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2023-03-06
Sprechi da Covid
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Sono stati costruiti in piena emergenza Covid per far fronte alla carenza di posti letto nei reparti di terapia intensiva e ora sono vuoti, senza personale, senza pazienti, inutilizzati. Investimenti di miliardi che si stanno trasformando in sprechi mentre gli ospedali sono sempre alle prese con fondi all’osso e bilanci in rosso. Così mentre non si bandiscono i concorsi per le scuole di specializzazione a causa del tetto alla spesa sanitaria, altrove si buttano risorse preziose. È uno dei paradossi della gestione della pandemia che ora sta emergendo in tutta la sua gravità. Stiamo parlando dei cosiddetti ospedali modulari, messi su in gran fretta e che ora rischiano di trasformarsi in cattedrali nel deserto. Nessuna amministrazione ha un piano per il loro utilizzo e il tema viene liquidato dicendo che sono a disposizione, qualora dovesse esserci un’altra emergenza, e che soffrono della carenza di personale come tutte le strutture della sanità pubblica.
Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, fece degli ospedali modulari il fiore all’occhiello della strategia anti Covid, ponendosi addirittura come un modello nazionale e sottolineando di aver anticipato le «virtuose» Regioni del nord. Una grande operazione di marketing politico con tanto di inaugurazioni in pompa magna rimbalzate anche sulle televisioni. In tutto tre strutture per una spesa totale di 15,5 milioni di euro suddivisi in 10,3 milioni per l’Ospedale del Mare di Napoli, 2,6 milioni per il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e 2,6 milioni per il San Giovanni e Ruggi D’Aragona di Salerno. Il bando se lo aggiudicò la Manufacturing Engineering Development di Padova con un offerta totale di quasi 12,3 milioni di euro.
Dopo i fuochi d’artificio del taglio del nastro e anche un’inchiesta giudiziaria sul numero dei posti letto realizzati che sarebbero stati di meno rispetto al previsto, quelle che dovevano essere le eccellenze regionali della lotta al Covid, sono state abbandonate. I moduli ora sono chiusi a chiave e, al massimo, ogni tanto qualcuno va ad azionare i macchinari per assicurarsi che la loro funzionalità non venga meno per l’incuria. Che fine faranno non è dato sapere. Ci sono vaghi progetti di destinazione ad altro uso ma i direttori sanitari non si addentrano in dettagli. La struttura del presidio di Ponticelli, costato 7 milioni, con 72 posti e relative apparecchiature, dovrebbe essere utilizzata, secondo il direttore della Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, per i pazienti sottoposti a cure lunghe ma di minore intensità. Anche l’ospedale modulare di Caserta è chiuso e le apparecchiature all’avanguardia sono ferme. Il direttore generale, Gaetano Gubitosa, ha detto al Corriere del Mezzogiorno che la struttura potrebbe essere convertita per la radioterapia, la medicina nucleare e la radioterapia.
Inutilizzato pure l’ospedale modulare di Salerno ma in attesa di una destinazione precisa, nel frattempo negli spazi potrebbero essere trasferite le attività della rianimazione quando saranno avviati i lavori di ristrutturazione del reparto del Ruggi. Sono progetti però scritti sull’acqua che si scontrano con la mancanza di una programmazione precisa soprattutto per quanto riguarda il personale. Possibile che quando tali strutture sono state realizzate non si è pensato quale sarebbe stato il loro futuro alla fine della pandemia e con quali medici avrebbero continuato a funzionare considerata le carenze di professionisti dovute ai tetti alle assunzioni?
C’è il rischio che con il passare del tempo vadano persi anche i macchinari.
La costruzione dei tre ospedali modulari a Napoli, Caserta e Salerno è entrata anche sotto il faro della Corte dei conti. Nella sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, a marzo 2021, il procuratore Maurizio Stanco parlò dell’apertura di un «fascicolo istruttorio riguardante un’ipotesi di rilevante danno erariale» relativa «alla procedura di gara d’appalto» per la costruzione dei tre Covid hospital. «L’ufficio requirente», c’era scritto nella relazione di Stanco, «ha proceduto al riguardo, a nominare esperti consulenti tecnici».
C’è poi il pasticciaccio dell’ospedale Covid realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari, costo presunto di circa 25 milioni di euro, ovvero 50.000 euro a paziente e che ora deve essere smantellato. Cifre da capogiro, lievitate secondo una procedura che ha ancora punti oscuri. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lo definì allora «un miracolo». In attesa che la struttura sia smontata, il salasso per la Regione continua. Innanzitutto c’è l’affitto dei padiglioni pari a 114.000 euro al mese da versare alla Fiera del Levante, come da contratto, che fanno 1.332.000 euro in un anno. Ci sono poi le bollette anche per il periodo in cui è stata chiusa, cioè settembre e ottobre 2021. Per questi due mesi, nonostante nella struttura non ci fosse alcun paziente, il Policlinico di Bari che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferisce le risorse, ha versato per l’elettricità ben 439.000 euro. Da aprile (lo stato di emergenza è terminato il 30 marzo 2021) a ottobre, per acqua e luce, il conto è stato pari a 1.200.000 euro.
Inoltre la Regione dovrebbe farsi carico delle spese di smontaggio, 3,3 milioni, anche se l’intenzione (chissà se andrà a buon fine) è di girare il conto alla Protezione civile nazionale.
Che dire degli sprechi al Moscati di Taranto denunciati dal vice presidente della Commissione Sanità della Regione Puglia e consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Renato Perrini. All’inizio del novembre 2020, in piena ondata Covid, la Rete Covid programmata dalla Regione Puglia prevedeva 3.062 posti letto suddivisi in 26 ospedali pubblici e sei cliniche private accreditate. Per raggiungere quel numero di posti letto furono fatti acquisti straordinari di attrezzature idonee ad assistere i contagiati. Ma questo materiale, avverte Perrini, «mi risulta, giace ora accumulato e ammassato, e soprattutto non utilizzato, in alcune stanze degli stessi ospedali». E il consigliere allega le foto del Moscati. Uno spreco di denaro pubblico al quale si aggiunge il mancato utilizzo di letti e macchinari di ultima generazione, mentre «mi giunge voce », afferma Perrini, «che si sta provvedendo ad acquistare altre attrezzature. Meglio sarebbe procedere ad un inventario per verificare le attrezzature già presenti negli ospedali, non più Covid, per poterle riutilizzare».
