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2018-11-26
Sempre meno tacco 12: il 70% delle donne preferisce le scarpe basse
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Sempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».
E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.
Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing».
Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.
Chiara Merico
Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano
Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici.
Marianna Baroli
Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo
Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi.
Mariella Baroli
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Nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. In Italia sette su dieci acquistano ballerine o modelli senza tacco anche se spendono almeno il 35% in più delle francesi e il 25% in più della media europeaIl settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda, con 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro.Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik restano salde ai piedi delle attrici che popolano il piccolo schermo, ma avanza una lunga serie di giovani stilisti: da Nicolò Beretta, in arte Giannico, fino a Alexander Birman e Viviana Vignola. Lo speciale contiene tre articoliSempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing». Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.Chiara Merico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vignola-giannico-e-birman-giovani-stilisti-avanzano" data-post-id="2619891221" data-published-at="1779144279" data-use-pagination="False"> Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano <blockquote class="instagram-media" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-version="4" style="background:#FFF; border:0; border-radius:3px; box-shadow:0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width:658px; padding:0; width:99.375%; width:-webkit-calc(100% - 2px); width:calc(100% - 2px);"> <div style="background:url(data:image/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAACwAAAAsCAMAAAApWqozAAAAGFBMVEUiIiI9PT0eHh4gIB4hIBkcHBwcHBwcHBydr+JQAAAACHRSTlMABA4YHyQsM5jtaMwAAADfSURBVDjL7ZVBEgMhCAQBAf//42xcNbpAqakcM0ftUmFAAIBE81IqBJdS3lS6zs3bIpB9WED3YYXFPmHRfT8sgyrCP1x8uEUxLMzNWElFOYCV6mHWWwMzdPEKHlhLw7NWJqkHc4uIZphavDzA2JPzUDsBZziNae2S6owH8xPmX8G7zzgKEOPUoYHvGz1TBCxMkd3kwNVbU0gKHkx+iZILf77IofhrY1nYFnB/lQPb79drWOyJVa/DAvg9B/rLB4cC+Nqgdz/TvBbBnr6GBReqn/nRmDgaQEej7WhonozjF+Y2I/fZou/qAAAAAElFTkSuQmCC); display:block; height:44px; margin:0 auto -44px; position:relative; top:-22px; width:44px;"> <a href="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" style=" color:#000; font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; font-style:normal; font-weight:normal; line-height:17px; text-decoration:none; word-wrap:break-word;" target="_top">See on Instagram Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici. Marianna Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jimmy-choo-laboutin-e-blahnik-salde-ai-piedi-di-chi-solca-il-piccolo-schermo" data-post-id="2619891221" data-published-at="1779144279" data-use-pagination="False"> Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi. Mariella Baroli
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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