per almeno sei ragioni. Primo: l'accordo è temporaneo («temporary arrangement»). Secondo: è su base volontaria, e non c'è modo di forzare i Paesi Ue ad aderirvi. Terzo: riguarda i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati quest'anno in Italia: tutti gli altri restano a carico nostro). Quarto: i migranti soccorsi da navi statali saranno sempre sbarcati nello Stato di bandiera (immaginate dove). Quinto (come spiegava ieri Francesco Borgonovo): se aderissero anche Grecia e Spagna, dovremmo farci carico pure delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati. Sesto: la sperimentazione dura sei mesi, ma se in questo semestre i numeri dovessero crescere troppo («substantially rise»), ci sarebbero consultazioni tra i Paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo potrebbe essere sospeso. È la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale della favola: l'Italia resta il super-hotspot verso cui tutti i flussi sono indirizzati, e poi si vedrà, nei limiti della magnanimità altrui. E soprattutto: con un meccanismo del genere, i trafficanti di esseri umani rischiano di essere incoraggiati e incentivati - anziché stroncati - nel loro orribile business. Davanti a questi elementi fattuali, anche un bambino sarebbe stato cauto, diversamente dai nostri eroi Pd-M5S. In più, per sovrammercato, nelle ultime ore è arrivata (sempre da Parigi: e da dove, se no?) un'ulteriore mazzata per mano del solito Emmanuel Macron, che si conferma il più accogliente di tutti: ma solo con i porti degli altri. Che ha detto l'intquilino dell'Eliseo, lo stesso che una settimana sì e una no ci fa la predica, intervistato da Europe 1? Che «la Francia non può accogliere tutti: non dobbiamo essere un Paese che attrae troppo». E per chi non avesse capito l'antifona, lunedì prossimo inizia al parlamento francese il Grand Débat proprio sull'immigrazione. Immaginate se, dopo la scoppola rimediata alle Europee da Macron, e con Marine Le Pen che ogni giorno gli spara addosso a palle incatenate, il presidente francese vorrà apparire tenero. L'opinione pubblica è inferocita: i due terzi dei francesi pensano che molti immigrati non si vogliano integrare (e quasi la stessa percentuale dichiara di non sentirsi più a casa propria). Non a caso, come La Verità vi ha raccontato per prima, circa una settimana fa, incontrando i parlamentari del suo partito, Macron ha anticipato loro che intende indurire la linea sui migranti, e che non basta il voto borghese, ma serve il consenso dei ceti popolari (ormai in fuga da lui). È sufficiente fare due più due, e capire che, quando l'8 ottobre i partner europei si vedranno sottoporre le paginette redatte a Malta, non sarà solo il gruppo di Visegrad ad alzare il sopracciglio, ma tutti - pressoché senza eccezioni - risponderanno in primo luogo alla propria opinione pubblica nazionale, che chiede ovunque rigore. Inutile aspettarsi regali e carezze. Italia avvisata, purtroppo. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-capitana-ci-ha-portato-tre-torturatori" data-post-id="2640637239" data-published-at="1776290719" data-use-pagination="False"> La «capitana» ci ha portato tre torturatori? Nell'album fotografico degli sbarcati a Lampedusa il 29 giugno 2019 dalla Sea Watch di Carola Rackete c'era una foto segnaletica di Ahmed Hameda, nato in Egitto nel 1993. Era uno dei 40 immigrati scesi dopo il braccio di ferro e lo speronamento della motovedetta della Guardia costiera nel porto. A indicare l'uomo come un torturatore è stato Zanga, uno dei richiedenti asilo arrivati un mese sempre a Lampedusa sulla nave di un'altra Ong, la Mediterranea Saving Human. «È un carceriere dell'ex base militare di Zawyia, in Libia, dove sono stato prigioniero», ha raccontato alla polizia di frontiera il testimone, aggiungendo: «Era un uomo di fiducia dell'altro carceriere, tale Mahmud, erano sempre insieme. Era spregiudicato, picchiava tutti i prigionieri e li torturava frustandoli con cavi elettrici, li bastonava con tubi di gomma». Il Mahmud è stato poi identificato da un altro teste. Ed era anche lui sulla nave di Rackete: Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. E poco dopo è spuntato anche il terzo uomo: Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni. Ieri il Giornale ha lanciato la notizia della loro presenza sulla Sea Watch, scrivendo anche che «la neo titolare del Viminale Luciana Lamorgese avrebbe chiesto di far calare il silenzio sulla notizia». Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito twittato: «Non solo ha violato le leggi e speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, ma il 29 giugno scorso la Sea Watch 3 di Carola Rackete avrebbe scaricato in Italia tre immigrati accusati di violenze, stupri, sequestro, omicidio. Alcuni parlamentari del Pd erano saliti a bordo per chiedere lo sbarco di tutti gli immigrati, compresi quelli che ora sono sospettati di essere feroci criminali. Chiediamo spiegazioni al premier, alla Farnesina, al Guardasigilli e al Viminale. Siamo pronti a denunciare Rackete e i parlamentari che hanno voluto a tutti i costi lo sbarco. Chiedano scusa all'Italia». E sui social ha allegato le foto di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), dei dem Matteo Orfini e Graziano Delrio e di Riccardo Magi (Più Europa). Con loro, quel 29 giugno, sulla nave, stando alla ricostruzione della Procura di Palermo, c'erano i tre accusati oltre che di sequestro di persona e tratta di esseri umani, anche del reato di tortura. Avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawyia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dietro il pagamento di un riscatto. I tre fermati erano arrivati in Italia prima delle vittime. Perché? Secondo la ricostruzione degli investigatori, Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi. I tre, scesi dalla Sea Watch 3, se ne sono andati insieme agli altri immigrati nell'hotspot di Messina e, nell'attesa che la loro pratica burocratica da richiedenti asilo venisse trattata, continuavano a coltivare le loro attività criminali, accogliendo e smistando gli immigrati arrivati con le navi successive. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gad-pretende-la-pace-con-le-ong" data-post-id="2640637239" data-published-at="1776290719" data-use-pagination="False"> Gad pretende «la pace con le Ong» Gad Lerner è una sicurezza, non delude mai. C'è un governo severo contro l'immigrazione illegale, come quello di prima? Lui strepita contro il fascismo (di andata e di ritorno). C'è invece un governo che riapre tutto, come quello di adesso? Lui strepita lo stesso, rilancia, alza la posta, fa capire che un porto aperto non basta, bisogna almeno spalancarlo. L'invettiva di Lerner dalle colonne di Repubblica è fiammeggiante. Uno schiaffo a Luigi Di Maio, per una volta che ne aveva detta una giusta («capisco l'imbarazzo di chi si era marchiato d'infamia etichettando come “taxi del mare"» le Ong, sibila Gad); un avvertimento al governo («bisogna che il Conte bis si metta d'accordo con se stesso»), e poi un grande classico, il richiamo al rischio nazifascista. Perché chi non è d'accordo con Lerner è sempre a rischio di capi di imputazione brucianti («nel secolo scorso tale argomento fu utilizzato per chiudere le porte a chi cercava scampo dalle persecuzioni del nazifascismo»). E capite bene che in questi termini è perfino impossibile impostare una discussione pacata e reciprocamente rispettosa: se i sostenitori di una tesi sono equiparati ai crimini (o, come in questo caso, alle peggiori viltà) del Novecento, che dibattito vuoi fare? O nazisti, o fiancheggiatori oggettivi - magari inconsapevoli - del nazismo. Tertium non datur. C'è una scomunica morale preventiva contro chiunque osi proporre una linea di rigore, di contrasto all'immigrazione illegale e fuori controllo. Non c'è un dialogo in cui le due posizioni abbiano pari dignità, in cui sia riconosciuta accettabilità morale a chi (per inciso: la maggioranza schiacciante degli italiani, secondo tutte le rilevazioni) è favorevole all'immigrazione regolare e controllata, ma