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2018-11-26
Sempre meno tacco 12: il 70% delle donne preferisce le scarpe basse
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Sempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».
E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.
Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing».
Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.
Chiara Merico
Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano
Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici.
Marianna Baroli
Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo
Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi.
Mariella Baroli
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Nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. In Italia sette su dieci acquistano ballerine o modelli senza tacco anche se spendono almeno il 35% in più delle francesi e il 25% in più della media europeaIl settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda, con 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro.Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik restano salde ai piedi delle attrici che popolano il piccolo schermo, ma avanza una lunga serie di giovani stilisti: da Nicolò Beretta, in arte Giannico, fino a Alexander Birman e Viviana Vignola. Lo speciale contiene tre articoliSempre attuali e sexy o un retaggio del passato? Di recente il successo delle scarpe con il tacco, immancabili negli outfit femminili, sembra aver imboccato una parabola discendente. Negli Usa il trend sembra conclamato: secondo un'analisi della società di ricerche di mercato Npd, nel 2017 le vendite di modelli con tacco (in media superiore ai 7 centimetri) sono calate del 12%, mentre allo stesso tempo quelle di sneakers da donna sono cresciute del 37%. Una tendenza dovuta, secondo gli osservatori, a vari fattori: come ad esempio l'introduzione dello smartworking e l'aumento del numero di donne che si recano al lavoro a piedi (solo a Washington questa percentuale è cresciuta al 14% dal 12% del 2012) che hanno reso obsoleta la "divisa" da ufficio tailleur più scarpa con tacco; e l'aumento dell'offerta, che mette a disposizione delle donne una gamma sempre più vasta di modelli. Come ha spiegato Gerald Storch, ad di Storch Advisors ed ex vicepresidente del colosso del retail Target, «non si tratta del rifiuto del tacco, quanto dell'elevata alternativa che esiste in negozio, perché le donne oggi comprano più scarpe, e possono scegliere tra molti più stili di prima».E le donne italiane? Anche da noi si nota un successo sempre maggiore delle scarpe comode, come sneakers, espadrillas e ballerine. Una ricerca di Survey Lab, il laboratorio europeo di analisi sulle tendenze dello shopping online lanciato dal portale di ecommerce Vente-privee, ha rivelato che nel 2014 il 27% delle italiane prediligeva calzature con tacchi altissimi, mentre il 73% restava affezionato alla scarpa bassa, con tacco di meno di 5 centimetri. Lo studio ha rivelato che spesso le donne, quando acquistano un paio di scarpe con tacco su internet, prima di completare l'ordine aggiungono anche un paio di ballerine. Non solo: il tipo di scarpa preferito cambia anche a seconda della nazionalità. In Europa sono le spagnole a osare di più in tema di altezza dei tacchi, seguite dalle tedesche, mentre le francesi si limitano a scarpe di altezza compresa tra i 2 e i 7 centimetri. Transalpine e tedesche si distinguono per sobrietà, dando la preferenza a modelli classici e colori come il grigio o il nero, mentre le spagnole osano colori decisi o toni pastello e le italiane puntano a modelli più ricercati e di tendenza. Le nostre connazionali, tra l'altro, sono quelle che spendono di più per le scarpe: secondo lo studio, pagano il 35% in più rispetto alle francesi e il 25% in più rispetto alla media europea, arrivando a spendere anche 600 euro per un paio di stivali.Le scarpe da donna fanno la parte del leone in un mercato, quello delle calzature, che a livello globale nel 2016 valeva 215,7 miliardi di dollari e nel 2025 dovrebbe arrivare a valerne 278. «Le calzature da donna», spiega un rapporto di Trasparency market research, «sono quelle più vendute, grazie a una grande quantità di marchi specializzati, all'enorme aumento dei punti vendita e ai budget significativi stanziati per campagne pubblicitarie e di marketing». Nove paia di scarpe su dieci vengono prodotte in Asia, per la maggior parte in Cina, ma anche in Paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Indonesia. In questo mercato l'Italia ricopre un ruolo tutt'altro che secondario: secondo i dati del Footwear market Yearbook, nel 2016 il nostro