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2020-08-27
Speranza cincischia ma il supercontratto non spunta fuori
Roberto Speranza (Ansa)
Acque assai agitate a Lungotevere Ripa a seguito dello scoop pubblicato ieri dalla Verità. Ieri il ministero della Salute ha ritenuto opportuno diramare una nota di chiarimento in merito alla vicenda sul contratto «fantasma» con Astrazeneca per la fornitura del vaccino contro il Covid. «In relazione ad alcune notizie di stampa inerenti il vaccino di Astrazeneca», recita il comunicato facendo riferimento alla nostra inchiesta senza però mai citarla, «si precisa che il 12 giugno 2020 è stata sottoscritta l'intesa dai quattro Stati promotori (Italia, Francia, Olanda, Germania) con l'azienda per lo sviluppo e produzione di 400 milioni di dosi di vaccino Covid destinato a tutta la popolazione europea». Quando si dice che la toppa è peggio del buco. Le parole del ministero non convincono, anzi se possibile destano ancora più confusione. E di sicuro non rappresentano una smentita a quanto documentato con dovizia di particolari dal nostro quotidiano.
Per comprendere meglio, però, può essere utile riassumere per sommi capi i punti più importanti della questione. Lo scorso 13 giugno, dal lussuoso palcoscenico di Villa Pamphilj, il ministro della Salute Roberto Speranza annunciava di aver sottoscritto, insieme agli omologhi di Germania, Francia e Paesi Bassi «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma in risposta a una nostra richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo di prendere visione di questo documento per studiarne gli aspetti legali ed economici, lo stesso ministero guidato da Speranza ne smentiva clamorosamente l'esistenza. «Si segnala che lo scrivente ministero non ha sottoscritto alcun contratto con la società Astrazeneca», si legge nella nota firmata da Mauro Dionisio, membro del Comitato tecnico scientifico e direttore dell'Ufficio di coordinamento degli uffici di sanità marittima-aerea e di frontiera.
E allora? A quale contratto faceva riferimento il ministro a metà giugno? In realtà, come spiegato più avanti da Dionisio, «nell'ambito delle iniziative volte a consentire all'Italia l'acquisizione delle scorte di vaccino anti Covid, il ministero della Salute ha avviato, insieme a Francia, Germania ed Olanda, contatti con la suddetta società senza addivenire alla stipula di un contratto vincolante». Stando a quanto riferisce lo stesso ministero, dunque, l'accordo raggiunto tra i membri della «Inclusive vaccine alliance» vale più o meno quanto le chiacchiere tra i quattro amici al bar cantati da Gino Paoli. Perché un conto è firmare un'intesa, i cui contenuti rimangono peraltro nell'ombra, tutt'altra cosa invece sottoscrivere un contratto che per sua natura rappresenta un istituto giuridico in grado di obbligare le parti.
Non è tutto, perché nella risposta inviata al nostro quotidiano dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria viene specificato chiaramente che «l'Italia, e gli altri Paesi partners, hanno ritenuto opportuno di far confluire il negoziato a suo tempo avviato con Astrazeneca con gli altri appena attivati dalla Commissione europea cui è, pertanto, affidata la totale gestione delle interlocuzioni». Nella nota diffusa ieri, il ministero della Salute ha liquidato questo passaggio come una semplice bollinatura da parte di Bruxelles: «La Commissione europea ha condiviso pienamente l'iniziativa dei quattro Paesi della “Alleanza per il vaccino" e il 14 agosto ha comunicato pubblicamente di aver dato seguito formale all'intesa con Astrazeneca». Quasi che il disco verde da parte di Ursula von der Leyen fosse una semplice formalità.
