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2020-08-27
Speranza cincischia ma il supercontratto non spunta fuori
Roberto Speranza (Ansa)
Acque assai agitate a Lungotevere Ripa a seguito dello scoop pubblicato ieri dalla Verità. Ieri il ministero della Salute ha ritenuto opportuno diramare una nota di chiarimento in merito alla vicenda sul contratto «fantasma» con Astrazeneca per la fornitura del vaccino contro il Covid. «In relazione ad alcune notizie di stampa inerenti il vaccino di Astrazeneca», recita il comunicato facendo riferimento alla nostra inchiesta senza però mai citarla, «si precisa che il 12 giugno 2020 è stata sottoscritta l'intesa dai quattro Stati promotori (Italia, Francia, Olanda, Germania) con l'azienda per lo sviluppo e produzione di 400 milioni di dosi di vaccino Covid destinato a tutta la popolazione europea». Quando si dice che la toppa è peggio del buco. Le parole del ministero non convincono, anzi se possibile destano ancora più confusione. E di sicuro non rappresentano una smentita a quanto documentato con dovizia di particolari dal nostro quotidiano.
Per comprendere meglio, però, può essere utile riassumere per sommi capi i punti più importanti della questione. Lo scorso 13 giugno, dal lussuoso palcoscenico di Villa Pamphilj, il ministro della Salute Roberto Speranza annunciava di aver sottoscritto, insieme agli omologhi di Germania, Francia e Paesi Bassi «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma in risposta a una nostra richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo di prendere visione di questo documento per studiarne gli aspetti legali ed economici, lo stesso ministero guidato da Speranza ne smentiva clamorosamente l'esistenza. «Si segnala che lo scrivente ministero non ha sottoscritto alcun contratto con la società Astrazeneca», si legge nella nota firmata da Mauro Dionisio, membro del Comitato tecnico scientifico e direttore dell'Ufficio di coordinamento degli uffici di sanità marittima-aerea e di frontiera.
E allora? A quale contratto faceva riferimento il ministro a metà giugno? In realtà, come spiegato più avanti da Dionisio, «nell'ambito delle iniziative volte a consentire all'Italia l'acquisizione delle scorte di vaccino anti Covid, il ministero della Salute ha avviato, insieme a Francia, Germania ed Olanda, contatti con la suddetta società senza addivenire alla stipula di un contratto vincolante». Stando a quanto riferisce lo stesso ministero, dunque, l'accordo raggiunto tra i membri della «Inclusive vaccine alliance» vale più o meno quanto le chiacchiere tra i quattro amici al bar cantati da Gino Paoli. Perché un conto è firmare un'intesa, i cui contenuti rimangono peraltro nell'ombra, tutt'altra cosa invece sottoscrivere un contratto che per sua natura rappresenta un istituto giuridico in grado di obbligare le parti.
Non è tutto, perché nella risposta inviata al nostro quotidiano dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria viene specificato chiaramente che «l'Italia, e gli altri Paesi partners, hanno ritenuto opportuno di far confluire il negoziato a suo tempo avviato con Astrazeneca con gli altri appena attivati dalla Commissione europea cui è, pertanto, affidata la totale gestione delle interlocuzioni». Nella nota diffusa ieri, il ministero della Salute ha liquidato questo passaggio come una semplice bollinatura da parte di Bruxelles: «La Commissione europea ha condiviso pienamente l'iniziativa dei quattro Paesi della “Alleanza per il vaccino" e il 14 agosto ha comunicato pubblicamente di aver dato seguito formale all'intesa con Astrazeneca». Quasi che il disco verde da parte di Ursula von der Leyen fosse una semplice formalità.