I reparti di Ponticelli appena inaugurati già non servivano più
Costo 7 milioni di euro, 72 posti di terapia intensiva ma appena inaugurato il direttore della Asl Napoli1, Ciro Verdoliva, ammette: «Le terapie intensive non servono più. La struttura modulare sarà destinata a pazienti Covid con altre patologie di base». Si riassume in poche righe la surreale vicenda del prefabbricato costruito nel parcheggio dell’Ospedale del Mare a Ponticelli, il primo di tre strutture che la Regione Campania aveva commissionato all’azienda veneta Med, e che avrebbe dovuto essere di aiuto nella fase di picco della pandemia. In pratica, appena terminato ci si è accorti che non era più necessario.
Verdoliva, interpellato dai giornalisti all’inaugurazione, ad aprile 2020, si affrettava a chiarire: «Avevamo pensato a questa struttura in uno scenario di guerra, quello del mese di marzo, poi le curve sono scese, sono diminuiti i contagi e non abbiamo più bisogno delle terapie intensive. Se in futuro ci troveremo con una nuova ondata di contagi, questo ospedale è riconvertibile in 6 ore, per oggi lo mettiamo a disposizione dei pazienti positivi con patologie di base e che dovrebbero andare negli ospedali».
Insomma le strutture ospedaliere in funzione erano in grado di reggere tranquillamente la pressione dei malati di Covid in condizioni gravi. Tant’è che Verdoliva affermava tranquillamente che «sulle degenze, terapie intensive e subintensive abbiamo più posti letto che domanda». Insomma il trasferimento dei pazienti sarebbe avvenuto, a quanto parve subito chiaro, per dare un senso a quella spesa di 7 milioni che si configurava come uno spreco.
Il caso dell’Ospedale del Mare insieme alle altre due strutture volute dal governatore De Luca per l’emergenza della pandemia, quella presso l’ospedale San Sebastiano, a Caserta e presso il Ruggi D’Aragona, a Salerno, è finito anche in Parlamento con un’interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice Paola Nugnes, e sottoscritta dalle colleghe Loredana De Pretis, Margherita Corrado, Elena Fattori, Danila De Lucia e Simona Nocerino, per chiedere al ministro della Salute Roberto Speranza e a quello degli Affari regionali Francesco Boccia di chiarire la vicenda. In particolare, perché in Campania vi è stata la necessità di investire milioni di euro per un ospedale prefabbricato dentro ad un ospedale con 10 reparti chiusi. Le parlamentari chiedevano anche di intervenire per chiarire l’aggiudicazione dell’appalto di tutti e tre i lotti unicamente alla veneta Med e di dar conto dell’utilizzo futuro della struttura di Napoli, vista la paradossale situazione che si registrava all’Ospedale del Mare con diversi reparti chiusi.
I tempi della riconversione degli spazi modulari sono rimasti oscuri e ancora oggi non si sa quale sarà la destinazione della struttura. Suggerimenti ce ne sono tanti anche per alleggerire il peso che grava sugli altri ospedali sempre in carenza di spazi, ma fino ad ora l’amministrazione non ha messo nulla nero su bianco.
Un altro caso è quello dell’ospedaletto di Caserta, riservato ai pazienti in terapia intensiva, realizzato nel parcheggio del Sant’Anna e San Sebastiano, nella primavera 2020. A dicembre dello stesso anno, però, l’ospedale di Caserta ha espresso la necessità di spendere un milione e mezzo per ulteriori dodici letto di terapia intensiva Covid. Nel giro di pochi mesi la Regione Campania ha dovuto spendere 3 milioni e 354 mila euro. Una cifra significativa che avrebbe dovuto avere una giustificazione altrettanto importante. Eppure la struttura poteva ospitare al massimo 14 pazienti ed è rimasta quasi sempre inutilizzata.
Ma gli sprechi non finiscono qui perché all’ospedaletto è stato assegnato ad agosto 2020 un servizio di vigilanza del costo di diverse decine di migliaia di euro, tramite affidamento diretto alla Ssd di Nocera Inferiore. Un contratto che continua ancora, di proroga in proroga e dovrebbe scadere il 31 marzo prossimo secondo quanto disposto dalla delibera del direttore generale, Gaetano Gubitosa. La motivazione, messa nera su bianco, è «la necessità di salvaguardare le attrezzature e gli impianti del Presidio Modulare Ospedaliero Esterno Covid per una eventuale ripresa dei contagi per l’autunno/inverno 2022-2023». Tre mesi, da gennaio a marzo, verranno a costare 15.710 euro. Dopo più di due anni continuano a sopravvivere le motivazioni delle procedure di appalto d’emergenza legate al Covid.
Il padiglione di Bari? Ora costa troppo perfino smantellarlo
Il pasticciaccio dell’ospedale realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari può essere considerato l’emblema delle spese scellerate effettuate durante la pandemia. Il 13 novembre 2020, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, annuncia la realizzazione di uno ospedale da campo dentro la Fiera. Seguono una serie di smentite da Asl e Regione, salvo poi venire fuori sul Corriere del Mezzogiorno, che il bando c’è ed ha scadenza di ore. Ma non si tratta di un ospedale da campo come quello realizzato a Barletta con le tende, facile da smontare e nemmeno dei moduli prefabbricati allestiti fuori degli ospedali. È un vero e proprio ospedale con 160 posti da terapia intensiva e costo di 9,6 milioni. La gara viene vinta da un raggruppamento pugliese guidato dalla Cobar, nota per la ricostruzione del Petruzzelli, con un’offerta da 8,5 milioni, al 12% di ribasso. Il commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, chiede al prefetto di Bari la requisizione di 3 padiglioni. Passano alla gestione della Regione che da quel momento dovrà versare alla Fiera un affitto mensile di 114.000 euro.