contrarissimo a quella clandestina e di massa. No: chi la pensa così viene precipitato in una specie di abisso etico-politico, senza redenzione possibile. Lerner, invece, vuole quella che chiama una «pace con le Ong». Non gli basta l'accordo siglato a La Valletta, perché «esclude dalla redistribuzione i migranti che raggiungono le coste europee direttamente con le imbarcazioni degli scafisti». Ma guarda. E così Gad è di nuovo in prima linea con «le Ong, il Forum del terzo settore, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e scoutistiche che hanno avviato la campagna #ioaccolgo». Dirama le convocazioni e snocciola i punti da risolvere. Dà i compiti all'Italia e all'Europa. Ne ha per tutti. Dimentica solo una piccola cosa, sicuramente un dettaglio, un'inezia, nella sua visione delle cose: di indicarci un numero massimo, un tetto, un limite aritmetico al di là del quale non si possa andare. È questa cifra, è questo numerino (maledetta matematica!), quello che Lerner non vuole proprio mettere nero su bianco. L'accoglienza - par di capire - non ha numeri, non ha tetti, non ha soglie. Solo imperativi morali. Peccato che la realtà si incarichi ogni giorno di sciupare questo tipo di narrazione. Ve la ricordare la Ocean Viking? Avevamo capito che i 182 immigrati sbarcati in Sicilia da quella nave dovevano rappresentare un primo banco di prova per la mitica solidarietà europea. E invece? Germania e Francia - fanno sapere - se ne prenderanno 50 a testa, 20 andranno in Portogallo, appena 4 (2+2) saranno ricollocati rispettivamente in Lussemburgo e in Irlanda. E tutti gli altri, cioè il numero più grande? L'avete già capito: i 58 sono destinati a rimanere qui, in Italia. Per carità. Qualcuno potrà dire: il mitico accordo di Malta non è ancora in vigore. Ma, a parte il fatto (come La Verità spiega da giorni, e lo facciamo anche oggi in un apposito articolo) che l'intesa di Malta è del tutto inconsistente, proprio i migranti dell'Ocean Viking dovevano rappresentare una prima occasione di solidarietà concreta. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare il finale di partita. Senza dire che, in particolare ma non solo dalla Tunisia, sta proseguendo ed è anzi in via di intensificazione uno «sgocciolamento» di arrivi sulle nostre coste: soprattutto verso la Calabria (oltre che verso la Sicilia), attraverso imbarcazioni più piccole, barchini più che barconi, il cui via vai è incessante. La realtà sembra non rassegnarsi alle rampogne di Lerner e di Repubblica. Daniele Capezzone
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Il Fuorisalone diventa banco di prova per il 5G di nuova generazione. In occasione dell’edizione 2026 della Milano Design Week, Iliad sceglie di portare sul campo il 5G Standalone, la versione più avanzata della tecnologia mobile, applicandola a uno degli aspetti più critici degli eventi ad alta affluenza: la gestione degli accessi.
L’operatore, presente come partner tecnico della manifestazione, mette a disposizione la propria infrastruttura per supportare le procedure di check-in e accredito in alcuni eventi selezionati del circuito. Un utilizzo concreto, pensato per dimostrare come la rete possa reggere l’impatto di migliaia di utenti connessi contemporaneamente, tra ingressi, consultazione di informazioni e condivisione di contenuti.
Il sistema ruota attorno al Fuorisalone Passport, il passaporto digitale promosso da Fuorisalone.it: una registrazione unica che consente ai visitatori di ottenere un QR Code personale e accedere agli eventi della Brera Design Week. L’obiettivo è semplificare l’esperienza, evitando code e rallentamenti soprattutto nei momenti di maggiore affluenza.
Ed è proprio su questo punto che entra in gioco il 5G Standalone. A differenza delle reti 5G tradizionali, ancora appoggiate all’infrastruttura 4G, la versione «standalone» funziona in modo autonomo: lo smartphone comunica direttamente con l’antenna 5G. Un passaggio che si traduce in tempi di risposta più rapidi e maggiore capacità di gestione dei dispositivi connessi.
