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2023-03-06
Sprechi da Covid
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Sono stati costruiti in piena emergenza Covid per far fronte alla carenza di posti letto nei reparti di terapia intensiva e ora sono vuoti, senza personale, senza pazienti, inutilizzati. Investimenti di miliardi che si stanno trasformando in sprechi mentre gli ospedali sono sempre alle prese con fondi all’osso e bilanci in rosso. Così mentre non si bandiscono i concorsi per le scuole di specializzazione a causa del tetto alla spesa sanitaria, altrove si buttano risorse preziose. È uno dei paradossi della gestione della pandemia che ora sta emergendo in tutta la sua gravità. Stiamo parlando dei cosiddetti ospedali modulari, messi su in gran fretta e che ora rischiano di trasformarsi in cattedrali nel deserto. Nessuna amministrazione ha un piano per il loro utilizzo e il tema viene liquidato dicendo che sono a disposizione, qualora dovesse esserci un’altra emergenza, e che soffrono della carenza di personale come tutte le strutture della sanità pubblica.
Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, fece degli ospedali modulari il fiore all’occhiello della strategia anti Covid, ponendosi addirittura come un modello nazionale e sottolineando di aver anticipato le «virtuose» Regioni del nord. Una grande operazione di marketing politico con tanto di inaugurazioni in pompa magna rimbalzate anche sulle televisioni. In tutto tre strutture per una spesa totale di 15,5 milioni di euro suddivisi in 10,3 milioni per l’Ospedale del Mare di Napoli, 2,6 milioni per il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e 2,6 milioni per il San Giovanni e Ruggi D’Aragona di Salerno. Il bando se lo aggiudicò la Manufacturing Engineering Development di Padova con un offerta totale di quasi 12,3 milioni di euro.
Dopo i fuochi d’artificio del taglio del nastro e anche un’inchiesta giudiziaria sul numero dei posti letto realizzati che sarebbero stati di meno rispetto al previsto, quelle che dovevano essere le eccellenze regionali della lotta al Covid, sono state abbandonate. I moduli ora sono chiusi a chiave e, al massimo, ogni tanto qualcuno va ad azionare i macchinari per assicurarsi che la loro funzionalità non venga meno per l’incuria. Che fine faranno non è dato sapere. Ci sono vaghi progetti di destinazione ad altro uso ma i direttori sanitari non si addentrano in dettagli. La struttura del presidio di Ponticelli, costato 7 milioni, con 72 posti e relative apparecchiature, dovrebbe essere utilizzata, secondo il direttore della Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, per i pazienti sottoposti a cure lunghe ma di minore intensità. Anche l’ospedale modulare di Caserta è chiuso e le apparecchiature all’avanguardia sono ferme. Il direttore generale, Gaetano Gubitosa, ha detto al Corriere del Mezzogiorno che la struttura potrebbe essere convertita per la radioterapia, la medicina nucleare e la radioterapia.
Inutilizzato pure l’ospedale modulare di Salerno ma in attesa di una destinazione precisa, nel frattempo negli spazi potrebbero essere trasferite le attività della rianimazione quando saranno avviati i lavori di ristrutturazione del reparto del Ruggi. Sono progetti però scritti sull’acqua che si scontrano con la mancanza di una programmazione precisa soprattutto per quanto riguarda il personale. Possibile che quando tali strutture sono state realizzate non si è pensato quale sarebbe stato il loro futuro alla fine della pandemia e con quali medici avrebbero continuato a funzionare considerata le carenze di professionisti dovute ai tetti alle assunzioni?
C’è il rischio che con il passare del tempo vadano persi anche i macchinari.
La costruzione dei tre ospedali modulari a Napoli, Caserta e Salerno è entrata anche sotto il faro della Corte dei conti. Nella sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, a marzo 2021, il procuratore Maurizio Stanco parlò dell’apertura di un «fascicolo istruttorio riguardante un’ipotesi di rilevante danno erariale» relativa «alla procedura di gara d’appalto» per la costruzione dei tre Covid hospital. «L’ufficio requirente», c’era scritto nella relazione di Stanco, «ha proceduto al riguardo, a nominare esperti consulenti tecnici».
C’è poi il pasticciaccio dell’ospedale Covid realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari, costo presunto di circa 25 milioni di euro, ovvero 50.000 euro a paziente e che ora deve essere smantellato. Cifre da capogiro, lievitate secondo una procedura che ha ancora punti oscuri. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lo definì allora «un miracolo». In attesa che la struttura sia smontata, il salasso per la Regione continua. Innanzitutto c’è l’affitto dei padiglioni pari a 114.000 euro al mese da versare alla Fiera del Levante, come da contratto, che fanno 1.332.000 euro in un anno. Ci sono poi le bollette anche per il periodo in cui è stata chiusa, cioè settembre e ottobre 2021. Per questi due mesi, nonostante nella struttura non ci fosse alcun paziente, il Policlinico di Bari che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferisce le risorse, ha versato per l’elettricità ben 439.000 euro. Da aprile (lo stato di emergenza è terminato il 30 marzo 2021) a ottobre, per acqua e luce, il conto è stato pari a 1.200.000 euro.