Ma era proprio necessaria questa operazione quando si sarebbero potuti utilizzare gli ospedali nuovi sparsi in tutta la Puglia, semivuoti, creando spazi ad hoc per le terapie intensive? È la domanda che si posero in molti. Tra questi Raffaele Fitto che paventò subito uno spreco di 10 milioni di euro. Ma l’operazione non si ferma e l’ospedale, a marzo 2021, è inaugurato con rulli di tamburo sui media. Dal taglio del nastro passano due mesi e l’ospedale nella Fiera non apre. C’è un intoppo: mancano i bagni. Il problema sorge perché nel frattempo i posti in terapia intensiva sono passati da 160 a 14 e quindi i ricoveri ordinari hanno bisogno dei servizi igienici. Quando tutto sembra pronto, ci si accorge che non ci sono i medici. La carenza di personale ospedaliero è una realtà nota ma nessuno se ne era ricordato.
Intanto i 9 milioni iniziali del bando lievitano e alla fine si arriverà a una spesa presunta, secondo la magistratura, di circa 25 milioni. La procura di Bari apre un’inchiesta, fioccano le interrogazioni parlamentari che chiedono al ministro della Salute Roberto Speranza di inviare gli ispettori. A settembre 2021 salta la Fiera del Levante, non era mai successo in 74 anni di storia. Scattano le inchieste e il capo della Protezione civile Mario Lerario è arrestato mentre intasca una mazzetta e oggi è agli arresti domiciliari.
La storia dell’ospedale Covid continua ancora, con tanti punti oscuri da chiarire. Il 24 marzo 2021 è pubblicato il decreto che sancisce la fine dello stato di emergenza ma questo non sembra valere per la Fiera. A fine marzo c’erano ancora pazienti nella struttura. L’assessorato dal Salute chiede al Policlinico di accelerare il trasferimento dei malati ma l’operazione va avanti fino a settembre. Intanto da aprile a ottobre sono arrivate bollette di luce e acqua per 1.200.000 euro che comprendono anche gli ultimi due mesi in cui l’ospedale era chiuso. In particolare l’elettricità di settembre e ottobre ammonta a 439.000 euro. A pagare per ora è il Policlinico, che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferirà anche i soldi per le spese di gestione e le utenze dell’ospedale chiuso, così come aveva fatto quando era operativo. C’è poi l’affitto dei padiglioni: 114.000 euro al mese come da accordi con la Fiera.
I macchinari, 153 ventilatori polmonari acquistati nel 2021 dalla Protezione civile, sono stati trasferiti presso il padiglione di Asclepios 3 del Policlinico, di prossima apertura e sono in corso le operazioni tecniche per rimetterli in funzione e riassegnarli ai reparti.
C’è poi il problema di smantellare la struttura ma l’operazione si sta rivelando più complicata del previsto, anche in virtù del fatto che non esiste il collaudo. La nuova commissione, nominata dopo l’arresto di Lerario, ha ritenuto che l’opera non fosse collaudabile e quindi non è chiaro come dovrà agire il Consorzio Agoraa di Catania, che ha vinto la gara del Policlinico per lo smontaggio di ciò che ancora è rimasto. Costo 3,3 milioni. Un salasso che la Regione vorrebbe girare alla Protezione civile nazionale in base al ragionamento che siccome la struttura è stata realizzata nell’emergenza, l’onere è di competenza del bilancio nazionale non di quello regionale. Ma non è detto che la richiesta vada a buon fine dal momento che, si potrebbe obiettare, tale onere doveva essere previsto dal principio.
«Certo è che quei 25 milioni sperperati potevano essere investiti per migliorare il sistema sanitario pugliese. Sarebbe bastato adeguare una struttura già esistente come l’ospedale militare a Bari che si poteva usare anche alla fine della pandemia, riconvertendolo in istituto di ricerca e a disposizione per momenti di emergenza», afferma Giosafatte Pallotta, esecutivo nazionale Anaao-Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri. E sottolinea le difficoltà nello smantellamento. «La ricollocazione del materiale biomedico va a rilento mentre nessuno si è interessato a rilevare gli arredi e i moduli di cartongesso che comunque potevano essere riutilizzati. Ai bandi nessuno ha risposto anche se la cessione era praticamente gratuita».
«Almeno ricollochino i macchinari non usati»

Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva in Campania (YouTube)
«Ora gli ospedali modulari costruiti in Campania sull’onda dell’emergenza Covid sono vuoti, in gran parte non hanno nemmeno funzionato a pieno ritmo per come erano stati programmati oppure, come nel caso dell’Ospedale del Mare, hanno assorbito l’utenza proveniente dall’ospedale. Allo scoppio della pandemia la Campania era sotto stress e non me la sento di criticare la realizzazione di questi spazi per ospitare le terapie intensive. Il tema però è la mancanza di una programmazione sul futuro. Sul loro utilizzo e con quale personale, non ci sono risposte». Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva, associazione di difesa dei consumatori, è tra coloro che hanno inviato al presidente della Regione De Luca un piano per la riconversione degli ospedali modulari.
Avete avuto risposte?
«Abbiamo ricordato che le strutture non si possono lasciare chiuse con il rischio di un progressivo degrado. C’è stato un errore iniziale nella previsione della capacità ricettiva dei moduli, superiore alla domanda, ma capisco che in quei momenti era difficile stimare l’andamento dei contagi. Ma il fatto grave è stato non programmare il futuro. Va cambiata la loro destinazione d’uso. Le idee non mancano. Si possono utilizzare per gli screening oncologici, per i centri di specializzazione, per gli ambulatori, per le scuole di preparazione dei medici di pronto soccorso o di formazione per le malattie rare. I macchinari potrebbero essere allocati in altri ospedali. Bisogna fare presto prima che tutto sprofondi nell’incuria. È questo ciò che abbiamo fatto presente a De Luca, ma non abbiamo avuto risposte».