Secondo la Commissione, interpellata dalla Verità, la questione però non sta esattamente in questi termini. Un portavoce, infatti, ha spiegato ieri al nostro quotidiano che Bruxelles «ha ricevuto una richiesta da parte del gruppo dei quattro Paesi affinché la Commissione subentrasse nella stipula del contratto e lo perfezionasse per conto degli Stati membri». Cosa poi effettivamente avvenuta il 14 agosto, data dell'annuncio di un accordo con Astrazeneca per la fornitura a livello europeo di 300 milioni di dosi. Un passaggio di consegne che possiamo far risalire al 17 giugno, quando la Commissione ha varato la Strategia europea dei vaccini. «Tutti e 27 i Paesi membri hanno adottato l'approccio dell'Ue», riferisce il portavoce, «impegnandosi a non portare avanti negoziati paralleli (per il vaccino, ndr)». Altro che capofila, in realtà l'Italia ha ceduto lo scettro dei negoziati alla Commissione senza tanti complimenti. Con quale atto politico non è dato sapere, ma una cosa è certa: ogni mossa ha avuto luogo nell'ombra, senza che alla decisione di consegnare i negoziati a Bruxelles fosse dato il giusto risalto.
Un aspetto che, nel corso dell'informativa in Senato lo scorso 6 agosto, il ministro si è guardato bene dal sottolineare. Per contro, di fronte ai senatori Roberto Speranza si è ostinato a citare il fantomatico contratto. «Noi abbiamo sottoscritto un primo accordo molto importante con Astrazeneca […] abbiamo un contratto che dice che esso (il candidato vaccino, ndr) arriverà, se andrà bene, già alla fine dell'anno», ha dichiarato parlando in aula. Delle due l'una: o Speranza continua a considerare validi gli accordi bilaterali, andando così contro i dettami della Commissione europea; oppure, dato che l'annuncio dell'intesa tra Astrazeneca e Bruxelles sarebbe arrivato solo una settimana più tardi, è andato a Palazzo Madama a parlare di un contratto che non esiste. Quale delle due opzioni sia più grave, a voi la scelta.
I big del farmaco trattano con l'Ue l'immunità per gli effetti collaterali
Gli esperti avvertono: il vaccino non è la panacea contro il Covid
Nella corsa la vaccino contro il coronavirus Sars-Cov2 ci sono più di 160 candidati, ma il successo è tutt'altro che dietro l'angolo. Un prodotto può essere sicuro, ma poco efficace nel proteggere dal virus, oppure avere effetti collaterali rari, ma gravi, che si possono riconoscere solo quando testato in centinaia di migliaia di persone. La comunità scientifica guarda con perplessità agli annunci trionfalistici di Paesi come la Russia e la Cina.
Saltando a piè pari la fase tre di sperimentazione, nei due Paesi, le rispettive agenzie regolatorie dei farmaci, hanno approvato l'uso del vaccino necessario all'avvio della produzione. «Credo si tratti di un annuncio per dire che sono arrivati prima degli altri, ma probabilmente attenderanno a impiegarlo. Al massimo verrà somministrato nel personale sanitario, nei contesti di emergenza», osserva Antonio Clavenna, ricercatore del dipartimento di Salute pubblica dell'Istituto Mario Negri.