Paese era il primo produttore di calzature nell'Unione Europea e l'undicesimo produttore per numero di paia nel mondo. L'Italia è il nono Paese esportatore a livello mondiale, il terzo in termini di valore (secondo in valore, dietro alla Cina, se si prendono in considerazione sole calzature con tomaio in pelle). Il settore calzaturiero è uno dei pilastri del Sistema Moda Italia, con circa 4.800 aziende e 77.000 addetti, un saldo commerciale da sempre attivo e un fatturato annuo complessivo che nel 2016 era pari a 14,2 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati elaborati da Confindustria Moda, nel 2017 la produzione di scarpe made in Italy è aumentata dell'1% in volume, segnando un'inversione di rotta dopo un triennio di contrazioni. Per quanto riguarda l'export, nei primi dieci mesi dell'anno sono stati venduti all'estero 180,6 milioni di paia di scarpe (2,6 milioni in più sull'analogo periodo 2016), per 7,78 miliardi di euro, in crescita del +1,5% in quantità e del +3,3% in valore. Secondo le proiezioni sull'intero anno dovrebbero essere sfiorati a consuntivo i 9,2 miliardi di euro, il valore più alto degli ultimi 15 anni, anche al netto delle dinamiche inflattive. Tra i mercati esteri, cui è destinato più dell'85% della produzione nazionale, risultano stazionari i flussi verso l'Unione europea, mentre prosegue il recupero in Russia e si avvia quello negli Stati Uniti, migliora il Medio Oriente e rallenta il Far East. Nei primi dieci mesi dell'anno scorso il saldo commerciale settoriale ha mostrato un attivo di di 3,76 miliardi di euro, con un aumento tendenziale del +8,3%. Nella graduatoria dei 106 capitoli merceologici di cui si compone la classificazione doganale, la voce 64 "calzature e parti" occupa, nei dati di contabilità nazionale dei primi 10 mesi 2017, il settimo posto per saldo commerciale, a conferma dell'importanza che il settore riveste da sempre nell'economia italiana.Chiara Merico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vignola-giannico-e-birman-giovani-stilisti-avanzano" data-post-id="2619891221" data-published-at="1780176288" data-use-pagination="False"> Vignola, Giannico e Birman: giovani stilisti avanzano <blockquote class="instagram-media" data-instgrm-permalink="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" data-instgrm-captioned="" data-instgrm-version="4" style="background:#FFF; border:0; border-radius:3px; box-shadow:0 0 1px 0 rgba(0,0,0,0.5),0 1px 10px 0 rgba(0,0,0,0.15); margin: 1px; max-width:658px; padding:0; width:99.375%; width:-webkit-calc(100% - 2px); width:calc(100% - 2px);"> <div style="background:url(data:image/png;base64,iVBORw0KGgoAAAANSUhEUgAAACwAAAAsCAMAAAApWqozAAAAGFBMVEUiIiI9PT0eHh4gIB4hIBkcHBwcHBwcHBydr+JQAAAACHRSTlMABA4YHyQsM5jtaMwAAADfSURBVDjL7ZVBEgMhCAQBAf//42xcNbpAqakcM0ftUmFAAIBE81IqBJdS3lS6zs3bIpB9WED3YYXFPmHRfT8sgyrCP1x8uEUxLMzNWElFOYCV6mHWWwMzdPEKHlhLw7NWJqkHc4uIZphavDzA2JPzUDsBZziNae2S6owH8xPmX8G7zzgKEOPUoYHvGz1TBCxMkd3kwNVbU0gKHkx+iZILf77IofhrY1nYFnB/lQPb79drWOyJVa/DAvg9B/rLB4cC+Nqgdz/TvBbBnr6GBReqn/nRmDgaQEej7WhonozjF+Y2I/fZou/qAAAAAElFTkSuQmCC); display:block; height:44px; margin:0 auto -44px; position:relative; top:-22px; width:44px;"> <a href="https://www.instagram.com/p/BqUzqmSnrBo/" style=" color:#000; font-family:Arial,sans-serif; font-size:14px; font-style:normal; font-weight:normal; line-height:17px; text-decoration:none; word-wrap:break-word;" target="_top">See on Instagram Da anni la suola rossa è sinonimo di eleganza e sex appeal, ma sono tanti i marchi che stanno prendendo piede nel mercato delle calzature. Nomi che solo qualche anno fa risultavano sconosciuti ai più, vengono sempre più di frequente pronunciati sul tappeto rosso. Tra questi, il più conosciuto è forse Aquazzura, brand italiano fondato quasi otto anni fa da Edgardo Osorio. Le sue scarpe coloratissime e dal design senza tempo hanno conquistato anche la neo duchessa Meghan Markle che ha scelto di indossarle al ricevimento per il suo matrimonio con il principe Harry. Osorio che oltre a essere fondatore è anche designer del marchio ha ricevuto, nel 2015, il Footwear News Award, premio che in passato è stato vinto anche da Manolo Blahnik, stilista che spesso viene paragonato - per il suo stile e le sue creazioni - a Osorio. Insieme a lui, Nicolò Beretta, in arte Giannico che a soli 23 anni è già un nome nel mercato delle calzature. Forbes lo ha anche inserito , al primo posto, nella classifica dei talenti che rivoluzioneranno la moda italiana. Le creazioni di Nicolò si ispirano a Stanley Kubrick, West Anderson, Picasso, Andy Warhol e tanti altri artisti e registi che hanno fatto la storia. Tra le sue creazioni più famose, le décolleté