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2019-09-27
Uno straniero sgozza
un vigilante a Roma. Ma il Pd non si tiene: «Vogliamo lo ius soli»
Ansa
Mentre un giovane immigrato di colore si toglieva la vita nel tunnel della stazione Metro B Tiburtina a Roma sparandosi alla testa con la pistola di una guardia giurata che aveva appena accoltellato, il Partito democratico, dopo aver riaperto i porti, vuole completare l'opera riproponendo lo ius soli, la riforma del riconoscimento della cittadinanza dei bambini nati in Italia.
L'aggressione si è consumata all'ora di punta davanti agli occhi atterriti di passeggeri che, abitualmente, viaggiano in metro o prendono il treno. L'allarme è arrivato al 112 in questi termini: «Un ragazzo si è tolto la vita sotto al tunnel della metropolitana. Ha ancora la pistola in mano». Sul posto sono intervenuti la polizia e il 118. L'immigrato è finito in obitorio, il vigilante, 55 anni, in servizio per un istituto di vigilanza privato, invece, in ospedale. Ha riportato ferite al collo ed è in condizioni definite gravi. Le ferite però non hanno compromesso le funzioni vitali e la vittima non è in pericolo di vita. L'aggressore, extracomunitario senza documenti addosso, non è stato ancora identificato. La polizia, che indaga sulla vicenda, è al lavoro per accertare i motivi che l'hanno spinto ad accoltellare il vigilante e poi a farla finita con un colpo di pistola alla testa, dopo aver sottratto l'arma alla vittima, sfilandola dalla fondina che era legata al cinturone.
Si cerca quindi di capire il contesto nel quale è maturata l'azione e di accertare se i due si conoscessero. Il procuratore facente funzioni Michele Prestipino, in attesa di una informativa della Digos, non ha ancora affidato il fascicolo. L'area è stata transennata e la polizia scientifica ha effettuato i rilievi. Gli investigatori acquisiranno anche i filmati delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti e stabilire se l'aggressore fosse un frequentatore abituale della stazione.
«La città è completamente fuori controllo e la sindaca Virginia Raggi è incapace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Serve qualcuno che metta la tutela dei romani al primo posto dell'azione politica, senza perdere tempo a nominare nel proprio staff e nella squadra di governo solo gli amici degli amici o yes men. Siamo vicini alla vittima di questo sconsiderato atto criminale che speriamo possa guarire presto dalle ferite riportate», ha tuonato Laura Corrotti, consigliera della Lega alla Regione Lazio.
Il fatto di cronaca, però, non ha fermato il dibattito politico sullo ius soli.
E a buttarla lì, su Twitter, non è stato un esponente qualunque del Pd, ma il suo presidente Matteo Orfini. Ecco le sue parole: «Ma se dicessimo va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari (definendo con quale nuova legge elettorale). Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli?». Orfini probabilmente, per schiacciare, ha preso la palla alzata dalla renziana Elena Bonetti, il neo ministro della Famiglia e delle Pari opportunità passato a Italia viva. «Penso che sia stato un errore nella scorsa legislatura non approvare la legge sullo ius culturae». Parole sulle quali si è fiondato ovviamente Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che da sempre è sulla linea del pro ius soli.
In molti ne stanno approfittando. Soprattutto dalle file del nuovo movimento renziano. Per esempio c'è il deputato Michele Anzaldi che ha proposto: «In attesa di un passaggio parlamentare complesso come lo ius soli, il Pd potrebbe intanto chiedere a Conte e al ministro Spadafora di varare la deroga per garantire il diritto allo sport ai ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, bloccati dalla burocrazia di Feder basket».
Fabio Amendolara
Alla faccia di Conte Macron stronca il patto fuffa dell’Ue sull’immigrazione
«Contrordine, compagni!», avrebbe sarcasticamente chiosato il grande Giovannino Guareschi. Ve lo ricordate l'accordo di Malta sull'immigrazione siglato lunedì? E soprattutto ve la ricordate la grancassa politica e mediatica - a testate quasi unificate - sul presunto successo del nuovo governo italiano? Giusto a titolo di veloce ripasso, ecco l'esultanza sfrenata di Giuseppe Conte, forse un omonimo del premier che aveva governato fianco a fianco con la Lega per 14 mesi: «Abbiamo fatto più a Malta in un giorno che Salvini in un anno. Se non si litiga, si ottiene. Parigi e Berlino aprono, un tempo era impensabile. Provocarli non pagava». E la neo ministro Luciana Lamorgese? Euforica pure lei: «Ora l'Italia non è più sola». Stentoreo Nicola Zingaretti: «Salvini cavalca o inventa i problemi, noi li risolviamo». In versione triumphans anche Dario Franceschini: «Ora è più facile capire che le minacce di Salvini all'Ue hanno prodotto solo danni, mentre l'azione politica e la credibilità di questo governo hanno portato a un accordo vero per la redistribuzione dei migranti». E poi Repubblica: «L'Europa s'è desta»; «Prima lezione al salvinismo», catoneggiava un fiammeggiante Claudio Tito. «Migranti, primo patto europeo», aggiungeva il Corriere. E via - un po' dappertutto - con melassa e zucchero in abbondanza: il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer descritto come un amicone, il francese Christophe Castaner come un parente stretto. Sparito il cattivo Salvini, ci si raccontava, i cugini francesi e tedeschi non aspettavano altro che venire in soccorso dell'amatissima Italia.
Purtroppo, sono bastate appena 36-48 ore affinché la cortina fumogena si diradasse, e apparisse la triste verità: solo due (piccoli) elementi positivi e per il resto una maxi fregatura, praticamente un buco con la fuffa intorno. Primo elemento positivo: l'accordo riguarderebbe non solo chi ha effettivamente diritto all'asilo, ma anche i migranti che si limitano a presentare la relativa domanda. Secondo elemento positivo: queste domande sarebbero esaminate anche dagli altri Paesi firmatari, non solo da noi. Fin qui, bene. Male tutto il resto, però. Al punto da rendere quasi ridicola l'esultanza che abbiamo ricapitolato poco fa. Per almeno sei ragioni. Primo: l'accordo è temporaneo («temporary arrangement»). Secondo: è su base volontaria, e non c'è modo di forzare i Paesi Ue ad aderirvi. Terzo: riguarda i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati quest'anno in Italia: tutti gli altri restano a carico nostro). Quarto: i migranti soccorsi da navi statali saranno sempre sbarcati nello Stato di bandiera (immaginate dove). Quinto (come spiegava ieri Francesco Borgonovo): se aderissero anche Grecia e Spagna, dovremmo farci carico pure delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati. Sesto: la sperimentazione dura sei mesi, ma se in questo semestre i numeri dovessero crescere troppo («substantially rise»), ci sarebbero consultazioni tra i Paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo potrebbe essere sospeso. È la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) dal primo giorno definiva l'accordo «revocable».