Inoltre la Regione dovrebbe farsi carico delle spese di smontaggio, 3,3 milioni, anche se l’intenzione (chissà se andrà a buon fine) è di girare il conto alla Protezione civile nazionale.
Che dire degli sprechi al Moscati di Taranto denunciati dal vice presidente della Commissione Sanità della Regione Puglia e consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Renato Perrini. All’inizio del novembre 2020, in piena ondata Covid, la Rete Covid programmata dalla Regione Puglia prevedeva 3.062 posti letto suddivisi in 26 ospedali pubblici e sei cliniche private accreditate. Per raggiungere quel numero di posti letto furono fatti acquisti straordinari di attrezzature idonee ad assistere i contagiati. Ma questo materiale, avverte Perrini, «mi risulta, giace ora accumulato e ammassato, e soprattutto non utilizzato, in alcune stanze degli stessi ospedali». E il consigliere allega le foto del Moscati. Uno spreco di denaro pubblico al quale si aggiunge il mancato utilizzo di letti e macchinari di ultima generazione, mentre «mi giunge voce », afferma Perrini, «che si sta provvedendo ad acquistare altre attrezzature. Meglio sarebbe procedere ad un inventario per verificare le attrezzature già presenti negli ospedali, non più Covid, per poterle riutilizzare».
I reparti di Ponticelli appena inaugurati già non servivano più
Costo 7 milioni di euro, 72 posti di terapia intensiva ma appena inaugurato il direttore della Asl Napoli1, Ciro Verdoliva, ammette: «Le terapie intensive non servono più. La struttura modulare sarà destinata a pazienti Covid con altre patologie di base». Si riassume in poche righe la surreale vicenda del prefabbricato costruito nel parcheggio dell’Ospedale del Mare a Ponticelli, il primo di tre strutture che la Regione Campania aveva commissionato all’azienda veneta Med, e che avrebbe dovuto essere di aiuto nella fase di picco della pandemia. In pratica, appena terminato ci si è accorti che non era più necessario.
Verdoliva, interpellato dai giornalisti all’inaugurazione, ad aprile 2020, si affrettava a chiarire: «Avevamo pensato a questa struttura in uno scenario di guerra, quello del mese di marzo, poi le curve sono scese, sono diminuiti i contagi e non abbiamo più bisogno delle terapie intensive. Se in futuro ci troveremo con una nuova ondata di contagi, questo ospedale è riconvertibile in 6 ore, per oggi lo mettiamo a disposizione dei pazienti positivi con patologie di base e che dovrebbero andare negli ospedali».
Insomma le strutture ospedaliere in funzione erano in grado di reggere tranquillamente la pressione dei malati di Covid in condizioni gravi. Tant’è che Verdoliva affermava tranquillamente che «sulle degenze, terapie intensive e subintensive abbiamo più posti letto che domanda». Insomma il trasferimento dei pazienti sarebbe avvenuto, a quanto parve subito chiaro, per dare un senso a quella spesa di 7 milioni che si configurava come uno spreco.
Il caso dell’Ospedale del Mare insieme alle altre due strutture volute dal governatore De Luca per l’emergenza della pandemia, quella presso l’ospedale San Sebastiano, a Caserta e presso il Ruggi D’Aragona, a Salerno, è finito anche in Parlamento con un’interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice Paola Nugnes, e sottoscritta dalle colleghe Loredana De Pretis, Margherita Corrado, Elena Fattori, Danila De Lucia e Simona Nocerino, per chiedere al ministro della Salute Roberto Speranza e a quello degli Affari regionali Francesco Boccia di chiarire la vicenda. In particolare, perché in Campania vi è stata la necessità di investire milioni di euro per un ospedale prefabbricato dentro ad un ospedale con 10 reparti chiusi. Le parlamentari chiedevano anche di intervenire per chiarire l’aggiudicazione dell’appalto di tutti e tre i lotti unicamente alla veneta Med e di dar conto dell’utilizzo futuro della struttura di Napoli, vista la paradossale situazione che si registrava all’Ospedale del Mare con diversi reparti chiusi.
I tempi della riconversione degli spazi modulari sono rimasti oscuri e ancora oggi non si sa quale sarà la destinazione della struttura. Suggerimenti ce ne sono tanti anche per alleggerire il peso che grava sugli altri ospedali sempre in carenza di spazi, ma fino ad ora l’amministrazione non ha messo nulla nero su bianco.