Quali sono gli ostacoli?
«La mia impressione è che l’amministrazione, non considerando più il Covid una priorità, abbia dimenticato anche ciò che ha fatto parte della battaglia contro il virus. Magari fa più notizia l’ampliamento dell’ospedale Cardarelli anche se poi il numero dei medici resta invariato, o si preferisce puntare sull’abbattimento delle liste d’attesa e sul recupero dei test per i malati oncologici. È un errore politico non avere un buon assessorato che si occupi della gestione ordinaria che come le emergenze resta nelle mani del presidente. Il problema della riconversione degli ospedali modulari si potrebbe risolvere in un paio di settimane ma servirebbero anche norme in deroga alla giungla di autorizzazioni che sono tornate in vigore al termine dello stato di emergenza».
Una volta riconvertite le strutture ad altro uso, ci sono i medici per riempirle?
«Durante la pandemia sono stati impiegati gli specializzandi e i pensionati mentre il personale organico ha aumentato i turni. Terminata l’emergenza i padiglioni si sono svuotati. De Luca afferma che la formazione dei medici non può esser delegata soltanto alle università ma andrebbe fatta anche negli ospedali in numero adeguato al fabbisogno. Ecco quindi che le strutture modulari avrebbero una funzione. Ma per questo occorre una decisione del governo».
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In Puglia e in Campania, gli ospedali costruiti durante la pandemia venivano presentati come fiori all’occhiello. Oggi sono vuoti, senza personale medico e senza pazienti. E le apparecchiature, a causa del lungo inutilizzo, rischiano di guastarsi. Beffa finale: oltre alle decine di milioni già sborsati, bisogna continuare a pagare le bollette.Il direttore della Asl ammise subito: «Di quelle terapie intensive non c’è bisogno». E a Caserta si sono spesi 3 milioni per 14 letti.Il pasticciaccio della struttura nella Fiera di Bari: prezzi triplicati in pochi mesi. E capo della protezione civile agli arresti.Il segretario campano di Cittadinanzattiva, Lorenzo Latella: «Riprogrammare è urgente. Abbiamo scritto a De Luca, ma non ci risponde».Lo speciale contiene quattro articoli.Sono stati costruiti in piena emergenza Covid per far fronte alla carenza di posti letto nei reparti di terapia intensiva e ora sono vuoti, senza personale, senza pazienti, inutilizzati. Investimenti di miliardi che si stanno trasformando in sprechi mentre gli ospedali sono sempre alle prese con fondi all’osso e bilanci in rosso. Così mentre non si bandiscono i concorsi per le scuole di specializzazione a causa del tetto alla spesa sanitaria, altrove si buttano risorse preziose. È uno dei paradossi della gestione della pandemia che ora sta emergendo in tutta la sua gravità. Stiamo parlando dei cosiddetti ospedali modulari, messi su in gran fretta e che ora rischiano di trasformarsi in cattedrali nel deserto. Nessuna amministrazione ha un piano per il loro utilizzo e il tema viene liquidato dicendo che sono a disposizione, qualora dovesse esserci un’altra emergenza, e che soffrono della carenza di personale come tutte le strutture della sanità pubblica. Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, fece degli ospedali modulari il fiore all’occhiello della strategia anti Covid, ponendosi addirittura come un modello nazionale e sottolineando di aver anticipato le «virtuose» Regioni del nord. Una grande operazione di marketing politico con tanto di inaugurazioni in pompa magna rimbalzate anche sulle televisioni. In tutto tre strutture per una spesa totale di 15,5 milioni di euro suddivisi in 10,3 milioni per l’Ospedale del Mare di Napoli, 2,6 milioni per il Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta e 2,6 milioni per il San Giovanni e Ruggi D’Aragona di Salerno. Il bando se lo aggiudicò la Manufacturing Engineering Development di Padova con un offerta totale di quasi 12,3 milioni di euro. Dopo i fuochi d’artificio del taglio del nastro e anche un’inchiesta giudiziaria sul numero dei posti letto realizzati che sarebbero stati di meno rispetto al previsto, quelle che dovevano essere le eccellenze regionali della lotta al Covid, sono state abbandonate. I moduli ora sono chiusi a chiave e, al massimo, ogni tanto qualcuno va ad azionare i macchinari per assicurarsi che la loro funzionalità non venga meno per l’incuria. Che fine faranno non è dato sapere. Ci sono vaghi progetti di destinazione ad altro uso ma i direttori sanitari non si addentrano in dettagli. La struttura del presidio di Ponticelli, costato 7 milioni, con 72 posti e relative apparecchiature, dovrebbe essere utilizzata, secondo il direttore della Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, per i pazienti sottoposti a cure lunghe ma di minore intensità. Anche l’ospedale modulare di Caserta è chiuso e le apparecchiature all’avanguardia sono ferme. Il direttore generale, Gaetano Gubitosa, ha detto al Corriere del Mezzogiorno che la struttura potrebbe essere convertita per la radioterapia, la medicina nucleare e la radioterapia. Inutilizzato pure l’ospedale modulare di Salerno ma in attesa di una destinazione precisa, nel frattempo negli spazi potrebbero essere trasferite le attività della rianimazione quando saranno avviati i lavori di ristrutturazione del reparto del Ruggi. Sono progetti però scritti sull’acqua che si scontrano con la mancanza di una programmazione precisa soprattutto per quanto riguarda il personale. Possibile che quando tali strutture sono state realizzate non si è pensato quale sarebbe stato il loro futuro alla fine della pandemia e con quali medici avrebbero continuato a funzionare considerata le carenze di professionisti dovute ai tetti alle assunzioni? C’è il rischio che con il passare del tempo vadano persi anche i macchinari. La costruzione dei tre ospedali modulari a Napoli, Caserta e Salerno è entrata anche sotto il faro della Corte dei conti. Nella sua relazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, a marzo 2021, il procuratore Maurizio Stanco parlò dell’apertura di un «fascicolo istruttorio riguardante un’ipotesi di rilevante danno erariale» relativa «alla procedura di gara d’appalto» per la costruzione dei tre Covid hospital. «L’ufficio requirente», c’era scritto nella relazione di Stanco, «ha proceduto al riguardo, a nominare esperti consulenti tecnici». C’è poi il pasticciaccio dell’ospedale Covid realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari, costo presunto di circa 25 milioni di euro, ovvero 50.000 euro a paziente e che ora deve essere smantellato. Cifre da capogiro, lievitate secondo una procedura che ha ancora punti oscuri. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lo definì allora «un miracolo». In attesa che la struttura sia smontata, il salasso per la Regione continua. Innanzitutto c’è l’affitto dei padiglioni pari a 114.000 euro al mese da versare alla Fiera del Levante, come da contratto, che fanno 1.332.000 euro in un anno. Ci sono poi le bollette anche per il periodo in cui è stata chiusa, cioè settembre e ottobre 2021. Per questi due mesi, nonostante nella struttura non ci fosse alcun paziente, il Policlinico di Bari che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferisce le risorse, ha versato per l’elettricità ben 439.000 euro. Da aprile (lo stato di emergenza è terminato il 30 marzo 2021) a ottobre, per acqua e luce, il conto è stato pari a 1.200.000 euro.Inoltre la Regione dovrebbe farsi carico delle spese di smontaggio, 3,3 milioni, anche se l’intenzione (chissà se andrà a buon fine) è di girare il conto alla Protezione civile nazionale. Che dire degli sprechi al Moscati di Taranto denunciati dal vice presidente della Commissione Sanità della Regione Puglia e consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Renato Perrini. All’inizio del novembre 2020, in piena ondata Covid, la Rete Covid programmata dalla Regione Puglia prevedeva 3.062 posti letto suddivisi in 26 ospedali pubblici e sei cliniche private accreditate. Per raggiungere quel numero di posti letto furono fatti acquisti straordinari di attrezzature idonee ad assistere i contagiati. Ma questo materiale, avverte Perrini, «mi risulta, giace ora accumulato e ammassato, e soprattutto non utilizzato, in alcune stanze degli stessi ospedali». E il consigliere allega le foto del Moscati. Uno spreco di denaro pubblico al quale si aggiunge il mancato utilizzo di letti e macchinari di ultima generazione, mentre «mi giunge voce », afferma Perrini, «che si sta provvedendo ad acquistare altre attrezzature. 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Si riassume in poche righe la surreale vicenda del prefabbricato costruito nel parcheggio dell’Ospedale del Mare a Ponticelli, il primo di tre strutture che la Regione Campania aveva commissionato all’azienda veneta Med, e che avrebbe dovuto essere di aiuto nella fase di picco della pandemia. In pratica, appena terminato ci si è accorti che non era più necessario. Verdoliva, interpellato dai giornalisti all’inaugurazione, ad aprile 2020, si affrettava a chiarire: «Avevamo pensato a questa struttura in uno scenario di guerra, quello del mese di marzo, poi le curve sono scese, sono diminuiti i contagi e non abbiamo più bisogno delle terapie intensive. Se in futuro ci troveremo con una nuova ondata di contagi, questo ospedale è riconvertibile in 6 ore, per oggi lo mettiamo a disposizione dei pazienti positivi con patologie di base e che dovrebbero andare negli ospedali». Insomma le strutture ospedaliere in funzione erano in grado di reggere tranquillamente la pressione dei malati di Covid in condizioni gravi. Tant’è che Verdoliva affermava tranquillamente che «sulle degenze, terapie intensive e subintensive abbiamo più posti letto che domanda». Insomma il trasferimento dei pazienti sarebbe avvenuto, a quanto parve subito chiaro, per dare un senso a quella spesa di 7 milioni che si configurava come uno spreco. Il caso dell’Ospedale del Mare insieme alle altre due strutture volute dal governatore De Luca per l’emergenza della pandemia, quella presso l’ospedale San Sebastiano, a Caserta e presso il Ruggi D’Aragona, a Salerno, è finito anche in Parlamento con un’interrogazione parlamentare presentata dalla senatrice Paola Nugnes, e sottoscritta dalle colleghe Loredana De Pretis, Margherita Corrado, Elena Fattori, Danila De Lucia e Simona Nocerino, per chiedere al ministro della Salute Roberto Speranza e a quello degli Affari regionali Francesco Boccia di chiarire la vicenda. In particolare, perché in Campania vi è stata la necessità di investire milioni di euro per un ospedale prefabbricato dentro ad un ospedale con 10 reparti chiusi. Le parlamentari chiedevano anche di intervenire per chiarire l’aggiudicazione dell’appalto di tutti e tre i lotti unicamente alla veneta Med e di dar conto dell’utilizzo futuro della struttura di Napoli, vista la paradossale situazione che si registrava all’Ospedale del Mare con diversi reparti chiusi. I tempi della riconversione degli spazi modulari sono rimasti oscuri e ancora oggi non si sa quale sarà la destinazione della struttura. Suggerimenti ce ne sono tanti anche per alleggerire il peso che grava sugli altri ospedali sempre in carenza di spazi, ma fino ad ora l’amministrazione non ha messo nulla nero su bianco. Un altro caso è quello dell’ospedaletto di Caserta, riservato ai pazienti in terapia intensiva, realizzato nel parcheggio del Sant’Anna e San Sebastiano, nella primavera 2020. A dicembre dello stesso anno, però, l’ospedale di Caserta ha espresso la necessità di spendere un milione e mezzo per ulteriori dodici letto di terapia intensiva Covid. Nel giro di pochi mesi la Regione Campania ha dovuto spendere 3 milioni e 354 mila euro. Una cifra significativa che avrebbe dovuto avere una giustificazione altrettanto importante. Eppure la struttura poteva ospitare al massimo 14 pazienti ed è rimasta quasi sempre inutilizzata. Ma gli sprechi non finiscono qui perché all’ospedaletto è stato assegnato ad agosto 2020 un servizio di vigilanza del costo di diverse decine di migliaia di euro, tramite affidamento diretto alla Ssd di Nocera Inferiore. Un contratto che continua ancora, di proroga in proroga e dovrebbe scadere il 31 marzo prossimo secondo quanto disposto dalla delibera del direttore generale, Gaetano Gubitosa. La motivazione, messa nera su bianco, è «la necessità di salvaguardare le attrezzature e gli impianti del Presidio Modulare Ospedaliero Esterno Covid per una eventuale ripresa dei contagi per l’autunno/inverno 2022-2023». Tre mesi, da gennaio a marzo, verranno a costare 15.710 euro. Dopo più di due anni continuano a sopravvivere le motivazioni delle procedure di appalto d’emergenza legate al Covid. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sprechi-da-covid-2659502576.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-padiglione-di-bari-ora-costa-troppo-perfino-smantellarlo" data-post-id="2659502576" data-published-at="1678033389" data-use-pagination="False"> Il padiglione di Bari? Ora costa troppo perfino smantellarlo Il pasticciaccio dell’ospedale realizzato all’interno della Fiera del Levante di Bari può essere considerato l’emblema delle spese scellerate effettuate durante la pandemia. Il 13 novembre 2020, il sindaco di Bari, Antonio Decaro, annuncia la realizzazione di uno ospedale da campo dentro la Fiera. Seguono una serie di smentite da Asl e Regione, salvo poi venire fuori sul Corriere del Mezzogiorno, che il bando c’è ed ha scadenza di ore. Ma non si tratta di un ospedale da campo come quello realizzato a Barletta con le tende, facile da smontare e nemmeno dei moduli prefabbricati allestiti fuori degli ospedali. È un vero e proprio ospedale con 160 posti da terapia intensiva e costo di 9,6 milioni. La gara viene vinta da un raggruppamento pugliese guidato dalla Cobar, nota per la ricostruzione del Petruzzelli, con un’offerta da 8,5 milioni, al 12% di ribasso. Il commissario all’emergenza, Domenico Arcuri, chiede al prefetto di Bari la requisizione di 3 padiglioni. Passano alla gestione della Regione che da quel momento dovrà versare alla Fiera un affitto mensile di 114.000 euro. Ma era proprio necessaria questa operazione quando si sarebbero potuti utilizzare gli ospedali nuovi sparsi in tutta la Puglia, semivuoti, creando spazi ad hoc per le terapie intensive? È la domanda che si posero in molti. Tra questi Raffaele Fitto che paventò subito uno spreco di 10 milioni di euro. Ma l’operazione non si ferma e l’ospedale, a marzo 2021, è inaugurato con rulli di tamburo sui media. Dal taglio del nastro passano due mesi e l’ospedale nella Fiera non apre. C’è un intoppo: mancano i bagni. Il problema sorge perché nel frattempo i posti in terapia intensiva sono passati da 160 a 14 e quindi i ricoveri ordinari hanno bisogno dei servizi igienici. Quando tutto sembra pronto, ci si accorge che non ci sono i medici. La carenza di personale ospedaliero è una realtà nota ma nessuno se ne era ricordato. Intanto i 9 milioni iniziali del bando lievitano e alla fine si arriverà a una spesa presunta, secondo la magistratura, di circa 25 milioni. La procura di Bari apre un’inchiesta, fioccano le interrogazioni parlamentari che chiedono al ministro della Salute Roberto Speranza di inviare gli ispettori. A settembre 2021 salta la Fiera del Levante, non era mai successo in 74 anni di storia. Scattano le inchieste e il capo della Protezione civile Mario Lerario è arrestato mentre intasca una mazzetta e oggi è agli arresti domiciliari. La storia dell’ospedale Covid continua ancora, con tanti punti oscuri da chiarire. Il 24 marzo 2021 è pubblicato il decreto che sancisce la fine dello stato di emergenza ma questo non sembra valere per la Fiera. A fine marzo c’erano ancora pazienti nella struttura. L’assessorato dal Salute chiede al Policlinico di accelerare il trasferimento dei malati ma l’operazione va avanti fino a settembre. Intanto da aprile a ottobre sono arrivate bollette di luce e acqua per 1.200.000 euro che comprendono anche gli ultimi due mesi in cui l’ospedale era chiuso. In particolare l’elettricità di settembre e ottobre ammonta a 439.000 euro. A pagare per ora è il Policlinico, che ha gestito il presidio e a cui la Regione trasferirà anche i soldi per le spese di gestione e le utenze dell’ospedale chiuso, così come aveva fatto quando era operativo. C’è poi l’affitto dei padiglioni: 114.000 euro al mese come da accordi con la Fiera. I macchinari, 153 ventilatori polmonari acquistati nel 2021 dalla Protezione civile, sono stati trasferiti presso il padiglione di Asclepios 3 del Policlinico, di prossima apertura e sono in corso le operazioni tecniche per rimetterli in funzione e riassegnarli ai reparti. C’è poi il problema di smantellare la struttura ma l’operazione si sta rivelando più complicata del previsto, anche in virtù del fatto che non esiste il collaudo. La nuova commissione, nominata dopo l’arresto di Lerario, ha ritenuto che l’opera non fosse collaudabile e quindi non è chiaro come dovrà agire il Consorzio Agoraa di Catania, che ha vinto la gara del Policlinico per lo smontaggio di ciò che ancora è rimasto. Costo 3,3 milioni. Un salasso che la Regione vorrebbe girare alla Protezione civile nazionale in base al ragionamento che siccome la struttura è stata realizzata nell’emergenza, l’onere è di competenza del bilancio nazionale non di quello regionale. Ma non è detto che la richiesta vada a buon fine dal momento che, si potrebbe obiettare, tale onere doveva essere previsto dal principio. «Certo è che quei 25 milioni sperperati potevano essere investiti per migliorare il sistema sanitario pugliese. Sarebbe bastato adeguare una struttura già esistente come l’ospedale militare a Bari che si poteva usare anche alla fine della pandemia, riconvertendolo in istituto di ricerca e a disposizione per momenti di emergenza», afferma Giosafatte Pallotta, esecutivo nazionale Anaao-Assomed, il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri. E sottolinea le difficoltà nello smantellamento. «La ricollocazione del materiale biomedico va a rilento mentre nessuno si è interessato a rilevare gli arredi e i moduli di cartongesso che comunque potevano essere riutilizzati. Ai bandi nessuno ha risposto anche se la cessione era praticamente gratuita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/sprechi-da-covid-2659502576.