ricoperte di piume di gallo (Swan in Venice) e il tacco dodici con dettagli a forma di bocca, rigorosamente in vernice rossa fiammeggiante (Scarlett). Il suo segreto? Non smettere mai di studiare, perché «la cultura è l'orologio del nostro tempo e ci permette di anticipare trend e tendenze». Il brand italiano Oscar Tiye si contraddistingue invece grazie a uno scarabeo gioiello che adorna le suole di ogni scarpa. La regina araba Tiye è infatti la maggiore fonte di ispirazione per il marchio che con le sue scarpe strizza l'occhio alla cultura pop. Apprezzatissimo dalle celebrities, tra cui Gigi Hadid, Kendall Jenner e Zoe Saldana, tra i must have firmati Oscar Tiye ci sono un paio di sandali con due applicazioni circolari sul tallone che ricordano le orecchie di Minnie Mouse. Il brasiliano Alexandre Birman ha invece debuttato come stilista collaborando con il brand Parabola Gurung. Un debutto di tutto rispetto che gli è valso l'affetto del mondo dello spettacolo e che ha portato le sue scarpe, spesso prodotte usando pellami esotici, ai piedi delle protagoniste della fortunata serie televisiva Gossip Girl. La napoletana Viviana Vignola firma invece il brand Racine Carrée che nelle sue creazioni è in grado di combinare la grande competenza tecnica italiana con quel «je ne sai quoi» francese. Infine, voliamo sulle ali della stilista inglese Sophia Weber che con i suoi sandali dai colori e le linee iperfemminili si è affermata nel mercato delle calzature. Imperdibili le linee Evangeline e Madame Chiara, sandali declinati in miriadi di combinazioni di colore con applicate due ali d'angelo tagliate a laser. La parola d'ordine per i nuovi stilisti sembra essere unicità. Una nuova interpretazione delle linee rese famose dai grandi nomi del tacco dodici. Marianna Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-tacchi-2619891221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="jimmy-choo-laboutin-e-blahnik-salde-ai-piedi-di-chi-solca-il-piccolo-schermo" data-post-id="2619891221" data-published-at="1780176288" data-use-pagination="False"> Jimmy Choo, Laboutin e Blahnik salde ai piedi di chi solca il piccolo schermo Giphy «Ci sono due cose di cui non ne hai mai abbastanza. Buoni amici e buone scarpe». Queste parole sono della più grande shoeaholic della televisione: Carrie Bradshaw. Per 94 episodi (e due film) la scrittrice newyorkese ha fatto sfoggio dei più bei sandali e delle più belle décolleté. Come per Friends, dove i protagonisti vivevano in appartamenti enormi pur essendo ventenni squattrinati, la domanda dei telespettatori era solo una: come faceva Carrie a permettersi tutte quelle scarpe? E infatti i gusti del personaggio interpretato da Sarah Jessica Parker non erano dei più economici. Il più amato dalla giovane è infatti Manolo Blahnik, marchio creato dall'omonimo stilista nel 1973 a Londra. Le sue scarpe, che arrivano a costare anche migliaia di dollari, sono caratterizzate da tacchi vertiginosi e dettagli di lusso, come l'applicazione luccicante delle décolleté scelte da Carrie per il suo matrimonio con Mr. Big nel primo film. Non è però solo Sex & the City a cementare l'immagine di Manolo Blahnik nella cultura pop. Nel 2006 lo stilista è infatti incaricato di disegnare tutte le calzature del film Marie Antoinette di Sofia Coppola. Il suo apporto all'industria della moda britannica gli è persino valso il titolo di baronetto. Altro preferito di Carrie è Jimmy Choo, così amato che quando il cane del fidanzato Aiden gliene mangia un paio, la ragazza ha una vera e propria crisi di nervi. A rendere lo stilista malese uno dei nomi più importanti nell'olimpo del tacco dodici è stata la principessa del Galles, Diana Spencer che indossa le sue creazioni alla fine degli anni Ottanta. Parola d'ordine per Jimmy Choo? Glamour. Ogni sua scarpa sembra pronta a calcare il red carpet e vi farà sentire una vera star. L'ultimo dei brand preferiti da Carrie Bradshaw non può che essere Christian Louboutin. Uno degli stilisti più ambiti e apprezzati nel mondo della moda, le sue scarpe con la suola rossa sono diventate le più desiderate da ogni donna. La sua scarpa più iconica si chiama Pigalle (recentemente aggiornata nel modello Kate), una semplice décolleté tacco dodici, capace grazie alla sua forma ricercata di fare sembrare le gambe di ogni donna affusolate e sensuali, ammesso riescano a vincere il mal di piedi. Mariella Baroli
iStock
Da giugno a settembre, infatti, il calendario si fa fitto: nei prossimi mesi si avvicenderanno, nella romantica cornice delle fortezze trentine, esperienze guidate, mostre, laboratori e iniziative didattiche, per la gioia di un pubblico eterogeneo quanto a età e interessi.
