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2018-11-26
Sempre meno tacco 12: il 70% delle donne preferisce le scarpe basse
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Sempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».
E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.
Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing».
Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.
Chiara Merico
Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano
Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici.
Marianna Baroli
Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo
Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi.
Mariella Baroli
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Nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. In Italia sette su dieci acquistano ballerine o modelli senza tacco anche se spendono almeno il 35% in più delle francesi e il 25% in più della media europeaIl settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda, con 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro.Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik restano salde ai piedi delle attrici che popolano il piccolo schermo, ma avanza una lunga serie di giovani stilisti: da Nicolò Beretta, in arte Giannico, fino a Alexander Birman e Viviana Vignola. Lo speciale contiene tre articoliSempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing». Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.Chiara Merico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vignola-giannico-e-birman-giovani-stilisti-avanzano" data-post-id="2619891221" data-published-at="1767745786" data-use-pagination="False"> Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano <blockquote class="instagram-media" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-version="4" style="background:#FFF; border:0; border-radius:3px; box-shadow:0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width:658px; padding:0; width:99.375%; width:-webkit-calc(100% - 2px); width:calc(100% - 2px);"> <div style="background:url(data:image/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAACwAAAAsCAMAAAApWqozAAAAGFBMVEUiIiI9PT0eHh4gIB4hIBkcHBwcHBwcHBydr+JQAAAACHRSTlMABA4YHyQsM5jtaMwAAADfSURBVDjL7ZVBEgMhCAQBAf//42xcNbpAqakcM0ftUmFAAIBE81IqBJdS3lS6zs3bIpB9WED3YYXFPmHRfT8sgyrCP1x8uEUxLMzNWElFOYCV6mHWWwMzdPEKHlhLw7NWJqkHc4uIZphavDzA2JPzUDsBZziNae2S6owH8xPmX8G7zzgKEOPUoYHvGz1TBCxMkd3kwNVbU0gKHkx+iZILf77IofhrY1nYFnB/lQPb79drWOyJVa/DAvg9B/rLB4cC+Nqgdz/TvBbBnr6GBReqn/nRmDgaQEej7WhonozjF+Y2I/fZou/qAAAAAElFTkSuQmCC); display:block; height:44px; margin:0 auto -44px; position:relative; top:-22px; width:44px;"> <a href="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" style=" color:#000; font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; font-style:normal; font-weight:normal; line-height:17px; text-decoration:none; word-wrap:break-word;" target="_top">See on Instagram Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici. Marianna Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jimmy-choo-laboutin-e-blahnik-salde-ai-piedi-di-chi-solca-il-piccolo-schermo" data-post-id="2619891221" data-published-at="1767745786" data-use-pagination="False"> Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi. Mariella Baroli
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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