Secondo la Commissione, interpellata dalla Verità, la questione però non sta esattamente in questi termini. Un portavoce, infatti, ha spiegato ieri al nostro quotidiano che Bruxelles «ha ricevuto una richiesta da parte del gruppo dei quattro Paesi affinché la Commissione subentrasse nella stipula del contratto e lo perfezionasse per conto degli Stati membri». Cosa poi effettivamente avvenuta il 14 agosto, data dell'annuncio di un accordo con Astrazeneca per la fornitura a livello europeo di 300 milioni di dosi. Un passaggio di consegne che possiamo far risalire al 17 giugno, quando la Commissione ha varato la Strategia europea dei vaccini. «Tutti e 27 i Paesi membri hanno adottato l'approccio dell'Ue», riferisce il portavoce, «impegnandosi a non portare avanti negoziati paralleli (per il vaccino, ndr)». Altro che capofila, in realtà l'Italia ha ceduto lo scettro dei negoziati alla Commissione senza tanti complimenti. Con quale atto politico non è dato sapere, ma una cosa è certa: ogni mossa ha avuto luogo nell'ombra, senza che alla decisione di consegnare i negoziati a Bruxelles fosse dato il giusto risalto.
Un aspetto che, nel corso dell'informativa in Senato lo scorso 6 agosto, il ministro si è guardato bene dal sottolineare. Per contro, di fronte ai senatori Roberto Speranza si è ostinato a citare il fantomatico contratto. «Noi abbiamo sottoscritto un primo accordo molto importante con Astrazeneca […] abbiamo un contratto che dice che esso (il candidato vaccino, ndr) arriverà, se andrà bene, già alla fine dell'anno», ha dichiarato parlando in aula. Delle due l'una: o Speranza continua a considerare validi gli accordi bilaterali, andando così contro i dettami della Commissione europea; oppure, dato che l'annuncio dell'intesa tra Astrazeneca e Bruxelles sarebbe arrivato solo una settimana più tardi, è andato a Palazzo Madama a parlare di un contratto che non esiste. Quale delle due opzioni sia più grave, a voi la scelta.
I big del farmaco trattano con l'Ue l'immunità per gli effetti collaterali
Gli esperti avvertono: il vaccino non è la panacea contro il Covid
Nella corsa la vaccino contro il coronavirus Sars-Cov2 ci sono più di 160 candidati, ma il successo è tutt'altro che dietro l'angolo. Un prodotto può essere sicuro, ma poco efficace nel proteggere dal virus, oppure avere effetti collaterali rari, ma gravi, che si possono riconoscere solo quando testato in centinaia di migliaia di persone. La comunità scientifica guarda con perplessità agli annunci trionfalistici di Paesi come la Russia e la Cina.
Saltando a piè pari la fase tre di sperimentazione, nei due Paesi, le rispettive agenzie regolatorie dei farmaci, hanno approvato l'uso del vaccino necessario all'avvio della produzione. «Credo si tratti di un annuncio per dire che sono arrivati prima degli altri, ma probabilmente attenderanno a impiegarlo. Al massimo verrà somministrato nel personale sanitario, nei contesti di emergenza», osserva Antonio Clavenna, ricercatore del dipartimento di Salute pubblica dell'Istituto Mario Negri.