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="almeno-ricollochino-i-macchinari-non-usati" data-post-id="2659502576" data-published-at="1678033389" data-use-pagination="False"> «Almeno ricollochino i macchinari non usati» Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva in Campania (YouTube) «Ora gli ospedali modulari costruiti in Campania sull’onda dell’emergenza Covid sono vuoti, in gran parte non hanno nemmeno funzionato a pieno ritmo per come erano stati programmati oppure, come nel caso dell’Ospedale del Mare, hanno assorbito l’utenza proveniente dall’ospedale. Allo scoppio della pandemia la Campania era sotto stress e non me la sento di criticare la realizzazione di questi spazi per ospitare le terapie intensive. Il tema però è la mancanza di una programmazione sul futuro. Sul loro utilizzo e con quale personale, non ci sono risposte». Lorenzo Latella, segretario regionale di Cittadinanzattiva, associazione di difesa dei consumatori, è tra coloro che hanno inviato al presidente della Regione De Luca un piano per la riconversione degli ospedali modulari. Avete avuto risposte? «Abbiamo ricordato che le strutture non si possono lasciare chiuse con il rischio di un progressivo degrado. C’è stato un errore iniziale nella previsione della capacità ricettiva dei moduli, superiore alla domanda, ma capisco che in quei momenti era difficile stimare l’andamento dei contagi. Ma il fatto grave è stato non programmare il futuro. Va cambiata la loro destinazione d’uso. Le idee non mancano. Si possono utilizzare per gli screening oncologici, per i centri di specializzazione, per gli ambulatori, per le scuole di preparazione dei medici di pronto soccorso o di formazione per le malattie rare. I macchinari potrebbero essere allocati in altri ospedali. Bisogna fare presto prima che tutto sprofondi nell’incuria. È questo ciò che abbiamo fatto presente a De Luca, ma non abbiamo avuto risposte». Quali sono gli ostacoli? «La mia impressione è che l’amministrazione, non considerando più il Covid una priorità, abbia dimenticato anche ciò che ha fatto parte della battaglia contro il virus. Magari fa più notizia l’ampliamento dell’ospedale Cardarelli anche se poi il numero dei medici resta invariato, o si preferisce puntare sull’abbattimento delle liste d’attesa e sul recupero dei test per i malati oncologici. È un errore politico non avere un buon assessorato che si occupi della gestione ordinaria che come le emergenze resta nelle mani del presidente. Il problema della riconversione degli ospedali modulari si potrebbe risolvere in un paio di settimane ma servirebbero anche norme in deroga alla giungla di autorizzazioni che sono tornate in vigore al termine dello stato di emergenza». Una volta riconvertite le strutture ad altro uso, ci sono i medici per riempirle? «Durante la pandemia sono stati impiegati gli specializzandi e i pensionati mentre il personale organico ha aumentato i turni. Terminata l’emergenza i padiglioni si sono svuotati. De Luca afferma che la formazione dei medici non può esser delegata soltanto alle università ma andrebbe fatta anche negli ospedali in numero adeguato al fabbisogno. Ecco quindi che le strutture modulari avrebbero una funzione. Ma per questo occorre una decisione del governo».
«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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L'ingresso del Cpr di via Corelli a Milano, dove il senegalese Assane Thiaw ha soggiornato da marzo ad ottobre 2025 (Ansa)
Il caso più recente è quello di Marin Jelenic, che per motivi abietti, ha ucciso alla stazione di Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Poi il clandestino stupratore, Emilio Gabriel Valdez Velazco, accusato di aver ucciso la giovane Aurora Livoli a Milano lo scorso 29 dicembre. Oppure il nordafricano Fady Helmy Abdelmalak Hanna, regolare in Italia ma senza fissa dimora e con una lunga lista di reati alle spalle, che prima ha seminato il panico in corso Buenos Aires a Milano e poi ha ferito un poliziotto.
L’ultima storia che desta preoccupazione è quella del senegalese Assane Thiaw, 27 anni, trattenuto per mesi al Cpr di Milano e poi trasferito nell’analoga struttura di Gjader in Albania, inaugurata nel 2024 dal governo italiano. Il suo caso è esemplificativo e ne ha parlato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ieri pomeriggio al question time in Senato, rispondendo a una domanda di Ilaria Cucchi (Avs). Ebbene, Assane, che parrebbe avere anche problemi psichiatrici, adesso è irreperibile. Perché? Dopo la sua permanenza per nove mesi al Cpr di via Corelli a Milano, dal 26 marzo al 30 ottobre 2025, è stato trasferito in Albania dove, però, è stato dichiarato «non idoneo alla permanenza in comunità ristretta» per ragioni di salute mentale. A quel punto, il 10 novembre, è stato riportato in Italia e gli è stato intimato a lasciare il Paese entro i successivi sette giorni. Tuttavia, di lui, da quel momento, non si hanno più tracce. «Come è possibile che una persona sotto la tutela dello Stato sparisca da un momento all’altro?», si chiede Cucchi, «L’ipotesi è che sia stato abbandonato senza alcuna presa in carico da parte delle istituzioni». «Faremo di tutto perché non si tratti dell’ennesimo caso di persona liberata dal trattenimento grazie a cavilli giudiziari e che poi ritroviamo in occasione della commissione di reati», risponde Piantedosi. Soprattutto se si considera che dal 2022 al 2025, il senegalese ha accumulato numerosi precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento.