Hanno un obiettivo più finanziario invece gli annunci che arrivano dalle aziende che stanno facendo ricerca: ogni risultato, anche piccolo, è un balzo nelle azioni. L'efficacia di un vaccino non è proprio una cosa facile e soprattutto veloce da provare: alcune fasi richiedono tempi e numeri di persone da coinvolgere che non sono elastici. Dati alla mano, nel mondo, sono 32 i candidati sperimentati sull'uomo a vari livelli. Tra questi c'è anche quello italiano di ReiThera che ha iniziato lo studio di fase 1 allo Spallanzani nei giorni scorsi con la prima inoculazione in una volontaria. «La fase 1 serve per definire la sicurezza, dare le prime informazioni sulla capacità di indurre la produzione degli anticorpi (immunogenicità) e per capire il numero di dosi da somministrare», continua Clavenna. «La fase 2 assomiglia alla uno, ma è in un campione più ampio per avere una migliore idea della sicurezza e per decidere quale strada da seguire per dosi e momenti di somministrazione». Attualmente sono cinque i vaccini nella fase tre della sperimentazione, quella che precede l'approvazione e la produzione. «In prima fila», dice il professore, «c'è il prodotto dell'Università di Oxford e Astrazeneca, di cui l'italiana Irbm ha fornito il vettore, cioè il virus che trasporta il frammento di materiale genetico per produrre le proteine virali che inducono la sintesi degli anticorpi». Moderna è l'azienda americana che sta producendo, in partnership con l'istituto governativo (Niaid), il vaccino che prevede la somministrazione diretta del materiale genetico virale (Rna) nelle cellule muscolari che producono le proteine virali. «I due vaccini cinesi», spiega Clavenna, «sono diversi tra loro: uno utilizza un meccanismo simile a quello di Oxford, l'altro (CanSino) un sistema più classico, con virus inattivato». Pfizer e la tedesca BionTech hanno annunciato che registreranno entro ottobre il vaccino, che ha tecnologia simile a quella di Moderna. Sono vicini alla fase tre anche il prodotto di Janssen con l'israeliana Beth e quello franco-inglese di Sanofi e Gsk. La corsa non è solo ad arrivare primi, perché non è detto che i primi saranno i più efficaci. I candidati più avanti nello sviluppo (Moderna e Pfizer/BionTech) sono basati su una tecnologia che non è stata ancora utilizzata per produrre vaccini, quella dell'acido nucleico. Le aziende che hanno scelto una via più tradizionale sono invece indietro di sei mesi e inizieranno la fase tre solo a gennaio. «Vale la pena sperimentare anche altri vaccini perché non è detto che quelli che arrivano per primi alla fase 3 poi siano efficaci», ricorda il professore. La fase 3 è quella centrata principalmente sull'efficacia e coinvolge centinaia di migliaia di persone. Non serve solo per misurare quanti anticorpi sono presenti nel sangue, ma anche per capire se il farmaco, rispetto a chi non lo riceve, previene la malattia o ne riduce la gravità. «Questa è l'informazione che manca per tutti i vaccini in sperimentazione», osserva Clavenna. «Sappiamo che fanno produrre anticorpi, ma non sappiamo se non ci si ammala o ci si ammala in forma più lieve». Anche per questo motivo gli studi di questa fase si spostano in Paesi dove il virus circola di più, quindi in America, Brasile, Messico e Sud Africa. Ci sono ancora tante domande che attendono risposta. «Non sappiamo quanto dura l'immunità, sia quella indotta dalla malattia che dal vaccino», ricorda l'esperto. Alcuni vaccini sono promettenti perché producono anticorpi, ma non sappiamo se la ricaduta è la protezione clinica e per quanto tempo. La protezione indotta dal vaccino potrebbe essere molto breve, richiedere più somministrazioni e non dare il vantaggio atteso. Difficile pronunciarsi sull'efficacia. Probabilmente i vaccini, che nella migliore delle previsioni sarebbero in arrivo per la primavera del 2021, potrebbero cambiare il corso della malattia.
«In una situazione come quella attuale», conclude Clavenna, «non mi aspetto un vaccino che risolva la situazione eliminando il virus, ma piuttosto che in qualche modo sia in grado di ridurre la diffusione o la gravità della malattia».