Nel contesto del Fuorisalone, questo significa check-in quasi istantanei e sistemi di accredito che restano stabili anche sotto pressione, quando migliaia di persone accedono contemporaneamente agli eventi.
Per Iliad si tratta di un ulteriore passo nel percorso avviato nel 2018, anno di ingresso nel mercato italiano, accompagnato da investimenti superiori ai 4 miliardi di euro per costruire una rete mobile nazionale. Dopo il lancio del Wi-Fi 7 nel 2025, l’operatore introduce ora anche il 5G Standalone, posizionandosi tra i primi in Italia a farlo.
Al di là del caso specifico, la tecnologia promette applicazioni più ampie: dalla realtà aumentata al cloud gaming, fino alle videochiamate in altissima definizione, con connessioni più stabili anche in ambienti affollati. Tra le funzionalità chiave c’è il cosiddetto network slicing, che permette di «ritagliare» porzioni di rete dedicate a servizi specifici, ottimizzando prestazioni e affidabilità senza incidere sul traffico generale.
Un test su scala reale, dunque, che punta a trasformare un evento complesso come il Fuorisalone in un laboratorio a cielo aperto per le reti del futuro.
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Ansa
L’Ungheria è il caso più recente, con il «dittatore» Viktor Orbán che «mai lascerà il potere».
Anzi: «Impedirà al popolo sovrano di esprimersi», o comunque «farà di tutto per inquinare il responso delle urne».
Sappiamo com’è finita.
E che dire di Giorgia Meloni?
Fino alla vigilia del referendum sulla giustizia, era la «ducetta» a capo di un soffocante «regime», che stava riducendo gli spazi democratici e calpestando i diritti civili, mentre l’onda montante delle camicie nere non si limitava a emergere solo a Predappio o in via Acca Larentia, ma stava per travolgere le stesse istituzioni nate dalla Liberazione e dalla Resistenza.
Questo grazie anche a Tele Meloni.
Sappiamo com’è finita: con gli stessi - pronti (a parole), fino a cinque minuti prima, ad andare in montagna «per opporsi all’invasor» - a esultare in piazza per celebrare la saggezza degli italiani, che hanno urlato nelle urne: «La Costituzione non si tocca!».
Salvo che a modificarla non sia la sinistra, come fece con il titolo V nel 2001, introducendo il federalismo amministrativo e aprendo la strada all’autonomia differenziata (che la destra ha potuto mettere in cantiere proprio in virtù di quell'iniziativa).
Nota a margine: siccome l’Italia è piena di «antifa di maniera e di carriera», secondo la perculante fotografia di Antonio Padellaro in Antifascisti immaginari, ecco Laura Boldrini orgogliosa di aver impedito, in nome della libertà di parola (propria), un convegno sulla remigrazione organizzato dalla destra in Parlamento.
Peccato solo che lei, nel 2018, da presidente della Camera, non avesse impedito, nonostante le proteste, un analogo convegno di Casapound, non detenendo, dichiarò all’epoca, «alcun potere per autorizzare o vietare l’uso della sala stampa qualora questa venga prenotata da un deputato».
Rimanendo a Meloni e dintorni: mai, come da quando lei è arrivata a palazzo Chigi, il patriarcato - altro ritornello - avrebbe trovato nuova linfa e vigore.
E già così il cortocircuito propagandistico fa ridere, visto che è la destra, machista e sessista, a incoronare la prima donna premier.
Il bello è che più si parla di donne sottomesse in funzione ancillare, più si stanno facendo strada le leadership al femminile.
Cos’è stata l’elezione di Elly Schlein come segretario Pd se non il tentativo di recuperare il gap con la destra?
Mentre già sta scaldando i motori la stilosa Silvia Salis, e vedremo se andrà lunga o meno alla prima curva, che un giorno potrebbe vedersela non con Giorgia ma con Marina Berlusconi (che secondo il Fatto Quotidiano di ieri, avrebbe chiesto agli autori di Ciao Darwin di Paolo Bonolis di scriverle «gag» e «aneddoti portatili», perché se mai scendesse davvero in campo naturalmente, e ditemi se anche questo non è un pregiudizio, lo farebbe in stile Bagaglino, o giù di lì...).