A partire da Castel Beseno, a Besenello: aperto dal 1° maggio al 1° novembre prossimo tra le 10 e le 18 (a eccezione del lunedì), è il più grande castello del Trentino. Gli avventori possono ammirare, prima di tutto, la sezione museale dedicata alla battaglia di Calliano, combattuta nel 1487 tra le truppe della Repubblica di Venezia e quelle del Principato vescovile di Trento e della Contea del Tirolo. Passeggiare tra le cucine, le cantine e la cinta muraria è una vera e propria un’immersione nella storia e nella natura trentine. Per conoscere tutti gli appuntamenti, tra cui le rievocazioni storiche che avranno luogo su questo pregiato palcoscenico, basta scrivere a info@buonconsiglio.it o chiamare lo 0464-834600.
C’è poi Castel Nanno, situato a Ville d’Anaunia: ogni domenica, dal 7 al 28 giugno, sarà possibile sperimentare un picnic di livello. «Visita e picnic sull’erba nei giardini di Castel Nanno» è la formula che propone prodotti a chilometro zero abbinata a una visita guidata. Il prezzo è di 20 euro per gli adulti, 15 euro per i ragazzi dai 4 ai 12 anni e 8 euro per i bambini sotto i 4 anni. La prenotazione, obbligatoria entro le 12 del giorno prima, può essere effettuata chiamando lo 0463-830133 o scrivendo a info@visitvaldinon.it. Castel Nanno è comunque aperto alle visite libere tutte le domeniche fino al 1° novembre, dalle 10 alle 17, con apertura straordinaria i primi due giorni di giugno e a Ferragosto.
Per il divertimento dei bambini l’ideale è invece Castel Valer, sempre a Ville d’Anaunia (frazione Tassullo). I più giovani potranno andare a caccia dell’indizio per ricostruire gli antichi fasti di questa fortezza. Facile diventare detective tra queste pareti, trattandosi di uno dei manieri più ricchi della Val di Non, che al suo interno custodisce un inestimabile patrimonio di oggetti e arredi appartenuti alla nobile famiglia Spaur.
La proposta, pensata per bambini e ragazzi dai 6 ai 14 anni, sarà valida tutte le domeniche, a partire dalle 10. Un’esperienza di un’ora e mezza, che prevede per i più piccoli la guida verso i dettagli più curiosi e per i più grandi enigmi e giochi investigativi per apprendere la storia del luogo. Alla fine dei giochi, ciascuno potrà vivere un momento memorabile, come la trasformazione in conte di Castel Valer. L’intero nucleo familiare può accedere al costo di 30 euro.
Infine «Dal Castello alla Montagna» è il percorso che collega Folgaria a Castel Beseno, seguendo l’antica viabilità medievale. Un itinerario lungo poco più di 8 chilometri, che parte dall’altopiano e raggiunge il fondovalle attraversando luoghi di rara bellezza, come la chiesetta cinquecentesca di San Valentino, Mezzomonte di sopra e di sotto, il maso Ponte di Folgaria e il torrente Rio Cavallo Rosspach. Una volta arrivati a Castel Beseno, è obbligatoria una visita senza preoccuparsi troppo degli orari: il rientro può avvenire in pullman; ma se si hanno ancora energie a disposizione, il consiglio è di percorrere a piedi il versante orografico sinistro, che offre magnifiche visuali e luoghi storici lungo il percorso.
Un altro indimenticabile modo di vivere il Trentino al meglio è il treno: il Trenino dei Castelli è l’esperienza di un’intera giornata tra la Val di Sole e la Val di Non, che consente di scoprire il patrimonio storico, culturale ed enogastronomico del territorio. Si parte da Trento e si viene sospinti tra castelli arroccati su speroni di roccia o adagiati su dolci colline. Si potranno così visitare il Castello di San Michele a Ossana o Castel Caldes, gotico maniero legato alle leggende riguardanti la nobildonna Olinda.
