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2018-11-26
Sempre meno tacco 12: il 70% delle donne preferisce le scarpe basse
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Sempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».
E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.
Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing».
Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.
Chiara Merico
Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano
Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici.
Marianna Baroli
Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo
Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi.
Mariella Baroli
Continua a leggereRiduci
Nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. In Italia sette su dieci acquistano ballerine o modelli senza tacco anche se spendono almeno il 35% in più delle francesi e il 25% in più della media europeaIl settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda, con 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro.Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik restano salde ai piedi delle attrici che popolano il piccolo schermo, ma avanza una lunga serie di giovani stilisti: da Nicolò Beretta, in arte Giannico, fino a Alexander Birman e Viviana Vignola. Lo speciale contiene tre articoliSempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing». Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.Chiara Merico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vignola-giannico-e-birman-giovani-stilisti-avanzano" data-post-id="2619891221" data-published-at="1774136748" data-use-pagination="False"> Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano <blockquote class="instagram-media" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-version="4" style="background:#FFF; border:0; border-radius:3px; box-shadow:0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width:658px; padding:0; width:99.375%; width:-webkit-calc(100% - 2px); width:calc(100% - 2px);"> <div style="background:url(data:image/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAACwAAAAsCAMAAAApWqozAAAAGFBMVEUiIiI9PT0eHh4gIB4hIBkcHBwcHBwcHBydr+JQAAAACHRSTlMABA4YHyQsM5jtaMwAAADfSURBVDjL7ZVBEgMhCAQBAf//42xcNbpAqakcM0ftUmFAAIBE81IqBJdS3lS6zs3bIpB9WED3YYXFPmHRfT8sgyrCP1x8uEUxLMzNWElFOYCV6mHWWwMzdPEKHlhLw7NWJqkHc4uIZphavDzA2JPzUDsBZziNae2S6owH8xPmX8G7zzgKEOPUoYHvGz1TBCxMkd3kwNVbU0gKHkx+iZILf77IofhrY1nYFnB/lQPb79drWOyJVa/DAvg9B/rLB4cC+Nqgdz/TvBbBnr6GBReqn/nRmDgaQEej7WhonozjF+Y2I/fZou/qAAAAAElFTkSuQmCC); display:block; height:44px; margin:0 auto -44px; position:relative; top:-22px; width:44px;"> <a href="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" style=" color:#000; font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; font-style:normal; font-weight:normal; line-height:17px; text-decoration:none; word-wrap:break-word;" target="_top">See on Instagram Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici. Marianna Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jimmy-choo-laboutin-e-blahnik-salde-ai-piedi-di-chi-solca-il-piccolo-schermo" data-post-id="2619891221" data-published-at="1774136748" data-use-pagination="False"> Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi. Mariella Baroli
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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