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Dopo il nostro scoop, il ministro prova a chiarire: «Le 400 dosi acquistate? Era un'intesa europea». Il che non spiega nulla.Le aziende del settore temono una pioggia di denunce nel caso in cui qualche siero non dovesse funzionare come previsto. E ora chiedono una scudo legale a Bruxelles. Ma il tema richiederebbe ben altra trasparenza.L'attesa delle vaccinazioni contro il virus ha assunto ormai toni messianici. Antonio Clavenna (istituto Mario Negri) frena: «Non risolveranno tutta l'emergenza, la durata dell'immunità resta ignota».Lo speciale contiene tre articoli.Acque assai agitate a Lungotevere Ripa a seguito dello scoop pubblicato ieri dalla Verità. Ieri il ministero della Salute ha ritenuto opportuno diramare una nota di chiarimento in merito alla vicenda sul contratto «fantasma» con Astrazeneca per la fornitura del vaccino contro il Covid. «In relazione ad alcune notizie di stampa inerenti il vaccino di Astrazeneca», recita il comunicato facendo riferimento alla nostra inchiesta senza però mai citarla, «si precisa che il 12 giugno 2020 è stata sottoscritta l'intesa dai quattro Stati promotori (Italia, Francia, Olanda, Germania) con l'azienda per lo sviluppo e produzione di 400 milioni di dosi di vaccino Covid destinato a tutta la popolazione europea». Quando si dice che la toppa è peggio del buco. Le parole del ministero non convincono, anzi se possibile destano ancora più confusione. E di sicuro non rappresentano una smentita a quanto documentato con dovizia di particolari dal nostro quotidiano. Per comprendere meglio, però, può essere utile riassumere per sommi capi i punti più importanti della questione. Lo scorso 13 giugno, dal lussuoso palcoscenico di Villa Pamphilj, il ministro della Salute Roberto Speranza annunciava di aver sottoscritto, insieme agli omologhi di Germania, Francia e Paesi Bassi «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma in risposta a una nostra richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo di prendere visione di questo documento per studiarne gli aspetti legali ed economici, lo stesso ministero guidato da Speranza ne smentiva clamorosamente l'esistenza. «Si segnala che lo scrivente ministero non ha sottoscritto alcun contratto con la società Astrazeneca», si legge nella nota firmata da Mauro Dionisio, membro del Comitato tecnico scientifico e direttore dell'Ufficio di coordinamento degli uffici di sanità marittima-aerea e di frontiera.E allora? A quale contratto faceva riferimento il ministro a metà giugno? In realtà, come spiegato più avanti da Dionisio, «nell'ambito delle iniziative volte a consentire all'Italia l'acquisizione delle scorte di vaccino anti Covid, il ministero della Salute ha avviato, insieme a Francia, Germania ed Olanda, contatti con la suddetta società senza addivenire alla stipula di un contratto vincolante». Stando a quanto riferisce lo stesso ministero, dunque, l'accordo raggiunto tra i membri della «Inclusive vaccine alliance» vale più o meno quanto le chiacchiere tra i quattro amici al bar cantati da Gino Paoli. Perché un conto è firmare un'intesa, i cui contenuti rimangono peraltro nell'ombra, tutt'altra cosa invece sottoscrivere un contratto che per sua natura rappresenta un istituto giuridico in grado di obbligare le parti. Non è tutto, perché nella risposta inviata al nostro quotidiano dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria viene specificato chiaramente che «l'Italia, e gli altri Paesi partners, hanno ritenuto opportuno di far confluire il negoziato a suo tempo avviato con Astrazeneca con gli altri appena attivati dalla Commissione europea cui è, pertanto, affidata la totale gestione delle interlocuzioni». Nella nota diffusa ieri, il ministero della Salute ha liquidato questo passaggio come una semplice bollinatura da parte di Bruxelles: «La Commissione europea ha condiviso pienamente l'iniziativa dei quattro Paesi della “Alleanza per il vaccino" e il 14 agosto ha comunicato pubblicamente di aver dato