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2025-01-18
Space X, il razzo esplode in diretta. L’era Musk non conosce segreti
I detriti della Starship nel cielo di Haiti dopo l'esplosione (Ansa)
«Il successo è incerto, ma l’intrattenimento è garantito!». Con queste parole Elon Musk ha commentato le immagini del settimo test di volo della Starship, il veicolo di lancio più imponente della sua Space X, scelto addirittura dalla Nasa per il prossimo allunaggio (programmato, in teoria, per il 2027). Il risultato è solo parzialmente soddisfacente, perché dopo pochi minuti nella capsula della nave si è sviluppato un incendio che ha portato alla distruzione del mezzo. A causa dei detriti, l'Amministrazione federale dell’aviazione (Faa) statunitense ha dovuto bloccare o deviare alcuni voli, ma il traffico aereo è tornato presto regolare. La stessa Faa ha anche ordinato all'azienda di svolgere un’indagine sull'incidente, bloccando fino ad allora le attività di Starship. In Rete sono circolati tantissimi filmati, anche amatoriali, raffiguranti le spettacolari scie di colori che i pezzi dell’astronave, dopo l’esplosione, hanno generato in cielo. Tutti i detriti, ha comunque reso noto l’azienda di Musk, sono caduti nell’area di pericolo designata.
Secondo quanto riportato dalla stessa Space X, il primo stadio del sistema Starship, il razzo Super Heavy, ha funzionato senza problemi, garantendo al veicolo l’ascesa prevista. Dopo la separazione, il booster è rientrato alla base eseguendo perfettamente, per la seconda volta, la manovra di atterraggio. Fin qui un grande successo. Durante il secondo stadio, quello della navicella Starship, il sistema - si legge nel comunicato ufficiale - «ha acceso con successo i suoi sei motori Raptor, completando la fase di salita verso lo spazio. Tuttavia, prima del termine della manovra, si è persa la telemetria del veicolo dopo circa otto minuti e mezzo di volo». «I dati preliminari», continua sempre la nota, «indicano lo sviluppo di un incendio nella sezione posteriore del veicolo, che ha portato a una rapida disgregazione non pianificata». Il programma prevedeva che la navicella, dopo un volo di 66 minuti, facesse un ammaraggio controllato nell’Oceano indiano, ma l’imprevisto incidente ha fatto saltare tutto. Il nuovo modello della Starship, infatti, è stato progettato per essere interamente riutilizzabile. Alta 52 metri e con 9 metri di diametro, può trasportare fino a 150 tonnellate di carico. «Il volo spaziale non è facile», ha commentato Bill Nelson, amministratore della Nasa: «È tutt'altro che routine. Ecco perché questi test sono così importanti: ognuno di essi ci avvicina al nostro percorso verso la Luna e verso Marte attraverso Artemis».
Qualche ora prima, il patron di Tesla si era complimentato con il rivale, Jeff Bezos, per il successo ottenuto nel primo lancio in orbita del New Glenn, il razzo della sua Blue Origin, competitor di Space X. In quel caso l’obiettivo chiave, raggiungere l’orbita in sicurezza, è stato raggiunto, mentre il primo stadio non è riuscito a rientrare alla base, benché questo fosse considerato un traguardo arduo al primo test e del tutto secondario. «Congratulazioni per aver raggiunto l’orbita al primo tentativo», ha scritto Musk su X rivolgendosi al padre di Amazon. Il quale ha ricambiato la gentilezza augurando buona fortuna a lui e a Space X in vista dell’imminente lancio. Segni di distensione, dunque, dopo i bisticci del passato.
La corsa allo spazio continua e, tra i principali contendenti, troviamo proprio i due uomini più ricchi del mondo. In palio ci sono anche gli appalti militari del Pentagono Usa del valore di 5,6 miliardi di dollari: oltre a Space X e Blue Origin, però, a questa gara partecipa pure la joint venture United launch alliance (Ula) di Boeing e Lockheed Martin. Giochi che avvengono lontano dall’Europa, mentre nel Vecchio continente, che registra un ritardo al momento incolmabile nel settore aerospaziale, preoccupano di più le interferenze di Musk rispetto all’arretratezza tecnologica. Non che sia illegittimo diffidare delle grosse concentrazioni di potere e ricchezza nelle mani di una persona, ma contestualmente andrebbe anche rilevato che la vulcanica produzione del patron di Tesla sul suo social network, X, così come la libertà di espressione per ora consentita al suo interno, nei fatti garantiscono una trasparenza che prima d’ora ci era preclusa. Il lancio di Starship, per esempio, è stato interamente trasmesso in diretta.