Hanno un obiettivo più finanziario invece gli annunci che arrivano dalle aziende che stanno facendo ricerca: ogni risultato, anche piccolo, è un balzo nelle azioni. L'efficacia di un vaccino non è proprio una cosa facile e soprattutto veloce da provare: alcune fasi richiedono tempi e numeri di persone da coinvolgere che non sono elastici. Dati alla mano, nel mondo, sono 32 i candidati sperimentati sull'uomo a vari livelli. Tra questi c'è anche quello italiano di ReiThera che ha iniziato lo studio di fase 1 allo Spallanzani nei giorni scorsi con la prima inoculazione in una volontaria. «La fase 1 serve per definire la sicurezza, dare le prime informazioni sulla capacità di indurre la produzione degli anticorpi (immunogenicità) e per capire il numero di dosi da somministrare», continua Clavenna. «La fase 2 assomiglia alla uno, ma è in un campione più ampio per avere una migliore idea della sicurezza e per decidere quale strada da seguire per dosi e momenti di somministrazione». Attualmente sono cinque i vaccini nella fase tre della sperimentazione, quella che precede l'approvazione e la produzione. «In prima fila», dice il professore, «c'è il prodotto dell'Università di Oxford e Astrazeneca, di cui l'italiana Irbm ha fornito il vettore, cioè il virus che trasporta il frammento di materiale genetico per produrre le proteine virali che inducono la sintesi degli anticorpi». Moderna è l'azienda americana che sta producendo, in partnership con l'istituto governativo (Niaid), il vaccino che prevede la somministrazione diretta del materiale genetico virale (Rna) nelle cellule muscolari che producono le proteine virali. «I due vaccini cinesi», spiega Clavenna, «sono diversi tra loro: uno utilizza un meccanismo simile a quello di Oxford, l'altro (CanSino) un sistema più classico, con virus inattivato». Pfizer e la tedesca BionTech hanno annunciato che registreranno entro ottobre il vaccino, che ha tecnologia simile a quella di Moderna. Sono vicini alla fase tre anche il prodotto di Janssen con l'israeliana Beth e quello franco-inglese di Sanofi e Gsk. La corsa non è solo ad arrivare primi, perché non è detto che i primi saranno i più efficaci. I candidati più avanti nello sviluppo (Moderna e Pfizer/BionTech) sono basati su una tecnologia che non è stata ancora utilizzata per produrre vaccini, quella dell'acido nucleico. Le aziende che hanno scelto una via più tradizionale sono invece indietro di sei mesi e inizieranno la fase tre solo a gennaio. «Vale la pena sperimentare anche altri vaccini perché non è detto che quelli che arrivano per primi alla fase 3 poi siano efficaci», ricorda il professore. La fase 3 è quella centrata principalmente sull'efficacia e coinvolge centinaia di migliaia di persone. Non serve solo per misurare quanti anticorpi sono presenti nel sangue, ma anche per capire se il farmaco, rispetto a chi non lo riceve, previene la malattia o ne riduce la gravità. «Questa è l'informazione che manca per tutti i vaccini in sperimentazione», osserva Clavenna. «Sappiamo che fanno produrre anticorpi, ma non sappiamo se non ci si ammala o ci si ammala in forma più lieve». Anche per questo motivo gli studi di questa fase si spostano in Paesi dove il virus circola di più, quindi in America, Brasile, Messico e Sud Africa. Ci sono ancora tante domande che attendono risposta. «Non sappiamo quanto dura l'immunità, sia quella indotta dalla malattia che dal vaccino», ricorda l'esperto. Alcuni vaccini sono promettenti perché producono anticorpi, ma non sappiamo se la ricaduta è la protezione clinica e per quanto tempo. La protezione indotta dal vaccino potrebbe essere molto breve, richiedere più somministrazioni e non dare il vantaggio atteso. Difficile pronunciarsi sull'efficacia. Probabilmente i vaccini, che nella migliore delle previsioni sarebbero in arrivo per la primavera del 2021, potrebbero cambiare il corso della malattia.
«In una situazione come quella attuale», conclude Clavenna, «non mi aspetto un vaccino che risolva la situazione eliminando il virus, ma piuttosto che in qualche modo sia in grado di ridurre la diffusione o la gravità della malattia».
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Dopo il nostro scoop, il ministro prova a chiarire: «Le 400 dosi acquistate? Era un'intesa europea». Il che non spiega nulla.Le aziende del settore temono una pioggia di denunce nel caso in cui qualche siero non dovesse funzionare come previsto. E ora chiedono una scudo legale a Bruxelles. Ma il tema richiederebbe ben altra trasparenza.L'attesa delle vaccinazioni contro il virus ha assunto ormai toni messianici. Antonio Clavenna (istituto Mario Negri) frena: «Non risolveranno tutta l'emergenza, la durata dell'immunità resta ignota».Lo speciale contiene tre articoli.Acque assai agitate a Lungotevere Ripa a seguito dello scoop pubblicato ieri dalla Verità. Ieri il ministero della Salute ha ritenuto opportuno diramare una nota di chiarimento in merito alla vicenda sul contratto «fantasma» con Astrazeneca per la fornitura del vaccino contro il Covid. «In relazione ad alcune notizie di stampa inerenti il vaccino di Astrazeneca», recita il comunicato facendo riferimento alla nostra inchiesta senza però mai citarla, «si precisa che il 12 giugno 2020 è stata sottoscritta l'intesa dai quattro Stati promotori (Italia, Francia, Olanda, Germania) con l'azienda per lo sviluppo e produzione di 400 milioni di dosi di vaccino Covid destinato a tutta la popolazione europea». Quando si dice che la toppa è peggio del buco. Le parole del ministero non convincono, anzi se possibile destano ancora più confusione. E di sicuro non rappresentano una smentita a quanto documentato con dovizia di particolari dal nostro quotidiano. Per comprendere meglio, però, può essere utile riassumere per sommi capi i punti più importanti della questione. Lo scorso 13 giugno, dal lussuoso palcoscenico di Villa Pamphilj, il ministro della Salute Roberto Speranza annunciava di aver sottoscritto, insieme agli omologhi di Germania, Francia e Paesi Bassi «un contratto con Astrazeneca per l'approvvigionamento fino a 400 milioni di dosi di vaccino da destinare a tutta la popolazione europea». Ma in risposta a una nostra richiesta di accesso agli atti nella quale chiedevamo di prendere visione di questo documento per studiarne gli aspetti legali ed economici, lo stesso ministero guidato da Speranza ne smentiva clamorosamente l'esistenza. «Si segnala che lo scrivente ministero non ha sottoscritto alcun contratto con la società Astrazeneca», si legge nella nota firmata da Mauro Dionisio, membro del Comitato tecnico scientifico e direttore dell'Ufficio di coordinamento degli uffici di sanità marittima-aerea e di frontiera.E allora? A quale contratto faceva riferimento il ministro a metà giugno? In realtà, come spiegato più avanti da Dionisio, «nell'ambito delle iniziative volte a consentire all'Italia l'acquisizione delle scorte di vaccino anti Covid, il ministero della Salute ha avviato, insieme a Francia, Germania ed Olanda, contatti con la suddetta società senza addivenire alla stipula di un contratto vincolante». Stando a quanto riferisce lo stesso ministero, dunque, l'accordo raggiunto tra i membri della «Inclusive vaccine alliance» vale più o meno quanto le chiacchiere tra i quattro amici al bar cantati da Gino Paoli. Perché un conto è firmare un'intesa, i cui contenuti rimangono peraltro nell'ombra, tutt'altra cosa invece sottoscrivere un contratto che per sua natura rappresenta un istituto giuridico in grado di obbligare le parti. Non è tutto, perché nella risposta inviata al nostro quotidiano dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria viene specificato chiaramente che «l'Italia, e gli altri Paesi partners, hanno ritenuto opportuno di far confluire il negoziato a suo tempo avviato con Astrazeneca con gli altri appena attivati dalla Commissione europea cui è, pertanto, affidata la totale gestione delle interlocuzioni». Nella nota diffusa ieri, il ministero della Salute ha liquidato questo passaggio come una semplice bollinatura da parte di Bruxelles: «La Commissione europea ha condiviso pienamente l'iniziativa dei quattro Paesi della “Alleanza per il vaccino" e il 14 agosto ha comunicato pubblicamente di aver dato seguito formale all'intesa con Astrazeneca». Quasi che il disco verde da parte di Ursula von der Leyen fosse una semplice formalità.Secondo la Commissione, interpellata dalla Verità, la questione però non sta esattamente in questi termini. Un portavoce, infatti, ha spiegato ieri al nostro quotidiano che Bruxelles «ha ricevuto una richiesta da parte del gruppo dei quattro Paesi affinché la Commissione subentrasse nella stipula del contratto e lo perfezionasse per conto degli Stati membri». Cosa poi effettivamente avvenuta il 14 agosto, data dell'annuncio di un accordo con Astrazeneca per la fornitura a livello europeo di 300 milioni di dosi. Un passaggio di consegne che possiamo far risalire al 17 giugno, quando la Commissione ha varato la Strategia europea dei vaccini. «Tutti e 27 i Paesi membri hanno adottato l'approccio dell'Ue», riferisce il portavoce, «impegnandosi a non portare avanti negoziati paralleli (per il vaccino, ndr)». Altro che capofila, in realtà l'Italia ha ceduto lo scettro dei negoziati alla Commissione senza tanti complimenti. Con quale atto politico non è dato sapere, ma una cosa è certa: ogni mossa ha avuto luogo nell'ombra, senza che alla decisione di consegnare i negoziati a Bruxelles fosse dato il giusto risalto.Un aspetto che, nel corso dell'informativa in Senato lo scorso 6 agosto, il ministro si è guardato bene dal sottolineare. Per contro, di fronte ai senatori Roberto Speranza si è ostinato a citare il fantomatico contratto. «Noi abbiamo sottoscritto un primo accordo molto importante con Astrazeneca […] abbiamo un contratto che dice che esso (il candidato vaccino, ndr) arriverà, se andrà bene, già alla fine dell'anno», ha dichiarato parlando in aula. Delle due l'una: o Speranza continua a considerare validi gli accordi bilaterali, andando così contro i dettami della Commissione europea; oppure, dato che l'annuncio dell'intesa tra Astrazeneca e Bruxelles sarebbe arrivato solo una settimana più tardi, è andato a Palazzo Madama a parlare di un contratto che non esiste. 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Un prodotto può essere sicuro, ma poco efficace nel proteggere dal virus, oppure avere effetti collaterali rari, ma gravi, che si possono riconoscere solo quando testato in centinaia di migliaia di persone. La comunità scientifica guarda con perplessità agli annunci trionfalistici di Paesi come la Russia e la Cina. Saltando a piè pari la fase tre di sperimentazione, nei due Paesi, le rispettive agenzie regolatorie dei farmaci, hanno approvato l'uso del vaccino necessario all'avvio della produzione. «Credo si tratti di un annuncio per dire che sono arrivati prima degli altri, ma probabilmente attenderanno a impiegarlo. Al massimo verrà somministrato nel personale sanitario, nei contesti di emergenza», osserva Antonio Clavenna, ricercatore del dipartimento di Salute pubblica dell'Istituto Mario Negri. Hanno un obiettivo più finanziario invece gli annunci che arrivano dalle aziende che stanno facendo ricerca: ogni risultato, anche piccolo, è un balzo nelle azioni. L'efficacia di un vaccino non è proprio una cosa facile e soprattutto veloce da provare: alcune fasi richiedono tempi e numeri di persone da coinvolgere che non sono elastici. Dati alla mano, nel mondo, sono 32 i candidati sperimentati sull'uomo a vari livelli. Tra questi c'è anche quello italiano di ReiThera che ha iniziato lo studio di fase 1 allo Spallanzani nei giorni scorsi con la prima inoculazione in una volontaria. «La fase 1 serve per definire la sicurezza, dare le prime informazioni sulla capacità di indurre la produzione degli anticorpi (immunogenicità) e per capire il numero di dosi da somministrare», continua Clavenna. «La fase 2 assomiglia alla uno, ma è in un campione più ampio per avere una migliore idea della sicurezza e per decidere quale strada da seguire per dosi e momenti di somministrazione». Attualmente sono cinque i vaccini nella fase tre della sperimentazione, quella che precede l'approvazione e la produzione. «In prima fila», dice il professore, «c'è il prodotto dell'Università di Oxford e Astrazeneca, di cui l'italiana Irbm ha fornito il vettore, cioè il virus che trasporta il frammento di materiale genetico per produrre le proteine virali che inducono la sintesi degli anticorpi». Moderna è l'azienda americana che sta producendo, in partnership con l'istituto governativo (Niaid), il vaccino che prevede la somministrazione diretta del materiale genetico virale (Rna) nelle cellule muscolari che producono le proteine virali. «I due vaccini cinesi», spiega Clavenna, «sono diversi tra loro: uno utilizza un meccanismo simile a quello di Oxford, l'altro (CanSino) un sistema più classico, con virus inattivato». Pfizer e la tedesca BionTech hanno annunciato che registreranno entro ottobre il vaccino, che ha tecnologia simile a quella di Moderna. Sono vicini alla fase tre anche il prodotto di Janssen con l'israeliana Beth e quello franco-inglese di Sanofi e Gsk. La corsa non è solo ad arrivare primi, perché non è detto che i primi saranno i più efficaci. I candidati più avanti nello sviluppo (Moderna e Pfizer/BionTech) sono basati su una tecnologia che non è stata ancora utilizzata per produrre vaccini, quella dell'acido nucleico. Le aziende che hanno scelto una via più tradizionale sono invece indietro di sei mesi e inizieranno la fase tre solo a gennaio. «Vale la pena sperimentare anche altri vaccini perché non è detto che quelli che arrivano per primi alla fase 3 poi siano efficaci», ricorda il professore. La fase 3 è quella centrata principalmente sull'efficacia e coinvolge centinaia di migliaia di persone. Non serve solo per misurare quanti anticorpi sono presenti nel sangue, ma anche per capire se il farmaco, rispetto a chi non lo riceve, previene la malattia o ne riduce la gravità. «Questa è l'informazione che manca per tutti i vaccini in sperimentazione», osserva Clavenna. «Sappiamo che fanno produrre anticorpi, ma non sappiamo se non ci si ammala o ci si ammala in forma più lieve». Anche per questo motivo gli studi di questa fase si spostano in Paesi dove il virus circola di più, quindi in America, Brasile, Messico e Sud Africa. Ci sono ancora tante domande che attendono risposta. «Non sappiamo quanto dura l'immunità, sia quella indotta dalla malattia che dal vaccino», ricorda l'esperto. Alcuni vaccini sono promettenti perché producono anticorpi, ma non sappiamo se la ricaduta è la protezione clinica e per quanto tempo. La protezione indotta dal vaccino potrebbe essere molto breve, richiedere più somministrazioni e non dare il vantaggio atteso. Difficile pronunciarsi sull'efficacia. Probabilmente i vaccini, che nella migliore delle previsioni sarebbero in arrivo per la primavera del 2021, potrebbero cambiare il corso della malattia. «In una situazione come quella attuale», conclude Clavenna, «non mi aspetto un vaccino che risolva la situazione eliminando il virus, ma piuttosto che in qualche modo sia in grado di ridurre la diffusione o la gravità della malattia».
Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 gennaio con Carlo Cambi
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In entrambe le vicende i protagonisti sono degli stranieri e le vittime dei minorenni. E in entrambi i casi, considerati gravi dagli stessi inquirenti, la reazione non appare capace di restituire l’idea di una tutela effettiva delle vittime. Ma per comprendere cosa intreccia le due storie bisogna andare per gradi. E tornare, nel primo caso, alla notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre scorso. Halloween. Lei, dopo i festeggiamenti, è sbronza. Priva di lucidità, si dirige verso la stazione di Pisa barcollando. Si accascia perfino, attirando l’attenzione dei passanti. Lui, nordafricano, 30 anni, 16 più di lei, è il primo ad avvicinarsi. Finge di volerla soccorrere. Poi, però, hanno ricostruito gli investigatori della Squadra mobile della Questura di Grosseto, avrebbe approfittato della condizione della ragazzina tentando contatti fisici. È in questo scarto, tra l’aiuto apparente e l’abuso ipotizzato, che si concentra il procedimento giudiziario. La ragazza appare vulnerabile, incapace di opporsi. La situazione evolve rapidamente. Stando all’accusa, lo straniero avrebbe anche provato a baciarla sul corpo. La situazione si spinge oltre quando tenta di farla salire sulla propria auto. È in quel momento che arriva il padre della ragazza. E interviene. Impedisce che la figlia venga portata via. La mette in salvo. Era in auto con un amico della quattordicenne, proveniente dalla stessa festa. Mentre il nordafricano si allontana, i due, con i loro smartphone, fotografano e filmano l’auto e la targa, ma anche tutte le persone presenti al momento del loro intervento. L’episodio si interrompe così, davanti a chi assiste. Da lì comincia il lavoro degli investigatori.
Le testimonianze diventano centrali. Quella del padre. Quella dell’amico. E anche le dichiarazioni dei testimoni presenti. Grazie ai filmati dell’auto e alla targa è stato possibile risalire all’indagato con una certa facilità. Il passaggio successivo è stato identificarlo. E a due mesi dalla denuncia sono scattate le accuse di violenza sessuale aggravata e di omissione di soccorso. Ma la misura cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Pisa (e richiesta dalla Procura), nonostante il quadro indiziario è stato definito «grave» dagli stessi inquirenti, è l’obbligo di dimora a Grosseto, dove risiede il maghrebino, che non potrà allontanarsi dal territorio comunale senza prima aver ottenuto un’autorizzazione giudiziaria. È qui che la ricostruzione del primo caso si ferma. Non perché sia conclusa. Ma perché, per ora, si è cristallizzata in questo provvedimento.
Per l’altra vicenda bisogna spostarsi a Bologna, tornare indietro di un anno ed entrare in un appartamento di via Emilio Lepido. Dentro c’è solo un minore (i genitori sono in vacanza all’estero). È lì che compare il gruppo. Sono almeno in tre. Arrivano a volto coperto. Non bussano. Si introducono nell’abitazione da una finestra e in pochi istanti la situazione precipita. Il ragazzo viene immobilizzato. Mani e piedi legati con fascette di plastica. E un uomo che si ferma con lui durante tutta l’operazione. Un sequestro di persona, prima ancora che una rapina. Gli oggetti spariscono uno dopo l’altro: orologi, gioielli, accessori e abiti di lusso, un televisore, elettrodomestici. E soprattutto una cassaforte. Viene forzata con un flex. I rapinatori fuggono con una Fiat Panda Cross che avevano lasciato in sosta davanti all’abitazione. Risulterà rubata pochi giorni prima a San Lazzaro di Savena. L’azione è rapida, violenta, organizzata. Lascia dietro di sé una casa devastata e un minore legato e sotto choc. Che, però, alcune ore dopo riesce a liberarsi e a chiamare i soccorsi. L’indagine viene affidata alla Squadra mobile. Gli investigatori seguono una pista precisa: il traffico telefonico. Un lavoro lungo, meticoloso. Centinaia di migliaia di dati analizzati provenienti dai ripetitori della telefonia cellulare agganciati in quel punto e a quell’ora. A questo si aggiungono le analisi tecniche dei reperti raccolti sulla scena. E quelle scientifiche sulle impronte lasciate dai tre. Non solo. Le telecamere di sicurezza dell’abitazione riprendono due dei tre rapinatori nel piazzale, intenti a ispezionare, con l’aiuto di una torcia, perfino le automobili della famiglia. In un altro video si vedono tutti e tre passare in un vialetto, accanto al giardino, mentre si dirigono verso l’ingresso. Due di loro indossano lo stesso giubbotto con cappuccio con bordo di pelliccia. Eppure, anche con le immagini, il cerchio non si chiude completamente. Dall’incrocio del materiale raccolto emerge un nome. Uno solo. È di un albanese diciannovenne con precedenti specifici per reati predatori. Gli elementi raccolti consentono di identificarlo come il presunto autore della violenta rapina in abitazione con sequestro di persona. Gli agenti della Squadra mobile lo catturano a Bologna. Ora è in carcere in attesa dell’interrogatorio di garanzia. E anche qui, come a Pisa, resta la sensazione che non si sia arrivati fino in fondo.
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