Castel Valer e Castel Thun sono due delle altre dimore storiche che popolano la zona attraversata dal trenino ed entrambi hanno molto da offrire al visitatore: se il primo si distingue per la ricchezza degli arredi e le ricche collezioni e della cappella di San Valerio, il secondo è uno dei più visitati, sia per il contesto in cui sorge che per la sua ricchezza architettonica e artistica.
Presso molte strutture ricettive è possibile richiedere la Trentino Guest Card, che consente la visita gratuita a oltre 60 castelli e 20 musei, tra cui Mart, Muse e Castello di Avio. La si può usare anche per i trasporti pubblici provinciali e per ottenere sconti sui prodotti locali.
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Il Paris Saint-Germain festeggia la Champions League dopo aver battuto ai rigori l'Arsenal nella finale di Budapest (Ansa)
La storia continua e si arricchisce di un nuovo capitolo. Nell’ormai infinita saga dell’esasperato dibattito tra risultatisti e giochisti, stavolta tocca a quest’ultimi festeggiare. Tocca al Paris Saint-Germain di Luis Enrique, che dopo aver iscritto lo scorso anno i parigini nell’albo d’oro della Champions League per la prima volta, si ripete e concede il bis battendo nella finale di Budapest l’Arsenal dell’allievo Mikel Arteta.
Due mondi opposti e due filosofie a confronto, hanno detto in molti alla vigilia, guardando, stile di gioco, numeri e statistiche. Da una parte il pragmatismo e l’organizzazione dell’Arsenal, capace di concedere appena sei gol agli avversari in tutto il torneo, prima della finale. Dall’altra le 45 reti messe a segno dal Psg, eguagliando il record stabilito nel 1999/2000 dal Barcellona, nella cui rosa figurava proprio Luis Enrique. Alla fine, nella serata della Puskas Arena, a fare la differenza è stata la qualità offensiva dei campioni di Francia e d’Europa, l’esperienza e quel pizzico di buona sorte necessari in appuntamenti del genere. Tuttavia, la finale si è rivelata essere più equilibrata e meno scontata di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. A dimostrarlo non è solo il fatto che la banda di Luis Enrique abbia avuto bisogno dei tempi supplementari e dei rigori per sbrogliare la matassa che aveva preparato Arteta. Ma anche l’approccio e l’atteggiamento tattico dell’Arsenal, arrivato in Ungheria con legittime ambizioni e reduce dalla conquista della Premier League, ventidue anni dopo l’ultima firmata da Arsène Wenger. Il Psg aveva tutto dalla sua per confermarsi sul tetto d’Europa: forza, qualità della rosa, blasone, esperienza, favore del pronostico. L’Arsenal si è dimostrato comunque all’altezza con Arteta che si è addirittura concesso il lusso di iniziare la partita con 152 milioni di euro dell’ultima campagna acquisti parcheggiati in panchina. Il tecnico spagnolo ha infatti sorpreso tutti preferendo in attacco Kai Havertz allo svedese Viktor Gyokeres, pagato allo Sporting Lisbona 73 milioni di euro, e scegliendo di rimpolpare il centrocampo con il giovane Lewis-Skelly a scapito della mezza punta Eberechi Eze, strappato al Crystal Palace per 79 milioni. Scelte, specialmente la prima, che si stavano rivelando azzeccate visto che pronti via, al 5’ Havertz, che già una finale di Champions l’aveva decisa nel 2021, quando con il Chelsea trionfò nel derby inglese contro il Manchester City di Pep Guardiola, approfitta di un rimpallo a metà campo con Marquinhos e fugge verso la porta di Safonov: il mancino potente sotto la traversa è una sentenza che gela i tifosi del Psg e manda in delirio quelli inglesi.
Da quel momento in poi la partita prende esattamente la piega immaginata da Arteta. L’Arsenal si chiude, concede il pallone agli avversari e difende con ordine, densità e pazienza. Il Psg controlla il possesso, ma per lunghi tratti lo fa in maniera sterile. Kvaratskhelia e Doué faticano ad accendersi, Dembélé appare lontano dalla versione dominante ammirata per tutta la stagione e le occasioni arrivano con il contagocce. I campioni d’Europa rientrano dagli spogliatoi con un atteggiamento più aggressivo, ma rischiano addirittura di subire il raddoppio quando ancora Havertz si presenta dalle parti di Safonov. È il preludio alla svolta dell’incontro. Al 62' Mosquera interviene in ritardo su Kvaratskhelia all’interno dell’area. Siebert indica il dischetto e il Var conferma. Dembélé non sbaglia, spiazza Raya e riporta il risultato in equilibrio.