Hanno un fondamento i sospetti legati alle varie situazioni di monopolio od oligopolio che si sta costruendo, ma è altrettanto visibile che, con i suoi modi poco ortodossi, il magnate ci mette la faccia. Un atteggiamento molto diverso da quello di un Bill Gates, che invece ama operare nell’ombra. Ogni anno, con la sua fondazione, mister Microsoft muove miliardi in tutte le direzioni. Lo abbiamo visto durante il Covid, quando in maniera tutt’altro che trasparente ha avuto un ruolo da protagonista nei vaccini. Ma sono molti i super ricchi che - vedi George Soros - spostano gli equilibri politici con i loro soldi all’insaputa di quasi tutti. O si pensi anche a un Mark Zuckerberg, il quale solo anni dopo ha rivelato di aver ceduto alle pressioni della Casa Bianca per censurare gli utenti Facebook. Elon Musk, invece, ha due difetti: non è di sinistra e non nasconde il suo potere. Se sul primo si può discutere, il secondo è quantomeno preferibile.
Mentre la fuga politica da X continua
Ancora fughe annunciate dalla piattaforma X di Elon Musk: stavolta a capeggiare la grottesca rivolta ideologica contro il tycoon, aperto sostenitore del free speech, sono due istituzioni scientifiche europee: l’Institut Pasteur, fondazione scientifica privata fondata a Parigi, e il Robert Koch Institute (Rki), agenzia del governo federale tedesco, responsabile del controllo e della prevenzione e delle malattie. «L’Institut Pasteur», si legge in una nota diffusa su X, «ha deciso di lasciare la piattaforma a causa di gravi derive riscontrate su quest’ultima dalla sua acquisizione da parte di Elon Musk». Un’indignazione a scoppio alquanto ritardato: sono passati infatti quasi tre anni da quando Musk ha fatto la sua prima offerta per comprare X, ad aprile 2022. Il Pasteur si dichiara «estremamente preoccupato» per l’influenza esercitata dal miliardario amico di Donald Trump nel promuovere alcuni account, la cui colpa consisterebbe nell’esprimere idee «che ci sembrano incompatibili con i principi di razionalità, di umanesimo e di diversità che sosteniamo all’istituto da molti anni». C’è sempre una prima volta, si dirà, ma non era mai accaduto che un istituto di ricerca scientifica assumesse una posizione politica così netta: «La direzione dell’Institut Pasteur è in totale opposizione al progetto di influenza politica intrapreso da Musk per indebolire le democrazie e destabilizzare l’Europa nelle sue fondamenta istituzionali, nel suo regime giuridico e nei suoi principi etici unificanti».
Prima ancora del Pasteur si è mosso il Rki, con un laconico thread in cui è stato annunciato che l’istituto non userà più la piattaforma, facendo seguito all’annuncio di oltre 60 università e centri di ricerca tedeschi che nei giorni scorsi l’hanno abbandonata per «incompatibilità dell’attuale orientamento di X con i valori fondamentali delle istituzioni coinvolte: apertura al mondo, integrità scientifica, trasparenza e discorso democratico». Una presa di posizione curiosa, considerando che proprio il Robert Koch Institute, tra il 1933 e il 1945, mise al servizio del regime nazista di Adolf Hitler la propria attività di ricerca, licenziando nella primavera del 1933 tutti i lavoratori di origine ebraica per poi finire subordinato, nel 1935, all’Ufficio sanitario del Reich. Senza andare troppo lontano, la Stiko (commissione permanente per le vaccinazioni del Rki), dopo aver tentato di opporsi, con valide motivazioni scientifiche, all’estensione della vaccinazione anti Covid a bambini, adolescenti e giovani, il 16 agosto 2021 ha gettato la spugna, finendo per adottare lo slogan criticato sino al giorno prima («I vantaggi del vaccino superano i rischi»).
Cos’abbia spinto i due istituti di ricerca a lasciare il social di Musk, è facile immaginarlo: l’ideologia. Nel caso del Rki, colpito peraltro da una fuga di follower, la recente intervista del patron di X ad Alice Weidel, leader della destra tedesca, non è stata digerita dalla galassia socialista tedesca, al punto che ieri perfino il cancelliere, Olaf Scholz, ha attaccato a testa bassa il tycoon dichiarando che «non dobbiamo criticare il fatto che un miliardario dica qualcosa, ma quello che dice». E siccome Musk ha la colpa di sostenere il secondo partito politico in Germania, l’Afd, e «sostiene l’estrema destra in tutta Europa, ciò è assolutamente inaccettabile, mette in pericolo lo sviluppo democratico dell’Europa e la nostra comunità: va criticato», ha dichiarato Scholz.
Per finire, ieri anche la Commissione europea ha stretto la morsa, e la mordacchia, intorno a Musk, adottando tre ulteriori misure investigative su X. La piattaforma dovrà fornire entro il 15 febbraio la documentazione interna sul suo sistema di raccomandazione e conservare i documenti interni sugli algoritmi per il periodo compreso tra il 17 gennaio e il 31 dicembre 2025. Infine, la Commissione ha chiesto di accedere ad alcune interfacce tecniche che consentono la viralità ad alcuni account. L’Ue insomma teme che Musk, proprietario di X, manipoli gli algoritmi per rendere visibili alcuni contenuti: i suoi. Il problema è che quei contenuti, siccome non aderiscono alle politiche woke, non piacciono all’Europa.