Morale della favola: l'Italia resta il super-hotspot verso cui tutti i flussi sono indirizzati, e poi si vedrà, nei limiti della magnanimità altrui. E soprattutto: con un meccanismo del genere, i trafficanti di esseri umani rischiano di essere incoraggiati e incentivati - anziché stroncati - nel loro orribile business.
Davanti a questi elementi fattuali, anche un bambino sarebbe stato cauto, diversamente dai nostri eroi Pd-M5S. In più, per sovrammercato, nelle ultime ore è arrivata (sempre da Parigi: e da dove, se no?) un'ulteriore mazzata per mano del solito Emmanuel Macron, che si conferma il più accogliente di tutti: ma solo con i porti degli altri. Che ha detto l'intquilino dell'Eliseo, lo stesso che una settimana sì e una no ci fa la predica, intervistato da Europe 1? Che «la Francia non può accogliere tutti: non dobbiamo essere un Paese che attrae troppo».
E per chi non avesse capito l'antifona, lunedì prossimo inizia al parlamento francese il Grand Débat proprio sull'immigrazione. Immaginate se, dopo la scoppola rimediata alle Europee da Macron, e con Marine Le Pen che ogni giorno gli spara addosso a palle incatenate, il presidente francese vorrà apparire tenero. L'opinione pubblica è inferocita: i due terzi dei francesi pensano che molti immigrati non si vogliano integrare (e quasi la stessa percentuale dichiara di non sentirsi più a casa propria). Non a caso, come La Verità vi ha raccontato per prima, circa una settimana fa, incontrando i parlamentari del suo partito, Macron ha anticipato loro che intende indurire la linea sui migranti, e che non basta il voto borghese, ma serve il consenso dei ceti popolari (ormai in fuga da lui).
È sufficiente fare due più due, e capire che, quando l'8 ottobre i partner europei si vedranno sottoporre le paginette redatte a Malta, non sarà solo il gruppo di Visegrad ad alzare il sopracciglio, ma tutti - pressoché senza eccezioni - risponderanno in primo luogo alla propria opinione pubblica nazionale, che chiede ovunque rigore. Inutile aspettarsi regali e carezze. Italia avvisata, purtroppo.
Daniele Capezzone
La «capitana» ci ha portato tre torturatori?
Nell'album fotografico degli sbarcati a Lampedusa il 29 giugno 2019 dalla Sea Watch di Carola Rackete c'era una foto segnaletica di Ahmed Hameda, nato in Egitto nel 1993. Era uno dei 40 immigrati scesi dopo il braccio di ferro e lo speronamento della motovedetta della Guardia costiera nel porto. A indicare l'uomo come un torturatore è stato Zanga, uno dei richiedenti asilo arrivati un mese sempre a Lampedusa sulla nave di un'altra Ong, la Mediterranea Saving Human. «È un carceriere dell'ex base militare di Zawyia, in Libia, dove sono stato prigioniero», ha raccontato alla polizia di frontiera il testimone, aggiungendo: «Era un uomo di fiducia dell'altro carceriere, tale Mahmud, erano sempre insieme. Era spregiudicato, picchiava tutti i prigionieri e li torturava frustandoli con cavi elettrici, li bastonava con tubi di gomma». Il Mahmud è stato poi identificato da un altro teste. Ed era anche lui sulla nave di Rackete: Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. E poco dopo è spuntato anche il terzo uomo: Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni. Ieri il Giornale ha lanciato la notizia della loro presenza sulla Sea Watch, scrivendo anche che «la neo titolare del Viminale Luciana Lamorgese avrebbe chiesto di far calare il silenzio sulla notizia».
Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito twittato: «Non solo ha violato le leggi e speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, ma il 29 giugno scorso la Sea Watch 3 di Carola Rackete avrebbe scaricato in Italia tre immigrati accusati di violenze, stupri, sequestro, omicidio. Alcuni parlamentari del Pd erano saliti a bordo per chiedere lo sbarco di tutti gli immigrati, compresi quelli che ora sono sospettati di essere feroci criminali. Chiediamo spiegazioni al premier, alla Farnesina, al Guardasigilli e al Viminale. Siamo pronti a denunciare Rackete e i parlamentari che hanno voluto a tutti i costi lo sbarco. Chiedano scusa all'Italia». E sui social ha allegato le foto di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), dei dem Matteo Orfini e Graziano Delrio e di Riccardo Magi (Più Europa).
Con loro, quel 29 giugno, sulla nave, stando alla ricostruzione della Procura di Palermo, c'erano i tre accusati oltre che di sequestro di persona e tratta di esseri umani, anche del reato di tortura. Avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawyia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dietro il pagamento di un riscatto. I tre fermati erano arrivati in Italia prima delle vittime. Perché? Secondo la ricostruzione degli investigatori, Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi.
I tre, scesi dalla Sea Watch 3, se ne sono andati insieme agli altri immigrati nell'hotspot di Messina e, nell'attesa che la loro pratica burocratica da richiedenti asilo venisse trattata, continuavano a coltivare le loro attività criminali, accogliendo e smistando gli immigrati arrivati con le navi successive.
Gad pretende «la pace con le Ong»
Gad Lerner è una sicurezza, non delude mai. C'è un governo severo contro l'immigrazione illegale, come quello di prima? Lui strepita contro il fascismo (di andata e di ritorno). C'è invece un governo che riapre tutto, come quello di adesso? Lui strepita lo stesso, rilancia, alza la posta, fa capire che un porto aperto non basta, bisogna almeno spalancarlo.
L'invettiva di Lerner dalle colonne di Repubblica è fiammeggiante. Uno schiaffo a Luigi Di Maio, per una volta che ne aveva detta una giusta («capisco l'imbarazzo di chi si era marchiato d'infamia etichettando come “taxi del mare"» le Ong, sibila Gad); un avvertimento al governo («bisogna che il Conte bis si metta d'accordo con se stesso»), e poi un grande classico, il richiamo al rischio nazifascista. Perché chi non è d'accordo con Lerner è sempre a rischio di capi di imputazione brucianti («nel secolo scorso tale argomento fu utilizzato per chiudere le porte a chi cercava scampo dalle persecuzioni del nazifascismo»).
E capite bene che in questi termini è perfino impossibile impostare una discussione pacata e reciprocamente rispettosa: se i sostenitori di una tesi sono equiparati ai crimini (o, come in questo caso, alle peggiori viltà) del Novecento, che dibattito vuoi fare? O nazisti, o fiancheggiatori oggettivi - magari inconsapevoli - del nazismo. Tertium non datur. C'è una scomunica morale preventiva contro chiunque osi proporre una linea di rigore, di contrasto all'immigrazione illegale e fuori controllo. Non c'è un dialogo in cui le due posizioni abbiano pari dignità, in cui sia riconosciuta accettabilità morale a chi (per inciso: la maggioranza schiacciante degli italiani, secondo tutte le rilevazioni) è favorevole all'immigrazione regolare e controllata, ma contrarissimo a quella clandestina e di massa. No: chi la pensa così viene precipitato in una specie di abisso etico-politico, senza redenzione possibile.
Lerner, invece, vuole quella che chiama una «pace con le Ong». Non gli basta l'accordo siglato a La Valletta, perché «esclude dalla redistribuzione i migranti che raggiungono le coste europee direttamente con le imbarcazioni degli scafisti». Ma guarda. E così Gad è di nuovo in prima linea con «le Ong, il Forum del terzo settore, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e scoutistiche che hanno avviato la campagna #ioaccolgo». Dirama le convocazioni e snocciola i punti da risolvere. Dà i compiti all'Italia e all'Europa. Ne ha per tutti. Dimentica solo una piccola cosa, sicuramente un dettaglio, un'inezia, nella sua visione delle cose: di indicarci un numero massimo, un tetto, un limite aritmetico al di là del quale non si possa andare. È questa cifra, è questo numerino (maledetta matematica!), quello che Lerner non vuole proprio mettere nero su bianco. L'accoglienza - par di capire - non ha numeri, non ha tetti, non ha soglie. Solo imperativi morali.
Peccato che la realtà si incarichi ogni giorno di sciupare questo tipo di narrazione. Ve la ricordare la Ocean Viking? Avevamo capito che i 182 immigrati sbarcati in Sicilia da quella nave dovevano rappresentare un primo banco di prova per la mitica solidarietà europea. E invece? Germania e Francia - fanno sapere - se ne prenderanno 50 a testa, 20 andranno in Portogallo, appena 4 (2+2) saranno ricollocati rispettivamente in Lussemburgo e in Irlanda. E tutti gli altri, cioè il numero più grande? L'avete già capito: i 58 sono destinati a rimanere qui, in Italia. Per carità. Qualcuno potrà dire: il mitico accordo di Malta non è ancora in vigore. Ma, a parte il fatto (come La Verità spiega da giorni, e lo facciamo anche oggi in un apposito articolo) che l'intesa di Malta è del tutto inconsistente, proprio i migranti dell'Ocean Viking dovevano rappresentare una prima occasione di solidarietà concreta. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare il finale di partita.
Senza dire che, in particolare ma non solo dalla Tunisia, sta proseguendo ed è anzi in via di intensificazione uno «sgocciolamento» di arrivi sulle nostre coste: soprattutto verso la Calabria (oltre che verso la Sicilia), attraverso imbarcazioni più piccole, barchini più che barconi, il cui via vai è incessante. La realtà sembra non rassegnarsi alle rampogne di Lerner e di Repubblica.
Daniele Capezzone
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A Roma un uomo di colore assale una guardia poi si toglie la vita. È l'ennesimo esempio di disagio sociale e violenza dovuto all'immigrazione. Intanto Matteo Orfini ritorna alla carica: «Legge sulla cittadinanza».Il presidente francese gela gli entusiasmi sgangherati dei dem e del nostro premier: «Noi non possiamo accogliere tutti».Dalla Sea Watch di Carola Rackete sono scesi carcerieri libici accusati di stupri e violenze. Ira di Matteo Salvini.In Calabria continuano ad arrivare irregolari provenienti dalla Tunisia. La maggior parte degli stranieri scesi dalla Ocean Viking rimarrà qui. Ma Gad Lerner ancora insiste.Lo speciale contiene quattro articoliMentre un giovane immigrato di colore si toglieva la vita nel tunnel della stazione Metro B Tiburtina a Roma sparandosi alla testa con la pistola di una guardia giurata che aveva appena accoltellato, il Partito democratico, dopo aver riaperto i porti, vuole completare l'opera riproponendo lo ius soli, la riforma del riconoscimento della cittadinanza dei bambini nati in Italia. L'aggressione si è consumata all'ora di punta davanti agli occhi atterriti di passeggeri che, abitualmente, viaggiano in metro o prendono il treno. L'allarme è arrivato al 112 in questi termini: «Un ragazzo si è tolto la vita sotto al tunnel della metropolitana. Ha ancora la pistola in mano». Sul posto sono intervenuti la polizia e il 118. L'immigrato è finito in obitorio, il vigilante, 55 anni, in servizio per un istituto di vigilanza privato, invece, in ospedale. Ha riportato ferite al collo ed è in condizioni definite gravi. Le ferite però non hanno compromesso le funzioni vitali e la vittima non è in pericolo di vita. L'aggressore, extracomunitario senza documenti addosso, non è stato ancora identificato. La polizia, che indaga sulla vicenda, è al lavoro per accertare i motivi che l'hanno spinto ad accoltellare il vigilante e poi a farla finita con un colpo di pistola alla testa, dopo aver sottratto l'arma alla vittima, sfilandola dalla fondina che era legata al cinturone. Si cerca quindi di capire il contesto nel quale è maturata l'azione e di accertare se i due si conoscessero. Il procuratore facente funzioni Michele Prestipino, in attesa di una informativa della Digos, non ha ancora affidato il fascicolo. L'area è stata transennata e la polizia scientifica ha effettuato i rilievi. Gli investigatori acquisiranno anche i filmati delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti e stabilire se l'aggressore fosse un frequentatore abituale della stazione.«La città è completamente fuori controllo e la sindaca Virginia Raggi è incapace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Serve qualcuno che metta la tutela dei romani al primo posto dell'azione politica, senza perdere tempo a nominare nel proprio staff e nella squadra di governo solo gli amici degli amici o yes men. Siamo vicini alla vittima di questo sconsiderato atto criminale che speriamo possa guarire presto dalle ferite riportate», ha tuonato Laura Corrotti, consigliera della Lega alla Regione Lazio. Il fatto di cronaca, però, non ha fermato il dibattito politico sullo ius soli. E a buttarla lì, su Twitter, non è stato un esponente qualunque del Pd, ma il suo presidente Matteo Orfini. Ecco le sue parole: «Ma se dicessimo va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari (definendo con quale nuova legge elettorale). Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli?». Orfini probabilmente, per schiacciare, ha preso la palla alzata dalla renziana Elena Bonetti, il neo ministro della Famiglia e delle Pari opportunità passato a Italia viva. «Penso che sia stato un errore nella scorsa legislatura non approvare la legge sullo ius culturae». Parole sulle quali si è fiondato ovviamente Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che da sempre è sulla linea del pro ius soli. In molti ne stanno approfittando. Soprattutto dalle file del nuovo movimento renziano. Per esempio c'è il deputato Michele Anzaldi che ha proposto: «In attesa di un passaggio parlamentare complesso come lo ius soli, il Pd potrebbe intanto chiedere a Conte e al ministro Spadafora di varare la deroga per garantire il diritto allo sport ai ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, bloccati dalla burocrazia di Feder basket».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-faccia-di-conte-macron-stronca-il-patto-fuffa-dellue-sullimmigrazione" data-post-id="2640637239" data-published-at="1781155555" data-use-pagination="False"> Alla faccia di Conte Macron stronca il patto fuffa dell’Ue sull’immigrazione «Contrordine, compagni!», avrebbe sarcasticamente chiosato il grande Giovannino Guareschi. Ve lo ricordate l'accordo di Malta sull'immigrazione siglato lunedì? E soprattutto ve la ricordate la grancassa politica e mediatica - a testate quasi unificate - sul presunto successo del nuovo governo italiano? Giusto a titolo di veloce ripasso, ecco l'esultanza sfrenata di Giuseppe Conte, forse un omonimo del premier che aveva governato fianco a fianco con la Lega per 14 mesi: «Abbiamo fatto più a Malta in un giorno che Salvini in un anno. Se non si litiga, si ottiene. Parigi e Berlino aprono, un tempo era impensabile. Provocarli non pagava». E la neo ministro Luciana Lamorgese? Euforica pure lei: «Ora l'Italia non è più sola». Stentoreo Nicola Zingaretti: «Salvini cavalca o inventa i problemi, noi li risolviamo». In versione triumphans anche Dario Franceschini: «Ora è più facile capire che le minacce di Salvini all'Ue hanno prodotto solo danni, mentre l'azione politica e la credibilità di questo governo hanno portato a un accordo vero per la redistribuzione dei migranti». E poi Repubblica: «L'Europa s'è desta»; «Prima lezione al salvinismo», catoneggiava un fiammeggiante Claudio Tito. «Migranti, primo patto europeo», aggiungeva il Corriere. E via - un po' dappertutto - con melassa e zucchero in abbondanza: il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer descritto come un amicone, il francese Christophe Castaner come un parente stretto. Sparito il cattivo Salvini, ci si raccontava, i cugini francesi e tedeschi non aspettavano altro che venire in soccorso dell'amatissima Italia. Purtroppo, sono bastate appena 36-48 ore affinché la cortina fumogena si diradasse, e apparisse la triste verità: solo due (piccoli) elementi positivi e per il resto una maxi fregatura, praticamente un buco con la fuffa intorno. Primo elemento positivo: l'accordo riguarderebbe non solo chi ha effettivamente diritto all'asilo, ma anche i migranti che si limitano a presentare la relativa domanda. Secondo elemento positivo: queste domande sarebbero esaminate anche dagli altri Paesi firmatari, non solo da noi. Fin qui, bene. Male tutto il resto, però. Al punto da rendere quasi ridicola l'esultanza che abbiamo ricapitolato poco fa. Per almeno sei ragioni. Primo: l'accordo è temporaneo («temporary arrangement»). Secondo: è su base volontaria, e non c'è modo di forzare i Paesi Ue ad aderirvi. Terzo: riguarda i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati quest'anno in Italia: tutti gli altri restano a carico nostro). Quarto: i migranti soccorsi da navi statali saranno sempre sbarcati nello Stato di bandiera (immaginate dove). Quinto (come spiegava ieri Francesco Borgonovo): se aderissero anche Grecia e Spagna, dovremmo farci carico pure delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati. Sesto: la sperimentazione dura sei mesi, ma se in questo semestre i numeri dovessero crescere troppo («substantially rise»), ci sarebbero consultazioni tra i Paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo potrebbe essere sospeso. È la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale della favola: l'Italia resta il super-hotspot verso cui tutti i flussi sono indirizzati, e poi si vedrà, nei limiti della magnanimità altrui. E soprattutto: con un meccanismo del genere, i trafficanti di esseri umani rischiano di essere incoraggiati e incentivati - anziché stroncati - nel loro orribile business. Davanti a questi elementi fattuali, anche un bambino sarebbe stato cauto, diversamente dai nostri eroi Pd-M5S. In più, per sovrammercato, nelle ultime ore è arrivata (sempre da Parigi: e da dove, se no?) un'ulteriore mazzata per mano del solito Emmanuel Macron, che si conferma il più accogliente di tutti: ma solo con i porti degli altri. Che ha detto l'intquilino dell'Eliseo, lo stesso che una settimana sì e una no ci fa la predica, intervistato da Europe 1? Che «la Francia non può accogliere tutti: non dobbiamo essere un Paese che attrae troppo». E per chi non avesse capito l'antifona, lunedì prossimo inizia al parlamento francese il Grand Débat proprio sull'immigrazione. Immaginate se, dopo la scoppola rimediata alle Europee da Macron, e con Marine Le Pen che ogni giorno gli spara addosso a palle incatenate, il presidente francese vorrà apparire tenero. L'opinione pubblica è inferocita: i due terzi dei francesi pensano che molti immigrati non si vogliano integrare (e quasi la stessa percentuale dichiara di non sentirsi più a casa propria). Non a caso, come La Verità vi ha raccontato per prima, circa una settimana fa, incontrando i parlamentari del suo partito, Macron ha anticipato loro che intende indurire la linea sui migranti, e che non basta il voto borghese, ma serve il consenso dei ceti popolari (ormai in fuga da lui). È sufficiente fare due più due, e capire che, quando l'8 ottobre i partner europei si vedranno sottoporre le paginette redatte a Malta, non sarà solo il gruppo di Visegrad ad alzare il sopracciglio, ma tutti - pressoché senza eccezioni - risponderanno in primo luogo alla propria opinione pubblica nazionale, che chiede ovunque rigore. Inutile aspettarsi regali e carezze. Italia avvisata, purtroppo. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-capitana-ci-ha-portato-tre-torturatori" data-post-id="2640637239" data-published-at="1781155555" data-use-pagination="False"> La «capitana» ci ha portato tre torturatori? Nell'album fotografico degli sbarcati a Lampedusa il 29 giugno 2019 dalla Sea Watch di Carola Rackete c'era una foto segnaletica di Ahmed Hameda, nato in Egitto nel 1993. Era uno dei 40 immigrati scesi dopo il braccio di ferro e lo speronamento della motovedetta della Guardia costiera nel porto. A indicare l'uomo come un torturatore è stato Zanga, uno dei richiedenti asilo arrivati un mese sempre a Lampedusa sulla nave di un'altra Ong, la Mediterranea Saving Human. «È un carceriere dell'ex base militare di Zawyia, in Libia, dove sono stato prigioniero», ha raccontato alla polizia di frontiera il testimone, aggiungendo: «Era un uomo di fiducia dell'altro carceriere, tale Mahmud, erano sempre insieme. Era spregiudicato, picchiava tutti i prigionieri e li torturava frustandoli con cavi elettrici, li bastonava con tubi di gomma». Il Mahmud è stato poi identificato da un altro teste. Ed era anche lui sulla nave di Rackete: Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. E poco dopo è spuntato anche il terzo uomo: Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni. Ieri il Giornale ha lanciato la notizia della loro presenza sulla Sea Watch, scrivendo anche che «la neo titolare del Viminale Luciana Lamorgese avrebbe chiesto di far calare il silenzio sulla notizia». Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito twittato: «Non solo ha violato le leggi e speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, ma il 29 giugno scorso la Sea Watch 3 di Carola Rackete avrebbe scaricato in Italia tre immigrati accusati di violenze, stupri, sequestro, omicidio. Alcuni parlamentari del Pd erano saliti a bordo per chiedere lo sbarco di tutti gli immigrati, compresi quelli che ora sono sospettati di essere feroci criminali. Chiediamo spiegazioni al premier, alla Farnesina, al Guardasigilli e al Viminale. Siamo pronti a denunciare Rackete e i parlamentari che hanno voluto a tutti i costi lo sbarco. Chiedano scusa all'Italia». E sui social ha allegato le foto di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), dei dem Matteo Orfini e Graziano Delrio e di Riccardo Magi (Più Europa). Con loro, quel 29 giugno, sulla nave, stando alla ricostruzione della Procura di Palermo, c'erano i tre accusati oltre che di sequestro di persona e tratta di esseri umani, anche del reato di tortura. Avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawyia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dietro il pagamento di un riscatto. I tre fermati erano arrivati in Italia prima delle vittime. Perché? Secondo la ricostruzione degli investigatori, Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi. I tre, scesi dalla Sea Watch 3, se ne sono andati insieme agli altri immigrati nell'hotspot di Messina e, nell'attesa che la loro pratica burocratica da richiedenti asilo venisse trattata, continuavano a coltivare le loro attività criminali, accogliendo e smistando gli immigrati arrivati con le navi successive. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gad-pretende-la-pace-con-le-ong" data-post-id="2640637239" data-published-at="1781155555" data-use-pagination="False"> Gad pretende «la pace con le Ong» Gad Lerner è una sicurezza, non delude mai. C'è un governo severo contro l'immigrazione illegale, come quello di prima? Lui strepita contro il fascismo (di andata e di ritorno). C'è invece un governo che riapre tutto, come quello di adesso? Lui strepita lo stesso, rilancia, alza la posta, fa capire che un porto aperto non basta, bisogna almeno spalancarlo. L'invettiva di Lerner dalle colonne di Repubblica è fiammeggiante. Uno schiaffo a Luigi Di Maio, per una volta che ne aveva detta una giusta («capisco l'imbarazzo di chi si era marchiato d'infamia etichettando come “taxi del mare"» le Ong, sibila Gad); un avvertimento al governo («bisogna che il Conte bis si metta d'accordo con se stesso»), e poi un grande classico, il richiamo al rischio nazifascista. Perché chi non è d'accordo con Lerner è sempre a rischio di capi di imputazione brucianti («nel secolo scorso tale argomento fu utilizzato per chiudere le porte a chi cercava scampo dalle persecuzioni del nazifascismo»). E capite bene che in questi termini è perfino impossibile impostare una discussione pacata e reciprocamente rispettosa: se i sostenitori di una tesi sono equiparati ai crimini (o, come in questo caso, alle peggiori viltà) del Novecento, che dibattito vuoi fare? O nazisti, o fiancheggiatori oggettivi - magari inconsapevoli - del nazismo. Tertium non datur. C'è una scomunica morale preventiva contro chiunque osi proporre una linea di rigore, di contrasto all'immigrazione illegale e fuori controllo. Non c'è un dialogo in cui le due posizioni abbiano pari dignità, in cui sia riconosciuta accettabilità morale a chi (per inciso: la maggioranza schiacciante degli italiani, secondo tutte le rilevazioni) è favorevole all'immigrazione regolare e controllata, ma contrarissimo a quella clandestina e di massa. No: chi la pensa così viene precipitato in una specie di abisso etico-politico, senza redenzione possibile. Lerner, invece, vuole quella che chiama una «pace con le Ong». Non gli basta l'accordo siglato a La Valletta, perché «esclude dalla redistribuzione i migranti che raggiungono le coste europee direttamente con le imbarcazioni degli scafisti». Ma guarda. E così Gad è di nuovo in prima linea con «le Ong, il Forum del terzo settore, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e scoutistiche che hanno avviato la campagna #ioaccolgo». Dirama le convocazioni e snocciola i punti da risolvere. Dà i compiti all'Italia e all'Europa. Ne ha per tutti. Dimentica solo una piccola cosa, sicuramente un dettaglio, un'inezia, nella sua visione delle cose: di indicarci un numero massimo, un tetto, un limite aritmetico al di là del quale non si possa andare. È questa cifra, è questo numerino (maledetta matematica!), quello che Lerner non vuole proprio mettere nero su bianco. L'accoglienza - par di capire - non ha numeri, non ha tetti, non ha soglie. Solo imperativi morali. Peccato che la realtà si incarichi ogni giorno di sciupare questo tipo di narrazione. Ve la ricordare la Ocean Viking? Avevamo capito che i 182 immigrati sbarcati in Sicilia da quella nave dovevano rappresentare un primo banco di prova per la mitica solidarietà europea. E invece? Germania e Francia - fanno sapere - se ne prenderanno 50 a testa, 20 andranno in Portogallo, appena 4 (2+2) saranno ricollocati rispettivamente in Lussemburgo e in Irlanda. E tutti gli altri, cioè il numero più grande? L'avete già capito: i 58 sono destinati a rimanere qui, in Italia. Per carità. Qualcuno potrà dire: il mitico accordo di Malta non è ancora in vigore. Ma, a parte il fatto (come La Verità spiega da giorni, e lo facciamo anche oggi in un apposito articolo) che l'intesa di Malta è del tutto inconsistente, proprio i migranti dell'Ocean Viking dovevano rappresentare una prima occasione di solidarietà concreta. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare il finale di partita. Senza dire che, in particolare ma non solo dalla Tunisia, sta proseguendo ed è anzi in via di intensificazione uno «sgocciolamento» di arrivi sulle nostre coste: soprattutto verso la Calabria (oltre che verso la Sicilia), attraverso imbarcazioni più piccole, barchini più che barconi, il cui via vai è incessante. La realtà sembra non rassegnarsi alle rampogne di Lerner e di Repubblica. Daniele Capezzone
Imagoeconomica
Ovviamente è giusto che un espatriato, seppure di cittadinanza italiana, sia chiamato a pagare nel caso riceva assistenza medica a carico del servizio pubblico. Infatti, se risiede all’estero le tasse le paga nel Paese in cui vive e dunque non può pretendere di godere dei vantaggi di un welfare che i contribuenti mantengono in piedi versando ogni anno migliaia di euro di imposte. Tuttavia, ciò che è giusto in linea di principio poi si scontra con la pratica e, paradossalmente, diventa una discriminazione nei confronti di persone che per lunghi anni sono vissute in Italia e con le loro tasse hanno contribuito a far crescere Pil e servizi. Già, perché agli stranieri senza permesso di soggiorno le cure sono comunque garantite, a prescindere dal reddito e dalla residenza. In teoria, uno straniero può addirittura trasferirsi in Italia proprio per essere curato nei nostri ospedali e nel momento in cui dimostra di non avere soldi può ricevere un’assistenza gratuita a carico del servizio sanitario nazionale.
Quante volte è capitato di trovare i corridoi del Pronto soccorso affollati da clandestini che per di più pretendono di essere curati rapidamente, nonostante i malesseri lamentati non siano da codice rosso? Credo che la fila di stranieri sia capitata a tutti, in quanto spesso gli extracomunitari scambiano il Pronto soccorso per la guardia medica o, addirittura, per il dottore di famiglia e dunque se ne avvalgono anche quando hanno una banale influenza. Beh, sappiate che gli immigrati senza permesso ricevono le cure a spese nostre, anche se non hanno una residenza in Italia e non sono in grado di esibire una carta di credito per pagare ticket o medicinali. Requisiti che invece sono richiesti agli italiani che hanno traslocato fuori dai confini nazionali.
Vi sembra incredibile? Eppure, è così e a ribadirlo, recentemente, è stata la stessa Corte costituzionale. I giudici della legge, hanno stabilito con una sentenza che anche in assenza di un permesso di soggiorno regolare, lo straniero con una invalidità non possa essere chiamato a pagare. Disposizione bizzarra, soprattutto nel momento in cui uno straniero con regolare permesso di soggiorno è tenuto a contribuire al pari degli italiani.
La discriminazione è evidente. Perché è pur vero che centinaia di pensionati si trasferiscono all’estero per godere dei benefici di una tassazione favorevole, ma è altrettanto certo che molti di costoro hanno pagato tasse e contributi per una vita e dunque, anche se espatriati, hanno più titolo per essere curati di un clandestino. Poi c’è il caso dei molti giovani costretti a emigrare, per ragioni di studio o di lavoro. Anche per loro fare le valigie significa sobbarcarsi, nel caso ne abbiano bisogno, del pagamento delle spese mediche in Italia, soprattutto se non sono in grado di dimostrare di essere indigenti.
Obblighi da cui sono invece esentati i migranti, i quali proprio in virtù delle loro condizioni hanno diritto all’assistenza gratuita. Come per altro possono ottenere aiuti per le bollette, corsie preferenziali per gli alloggi pubblici e, qualora abbiano figli minori, pure negli asili. Insomma, è il mondo al contrario, dove lo slogan «Prima gli italiani» è stato trasformato in «Prima gli stranieri».
Con buona pace di quell’altro principio costituzionale che dovrebbe garantire a tutti parità di trattamento.
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La formano, oltre ai sindacalisti e ai partigiani Nonna Roma, Arci e «oltre trenta realtà associative antifasciste». Nel testo esprimono «la più netta contrarietà e preoccupazione in merito alla manifestazione annunciata per il 13 giugno a Roma sulla cosiddetta remigrazione, una proposta razzista e xenofoba, in aperto contrasto con i valori della Costituzione, con i principi fondamentali della democrazia e con la natura antifascista della nostra Repubblica. Riteniamo estremamente grave», dicono Cgil e soci, «che nella Capitale d’Italia possano trovare spazio soggetti che diffondono e promuovono il rimpatrio forzato delle persone straniere nei Paesi di provenienza, riproponendo nei fatti ideologie fondate sulla superiorità razziale, sull’esclusione e sull’odio, che richiamano le pagine più oscure e vergognose della storia italiana. Roma è una città multiculturale per storia e per tradizione, da sempre attraversata dall’intreccio di popoli, culture e differenze. È inoltre Città Medaglia d’Oro per la Resistenza. Proprio per questo, lo svolgimento di una manifestazione che intende richiamarsi a una nuova marcia su Roma appare ancora più inaccettabile e provocatorio, perché colpisce direttamente l’identità democratica, antifascista e inclusiva della città».
Insomma, Anpi e sindacato ritengono che «le istituzioni abbiano il dovere di dare un segnale netto, a difesa della convivenza civile, della dignità delle persone e dei principi democratici su cui si fonda la nostra Repubblica». In nome dell’antifascismo e della democrazia, i progressisti pretendono che sindaco e prefetto di Roma intervengano «nei rispettivi ambiti di competenza, affinché venga impedito lo svolgimento di questa manifestazione e di ogni altra iniziativa fondata sull’odio razziale, sulla discriminazione e sulla negazione dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione».
La solfa la conosciamo, è la stessa di sempre: se non sei d’accordo con loro, devi essere ridotto al silenzio. Ci sarebbe perfino da ignorarli, se questi continui appelli alla cancellazione delle idee divergenti non avessero ogni volta un effetto. Di solito infatti funziona così: viene annunciata una manifestazione di destra, Anpi e compagni fanno caciara, si alza il polverone e le autorità decidono di spostare la manifestazione per «ragioni di ordine pubblico». È accaduto di recente a Bologna, dove l’evento sulla remigrazione è stato confinato in periferia, perdendo ovviamente appeal. Ma anche qualora il programma non cambi il danno c’è ugualmente: qualcuno che magari avrebbe voluto presentarsi in piazza potrebbe rimanere a casa per evitare problemi. Già, perché non solo i simpatici antifa hanno chiesto la censura. Esattamente come accaduto a Milano in occasione di una manifestazione della Lega, Cgil, Anpi e altri hanno convocato un contro corteo, con tanto di locandina disegnata da Zerocalcare, antifascista di professione al servizio di Netflix.
In pratica i nostri eroi protestano contro altri cittadini che protestano. Fantastico, democrazia in purezza. Come spesso accade, poi, alla contro manifestazione della Cgil se ne affiancherà un’altra organizzata da Potere al popolo e affini. Vecchia tecnica: partigiani, sindacato e sinistra di palazzo forniscono la copertura istituzionale. Poi arrivano gli antagonisti a fare il lavoro sporco. Qualora ci fossero disordini, ovviamente, darebbero tutti la colpa alla destra.
È un sistema patetico, che tuttavia porta ancora qualche risultato. Ha addirittura un piccolo aspetto di utilità: mostra cioè quale sia la funzione esclusiva di Cgil e Anpi. E fa riflettere sul ruolo del sindacato: continua da anni a chiedere frontiere aperte e accoglienza, poi però frigna e si sbraccia se i caporali pakistani bruciano vivi quattro connazionali schiavi. Forse se perdessero meno tempo a chiedere di tappare la bocca agli altri e si occupassero con più serietà dei diritti dei lavoratori oggi saremmo in una situazione diversa e non ci sarebbe bisogno di chiedere la remigrazione.
Quello che Cgil e sinistra tutta non capiscono è che la remigrazione è semplicemente la soluzione più umana e pacifica a un problema che potrebbe provocare ben altre reazioni. Basti guardare che cosa accade nel Regno Unito. Dopo un rifugiato ha cercato di sgozzare un uomo in Irlanda del Nord, a Belfast sono esplose manifestazioni piuttosto ruvide. Altre si sono viste in Inghilterra, anzi si vedono ormai da un paio di anni almeno. Finora i governi d’Albione hanno duramente represso ogni protesta, arrivando a incarcerare perfino chi osava pubblicare commenti online a supporto dei cortei. Il premier britannico Starmer non sembra avere cambiato atteggiamento: ieri ha condannato con durezza i disordini di Belfast. Ebbene, la Cgil (più in piccolo) e Starmer fanno le stesse cose: ostacolano e biasimano chi protesta, e intanto alimentano il caos migratorio. Tacciono di fronte a delitti, stupri e disagi, ma strepitano contro il fascismo immaginario.
Proprio l’Irlanda però dovrebbe offrire una importante lezione. A forza di comprimere il malcontento, a forza di censurare, prima o poi si ottiene una deflagrazione. La remigrazione è l’unico modo per evitarla.
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Il sindaco di Genova Ilaria Salis (Ansa)
Titolo: «Il vero anno della giunta Salis». Con una precisazione che ha tutta l’aria di una stilettata: «Per i giornalisti accesso libero e domande libere». È il cuore dello scontro politico su una città in preda ad aggressioni, risse, accoltellamenti, degrado, bivacchi, paura nei quartieri centrali e polemiche sulla sicurezza. Il centrodestra genovese vuole mettere in fila tutto. E la conferenza arriva dopo una giornata pesantissima in Consiglio comunale. L’opposizione aveva chiesto alla sindaca di scusarsi per gli insulti rivolti alla minoranza. Salis, in quel momento, non era tra i banchi. Al suo rientro è stata nuovamente sollecitata a chiedere scusa. Non lo ha fatto. Poi, a fine seduta, ha dichiarato pubblicamente di essere rientrata in un’aula vuota.
Ma secondo i gruppi di opposizione quella ricostruzione sarebbe stata smentita dalle riprese ufficiali del Consiglio comunale. In aula, sostengono, erano presenti consiglieri di entrambi gli schieramenti. «Salis non si permetta più di parlare di trasparenza, perché è chiaro ed evidente che si tratta di un concetto a lei sconosciuto e che non le appartiene». La nota a firma dei capigruppo dell’opposizione, Alessandra Bianchi per Fratelli d’Italia, Paola Bordilli per la Lega, Pietro Piciocchi per Vince Genova, Ilaria Cavo (più votata in Consiglio comunale e parlamentare) per Orgoglio Genova-Noi moderati, Mario Mascia per Forza Italia e Sergio Gambino per il Gruppo misto, rende l’idea del clima.
Ma il vero fronte resta la sicurezza. Nelle stesse ore dello scontro politico a Palazzo Tursi, Genova era già dentro una nuova sequenza di cronaca. Martedì mattina, in poche ore, un uomo è finito accoltellato in vico delle Vigne dopo una spedizione punitiva a casa di tre algerini arrivati da poco in città, una quattordicenne, sulla Darsena, si è beccata un pugno in pieno volto da una ragazza che voleva rapinarla del cellulare, dei turisti hanno dovuto schivare un lancio di bottiglie scagliate da spacciatori e una lite tra due senza tetto finita a bastonate.