L’1-1 cambia l’inerzia della finale. Il Psg aumenta la pressione, l’Arsenal perde qualche certezza e la gara si apre. Vitinha sfiora il vantaggio con una conclusione dalla distanza, poi è Kvaratskhelia ad avere la palla più pesante della serata quando approfitta di un errore di Saliba e si presenta davanti a Raya: il portiere spagnolo devia il sinistro del georgiano sul palo, tenendo in vita i Gunners. Nel finale dei tempi regolamentari le occasioni migliori capitano ancora ai francesi. Vitinha manca di poco il bersaglio grosso e, in pieno recupero, Barcola spreca clamorosamente un contropiede che avrebbe potuto chiudere i conti.
I supplementari sono molto più nervosi che spettacolari. L’Arsenal protesta per un contatto tra Nuno Mendes e Madueke, ma per Siebert non ci sono gli estremi per il rigore. Dall’altra parte il Psg continua ad avere una maggiore iniziativa, senza però trovare il colpo decisivo. Così, per la prima volta dal 2016, una finale di Champions si decide ai rigori. Dal dischetto Ramos e Doué trasformano i primi due tentativi, mentre Eze condanna subito l’Arsenal calciando fuori il secondo penalty della serie. Raya tiene aperto uno spiraglio parando la conclusione di Nuno Mendes, ma Rice risponde soltanto in parte. Hakimi e Beraldo non tremano, mentre dall’altra parte Martinelli segna prima che Gabriel spedisca alto il rigore che consegna definitivamente la coppa al Psg e a Luis Enrique. Per il club francese è un successo che prolunga il ciclo aperto dodici mesi fa e si conferma sul tetto d’Europa. I francesi entrano così nel ristretto gruppo di squadre capaci di vincere la Champions League per almeno due stagioni consecutive, diventando al tempo stesso il primo e unico club francese a riuscire nell’impresa. Per Luis Enrique, invece, è la terza coppa dalle grandi orecchie alzata al cielo.
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Matteo Berrettini (Ansa)
Ma soprattutto di tennis e di nerbo. Il trentenne romano esce vittorioso da una battaglia di cinque ore e 23 minuti nel terzo turno del Roland Garros contro «El Tiburon» Comesana, argentino specialista della terra battuta: 7-6, 5-7, 6-7, 6-4, 7-6 con vittoria a 13 nel supertiebreak. Il risultato è già indizio di un match senza esclusione di colpi, in cui il Thor nostrano ha ritrovato sprazzi del suo gioco migliore, quel predominio di servizio esplosivo e dritto potente e arrotato, che negli anni scorsi lo ha condotto a una finale a Wimbledon persa contro Djokovic, a due vittorie al Queen’s, alle semifinali all’Australian Open e allo Us Open. Numeri da capogiro per un tennista italiano, Sinner a parte. Gli infortuni ne hanno funestato il fisicone di 196 cm per 95 kg, ma la naturalezza con cui ha tenuto i turni di battuta e risposto alle rotazioni geometriche dell’avversario, indicano degli ottavi di finale guadagnati con la calma olimpica del pescatore di fiume. Matteo ha soltanto bisogno di disputare tante partite. Solo così potrà ritrovare lo smalto e, perché no, riproporre la sua candidatura in una classifica a oggi impietosa. Buone nuove pure dal terzo turno di Flavio Cobolli, vincitore per 6-2 6-2 6-3 su Learner Tien. Nella racchetta regolare del fiorentino Flavio c’è qualcosa che pare spezzarsi da un momento all’altro, parcellizzandosi in un sistema di possibilità vertiginoso. Il suo è un tennis di Schrödinger: può elevarsi fino a toccare vette da top 20 quale oggi è (quest’anno vanta una finale raggiunta a Monaco di Baviera svillaneggiando in semifinale Zverev e una vittoria al master 500 di Acapulco sconfiggendo l’esperto Tiafoe), oppure, con la stessa disinvoltura, può perdere incontri semplici, scivolando nella coltre dell’anonimato. Tien, mancino statunitense di origini vietnamite, 20 anni, pupillo di quel Michael Chang che nel 1989, a soli 17 anni, vinse proprio al Roland Garros prendendosi gioco di un Ivan Lendl furibondo, è, assieme a Fonseca, Jodar, Mensik, Fils e al diciassettenne francese Kouame, una promessa in parte già mantenuta. Ha vinto il master 250 di Ginevra poco più di una settimana fa, ma contro Flavio pareva appannato, ha sbagliato parecchio, spianandogli la strada verso un match quasi rilassato. Ora Cobolli se la vedrà agli ottavi con Zachary Svajda, numero 85 Atp, che si è preso in cinque set lo scalpo di Francisco Cerundolo, fratello maggiore di Juan Manuel, avversario di Sinner nella partita di giovedì. Con l’eliminazione di Djokovic in cinque set per mano del «Sinnerzinho» brasiliano Joao Fonseca, si saggerà la consistenza agonistica di Sascha Zverev. Il tedesco di origini russe, artefice di una carriera ciclotimica, non si è mai imposto in un trofeo del Grande Slam, quel genere di tornei stanno a lui come Diabolik all’ispettore Ginko. Con Alcaraz e Sinner fermi ai box, ecco giunta la sua fatidica occasione. Sulla sua strada potrebbe trovare nei quarti di finale il tirannico diciannovenne Rafael Jodar. Lo spagnolo, si diceva, assieme a Fonseca e al ceco Jakub Mensik, rappresenta a buon diritto la nuova generazione di atleti destinata a inserirsi nella rivalità tra il nostro altoatesino e il murciano Carlitos. Anche di questi giovani classe 2005/06 si verificheranno presto le qualità.
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Da qui l’intuizione di Fernando Raris e Bepo Maffioli, nel 1976, di creare un circuito dedicato di ristoratori che, in stagione, declinavano finferli e porcini in vario modo a tutto menù, ovvero il Cocofungo. Il primo circuito nazionale dedicato a un singolo prodotto da cui, nella stagione invernale, «gemmò» il Cocoradicchio, creato nel 1988, seguito a ruota da un altro circuito gemello, «I ristoranti del radicchio».
Insegne diverse, ma missione comune. Quella di valorizzare la gustosa cicoria locale tanto è vero che, nel 1999, prende il via il «Radicchio d’oro», una sorta di Campiello gastronomico con premi ad eccellenze nazionali in vari settori. Dallo sport alla cultura, passando per gastronomia, giornalismo e altro ancora, con i premiati omaggiati su palco nientemeno che dal sorriso della Miss Italia millesimata di anno in anno. Ritorniamo alla realtà.
Nel 1996 il radicchio di Treviso è stato il primo ortaggio italiano a ottenere il riconoscimento Igp europeo, ed ecco un’altra medaglia di primogenitura di Marca che si affianca al Festival della cucina trevigiana così come al Cocofungo. Varie le ipotesi di come sia sorta questa variante sulle rive del Sile, alcune romantiche (i suoi semi deposti da uccelli migratori sul campanile di Dosson, e le pianticelle curate poi da dei fraticelli del vicino convento), altre vedono protagonista Francesco van den Borre, architetto di parchi e giardini delle ville venete, che applicò a questo ortaggio tecniche di sbiancamento utilizzate nel Belgio nativo per la locale cicoria. Vi è poi la variante ruspante, quella della civiltà rurale legata alla sussistenza quotidiana. In un tempo in cui non si buttava via niente, i cespi di radicchio venivano messi a riposare in un angolo della stalla ricoperti da un telo per prolungarne il consumo oltre il tempo della raccolta. Un utilizzo non solo alimentare. Le madri di famiglia ne bollivano le radici per ottenere un’acqua depurativa per i disturbi digestivi. In tempi di autarchia, durante il ventennio, le stesse radici venivano tostate e macinate quale surrogato del caffè. I nonni creativi le distillavano per ottenere poi grappe ritenute il miglior digestivo dopo pasti generosi.
Una radicata tradizione familiare, ben descritta da Bepi Mazzotti: «Vengono lavorati sotto i portici o nelle stalle in tempo di filò, le foglie aperte con l’arte consumata dei fiorai». Vari libri dedicati con ricettari che hanno permesso al radicchio di Treviso di scalare pazientemente la gerarchia culinaria, da umile contorno delle cucine rurali a ricercata leccornia di tavole (anche) stellate. Vi è poi il fratellino minore, ovvero il radicchio variegato di Castelfranco, nato da un casuale incrocio di necessità tra radicchio di Treviso e indivia scarola. Ma anche qui il tocco d’artista di Maffioli fa entrare la storia nella leggenda. Nel suo ultimo libro, uscito con le ricette di Onorio Barbesin, accenna a una nobildonna castellana invitata da una famiglia di pari lignaggio a una prima della Scala a Milano. Aveva preparato degna sartoria conseguente, abbellita da una fascinosa orchidea. Ma allora i treni sbuffavano lentamente, con emissioni di nerofumo. L’orchidea ne risentì, ma la nobildonna fece di necessità virtù. Si era fatta preparare dai suoi mezzadri un bel cesto di radicchio variegato, coperto da una tela, per farne omaggio agli amici milanesi. Giunse a Milano intatto nei suoi colori e profumi. Dopo adeguata toilette vegetale, lo indossò con orgoglio in attesa delle arie di Puccini non prima di aver raccolto i complimenti per l’insolita veste che la accompagnava e, alla domanda di che specie fosse, risose «Un fiore che si mangia», aizzando così ulteriore curiosità negli astanti.