Un altro caso è quello dell’ospedaletto di Caserta, riservato ai pazienti in terapia intensiva, realizzato nel parcheggio del Sant’Anna e San Sebastiano, nella primavera 2020. A dicembre dello stesso anno, però, l’ospedale di Caserta ha espresso la necessità di spendere un milione e mezzo per ulteriori dodici letto di terapia intensiva Covid. Nel giro di pochi mesi la Regione Campania ha dovuto spendere 3 milioni e 354 mila euro. Una cifra significativa che avrebbe dovuto avere una giustificazione altrettanto importante. Eppure la struttura poteva ospitare al massimo 14 pazienti ed è rimasta quasi sempre inutilizzata.
Ma gli sprechi non finiscono qui perché all’ospedaletto è stato assegnato ad agosto 2020 un servizio di vigilanza del costo di diverse decine di migliaia di euro, tramite affidamento diretto alla Ssd di Nocera Inferiore. Un contratto che continua ancora, di proroga in proroga e dovrebbe scadere il 31 marzo prossimo secondo quanto disposto dalla delibera del direttore generale, Gaetano Gubitosa. La motivazione, messa nera su bianco, è «la necessità di salvaguardare le attrezzature e gli impianti del Presidio Modulare Ospedaliero Esterno Covid per una eventuale ripresa dei contagi per l’autunno/inverno 2022-2023». Tre mesi, da gennaio a marzo, verranno a costare 15.710 euro. Dopo più di due anni continuano a sopravvivere le motivazioni delle procedure di appalto d’emergenza legate al Covid.
Il padiglione di Bari? Ora costa troppo perfino smantellarlo
Il pasticciaccio dell’ospedale realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari può essere considerato l’emblema delle spese scellerate effettuate durante la pandemia. Il 13 novembre 2020, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, annuncia la realizzazione di uno ospedale da campo dentro la Fiera. Seguono una serie di smentite da Asl e Regione, salvo poi venire fuori sul Corriere del Mezzogiorno, che il bando c’è ed ha scadenza di ore. Ma non si tratta di un ospedale da campo come quello realizzato a Barletta con le tende, facile da smontare e nemmeno dei moduli prefabbricati allestiti fuori degli ospedali. È un vero e proprio ospedale con 160 posti da terapia intensiva e costo di 9,6 milioni. La gara viene vinta da un raggruppamento pugliese guidato dalla Cobar, nota per la ricostruzione del Petruzzelli, con un’offerta da 8,5 milioni, al 12% di ribasso. Il commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, chiede al prefetto di Bari la requisizione di 3 padiglioni. Passano alla gestione della Regione che da quel momento dovrà versare alla Fiera un affitto mensile di 114.000 euro.
Ma era proprio necessaria questa operazione quando si sarebbero potuti utilizzare gli ospedali nuovi sparsi in tutta la Puglia, semivuoti, creando spazi ad hoc per le terapie intensive? È la domanda che si posero in molti. Tra questi Raffaele Fitto che paventò subito uno spreco di 10 milioni di euro. Ma l’operazione non si ferma e l’ospedale, a marzo 2021, è inaugurato con rulli di tamburo sui media. Dal taglio del nastro passano due mesi e l’ospedale nella Fiera non apre. C’è un intoppo: mancano i bagni. Il problema sorge perché nel frattempo i posti in terapia intensiva sono passati da 160 a 14 e quindi i ricoveri ordinari hanno bisogno dei servizi igienici. Quando tutto sembra pronto, ci si accorge che non ci sono i medici. La carenza di personale ospedaliero è una realtà nota ma nessuno se ne era ricordato.
Intanto i 9 milioni iniziali del bando lievitano e alla fine si arriverà a una spesa presunta, secondo la magistratura, di circa 25 milioni. La procura di Bari apre un’inchiesta, fioccano le interrogazioni parlamentari che chiedono al ministro della Salute Roberto Speranza di inviare gli ispettori. A settembre 2021 salta la Fiera del Levante, non era mai successo in 74 anni di storia. Scattano le inchieste e il capo della Protezione civile Mario Lerario è arrestato mentre intasca una mazzetta e oggi è agli arresti domiciliari.
La storia dell’ospedale Covid continua ancora, con tanti punti oscuri da chiarire. Il 24 marzo 2021 è pubblicato il decreto che sancisce la fine dello stato di emergenza ma questo non sembra valere per la Fiera. A fine marzo c’erano ancora pazienti nella struttura. L’assessorato dal Salute chiede al Policlinico di accelerare il trasferimento dei malati ma l’operazione va avanti fino a settembre. Intanto da aprile a ottobre sono arrivate bollette di luce e acqua per 1.200.000 euro che comprendono anche gli ultimi due mesi in cui l’ospedale era chiuso. In particolare l’elettricità di settembre e ottobre ammonta a 439.000 euro. A pagare per ora è il Policlinico, che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferirà anche i soldi per le spese di gestione e le utenze dell’ospedale chiuso, così come aveva fatto quando era operativo. C’è poi l’affitto dei padiglioni: 114.000 euro al mese come da accordi con la Fiera.
I macchinari, 153 ventilatori polmonari acquistati nel 2021 dalla Protezione civile, sono stati trasferiti presso il padiglione di Asclepios 3 del Policlinico, di prossima apertura e sono in corso le operazioni tecniche per rimetterli in funzione e riassegnarli ai reparti.
C’è poi il problema di smantellare la struttura ma l’operazione si sta rivelando più complicata del previsto, anche in virtù del fatto che non esiste il collaudo. La nuova commissione, nominata dopo l’arresto di Lerario, ha ritenuto che l’opera non fosse collaudabile e quindi non è chiaro come dovrà agire il Consorzio Agoraa di Catania, che ha vinto la gara del Policlinico per lo smontaggio di ciò che ancora è rimasto. Costo 3,3 milioni. Un salasso che la Regione vorrebbe girare alla Protezione civile nazionale in base al ragionamento che siccome la struttura è stata realizzata nell’emergenza, l’onere è di competenza del bilancio nazionale non di quello regionale. Ma non è detto che la richiesta vada a buon fine dal momento che, si potrebbe obiettare, tale onere doveva essere previsto dal principio.
«Certo è che quei 25 milioni sperperati potevano essere investiti per migliorare il sistema sanitario pugliese. Sarebbe bastato adeguare una struttura già esistente come l’ospedale militare a Bari che si poteva usare anche alla fine della pandemia, riconvertendolo in istituto di ricerca e a disposizione per momenti di emergenza», afferma Giosafatte Pallotta, esecutivo nazionale Anaao-Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri. E sottolinea le difficoltà nello smantellamento. «La ricollocazione del materiale biomedico va a rilento mentre nessuno si è interessato a rilevare gli arredi e i moduli di cartongesso che comunque potevano essere riutilizzati. Ai bandi nessuno ha risposto anche se la cessione era praticamente gratuita».
«Almeno ricollochino i macchinari non usati»

Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva in Campania (YouTube)
«Ora gli ospedali modulari costruiti in Campania sull’onda dell’emergenza Covid sono vuoti, in gran parte non hanno nemmeno funzionato a pieno ritmo per come erano stati programmati oppure, come nel caso dell’Ospedale del Mare, hanno assorbito l’utenza proveniente dall’ospedale. Allo scoppio della pandemia la Campania era sotto stress e non me la sento di criticare la realizzazione di questi spazi per ospitare le terapie intensive. Il tema però è la mancanza di una programmazione sul futuro. Sul loro utilizzo e con quale personale, non ci sono risposte». Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva, associazione di difesa dei consumatori, è tra coloro che hanno inviato al presidente della Regione De Luca un piano per la riconversione degli ospedali modulari.
Avete avuto risposte?
«Abbiamo ricordato che le strutture non si possono lasciare chiuse con il rischio di un progressivo degrado. C’è stato un errore iniziale nella previsione della capacità ricettiva dei moduli, superiore alla domanda, ma capisco che in quei momenti era difficile stimare l’andamento dei contagi. Ma il fatto grave è stato non programmare il futuro. Va cambiata la loro destinazione d’uso. Le idee non mancano. Si possono utilizzare per gli screening oncologici, per i centri di specializzazione, per gli ambulatori, per le scuole di preparazione dei medici di pronto soccorso o di formazione per le malattie rare. I macchinari potrebbero essere allocati in altri ospedali. Bisogna fare presto prima che tutto sprofondi nell’incuria. È questo ciò che abbiamo fatto presente a De Luca, ma non abbiamo avuto risposte».
Quali sono gli ostacoli?
«La mia impressione è che l’amministrazione, non considerando più il Covid una priorità, abbia dimenticato anche ciò che ha fatto parte della battaglia contro il virus. Magari fa più notizia l’ampliamento dell’ospedale Cardarelli anche se poi il numero dei medici resta invariato, o si preferisce puntare sull’abbattimento delle liste d’attesa e sul recupero dei test per i malati oncologici. È un errore politico non avere un buon assessorato che si occupi della gestione ordinaria che come le emergenze resta nelle mani del presidente. Il problema della riconversione degli ospedali modulari si potrebbe risolvere in un paio di settimane ma servirebbero anche norme in deroga alla giungla di autorizzazioni che sono tornate in vigore al termine dello stato di emergenza».
Una volta riconvertite le strutture ad altro uso, ci sono i medici per riempirle?
«Durante la pandemia sono stati impiegati gli specializzandi e i pensionati mentre il personale organico ha aumentato i turni. Terminata l’emergenza i padiglioni si sono svuotati. De Luca afferma che la formazione dei medici non può esser delegata soltanto alle università ma andrebbe fatta anche negli ospedali in numero adeguato al fabbisogno. Ecco quindi che le strutture modulari avrebbero una funzione. Ma per questo occorre una decisione del governo».
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In Puglia e in Campania, gli ospedali costruiti durante la pandemia venivano presentati come fiori all’occhiello. Oggi sono vuoti, senza personale medico e senza pazienti. E le apparecchiature, a causa del lungo inutilizzo, rischiano di guastarsi. Beffa finale: oltre alle decine di milioni già sborsati, bisogna continuare a pagare le bollette.Il direttore della Asl ammise subito: «Di quelle terapie intensive non c’è bisogno». E a Caserta si sono spesi 3 milioni per 14 letti.Il pasticciaccio della struttura nella Fiera di Bari: prezzi triplicati in pochi mesi. E capo della protezione civile agli arresti.Il segretario campano di Cittadinanzattiva, Lorenzo Latella: «Riprogrammare è urgente. Abbiamo scritto a De Luca, ma non ci risponde».Lo speciale contiene quattro articoli.Sono stati costruiti in piena emergenza Covid per far fronte alla carenza di posti letto nei reparti di terapia intensiva e ora sono vuoti, senza personale, senza pazienti, inutilizzati. Investimenti di miliardi che si stanno trasformando in sprechi mentre gli ospedali sono sempre alle prese con fondi all’osso e bilanci in rosso. Così mentre non si bandiscono i concorsi per le scuole di specializzazione a causa del tetto alla spesa sanitaria, altrove si buttano risorse preziose. È uno dei paradossi della gestione della pandemia che ora sta emergendo in tutta la sua gravità. Stiamo parlando dei cosiddetti ospedali modulari, messi su in gran fretta e che ora rischiano di trasformarsi in cattedrali nel deserto. Nessuna amministrazione ha un piano per il loro utilizzo e il tema viene liquidato dicendo che sono a disposizione, qualora dovesse esserci un’altra emergenza, e che soffrono della carenza di personale come tutte le strutture della sanità pubblica. Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, fece degli ospedali modulari il fiore all’occhiello della strategia anti Covid, ponendosi addirittura come un modello nazionale e sottolineando di aver anticipato le «virtuose» Regioni del nord. Una grande operazione di marketing politico con tanto di inaugurazioni in pompa magna rimbalzate anche sulle televisioni. In tutto tre strutture per una spesa totale di 15,5 milioni di euro suddivisi in 10,3 milioni per l’Ospedale del Mare di Napoli, 2,6 milioni per il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e 2,6 milioni per il San Giovanni e Ruggi D’Aragona di Salerno. Il bando se lo aggiudicò la Manufacturing Engineering Development di Padova con un offerta totale di quasi 12,3 milioni di euro. Dopo i fuochi d’artificio del taglio del nastro e anche un’inchiesta giudiziaria sul numero dei posti letto realizzati che sarebbero stati di meno rispetto al previsto, quelle che dovevano essere le eccellenze regionali della lotta al Covid, sono state abbandonate. I moduli ora sono chiusi a chiave e, al massimo, ogni tanto qualcuno va ad azionare i macchinari per assicurarsi che la loro funzionalità non venga meno per l’incuria. Che fine faranno non è dato sapere. Ci sono vaghi progetti di destinazione ad altro uso ma i direttori sanitari non si addentrano in dettagli. La struttura del presidio di Ponticelli, costato 7 milioni, con 72 posti e relative apparecchiature, dovrebbe essere utilizzata, secondo il direttore della Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, per i pazienti sottoposti a cure lunghe ma di minore intensità. Anche l’ospedale modulare di Caserta è chiuso e le apparecchiature all’avanguardia sono ferme. Il direttore generale, Gaetano Gubitosa, ha detto al Corriere del Mezzogiorno che la struttura potrebbe essere convertita per la radioterapia, la medicina nucleare e la radioterapia. Inutilizzato pure l’ospedale modulare di Salerno ma in attesa di una destinazione precisa, nel frattempo negli spazi potrebbero essere trasferite le attività della rianimazione quando saranno avviati i lavori di ristrutturazione del reparto del Ruggi. Sono progetti però scritti sull’acqua che si scontrano con la mancanza di una programmazione precisa soprattutto per quanto riguarda il personale. Possibile che quando tali strutture sono state realizzate non si è pensato quale sarebbe stato il loro futuro alla fine della pandemia e con quali medici avrebbero continuato a funzionare considerata le carenze di professionisti dovute ai tetti alle assunzioni? C’è il rischio che con il passare del tempo vadano persi anche i macchinari. La costruzione dei tre ospedali modulari a Napoli, Caserta e Salerno è entrata anche sotto il faro della Corte dei conti. Nella sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, a marzo 2021, il procuratore Maurizio Stanco parlò dell’apertura di un «fascicolo istruttorio riguardante un’ipotesi di rilevante danno erariale» relativa «alla procedura di gara d’appalto» per la costruzione dei tre Covid hospital. «L’ufficio requirente», c’era scritto nella relazione di Stanco, «ha proceduto al riguardo, a nominare esperti consulenti tecnici». C’è poi il pasticciaccio dell’ospedale Covid realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari, costo presunto di circa 25 milioni di euro, ovvero 50.000 euro a paziente e che ora deve essere smantellato. Cifre da capogiro, lievitate secondo una procedura che ha ancora punti oscuri. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lo definì allora «un miracolo». In attesa che la struttura sia smontata, il salasso per la Regione continua. Innanzitutto c’è l’affitto dei padiglioni pari a 114.000 euro al mese da versare alla Fiera del Levante, come da contratto, che fanno 1.332.000 euro in un anno. Ci sono poi le bollette anche per il periodo in cui è stata chiusa, cioè settembre e ottobre 2021. Per questi due mesi, nonostante nella struttura non ci fosse alcun paziente, il Policlinico di Bari che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferisce le risorse, ha versato per l’elettricità ben 439.000 euro. Da aprile (lo stato di emergenza è terminato il 30 marzo 2021) a ottobre, per acqua e luce, il conto è stato pari a 1.200.000 euro.Inoltre la Regione dovrebbe farsi carico delle spese di smontaggio, 3,3 milioni, anche se l’intenzione (chissà se andrà a buon fine) è di girare il conto alla Protezione civile nazionale. Che dire degli sprechi al Moscati di Taranto denunciati dal vice presidente della Commissione Sanità della Regione Puglia e consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Renato Perrini. All’inizio del novembre 2020, in piena ondata Covid, la Rete Covid programmata dalla Regione Puglia prevedeva 3.062 posti letto suddivisi in 26 ospedali pubblici e sei cliniche private accreditate. Per raggiungere quel numero di posti letto furono fatti acquisti straordinari di attrezzature idonee ad assistere i contagiati. Ma questo materiale, avverte Perrini, «mi risulta, giace ora accumulato e ammassato, e soprattutto non utilizzato, in alcune stanze degli stessi ospedali». E il consigliere allega le foto del Moscati. Uno spreco di denaro pubblico al quale si aggiunge il mancato utilizzo di letti e macchinari di ultima generazione, mentre «mi giunge voce », afferma Perrini, «che si sta provvedendo ad acquistare altre attrezzature. 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Si riassume in poche righe la surreale vicenda del prefabbricato costruito nel parcheggio dell’Ospedale del Mare a Ponticelli, il primo di tre strutture che la Regione Campania aveva commissionato all’azienda veneta Med, e che avrebbe dovuto essere di aiuto nella fase di picco della pandemia. In pratica, appena terminato ci si è accorti che non era più necessario. Verdoliva, interpellato dai giornalisti all’inaugurazione, ad aprile 2020, si affrettava a chiarire: «Avevamo pensato a questa struttura in uno scenario di guerra, quello del mese di marzo, poi le curve sono scese, sono diminuiti i contagi e non abbiamo più bisogno delle terapie intensive. Se in futuro ci troveremo con una nuova ondata di contagi, questo ospedale è riconvertibile in 6 ore, per oggi lo mettiamo a disposizione dei pazienti positivi con patologie di base e che dovrebbero andare negli ospedali». Insomma le strutture ospedaliere in funzione erano in grado di reggere tranquillamente la pressione dei malati di Covid in condizioni gravi. Tant’è che Verdoliva affermava tranquillamente che «sulle degenze, terapie intensive e subintensive abbiamo più posti letto che domanda». Insomma il trasferimento dei pazienti sarebbe avvenuto, a quanto parve subito chiaro, per dare un senso a quella spesa di 7 milioni che si configurava come uno spreco. Il caso dell’Ospedale del Mare insieme alle altre due strutture volute dal governatore De Luca per l’emergenza della pandemia, quella presso l’ospedale San Sebastiano, a Caserta e presso il Ruggi D’Aragona, a Salerno, è finito anche in Parlamento con un’interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice Paola Nugnes, e sottoscritta dalle colleghe Loredana De Pretis, Margherita Corrado, Elena Fattori, Danila De Lucia e Simona Nocerino, per chiedere al ministro della Salute Roberto Speranza e a quello degli Affari regionali Francesco Boccia di chiarire la vicenda. In particolare, perché in Campania vi è stata la necessità di investire milioni di euro per un ospedale prefabbricato dentro ad un ospedale con 10 reparti chiusi. Le parlamentari chiedevano anche di intervenire per chiarire l’aggiudicazione dell’appalto di tutti e tre i lotti unicamente alla veneta Med e di dar conto dell’utilizzo futuro della struttura di Napoli, vista la paradossale situazione che si registrava all’Ospedale del Mare con diversi reparti chiusi. I tempi della riconversione degli spazi modulari sono rimasti oscuri e ancora oggi non si sa quale sarà la destinazione della struttura. Suggerimenti ce ne sono tanti anche per alleggerire il peso che grava sugli altri ospedali sempre in carenza di spazi, ma fino ad ora l’amministrazione non ha messo nulla nero su bianco. Un altro caso è quello dell’ospedaletto di Caserta, riservato ai pazienti in terapia intensiva, realizzato nel parcheggio del Sant’Anna e San Sebastiano, nella primavera 2020. A dicembre dello stesso anno, però, l’ospedale di Caserta ha espresso la necessità di