Seconda nota a margine: è da quando ero iscritto alla Fgci, metà anni Settanta, che sento dire che in Italia c’è un «regime», altro vocabolo prêt-à-porter indispensabile nel vocabolario di ogni sincero democratico.
All’epoca era quello della Dc. Poi ci furono quelli di Bettino Craxi, di Silvio, di Matteo Renzi, Beppe Grillo e, appunto, Meloni.
In fondo, una continuità «di sistema» che certifica quanto avesse ragione (e qui esce il radicale libertario che è in me, fortunatamente subentrato al giovane comunista) Marco Pannella: in Italia l’unico regime, mefitico e irriformabile, è quello partitocratico.
E vogliamo parlare della pervasività dei pro Pal? Con i loro diktat: «A Gaza è genocidio, punto», e l'esibizionismo etico dei flottilleros, partiti non si sa ancora bene con quali obiettivi, se non quello di monopolizzare er dibattitto, facendo addirittura titolare alla Stampa (2 ottobre 2025): «Flottilla, l’Italia si blocca», nientemeno, con annesso sciopero a sostegno proclamato dai sindacati? Con Matteo Ricci del Pd che andava sul palco con la bandiera palestinese, e sappiamo com’è finita nelle Marche, e Pasquale Tridico del M5s che annunciava come primo atto da governatore il riconoscimento dello Stato palestinese, e sappiamo com’è finita.
Flashback. Settembre 2022, vigilia delle elezioni politiche.
Dall’Huffington Post: «ll segretario esorta, almeno dieci volte, a “combattere”, alzando anche sapientemente i decibel: a “combattere la destra”, “uniti”, “casa per casa”, “con tutta la passione possibile”, a “combattere” per “le nostre buone ragioni nel governo”». Non basta. «Il leader prosegue: “Le classi dirigenti italiane non hanno capito che qui non è in gioco un’alleanza di governo o il destino di un leader, ma la tenuta della nazione nei prossimi anni”». Chiosa del giornalista: «È un riflesso antico, la grande chiamata alle armi, l’allarme massimo, “democratico” si sarebbe detto una volta: c’è una destra, rocciosa, incombente, negazionista, “estrema”, che “non si vergogna a candidare i fascisti”, un pericolo così grande che non consente il lusso di perdersi in chiacchiere, in dibattiti e critiche perché “l’avversario non è qui, è la destra”».
E qui arriva lo sfottò: «L’allarme è a intermittenza, oggi c’è ma ieri non c’era, domani chissà. Un’enfasi che, gira che ti rigira, porta sempre a rispolverare l’armamentario della propria giovinezza: l’antifascismo, i partigiani, Bella ciao, il sangue versato per la democrazia». Perché «è chiaro: l’unica cosa che può tenere assieme il tutto è l’allarme rappresentato dalla destra incombente».
Il tutto a firma di Alessandro De Angelis, vicedirettore della testata online, ospite fisso di Lilli Gruber su La7, a commento degli slogan abusati da Nicola Zingaretti nel suo comizio alla Festa dell’Unità di Modena.
Del resto, lo sappiamo: riposizionati a sinistra, fai tuo l’aforisma «il fascismo non è un'ideologia, è un crimine», e camperai tranquillo.
Come invitava Ennio Flaiano nel Frasario essenziale (Bompiani): «Iscrivetevi al Partito comunista. Vantaggi: sarete temuti e rispettati; libertà privata totale; ampie possibilità per il futuro; viaggi in comitiva; nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema; guadagno in caso di rivoluzione (almeno per i primi tempi); colloquio con i giovani; ammirazione del ceto borghese; ampie facilitazioni sessuali; possibilità di protesta; rapida carriera; firme di manifesti vari; impunità per delitti politici e di opinione; in casi disperati, alone di martirio». Era il 1969. Sappiamo com’è finita.
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Ecco #DimmiLaVerità del 15 aprile 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni.