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2019-09-27
Uno straniero sgozza
un vigilante a Roma. Ma il Pd non si tiene: «Vogliamo lo ius soli»
Ansa
Mentre un giovane immigrato di colore si toglieva la vita nel tunnel della stazione Metro B Tiburtina a Roma sparandosi alla testa con la pistola di una guardia giurata che aveva appena accoltellato, il Partito democratico, dopo aver riaperto i porti, vuole completare l'opera riproponendo lo ius soli, la riforma del riconoscimento della cittadinanza dei bambini nati in Italia.
L'aggressione si è consumata all'ora di punta davanti agli occhi atterriti di passeggeri che, abitualmente, viaggiano in metro o prendono il treno. L'allarme è arrivato al 112 in questi termini: «Un ragazzo si è tolto la vita sotto al tunnel della metropolitana. Ha ancora la pistola in mano». Sul posto sono intervenuti la polizia e il 118. L'immigrato è finito in obitorio, il vigilante, 55 anni, in servizio per un istituto di vigilanza privato, invece, in ospedale. Ha riportato ferite al collo ed è in condizioni definite gravi. Le ferite però non hanno compromesso le funzioni vitali e la vittima non è in pericolo di vita. L'aggressore, extracomunitario senza documenti addosso, non è stato ancora identificato. La polizia, che indaga sulla vicenda, è al lavoro per accertare i motivi che l'hanno spinto ad accoltellare il vigilante e poi a farla finita con un colpo di pistola alla testa, dopo aver sottratto l'arma alla vittima, sfilandola dalla fondina che era legata al cinturone.
Si cerca quindi di capire il contesto nel quale è maturata l'azione e di accertare se i due si conoscessero. Il procuratore facente funzioni Michele Prestipino, in attesa di una informativa della Digos, non ha ancora affidato il fascicolo. L'area è stata transennata e la polizia scientifica ha effettuato i rilievi. Gli investigatori acquisiranno anche i filmati delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti e stabilire se l'aggressore fosse un frequentatore abituale della stazione.
«La città è completamente fuori controllo e la sindaca Virginia Raggi è incapace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Serve qualcuno che metta la tutela dei romani al primo posto dell'azione politica, senza perdere tempo a nominare nel proprio staff e nella squadra di governo solo gli amici degli amici o yes men. Siamo vicini alla vittima di questo sconsiderato atto criminale che speriamo possa guarire presto dalle ferite riportate», ha tuonato Laura Corrotti, consigliera della Lega alla Regione Lazio.
Il fatto di cronaca, però, non ha fermato il dibattito politico sullo ius soli.
E a buttarla lì, su Twitter, non è stato un esponente qualunque del Pd, ma il suo presidente Matteo Orfini. Ecco le sue parole: «Ma se dicessimo va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari (definendo con quale nuova legge elettorale). Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli?». Orfini probabilmente, per schiacciare, ha preso la palla alzata dalla renziana Elena Bonetti, il neo ministro della Famiglia e delle Pari opportunità passato a Italia viva. «Penso che sia stato un errore nella scorsa legislatura non approvare la legge sullo ius culturae». Parole sulle quali si è fiondato ovviamente Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che da sempre è sulla linea del pro ius soli.
In molti ne stanno approfittando. Soprattutto dalle file del nuovo movimento renziano. Per esempio c'è il deputato Michele Anzaldi che ha proposto: «In attesa di un passaggio parlamentare complesso come lo ius soli, il Pd potrebbe intanto chiedere a Conte e al ministro Spadafora di varare la deroga per garantire il diritto allo sport ai ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, bloccati dalla burocrazia di Feder basket».
Fabio Amendolara
Alla faccia di Conte Macron stronca il patto fuffa dell’Ue sull’immigrazione
«Contrordine, compagni!», avrebbe sarcasticamente chiosato il grande Giovannino Guareschi. Ve lo ricordate l'accordo di Malta sull'immigrazione siglato lunedì? E soprattutto ve la ricordate la grancassa politica e mediatica - a testate quasi unificate - sul presunto successo del nuovo governo italiano? Giusto a titolo di veloce ripasso, ecco l'esultanza sfrenata di Giuseppe Conte, forse un omonimo del premier che aveva governato fianco a fianco con la Lega per 14 mesi: «Abbiamo fatto più a Malta in un giorno che Salvini in un anno. Se non si litiga, si ottiene. Parigi e Berlino aprono, un tempo era impensabile. Provocarli non pagava». E la neo ministro Luciana Lamorgese? Euforica pure lei: «Ora l'Italia non è più sola». Stentoreo Nicola Zingaretti: «Salvini cavalca o inventa i problemi, noi li risolviamo». In versione triumphans anche Dario Franceschini: «Ora è più facile capire che le minacce di Salvini all'Ue hanno prodotto solo danni, mentre l'azione politica e la credibilità di questo governo hanno portato a un accordo vero per la redistribuzione dei migranti». E poi Repubblica: «L'Europa s'è desta»; «Prima lezione al salvinismo», catoneggiava un fiammeggiante Claudio Tito. «Migranti, primo patto europeo», aggiungeva il Corriere. E via - un po' dappertutto - con melassa e zucchero in abbondanza: il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer descritto come un amicone, il francese Christophe Castaner come un parente stretto. Sparito il cattivo Salvini, ci si raccontava, i cugini francesi e tedeschi non aspettavano altro che venire in soccorso dell'amatissima Italia.
Purtroppo, sono bastate appena 36-48 ore affinché la cortina fumogena si diradasse, e apparisse la triste verità: solo due (piccoli) elementi positivi e per il resto una maxi fregatura, praticamente un buco con la fuffa intorno. Primo elemento positivo: l'accordo riguarderebbe non solo chi ha effettivamente diritto all'asilo, ma anche i migranti che si limitano a presentare la relativa domanda. Secondo elemento positivo: queste domande sarebbero esaminate anche dagli altri Paesi firmatari, non solo da noi. Fin qui, bene. Male tutto il resto, però. Al punto da rendere quasi ridicola l'esultanza che abbiamo ricapitolato poco fa. Per almeno sei ragioni. Primo: l'accordo è temporaneo («temporary arrangement»). Secondo: è su base volontaria, e non c'è modo di forzare i Paesi Ue ad aderirvi. Terzo: riguarda i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati quest'anno in Italia: tutti gli altri restano a carico nostro). Quarto: i migranti soccorsi da navi statali saranno sempre sbarcati nello Stato di bandiera (immaginate dove). Quinto (come spiegava ieri Francesco Borgonovo): se aderissero anche Grecia e Spagna, dovremmo farci carico pure delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati. Sesto: la sperimentazione dura sei mesi, ma se in questo semestre i numeri dovessero crescere troppo («substantially rise»), ci sarebbero consultazioni tra i Paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo potrebbe essere sospeso. È la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) dal primo giorno definiva l'accordo «revocable».
Morale della favola: l'Italia resta il super-hotspot verso cui tutti i flussi sono indirizzati, e poi si vedrà, nei limiti della magnanimità altrui. E soprattutto: con un meccanismo del genere, i trafficanti di esseri umani rischiano di essere incoraggiati e incentivati - anziché stroncati - nel loro orribile business.
Davanti a questi elementi fattuali, anche un bambino sarebbe stato cauto, diversamente dai nostri eroi Pd-M5S. In più, per sovrammercato, nelle ultime ore è arrivata (sempre da Parigi: e da dove, se no?) un'ulteriore mazzata per mano del solito Emmanuel Macron, che si conferma il più accogliente di tutti: ma solo con i porti degli altri. Che ha detto l'intquilino dell'Eliseo, lo stesso che una settimana sì e una no ci fa la predica, intervistato da Europe 1? Che «la Francia non può accogliere tutti: non dobbiamo essere un Paese che attrae troppo».
E per chi non avesse capito l'antifona, lunedì prossimo inizia al parlamento francese il Grand Débat proprio sull'immigrazione. Immaginate se, dopo la scoppola rimediata alle Europee da Macron, e con Marine Le Pen che ogni giorno gli spara addosso a palle incatenate, il presidente francese vorrà apparire tenero. L'opinione pubblica è inferocita: i due terzi dei francesi pensano che molti immigrati non si vogliano integrare (e quasi la stessa percentuale dichiara di non sentirsi più a casa propria). Non a caso, come La Verità vi ha raccontato per prima, circa una settimana fa, incontrando i parlamentari del suo partito, Macron ha anticipato loro che intende indurire la linea sui migranti, e che non basta il voto borghese, ma serve il consenso dei ceti popolari (ormai in fuga da lui).
È sufficiente fare due più due, e capire che, quando l'8 ottobre i partner europei si vedranno sottoporre le paginette redatte a Malta, non sarà solo il gruppo di Visegrad ad alzare il sopracciglio, ma tutti - pressoché senza eccezioni - risponderanno in primo luogo alla propria opinione pubblica nazionale, che chiede ovunque rigore. Inutile aspettarsi regali e carezze. Italia avvisata, purtroppo.
Daniele Capezzone
La «capitana» ci ha portato tre torturatori?
Nell'album fotografico degli sbarcati a Lampedusa il 29 giugno 2019 dalla Sea Watch di Carola Rackete c'era una foto segnaletica di Ahmed Hameda, nato in Egitto nel 1993. Era uno dei 40 immigrati scesi dopo il braccio di ferro e lo speronamento della motovedetta della Guardia costiera nel porto. A indicare l'uomo come un torturatore è stato Zanga, uno dei richiedenti asilo arrivati un mese sempre a Lampedusa sulla nave di un'altra Ong, la Mediterranea Saving Human. «È un carceriere dell'ex base militare di Zawyia, in Libia, dove sono stato prigioniero», ha raccontato alla polizia di frontiera il testimone, aggiungendo: «Era un uomo di fiducia dell'altro carceriere, tale Mahmud, erano sempre insieme. Era spregiudicato, picchiava tutti i prigionieri e li torturava frustandoli con cavi elettrici, li bastonava con tubi di gomma». Il Mahmud è stato poi identificato da un altro teste. Ed era anche lui sulla nave di Rackete: Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. E poco dopo è spuntato anche il terzo uomo: Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni. Ieri il Giornale ha lanciato la notizia della loro presenza sulla Sea Watch, scrivendo anche che «la neo titolare del Viminale Luciana Lamorgese avrebbe chiesto di far calare il silenzio sulla notizia».
Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito twittato: «Non solo ha violato le leggi e speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, ma il 29 giugno scorso la Sea Watch 3 di Carola Rackete avrebbe scaricato in Italia tre immigrati accusati di violenze, stupri, sequestro, omicidio. Alcuni parlamentari del Pd erano saliti a bordo per chiedere lo sbarco di tutti gli immigrati, compresi quelli che ora sono sospettati di essere feroci criminali. Chiediamo spiegazioni al premier, alla Farnesina, al Guardasigilli e al Viminale. Siamo pronti a denunciare Rackete e i parlamentari che hanno voluto a tutti i costi lo sbarco. Chiedano scusa all'Italia». E sui social ha allegato le foto di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), dei dem Matteo Orfini e Graziano Delrio e di Riccardo Magi (Più Europa).
Con loro, quel 29 giugno, sulla nave, stando alla ricostruzione della Procura di Palermo, c'erano i tre accusati oltre che di sequestro di persona e tratta di esseri umani, anche del reato di tortura. Avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawyia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dietro il pagamento di un riscatto. I tre fermati erano arrivati in Italia prima delle vittime. Perché? Secondo la ricostruzione degli investigatori, Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi.
I tre, scesi dalla Sea Watch 3, se ne sono andati insieme agli altri immigrati nell'hotspot di Messina e, nell'attesa che la loro pratica burocratica da richiedenti asilo venisse trattata, continuavano a coltivare le loro attività criminali, accogliendo e smistando gli immigrati arrivati con le navi successive.
Gad pretende «la pace con le Ong»
Gad Lerner è una sicurezza, non delude mai. C'è un governo severo contro l'immigrazione illegale, come quello di prima? Lui strepita contro il fascismo (di andata e di ritorno). C'è invece un governo che riapre tutto, come quello di adesso? Lui strepita lo stesso, rilancia, alza la posta, fa capire che un porto aperto non basta, bisogna almeno spalancarlo.
L'invettiva di Lerner dalle colonne di Repubblica è fiammeggiante. Uno schiaffo a Luigi Di Maio, per una volta che ne aveva detta una giusta («capisco l'imbarazzo di chi si era marchiato d'infamia etichettando come “taxi del mare"» le Ong, sibila Gad); un avvertimento al governo («bisogna che il Conte bis si metta d'accordo con se stesso»), e poi un grande classico, il richiamo al rischio nazifascista. Perché chi non è d'accordo con Lerner è sempre a rischio di capi di imputazione brucianti («nel secolo scorso tale argomento fu utilizzato per chiudere le porte a chi cercava scampo dalle persecuzioni del nazifascismo»).
E capite bene che in questi termini è perfino impossibile impostare una discussione pacata e reciprocamente rispettosa: se i sostenitori di una tesi sono equiparati ai crimini (o, come in questo caso, alle peggiori viltà) del Novecento, che dibattito vuoi fare? O nazisti, o fiancheggiatori oggettivi - magari inconsapevoli - del nazismo. Tertium non datur. C'è una scomunica morale preventiva contro chiunque osi proporre una linea di rigore, di contrasto all'immigrazione illegale e fuori controllo. Non c'è un dialogo in cui le due posizioni abbiano pari dignità, in cui sia riconosciuta accettabilità morale a chi (per inciso: la maggioranza schiacciante degli italiani, secondo tutte le rilevazioni) è favorevole all'immigrazione regolare e controllata, ma contrarissimo a quella clandestina e di massa. No: chi la pensa così viene precipitato in una specie di abisso etico-politico, senza redenzione possibile.
Lerner, invece, vuole quella che chiama una «pace con le Ong». Non gli basta l'accordo siglato a La Valletta, perché «esclude dalla redistribuzione i migranti che raggiungono le coste europee direttamente con le imbarcazioni degli scafisti». Ma guarda. E così Gad è di nuovo in prima linea con «le Ong, il Forum del terzo settore, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e scoutistiche che hanno avviato la campagna #ioaccolgo». Dirama le convocazioni e snocciola i punti da risolvere. Dà i compiti all'Italia e all'Europa. Ne ha per tutti. Dimentica solo una piccola cosa, sicuramente un dettaglio, un'inezia, nella sua visione delle cose: di indicarci un numero massimo, un tetto, un limite aritmetico al di là del quale non si possa andare. È questa cifra, è questo numerino (maledetta matematica!), quello che Lerner non vuole proprio mettere nero su bianco. L'accoglienza - par di capire - non ha numeri, non ha tetti, non ha soglie. Solo imperativi morali.
Peccato che la realtà si incarichi ogni giorno di sciupare questo tipo di narrazione. Ve la ricordare la Ocean Viking? Avevamo capito che i 182 immigrati sbarcati in Sicilia da quella nave dovevano rappresentare un primo banco di prova per la mitica solidarietà europea. E invece? Germania e Francia - fanno sapere - se ne prenderanno 50 a testa, 20 andranno in Portogallo, appena 4 (2+2) saranno ricollocati rispettivamente in Lussemburgo e in Irlanda. E tutti gli altri, cioè il numero più grande? L'avete già capito: i 58 sono destinati a rimanere qui, in Italia. Per carità. Qualcuno potrà dire: il mitico accordo di Malta non è ancora in vigore. Ma, a parte il fatto (come La Verità spiega da giorni, e lo facciamo anche oggi in un apposito articolo) che l'intesa di Malta è del tutto inconsistente, proprio i migranti dell'Ocean Viking dovevano rappresentare una prima occasione di solidarietà concreta. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare il finale di partita.
Senza dire che, in particolare ma non solo dalla Tunisia, sta proseguendo ed è anzi in via di intensificazione uno «sgocciolamento» di arrivi sulle nostre coste: soprattutto verso la Calabria (oltre che verso la Sicilia), attraverso imbarcazioni più piccole, barchini più che barconi, il cui via vai è incessante. La realtà sembra non rassegnarsi alle rampogne di Lerner e di Repubblica.
Daniele Capezzone
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A Roma un uomo di colore assale una guardia poi si toglie la vita. È l'ennesimo esempio di disagio sociale e violenza dovuto all'immigrazione. Intanto Matteo Orfini ritorna alla carica: «Legge sulla cittadinanza».Il presidente francese gela gli entusiasmi sgangherati dei dem e del nostro premier: «Noi non possiamo accogliere tutti».Dalla Sea Watch di Carola Rackete sono scesi carcerieri libici accusati di stupri e violenze. Ira di Matteo Salvini.In Calabria continuano ad arrivare irregolari provenienti dalla Tunisia. La maggior parte degli stranieri scesi dalla Ocean Viking rimarrà qui. Ma Gad Lerner ancora insiste.Lo speciale contiene quattro articoliMentre un giovane immigrato di colore si toglieva la vita nel tunnel della stazione Metro B Tiburtina a Roma sparandosi alla testa con la pistola di una guardia giurata che aveva appena accoltellato, il Partito democratico, dopo aver riaperto i porti, vuole completare l'opera riproponendo lo ius soli, la riforma del riconoscimento della cittadinanza dei bambini nati in Italia. L'aggressione si è consumata all'ora di punta davanti agli occhi atterriti di passeggeri che, abitualmente, viaggiano in metro o prendono il treno. L'allarme è arrivato al 112 in questi termini: «Un ragazzo si è tolto la vita sotto al tunnel della metropolitana. Ha ancora la pistola in mano». Sul posto sono intervenuti la polizia e il 118. L'immigrato è finito in obitorio, il vigilante, 55 anni, in servizio per un istituto di vigilanza privato, invece, in ospedale. Ha riportato ferite al collo ed è in condizioni definite gravi. Le ferite però non hanno compromesso le funzioni vitali e la vittima non è in pericolo di vita. L'aggressore, extracomunitario senza documenti addosso, non è stato ancora identificato. La polizia, che indaga sulla vicenda, è al lavoro per accertare i motivi che l'hanno spinto ad accoltellare il vigilante e poi a farla finita con un colpo di pistola alla testa, dopo aver sottratto l'arma alla vittima, sfilandola dalla fondina che era legata al cinturone. Si cerca quindi di capire il contesto nel quale è maturata l'azione e di accertare se i due si conoscessero. Il procuratore facente funzioni Michele Prestipino, in attesa di una informativa della Digos, non ha ancora affidato il fascicolo. L'area è stata transennata e la polizia scientifica ha effettuato i rilievi. Gli investigatori acquisiranno anche i filmati delle telecamere di sorveglianza per ricostruire con esattezza la dinamica dei fatti e stabilire se l'aggressore fosse un frequentatore abituale della stazione.«La città è completamente fuori controllo e la sindaca Virginia Raggi è incapace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Serve qualcuno che metta la tutela dei romani al primo posto dell'azione politica, senza perdere tempo a nominare nel proprio staff e nella squadra di governo solo gli amici degli amici o yes men. Siamo vicini alla vittima di questo sconsiderato atto criminale che speriamo possa guarire presto dalle ferite riportate», ha tuonato Laura Corrotti, consigliera della Lega alla Regione Lazio. Il fatto di cronaca, però, non ha fermato il dibattito politico sullo ius soli. E a buttarla lì, su Twitter, non è stato un esponente qualunque del Pd, ma il suo presidente Matteo Orfini. Ecco le sue parole: «Ma se dicessimo va bene, la prossima settimana si fa il taglio dei parlamentari (definendo con quale nuova legge elettorale). Ma quella dopo, cari alleati, con la stessa urgenza e la stessa enfasi, facciamo lo ius soli?». Orfini probabilmente, per schiacciare, ha preso la palla alzata dalla renziana Elena Bonetti, il neo ministro della Famiglia e delle Pari opportunità passato a Italia viva. «Penso che sia stato un errore nella scorsa legislatura non approvare la legge sullo ius culturae». Parole sulle quali si è fiondato ovviamente Avvenire, il giornale della Conferenza episcopale che da sempre è sulla linea del pro ius soli. In molti ne stanno approfittando. Soprattutto dalle file del nuovo movimento renziano. Per esempio c'è il deputato Michele Anzaldi che ha proposto: «In attesa di un passaggio parlamentare complesso come lo ius soli, il Pd potrebbe intanto chiedere a Conte e al ministro Spadafora di varare la deroga per garantire il diritto allo sport ai ragazzi della Tam Tam Basket di Castel Volturno, bloccati dalla burocrazia di Feder basket».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-faccia-di-conte-macron-stronca-il-patto-fuffa-dellue-sullimmigrazione" data-post-id="2640637239" data-published-at="1782340116" data-use-pagination="False"> Alla faccia di Conte Macron stronca il patto fuffa dell’Ue sull’immigrazione «Contrordine, compagni!», avrebbe sarcasticamente chiosato il grande Giovannino Guareschi. Ve lo ricordate l'accordo di Malta sull'immigrazione siglato lunedì? E soprattutto ve la ricordate la grancassa politica e mediatica - a testate quasi unificate - sul presunto successo del nuovo governo italiano? Giusto a titolo di veloce ripasso, ecco l'esultanza sfrenata di Giuseppe Conte, forse un omonimo del premier che aveva governato fianco a fianco con la Lega per 14 mesi: «Abbiamo fatto più a Malta in un giorno che Salvini in un anno. Se non si litiga, si ottiene. Parigi e Berlino aprono, un tempo era impensabile. Provocarli non pagava». E la neo ministro Luciana Lamorgese? Euforica pure lei: «Ora l'Italia non è più sola». Stentoreo Nicola Zingaretti: «Salvini cavalca o inventa i problemi, noi li risolviamo». In versione triumphans anche Dario Franceschini: «Ora è più facile capire che le minacce di Salvini all'Ue hanno prodotto solo danni, mentre l'azione politica e la credibilità di questo governo hanno portato a un accordo vero per la redistribuzione dei migranti». E poi Repubblica: «L'Europa s'è desta»; «Prima lezione al salvinismo», catoneggiava un fiammeggiante Claudio Tito. «Migranti, primo patto europeo», aggiungeva il Corriere. E via - un po' dappertutto - con melassa e zucchero in abbondanza: il ministro degli Interni tedesco Horst Seehofer descritto come un amicone, il francese Christophe Castaner come un parente stretto. Sparito il cattivo Salvini, ci si raccontava, i cugini francesi e tedeschi non aspettavano altro che venire in soccorso dell'amatissima Italia. Purtroppo, sono bastate appena 36-48 ore affinché la cortina fumogena si diradasse, e apparisse la triste verità: solo due (piccoli) elementi positivi e per il resto una maxi fregatura, praticamente un buco con la fuffa intorno. Primo elemento positivo: l'accordo riguarderebbe non solo chi ha effettivamente diritto all'asilo, ma anche i migranti che si limitano a presentare la relativa domanda. Secondo elemento positivo: queste domande sarebbero esaminate anche dagli altri Paesi firmatari, non solo da noi. Fin qui, bene. Male tutto il resto, però. Al punto da rendere quasi ridicola l'esultanza che abbiamo ricapitolato poco fa. Per almeno sei ragioni. Primo: l'accordo è temporaneo («temporary arrangement»). Secondo: è su base volontaria, e non c'è modo di forzare i Paesi Ue ad aderirvi. Terzo: riguarda i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati quest'anno in Italia: tutti gli altri restano a carico nostro). Quarto: i migranti soccorsi da navi statali saranno sempre sbarcati nello Stato di bandiera (immaginate dove). Quinto (come spiegava ieri Francesco Borgonovo): se aderissero anche Grecia e Spagna, dovremmo farci carico pure delle loro quote, esponenzialmente cresciute nelle ultime due estati. Sesto: la sperimentazione dura sei mesi, ma se in questo semestre i numeri dovessero crescere troppo («substantially rise»), ci sarebbero consultazioni tra i Paesi firmatari, e nel frattempo l'intero meccanismo potrebbe essere sospeso. È la ragione per cui - senza pietà verso l'Italia e i nostri governanti che ancora brindavano - la stampa francese (Le Figaro in testa) dal primo giorno definiva l'accordo «revocable». Morale della favola: l'Italia resta il super-hotspot verso cui tutti i flussi sono indirizzati, e poi si vedrà, nei limiti della magnanimità altrui. E soprattutto: con un meccanismo del genere, i trafficanti di esseri umani rischiano di essere incoraggiati e incentivati - anziché stroncati - nel loro orribile business. Davanti a questi elementi fattuali, anche un bambino sarebbe stato cauto, diversamente dai nostri eroi Pd-M5S. In più, per sovrammercato, nelle ultime ore è arrivata (sempre da Parigi: e da dove, se no?) un'ulteriore mazzata per mano del solito Emmanuel Macron, che si conferma il più accogliente di tutti: ma solo con i porti degli altri. Che ha detto l'intquilino dell'Eliseo, lo stesso che una settimana sì e una no ci fa la predica, intervistato da Europe 1? Che «la Francia non può accogliere tutti: non dobbiamo essere un Paese che attrae troppo». E per chi non avesse capito l'antifona, lunedì prossimo inizia al parlamento francese il Grand Débat proprio sull'immigrazione. Immaginate se, dopo la scoppola rimediata alle Europee da Macron, e con Marine Le Pen che ogni giorno gli spara addosso a palle incatenate, il presidente francese vorrà apparire tenero. L'opinione pubblica è inferocita: i due terzi dei francesi pensano che molti immigrati non si vogliano integrare (e quasi la stessa percentuale dichiara di non sentirsi più a casa propria). Non a caso, come La Verità vi ha raccontato per prima, circa una settimana fa, incontrando i parlamentari del suo partito, Macron ha anticipato loro che intende indurire la linea sui migranti, e che non basta il voto borghese, ma serve il consenso dei ceti popolari (ormai in fuga da lui). È sufficiente fare due più due, e capire che, quando l'8 ottobre i partner europei si vedranno sottoporre le paginette redatte a Malta, non sarà solo il gruppo di Visegrad ad alzare il sopracciglio, ma tutti - pressoché senza eccezioni - risponderanno in primo luogo alla propria opinione pubblica nazionale, che chiede ovunque rigore. Inutile aspettarsi regali e carezze. Italia avvisata, purtroppo. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-capitana-ci-ha-portato-tre-torturatori" data-post-id="2640637239" data-published-at="1782340116" data-use-pagination="False"> La «capitana» ci ha portato tre torturatori? Nell'album fotografico degli sbarcati a Lampedusa il 29 giugno 2019 dalla Sea Watch di Carola Rackete c'era una foto segnaletica di Ahmed Hameda, nato in Egitto nel 1993. Era uno dei 40 immigrati scesi dopo il braccio di ferro e lo speronamento della motovedetta della Guardia costiera nel porto. A indicare l'uomo come un torturatore è stato Zanga, uno dei richiedenti asilo arrivati un mese sempre a Lampedusa sulla nave di un'altra Ong, la Mediterranea Saving Human. «È un carceriere dell'ex base militare di Zawyia, in Libia, dove sono stato prigioniero», ha raccontato alla polizia di frontiera il testimone, aggiungendo: «Era un uomo di fiducia dell'altro carceriere, tale Mahmud, erano sempre insieme. Era spregiudicato, picchiava tutti i prigionieri e li torturava frustandoli con cavi elettrici, li bastonava con tubi di gomma». Il Mahmud è stato poi identificato da un altro teste. Ed era anche lui sulla nave di Rackete: Mahmoud Ashuia, egiziano, 24 anni. E poco dopo è spuntato anche il terzo uomo: Mohammed Condè, detto Suarez, originario della Guinea, 27 anni. Ieri il Giornale ha lanciato la notizia della loro presenza sulla Sea Watch, scrivendo anche che «la neo titolare del Viminale Luciana Lamorgese avrebbe chiesto di far calare il silenzio sulla notizia». Il leader della Lega Matteo Salvini ha subito twittato: «Non solo ha violato le leggi e speronato una motovedetta della Guardia di Finanza, ma il 29 giugno scorso la Sea Watch 3 di Carola Rackete avrebbe scaricato in Italia tre immigrati accusati di violenze, stupri, sequestro, omicidio. Alcuni parlamentari del Pd erano saliti a bordo per chiedere lo sbarco di tutti gli immigrati, compresi quelli che ora sono sospettati di essere feroci criminali. Chiediamo spiegazioni al premier, alla Farnesina, al Guardasigilli e al Viminale. Siamo pronti a denunciare Rackete e i parlamentari che hanno voluto a tutti i costi lo sbarco. Chiedano scusa all'Italia». E sui social ha allegato le foto di Nicola Fratoianni (Sinistra italiana), dei dem Matteo Orfini e Graziano Delrio e di Riccardo Magi (Più Europa). Con loro, quel 29 giugno, sulla nave, stando alla ricostruzione della Procura di Palermo, c'erano i tre accusati oltre che di sequestro di persona e tratta di esseri umani, anche del reato di tortura. Avrebbero gestito per conto di una organizzazione criminale il campo di prigionia a Zawyia, dove i profughi pronti a partire per l'Italia venivano tenuti sotto sequestro e rilasciati solo dietro il pagamento di un riscatto. I tre fermati erano arrivati in Italia prima delle vittime. Perché? Secondo la ricostruzione degli investigatori, Condè aveva il compito di catturare, tenere prigionieri i profughi e chiedere ai familiari il riscatto. Solo dopo il pagamento le vittime potevano proseguire il loro viaggio. Era Condè a dare ai profughi il cellulare per chiamare a casa e chiedere il denaro. Ahmed e Ashuia sarebbero gli altri due carcerieri: le vittime hanno raccontato anche di essere state torturate e malmenate da entrambi. I tre, scesi dalla Sea Watch 3, se ne sono andati insieme agli altri immigrati nell'hotspot di Messina e, nell'attesa che la loro pratica burocratica da richiedenti asilo venisse trattata, continuavano a coltivare le loro attività criminali, accogliendo e smistando gli immigrati arrivati con le navi successive. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/straniero-accoltella-un-vigilante-e-il-pd-ancora-chiede-lo-ius-soli-2640637239.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="gad-pretende-la-pace-con-le-ong" data-post-id="2640637239" data-published-at="1782340116" data-use-pagination="False"> Gad pretende «la pace con le Ong» Gad Lerner è una sicurezza, non delude mai. C'è un governo severo contro l'immigrazione illegale, come quello di prima? Lui strepita contro il fascismo (di andata e di ritorno). C'è invece un governo che riapre tutto, come quello di adesso? Lui strepita lo stesso, rilancia, alza la posta, fa capire che un porto aperto non basta, bisogna almeno spalancarlo. L'invettiva di Lerner dalle colonne di Repubblica è fiammeggiante. Uno schiaffo a Luigi Di Maio, per una volta che ne aveva detta una giusta («capisco l'imbarazzo di chi si era marchiato d'infamia etichettando come “taxi del mare"» le Ong, sibila Gad); un avvertimento al governo («bisogna che il Conte bis si metta d'accordo con se stesso»), e poi un grande classico, il richiamo al rischio nazifascista. Perché chi non è d'accordo con Lerner è sempre a rischio di capi di imputazione brucianti («nel secolo scorso tale argomento fu utilizzato per chiudere le porte a chi cercava scampo dalle persecuzioni del nazifascismo»). E capite bene che in questi termini è perfino impossibile impostare una discussione pacata e reciprocamente rispettosa: se i sostenitori di una tesi sono equiparati ai crimini (o, come in questo caso, alle peggiori viltà) del Novecento, che dibattito vuoi fare? O nazisti, o fiancheggiatori oggettivi - magari inconsapevoli - del nazismo. Tertium non datur. C'è una scomunica morale preventiva contro chiunque osi proporre una linea di rigore, di contrasto all'immigrazione illegale e fuori controllo. Non c'è un dialogo in cui le due posizioni abbiano pari dignità, in cui sia riconosciuta accettabilità morale a chi (per inciso: la maggioranza schiacciante degli italiani, secondo tutte le rilevazioni) è favorevole all'immigrazione regolare e controllata, ma contrarissimo a quella clandestina e di massa. No: chi la pensa così viene precipitato in una specie di abisso etico-politico, senza redenzione possibile. Lerner, invece, vuole quella che chiama una «pace con le Ong». Non gli basta l'accordo siglato a La Valletta, perché «esclude dalla redistribuzione i migranti che raggiungono le coste europee direttamente con le imbarcazioni degli scafisti». Ma guarda. E così Gad è di nuovo in prima linea con «le Ong, il Forum del terzo settore, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e scoutistiche che hanno avviato la campagna #ioaccolgo». Dirama le convocazioni e snocciola i punti da risolvere. Dà i compiti all'Italia e all'Europa. Ne ha per tutti. Dimentica solo una piccola cosa, sicuramente un dettaglio, un'inezia, nella sua visione delle cose: di indicarci un numero massimo, un tetto, un limite aritmetico al di là del quale non si possa andare. È questa cifra, è questo numerino (maledetta matematica!), quello che Lerner non vuole proprio mettere nero su bianco. L'accoglienza - par di capire - non ha numeri, non ha tetti, non ha soglie. Solo imperativi morali. Peccato che la realtà si incarichi ogni giorno di sciupare questo tipo di narrazione. Ve la ricordare la Ocean Viking? Avevamo capito che i 182 immigrati sbarcati in Sicilia da quella nave dovevano rappresentare un primo banco di prova per la mitica solidarietà europea. E invece? Germania e Francia - fanno sapere - se ne prenderanno 50 a testa, 20 andranno in Portogallo, appena 4 (2+2) saranno ricollocati rispettivamente in Lussemburgo e in Irlanda. E tutti gli altri, cioè il numero più grande? L'avete già capito: i 58 sono destinati a rimanere qui, in Italia. Per carità. Qualcuno potrà dire: il mitico accordo di Malta non è ancora in vigore. Ma, a parte il fatto (come La Verità spiega da giorni, e lo facciamo anche oggi in un apposito articolo) che l'intesa di Malta è del tutto inconsistente, proprio i migranti dell'Ocean Viking dovevano rappresentare una prima occasione di solidarietà concreta. Ma se il buongiorno si vede dal mattino, non è difficile immaginare il finale di partita. Senza dire che, in particolare ma non solo dalla Tunisia, sta proseguendo ed è anzi in via di intensificazione uno «sgocciolamento» di arrivi sulle nostre coste: soprattutto verso la Calabria (oltre che verso la Sicilia), attraverso imbarcazioni più piccole, barchini più che barconi, il cui via vai è incessante. La realtà sembra non rassegnarsi alle rampogne di Lerner e di Repubblica. Daniele Capezzone
L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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