spendere un milione e mezzo per ulteriori dodici letto di terapia intensiva Covid. Nel giro di pochi mesi la Regione Campania ha dovuto spendere 3 milioni e 354 mila euro. Una cifra significativa che avrebbe dovuto avere una giustificazione altrettanto importante. Eppure la struttura poteva ospitare al massimo 14 pazienti ed è rimasta quasi sempre inutilizzata. Ma gli sprechi non finiscono qui perché all’ospedaletto è stato assegnato ad agosto 2020 un servizio di vigilanza del costo di diverse decine di migliaia di euro, tramite affidamento diretto alla Ssd di Nocera Inferiore. Un contratto che continua ancora, di proroga in proroga e dovrebbe scadere il 31 marzo prossimo secondo quanto disposto dalla delibera del direttore generale, Gaetano Gubitosa. La motivazione, messa nera su bianco, è «la necessità di salvaguardare le attrezzature e gli impianti del Presidio Modulare Ospedaliero Esterno Covid per una eventuale ripresa dei contagi per l’autunno/inverno 2022-2023». Tre mesi, da gennaio a marzo, verranno a costare 15.710 euro. Dopo più di due anni continuano a sopravvivere le motivazioni delle procedure di appalto d’emergenza legate al Covid. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sprechi-da-covid-2659502576.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-padiglione-di-bari-ora-costa-troppo-perfino-smantellarlo" data-post-id="2659502576" data-published-at="1678033389" data-use-pagination="False"> Il padiglione di Bari? Ora costa troppo perfino smantellarlo Il pasticciaccio dell’ospedale realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari può essere considerato l’emblema delle spese scellerate effettuate durante la pandemia. Il 13 novembre 2020, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, annuncia la realizzazione di uno ospedale da campo dentro la Fiera. Seguono una serie di smentite da Asl e Regione, salvo poi venire fuori sul Corriere del Mezzogiorno, che il bando c’è ed ha scadenza di ore. Ma non si tratta di un ospedale da campo come quello realizzato a Barletta con le tende, facile da smontare e nemmeno dei moduli prefabbricati allestiti fuori degli ospedali. È un vero e proprio ospedale con 160 posti da terapia intensiva e costo di 9,6 milioni. La gara viene vinta da un raggruppamento pugliese guidato dalla Cobar, nota per la ricostruzione del Petruzzelli, con un’offerta da 8,5 milioni, al 12% di ribasso. Il commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, chiede al prefetto di Bari la requisizione di 3 padiglioni. Passano alla gestione della Regione che da quel momento dovrà versare alla Fiera un affitto mensile di 114.000 euro. Ma era proprio necessaria questa operazione quando si sarebbero potuti utilizzare gli ospedali nuovi sparsi in tutta la Puglia, semivuoti, creando spazi ad hoc per le terapie intensive? È la domanda che si posero in molti. Tra questi Raffaele Fitto che paventò subito uno spreco di 10 milioni di euro. Ma l’operazione non si ferma e l’ospedale, a marzo 2021, è inaugurato con rulli di tamburo sui media. Dal taglio del nastro passano due mesi e l’ospedale nella Fiera non apre. C’è un intoppo: mancano i bagni. Il problema sorge perché nel frattempo i posti in terapia intensiva sono passati da 160 a 14 e quindi i ricoveri ordinari hanno bisogno dei servizi igienici. Quando tutto sembra pronto, ci si accorge che non ci sono i medici. La carenza di personale ospedaliero è una realtà nota ma nessuno se ne era ricordato. Intanto i 9 milioni iniziali del bando lievitano e alla fine si arriverà a una spesa presunta, secondo la magistratura, di circa 25 milioni. La procura di Bari apre un’inchiesta, fioccano le interrogazioni parlamentari che chiedono al ministro della Salute Roberto Speranza di inviare gli ispettori. A settembre 2021 salta la Fiera del Levante, non era mai successo in 74 anni di storia. Scattano le inchieste e il capo della Protezione civile Mario Lerario è arrestato mentre intasca una mazzetta e oggi è agli arresti domiciliari. La storia dell’ospedale Covid continua ancora, con tanti punti oscuri da chiarire. Il 24 marzo 2021 è pubblicato il decreto che sancisce la fine dello stato di emergenza ma questo non sembra valere per la Fiera. A fine marzo c’erano ancora pazienti nella struttura. L’assessorato dal Salute chiede al Policlinico di accelerare il trasferimento dei malati ma l’operazione va avanti fino a settembre. Intanto da aprile a ottobre sono arrivate bollette di luce e acqua per 1.200.000 euro che comprendono anche gli ultimi due mesi in cui l’ospedale era chiuso. In particolare l’elettricità di settembre e ottobre ammonta a 439.000 euro. A pagare per ora è il Policlinico, che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferirà anche i soldi per le spese di gestione e le utenze dell’ospedale chiuso, così come aveva fatto quando era operativo. C’è poi l’affitto dei padiglioni: 114.000 euro al mese come da accordi con la Fiera. I macchinari, 153 ventilatori polmonari acquistati nel 2021 dalla Protezione civile, sono stati trasferiti presso il padiglione di Asclepios 3 del Policlinico, di prossima apertura