Altra coccola golosa di cui la Marca trevigiana ha l’esclusiva è la sopa coada, ovvero una zuppa di pane, brodo e carne di piccione. Anche qui un’origine che incrocia storia e leggenda. Un tempo i piccioni erano allevati nelle piccionaie, ovvero i solai delle case benestanti così come nelle torri di campagna, residuo delle lotte tra le signorie medioevali e poi riprese dalle architetture del Palladio per le ville della nobiltà veneziana. Dopo l’Unità d’Italia, grazie all’intuizione di qualche oste trevigiano, si abbinarono le carni, dopo lenta cottura nel brodo, al pane raffermo, così per ottimizzare gusto e necessità. Coada dalla doppia chiave di lettura. Covata, cotta lentamente per ore per spremere dalle carni tutti i sapori. Ma anche coperta, con le fette di pane inzuppato a proteggerne i gusti. Immancabili, poi, le varianti. A Motta di Livenza si utilizzava la gallina ruspante per dare sostegno nutriente ai mercanti che giungevano con le loro chiatte dalla Laguna. Vi è poi la variante con il fagiano, a Zenson di Piave, e pure quella con l’oca a Falzè di Trevignano. Ma, al di là delle possibili variabili pennute, c’è una regola senza se e senza ma, stabilita dalla storica Adriana Vigneri: «È un piatto che deve essere nominato rigorosamente in dialetto, l’unico modo per inquadrarlo nel contesto che lo rende unico».
Un’antica regola recita «a boca no a xè straca se no a sa de vaca». E quindi, sui titoli di coda, non può mancare un’altra identità trevigiana, la Casatella. Nel 2008 è stato il primo formaggio a pasta morbida ad ottenere la certificazione Dop, prima ancora del ben conosciuto Squacquerone romagnolo. Un tempo era il residuo della lavorazione del burro, fonte di pronto incasso monetario per gli allevatori. Con l’aggiunta di caglio e ben pressato dentro uno stampo, veniva posto sul davanzale, nelle stagioni fredde, per asciugarsi quel minimo sufficiente ad essere poi consumato. Spesso utilizzato anche come merce di scambio quando si andava a far la spesa dal casoin. Poi, dalla metà degli anni Cinquanta, con il progressivo svilupparsi dei caseifici, la produzione non solo è migliorata ma si è provveduto alla stesura di un disciplinare che ne ha consolidato la qualità e, grazie anche alla sua versatilità organolettica, abbinata al basso contenuto di grassi, protagonista di un ricettario che ha visto coinvolti, progressivamente, anche ristoratori di molte altre Regioni.
Al dolce finale non può mancare il tiramisù che pochi ancora sanno essere il dolce italiano più venduto all’estero, con buona pace del panettone. Anche qui non potevano mancare le rivendicazioni di campanile, con la friulana Tolmezzo a sostenere la paternità primigenia. Le radici documentate iniziano verso la metà degli anni Cinquanta quando Roberto «Loly» Linguanotto, pasticcere dello storico Beccherie della famiglia Campeol, mette a punto un originale mix a base di uova, zucchero, savoiardi, cacao, mascarpone e caffè. Già il nome «tiramisù» ha ispirato varie riletture goliardiche, partendo dal fatto che, proprio in quegli anni, la dolce vita trevigiana era stata ironicamente descritta da quel Signore e signori di Pietro Germi che non ebbe vita facile con il perbenismo di quel tempo. Vari i suoi ambasciatori. Da Bepo Maffioli che, nel 1981, fu il primo a darne memoria scritta con la ricetta conseguente, ai Toulà di Alfredo Beltrame, che lo fece conoscere e apprezzare nel mondo, per giungere al 2010 quando l’Accademia italiana della cucina ne deposita la ricetta originale. E mentre nella carnica Tolmezzo continuavano a sbuffare neanche tanto dolcemente, a Treviso, nel 2017, parte la prima edizione della World cup, il Campionato mondiale del tiramisù, tra artisti pasticceri e semplici cultori della materia che, con entusiasmo, si fiondano nella città dove «Sile e Cagnan s’accompagnano», e se assieme ad un buon tiramisù ancor meglio.
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