In Consiglio comunale era esploso sul tema sicurezza dopo il delitto di Pietro Alberto Paolo Signor ai giardini di villetta Di Negro. «Non fate gli avvoltoi su quello che è un problema endemico del Paese, l’assassino di Signor avrebbe dovuto essere rimpatriato quattro anni fa, dall’inizio del 2026 la polizia locale ha fermato 35 irregolari, sapete quanti ne sono stati rimpatriati? Zero», aveva attaccato Salis rivolgendosi al centrodestra. Una frase che, nel tentativo di scaricare sul governo il problema dei rimpatri, finisce però per certificare un dato politico: 35 irregolari fermati e nessun rimpatrio. Il tema torna anche nell’interrogazione presentata in aula dal consigliere di Fratelli d’Italia Valeriano Vacalebre sulla situazione di piazza Brignole e dei giardini vicini a via Galata. Secondo quanto riferito dal consigliere, i residenti denunciano frequentazioni problematiche soprattutto nelle ore serali e notturne, bivacchi, consumo di alcol, rifiuti lasciati ovunque e molestie ai passanti. Vacalebre sostiene che alcuni cittadini abbiano documentato tutto con fotografie e inviato ripetute segnalazioni alle forze dell’ordine e alla polizia locale. E riferisce anche che, secondo diverse testimonianze raccolte nella zona, tra le persone che gravitano negli assembramenti vi sarebbero minori non accompagnati provenienti da una struttura vicina. La sequenza, però, va avanti da mesi. Il 6 maggio Genova si sveglia con l’ennesima rissa nel centro storico, tra via Gramsci e ponte Parodi. Quattro stranieri senza fissa dimora e irregolari sul territorio si inseguono e si colpiscono a bottigliate poco prima dell’alba. Due i feriti.
Ma la sicurezza non è l’unico tema al centro del dibattito locale. Ieri è scoppiato il caso dei posti vip al concerto. Che, in una città già attraversata dalle polemiche, rischia di diventare il simbolo perfetto del modello Salis. La scena è questa: piazza della Vittoria trasformata nel grande palco dell’Rds Summer festival, migliaia di persone attese sotto il palco e un messaggio interno che comincia a circolare nelle chat della maggioranza. «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza». Accesso garantito all’area privilegiata davanti al palco, quella blindata dalle transenne e normalmente riservata agli ospiti vip. Settantadue posti in totale. Tutti destinati ai consiglieri della maggioranza e ai loro accompagnatori. Mentre il resto della piazza resta al di là dalle transenne. Il messaggio, che invita i consiglieri a ritirare «tassativamente» i biglietti al sesto piano di Palazzo Tursi, dettaglia persino la logistica dell’operazione: i ticket arriveranno venerdì mattina e dovranno essere ritirati durante la giornata. La sindaca salirà sul palco alle 21 per il saluto istituzionale. Politicamente è benzina. Perché l’immagine che passa è questa: la piazza è pubblica, ma la prima fila no. Da una parte i cittadini compressi dietro le barriere. Dall’altra gli amministratori con pass privilegiato sotto il palco. Mentre Genova discute di aggressioni e degrado, a Palazzo Tursi si organizzano gli ingressi vip per il concerto.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo dice senza giri di parole, con il tono del contabile arrivato alla resa dei conti: lo Stato deve uscire dalle banche. «Siamo legati a criteri di debito pubblico», spiega. E poi la frase che suona come un colpo di spugna su anni di interventi pubblici: «Dobbiamo uscire come da tutte le banche e valutare chi ci dà di più, come è sempre avvenuto». Insomma Mps va al miglior offerente. Punto. Senza poesie. Stesso destino, seguirà la ex Banca Popolare di Bari, ora ribattezzata Banca del Mezzogiorno. La storia dello Stato banchiere finisce qui. Il mercato non aspetta i sottotitoli.
Sul tavolo c’è l’offerta di Intesa Sanpaolo, che insieme a Unipol ha messo sul piatto carta e contanti per un valore complessivo di 30,6 miliardi. Premio del 12,5% rispetto alle valutazioni attuali del titolo Mps in Borsa e un messaggio implicito: vince chi paga di più. Non si vede all’orizzonte il «cavaliere bianco» del Nord della cui presenza si è molto favoleggiato. Dalle parti di Siena si affaccia solo Banco Bpm, che propone una fusione alla pari per costruire il secondo polo bancario del Paese. Altro linguaggio, stessa sostanza: chi comanda il territorio, comanda il futuro. Tuttavia l’offerta di Bpm, al momento non ha molta sostanza. Solo una «lettera d’amore» come l’ha definita Carlo Messina. gran regista dell’operazione
Nel mezzo l’amministratore delegato di Mps Luigi Lovaglio, con i consulenti di Ubs e Bank of America, a fare stretching tra offerte «non concordate», «non sollecitate» e strategie che si scompongono come un puzzle troppo ambizioso.
L’operazione su Mps non è più una semplice partita bancaria: è un nuovo parametro del potere. E mentre il board di Mps prende tempo, la banca continua formalmente il percorso di integrazione con Mediobanca, con riunioni che scorrono tra il 22 e il 25 giugno come tappe di un calendario sempre più affollato.
Sullo sfondo, come un metronomo istituzionale, c’è anche la Bce che deve ancora pronunciarsi su alcune nomine chiave. E la «passivity rule» che imbriglia ogni eventuale reazione del management: per reagire serve il via libera degli azionisti. E quindi tempo. E quindi politica. La fusione fra Mps e Mediobanca può andare avanti? Chissà?
Poi come sempre la finanza incontra la geografia elettorale.
Non a caso, da Siena si alza la voce della sindaca Nicoletta Fabio: «Siena non può restare spettatrice», dice. E invoca un tavolo istituzionale permanente per difendere occupazione, radicamento e soprattutto identità. Insomma la banca non è solo una banca, è un pezzo di città.
Ancora più esplicito il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che si dice pronto a vigilare su ogni passaggio e rilancia il mantra identitario: Mps è la banca più antica del mondo, patrimonio da non disperdere, presidio del territorio e delle imprese. E soprattutto: niente incorporazioni «senza anima». Le amnesie però dilagano: sono state le amministrazioni di sinistra a rovinare sei secoli di storia. I consigli d’amministrazione di Mps graditi al Pci e ai suoi eredi hanno aperto un buco da trenta miliardi Adesso invocano il rispetto del territorio. Peccato che l’abbiano cosparso di sale.
La Borsa guarda da un’altra parte. Prende nota, i volumi salgono, e le ipotesi si moltiplicano come monete lanciate sul tavolo verde.
Sul piano internazionale, la vicenda non è passata inosservata: l’operazione su Mps avviata da Intesa e Unipol ha acceso l’attenzione delle grandi testate economiche globali, che leggono nella partita senese un altro capitolo del consolidamento europeo del credito.
Così si chiude il cerchio: Giorgetti vuole uscire dalle banche. Il mercato vuole entrarci meglio. Il Pd, come sempre, prova a farlo rientrare dalla porta laterale. Siena resta al centro del risiko. Mai davvero proprietaria della partita.
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