Il ministro ha, però, sottolineato che, durante la sua permanenza al Cpr di Milano, Assane Thiaw «non presentava alcuna criticità di natura sanitaria o psichiatrica» e il medico del servizio sanitario aveva «attestato la compatibilità delle sue condizioni di salute con la convivenza in una comunità ristretta». Un’idoneità confermata dal medico del Cpr prima del trasferimento in Albania. Diversa però la valutazione una volta arrivato a Gjader. Il fatto che un altro clandestino insano di mente, con una valanga di precedenti per violenza, vada a spasso libero sui nostri marciapiedi, non ci rassicura per niente. Ma di chi è la colpa di tutto questo? «L’opposizione», osserva Piantedosi, «scopre solo ora il tema della sicurezza e il suo legame con l’immigrazione irregolare: gli stranieri sono responsabili del 35% dei reati, con picchi ancora più alti in alcune città. Quando la sinistra vinse le elezioni e governò per cinque anni, furono organizzate varie operazioni, Mare nostrum, Triton, Sofia che favorirono l’arrivo in Italia di oltre 650.000 clandestini».
Il governo Meloni, invece, ha ridotto gli sbarchi e aumentato i rimpatri del 12% ogni anno, che oggi sfiorano i 7.000 complessivi. Malgrado le espulsioni, però, ci ritroviamo lo stesso tanti soggetti pericolosi girare indisturbati nelle nostre comunità, liberi di colpire ancora. Questo grazie alla sinistra e a una parte della magistratura. Poliziotti e carabinieri fermano, identificano, segnalano. Poi, però, non accade nulla. Ricorsi, sospensive e mancate esecuzioni riportano tutto come era prima e i fermati vengono rilasciati. Chi dovrebbe essere allontanato resta lì, spesso nelle solite città. Il problema non è l’azione di prevenzione sul territorio delle forze di polizia, ma ciò che accade o, meglio, non accade dopo, con giudici che rimettono questi soggetti in libertà.
Ma per la sinistra, dopo anni di politiche migratorie compiacenti che hanno aperto le porte del Paese a una invasione incontrollata di extracomunitari, adesso la colpa è del governo Meloni che non è capace di fermare le violenze di quegli stessi immigrati che loro hanno fatto accomodare in Italia. Gli stessi che poi certa magistratura lascia liberi di agire bloccando le espulsioni, dando sempre più ragione agli stranieri violenti che alle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro. Perché per la sinistra anche i clandestini vanno aiutati, compresi, integrati. Poi, però, non ci lamentiamo se ogni giorno leggiamo sui giornali di stupri, aggressioni, danneggiamenti e omicidi.
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Tim Walz, governatore democratico del Minnesota (Ansa)
La donna ha perso la vita durante un raid dell’Ice a Minneapolis. Secondo i federali, la Good - compagna di un noto attivista pro immigrazione - avrebbe ostacolato l’operazione. Intimata di scendere dalla sua auto, la donna avrebbe disobbedito all’ordine, ingranando la retromarcia e dirigendo il suo Suv contro gli agenti dell’Ice. Uno di questi ha quindi ucciso la donna esplodendo tre colpi di pistola contro la vettura.
Benché in Rete abbiano iniziato rapidamente a circolare alcuni video dell’accaduto, le immagini non chiariscono in maniera univoca il reale svolgimento dei fatti. Il governo federale sostiene con forza la tesi della legittima difesa dell’agente dell’Ice, mentre i dem - incluso il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey - hanno parlato di un abuso di autorità e di un vero e proprio «assassinio» (murder). In attesa che vengano svolte indagini più approfondite, rimane comunque evidente che la Good, disobbedendo platealmente ai federali, ha tenuto un comportamento rischioso che ha messo in pericolo sé stessa e gli agenti.
Ma chi era la donna rimasta uccisa? Secondo le informazioni raccolte dai media statunitensi, Renee Nicole Good (coniugata Macklin) aveva 37 anni ed era madre di tre figli, mentre il suo attuale compagno è un noto attivista di sinistra. Poetessa, ha vinto nel 2020 un premio letterario grazie al suo componimento intitolato Imparando a dissezionare feti di maiale (una metafora che fa riferimento a un comune esercizio di dissezione anatomica praticato in licei e college americani).
Al di là dell’identità della vittima, però, la sua morte rischia di diventare un simbolo simile a quello di George Floyd, strumentalizzato da Black lives matter per mettere a ferro e fuoco il Paese. Non a caso Donald Trump e l’amministrazione federale hanno difeso senza esitazioni l’operato dell’agente dell’Ice, parlando di legittima difesa e di una reazione inevitabile di fronte a una condotta illegale. Trump, che ha definito la Good «un’agitatrice di professione», ha diffuso sui social alcuni spezzoni video dell’accaduto, sostenendo che le immagini dimostrerebbero come la donna abbia cercato «in maniera violenta, deliberata e brutale» di travolgere gli agenti con la propria auto. «Questo è ciò che succede quando le forze dell’ordine sono costrette ad affrontare individui violenti e fuori controllo», ha scritto, accusando i democratici di voler «demonizzare chi mette a rischio la propria vita per far rispettare la legge».
Sull’altro fronte, le dichiarazioni del governatore del Minnesota, Tim Walz, hanno contribuito ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. Walz non si è limitato a chiedere chiarezza, ma ha attaccato frontalmente la versione federale, parlando addirittura di «propaganda» costruita per legittimare un’azione che «presenta tutti i tratti di un abuso di potere». I toni si sono fatti ancora più accesi quando Walz - peraltro già mediaticamente screditato per lo scandalo delle frodi degli immigrati somali nel Minnesota - ha accusato l’amministrazione Trump di voler esasperare il clima sociale, parlando di una «gestione della sicurezza pubblica da reality show». «Capisco la rabbia dei cittadini, la sento anch’io», ha detto, aggiungendo però che il governo di Washington «sembra voler provocare una reazione» e che il Minnesota «non ha bisogno di truppe federali per mantenere l’ordine». A tal proposito, per prevenire eventuali violenze, Walz ha annunciato di aver già allertato la Guardia nazionale.
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