seguito formale all'intesa con Astrazeneca». Quasi che il disco verde da parte di Ursula von der Leyen fosse una semplice formalità.Secondo la Commissione, interpellata dalla Verità, la questione però non sta esattamente in questi termini. Un portavoce, infatti, ha spiegato ieri al nostro quotidiano che Bruxelles «ha ricevuto una richiesta da parte del gruppo dei quattro Paesi affinché la Commissione subentrasse nella stipula del contratto e lo perfezionasse per conto degli Stati membri». Cosa poi effettivamente avvenuta il 14 agosto, data dell'annuncio di un accordo con Astrazeneca per la fornitura a livello europeo di 300 milioni di dosi. Un passaggio di consegne che possiamo far risalire al 17 giugno, quando la Commissione ha varato la Strategia europea dei vaccini. «Tutti e 27 i Paesi membri hanno adottato l'approccio dell'Ue», riferisce il portavoce, «impegnandosi a non portare avanti negoziati paralleli (per il vaccino, ndr)». Altro che capofila, in realtà l'Italia ha ceduto lo scettro dei negoziati alla Commissione senza tanti complimenti. Con quale atto politico non è dato sapere, ma una cosa è certa: ogni mossa ha avuto luogo nell'ombra, senza che alla decisione di consegnare i negoziati a Bruxelles fosse dato il giusto risalto.Un aspetto che, nel corso dell'informativa in Senato lo scorso 6 agosto, il ministro si è guardato bene dal sottolineare. Per contro, di fronte ai senatori Roberto Speranza si è ostinato a citare il fantomatico contratto. «Noi abbiamo sottoscritto un primo accordo molto importante con Astrazeneca […] abbiamo un contratto che dice che esso (il candidato vaccino, ndr) arriverà, se andrà bene, già alla fine dell'anno», ha dichiarato parlando in aula. Delle due l'una: o Speranza continua a considerare validi gli accordi bilaterali, andando così contro i dettami della Commissione europea; oppure, dato che l'annuncio dell'intesa tra Astrazeneca e Bruxelles sarebbe arrivato solo una settimana più tardi, è andato a Palazzo Madama a parlare di un contratto che non esiste. Quale delle due opzioni sia più grave, a voi la scelta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-cincischia-ma-il-supercontratto-non-spunta-fuori-2647099884.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-big-del-farmaco-trattano-con-l-ue-l-immunita-per-gli-effetti-collaterali" data-post-id="2647099884" data-published-at="1598469820" data-use-pagination="False"> I big del farmaco trattano con l'Ue l'immunità per gli effetti collaterali <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speranza-cincischia-ma-il-supercontratto-non-spunta-fuori-2647099884.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gli-esperti-avvertono-il-vaccino-non-e-la-panacea-contro-il-covid" data-post-id="2647099884" data-published-at="1598469820" data-use-pagination="False"> Gli esperti avvertono: il vaccino non è la panacea contro il Covid Nella corsa la vaccino contro il coronavirus Sars-Cov2 ci sono più di 160 candidati, ma il successo è tutt'altro che dietro l'angolo. Un prodotto può essere sicuro, ma poco efficace nel proteggere dal virus, oppure avere effetti collaterali rari, ma gravi, che si possono riconoscere solo quando testato in centinaia di migliaia di persone. La comunità scientifica guarda con perplessità agli annunci trionfalistici di Paesi come la Russia e la Cina. Saltando a piè pari la fase tre di sperimentazione, nei due Paesi, le rispettive agenzie regolatorie dei farmaci, hanno approvato l'uso del vaccino necessario all'avvio della produzione. «Credo si tratti di un annuncio per dire che sono arrivati prima degli altri, ma probabilmente attenderanno a impiegarlo. Al massimo verrà somministrato nel personale sanitario, nei contesti di emergenza», osserva Antonio Clavenna, ricercatore del dipartimento di Salute pubblica dell'Istituto Mario Negri. Hanno un obiettivo più finanziario invece gli annunci che arrivano dalle aziende che stanno facendo ricerca: ogni risultato, anche piccolo, è un balzo nelle azioni. L'efficacia di un vaccino non è