e sono in corso le operazioni tecniche per rimetterli in funzione e riassegnarli ai reparti. C’è poi il problema di smantellare la struttura ma l’operazione si sta rivelando più complicata del previsto, anche in virtù del fatto che non esiste il collaudo. La nuova commissione, nominata dopo l’arresto di Lerario, ha ritenuto che l’opera non fosse collaudabile e quindi non è chiaro come dovrà agire il Consorzio Agoraa di Catania, che ha vinto la gara del Policlinico per lo smontaggio di ciò che ancora è rimasto. Costo 3,3 milioni. Un salasso che la Regione vorrebbe girare alla Protezione civile nazionale in base al ragionamento che siccome la struttura è stata realizzata nell’emergenza, l’onere è di competenza del bilancio nazionale non di quello regionale. Ma non è detto che la richiesta vada a buon fine dal momento che, si potrebbe obiettare, tale onere doveva essere previsto dal principio. «Certo è che quei 25 milioni sperperati potevano essere investiti per migliorare il sistema sanitario pugliese. Sarebbe bastato adeguare una struttura già esistente come l’ospedale militare a Bari che si poteva usare anche alla fine della pandemia, riconvertendolo in istituto di ricerca e a disposizione per momenti di emergenza», afferma Giosafatte Pallotta, esecutivo nazionale Anaao-Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri. E sottolinea le difficoltà nello smantellamento. «La ricollocazione del materiale biomedico va a rilento mentre nessuno si è interessato a rilevare gli arredi e i moduli di cartongesso che comunque potevano essere riutilizzati. Ai bandi nessuno ha risposto anche se la cessione era praticamente gratuita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sprechi-da-covid-2659502576.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="almeno-ricollochino-i-macchinari-non-usati" data-post-id="2659502576" data-published-at="1678033389" data-use-pagination="False"> «Almeno ricollochino i macchinari non usati» Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva in Campania (YouTube) «Ora gli ospedali modulari costruiti in Campania sull’onda dell’emergenza Covid sono vuoti, in gran parte non hanno nemmeno funzionato a pieno ritmo per come erano stati programmati oppure, come nel caso dell’Ospedale del Mare, hanno assorbito l’utenza proveniente dall’ospedale. Allo scoppio della pandemia la Campania era sotto stress e non me la sento di criticare la realizzazione di questi spazi per ospitare le terapie intensive. Il tema però è la mancanza di una programmazione sul futuro. Sul loro utilizzo e con quale personale, non ci sono risposte». Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva, associazione di difesa dei consumatori, è tra coloro che hanno inviato al presidente della Regione De Luca un piano per la riconversione degli ospedali modulari. Avete avuto risposte? «Abbiamo ricordato che le strutture non si possono lasciare chiuse con il rischio di un progressivo degrado. C’è stato un errore iniziale nella previsione della capacità ricettiva dei moduli, superiore alla domanda, ma capisco che in quei momenti era difficile stimare l’andamento dei contagi. Ma il fatto grave è stato non programmare il futuro. Va cambiata la loro destinazione d’uso. Le idee non mancano. Si possono utilizzare per gli screening oncologici, per i centri di specializzazione, per gli ambulatori, per le scuole di preparazione dei medici di pronto soccorso o di formazione per le malattie rare. I macchinari potrebbero essere allocati in altri ospedali. Bisogna fare presto prima che tutto sprofondi nell’incuria. È questo ciò che abbiamo fatto presente a De Luca, ma non abbiamo avuto risposte». Quali sono gli ostacoli? «La mia impressione è che l’amministrazione, non considerando più il Covid una priorità, abbia dimenticato anche ciò che ha fatto parte della battaglia contro il virus. Magari fa più notizia l’ampliamento dell’ospedale Cardarelli anche se poi il numero dei medici resta invariato, o si preferisce puntare sull’abbattimento delle liste d’attesa e sul recupero dei test per i malati oncologici. È un errore politico non avere un buon assessorato che si occupi della gestione ordinaria che come le emergenze resta nelle mani del presidente. Il problema della riconversione degli ospedali modulari si potrebbe risolvere in un paio di settimane ma servirebbero anche norme in deroga alla giungla di autorizzazioni che sono tornate in vigore al termine dello stato di emergenza». Una volta riconvertite le strutture ad altro uso, ci sono i medici per riempirle? «Durante la pandemia sono stati impiegati gli specializzandi e i pensionati mentre il personale organico ha aumentato i turni. Terminata l’emergenza i padiglioni si sono svuotati. De Luca afferma che la formazione dei medici non può esser delegata soltanto alle università ma andrebbe fatta anche negli ospedali in numero adeguato al fabbisogno. Ecco quindi che le strutture modulari avrebbero una funzione. Ma per questo occorre una decisione del governo».
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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