proprio una cosa facile e soprattutto veloce da provare: alcune fasi richiedono tempi e numeri di persone da coinvolgere che non sono elastici. Dati alla mano, nel mondo, sono 32 i candidati sperimentati sull'uomo a vari livelli. Tra questi c'è anche quello italiano di ReiThera che ha iniziato lo studio di fase 1 allo Spallanzani nei giorni scorsi con la prima inoculazione in una volontaria. «La fase 1 serve per definire la sicurezza, dare le prime informazioni sulla capacità di indurre la produzione degli anticorpi (immunogenicità) e per capire il numero di dosi da somministrare», continua Clavenna. «La fase 2 assomiglia alla uno, ma è in un campione più ampio per avere una migliore idea della sicurezza e per decidere quale strada da seguire per dosi e momenti di somministrazione». Attualmente sono cinque i vaccini nella fase tre della sperimentazione, quella che precede l'approvazione e la produzione. «In prima fila», dice il professore, «c'è il prodotto dell'Università di Oxford e Astrazeneca, di cui l'italiana Irbm ha fornito il vettore, cioè il virus che trasporta il frammento di materiale genetico per produrre le proteine virali che inducono la sintesi degli anticorpi». Moderna è l'azienda americana che sta producendo, in partnership con l'istituto governativo (Niaid), il vaccino che prevede la somministrazione diretta del materiale genetico virale (Rna) nelle cellule muscolari che producono le proteine virali. «I due vaccini cinesi», spiega Clavenna, «sono diversi tra loro: uno utilizza un meccanismo simile a quello di Oxford, l'altro (CanSino) un sistema più classico, con virus inattivato». Pfizer e la tedesca BionTech hanno annunciato che registreranno entro ottobre il vaccino, che ha tecnologia simile a quella di Moderna. Sono vicini alla fase tre anche il prodotto di Janssen con l'israeliana Beth e quello franco-inglese di Sanofi e Gsk. La corsa non è solo ad arrivare primi, perché non è detto che i primi saranno i più efficaci. I candidati più avanti nello sviluppo (Moderna e Pfizer/BionTech) sono basati su una tecnologia che non è stata ancora utilizzata per produrre vaccini, quella dell'acido nucleico. Le aziende che hanno scelto una via più tradizionale sono invece indietro di sei mesi e inizieranno la fase tre solo a gennaio. «Vale la pena sperimentare anche altri vaccini perché non è detto che quelli che arrivano per primi alla fase 3 poi siano efficaci», ricorda il professore. La fase 3 è quella centrata principalmente sull'efficacia e coinvolge centinaia di migliaia di persone. Non serve solo per misurare quanti anticorpi sono presenti nel sangue, ma anche per capire se il farmaco, rispetto a chi non lo riceve, previene la malattia o ne riduce la gravità. «Questa è l'informazione che manca per tutti i vaccini in sperimentazione», osserva Clavenna. «Sappiamo che fanno produrre anticorpi, ma non sappiamo se non ci si ammala o ci si ammala in forma più lieve». Anche per questo motivo gli studi di questa fase si spostano in Paesi dove il virus circola di più, quindi in America, Brasile, Messico e Sud Africa. Ci sono ancora tante domande che attendono risposta. «Non sappiamo quanto dura l'immunità, sia quella indotta dalla malattia che dal vaccino», ricorda l'esperto. Alcuni vaccini sono promettenti perché producono anticorpi, ma non sappiamo se la ricaduta è la protezione clinica e per quanto tempo. La protezione indotta dal vaccino potrebbe essere molto breve, richiedere più somministrazioni e non dare il vantaggio atteso. Difficile pronunciarsi sull'efficacia. Probabilmente i vaccini, che nella migliore delle previsioni sarebbero in arrivo per la primavera del 2021, potrebbero cambiare il corso della malattia. «In una situazione come quella attuale», conclude Clavenna, «non mi aspetto un vaccino che risolva la situazione eliminando il virus, ma piuttosto che in qualche modo sia in grado di ridurre la diffusione o la gravità della malattia».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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