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Fallisce in mondovisione per un incendio il settimo test di volo della Starship. La Nasa: «Ogni tentativo ci avvicina all’obiettivo». Ma la Faa, dopo aver bloccato le tratte aeree per i detriti, pretende un’indagine.Il francese Institut Pasteur e il tedesco Koch Institute lasciano il social X criticando le posizioni del suo proprietario. E Scholz alza il tiro: «Pericolo per la democrazia».Lo speciale contiene due articoli.«Il successo è incerto, ma l’intrattenimento è garantito!». Con queste parole Elon Musk ha commentato le immagini del settimo test di volo della Starship, il veicolo di lancio più imponente della sua Space X, scelto addirittura dalla Nasa per il prossimo allunaggio (programmato, in teoria, per il 2027). Il risultato è solo parzialmente soddisfacente, perché dopo pochi minuti nella capsula della nave si è sviluppato un incendio che ha portato alla distruzione del mezzo. A causa dei detriti, l'Amministrazione federale dell’aviazione (Faa) statunitense ha dovuto bloccare o deviare alcuni voli, ma il traffico aereo è tornato presto regolare. La stessa Faa ha anche ordinato all'azienda di svolgere un’indagine sull'incidente, bloccando fino ad allora le attività di Starship. In Rete sono circolati tantissimi filmati, anche amatoriali, raffiguranti le spettacolari scie di colori che i pezzi dell’astronave, dopo l’esplosione, hanno generato in cielo. Tutti i detriti, ha comunque reso noto l’azienda di Musk, sono caduti nell’area di pericolo designata.Secondo quanto riportato dalla stessa Space X, il primo stadio del sistema Starship, il razzo Super Heavy, ha funzionato senza problemi, garantendo al veicolo l’ascesa prevista. Dopo la separazione, il booster è rientrato alla base eseguendo perfettamente, per la seconda volta, la manovra di atterraggio. Fin qui un grande successo. Durante il secondo stadio, quello della navicella Starship, il sistema - si legge nel comunicato ufficiale - «ha acceso con successo i suoi sei motori Raptor, completando la fase di salita verso lo spazio. Tuttavia, prima del termine della manovra, si è persa la telemetria del veicolo dopo circa otto minuti e mezzo di volo». «I dati preliminari», continua sempre la nota, «indicano lo sviluppo di un incendio nella sezione posteriore del veicolo, che ha portato a una rapida disgregazione non pianificata». Il programma prevedeva che la navicella, dopo un volo di 66 minuti, facesse un ammaraggio controllato nell’Oceano indiano, ma l’imprevisto incidente ha fatto saltare tutto. Il nuovo modello della Starship, infatti, è stato progettato per essere interamente riutilizzabile. Alta 52 metri e con 9 metri di diametro, può trasportare fino a 150 tonnellate di carico. «Il volo spaziale non è facile», ha commentato Bill Nelson, amministratore della Nasa: «È tutt'altro che routine. Ecco perché questi test sono così importanti: ognuno di essi ci avvicina al nostro percorso verso la Luna e verso Marte attraverso Artemis».Qualche ora prima, il patron di Tesla si era complimentato con il rivale, Jeff Bezos, per il successo ottenuto nel primo lancio in orbita del New Glenn, il razzo della sua Blue Origin, competitor di Space X. In quel caso l’obiettivo chiave, raggiungere l’orbita in sicurezza, è stato raggiunto, mentre il primo stadio non è riuscito a rientrare alla base, benché questo fosse considerato un traguardo arduo al primo test e del tutto secondario. «Congratulazioni per aver raggiunto l’orbita al primo tentativo», ha scritto Musk su X rivolgendosi al padre di Amazon. Il quale ha ricambiato la gentilezza augurando buona fortuna a lui e a Space X in vista dell’imminente lancio. Segni di distensione, dunque, dopo i bisticci del passato. La corsa allo spazio continua e, tra i principali contendenti, troviamo proprio i due uomini più ricchi del mondo. In palio ci sono anche gli appalti militari del Pentagono Usa del valore di 5,6 miliardi di dollari: oltre a Space X e Blue Origin, però, a questa gara partecipa pure la joint venture United launch alliance (Ula) di Boeing e Lockheed Martin. Giochi che avvengono lontano dall’Europa, mentre nel Vecchio continente, che registra un ritardo al momento incolmabile nel settore aerospaziale, preoccupano di più le interferenze di Musk rispetto all’arretratezza tecnologica. Non che sia illegittimo diffidare delle grosse concentrazioni di potere e ricchezza nelle mani di una persona, ma contestualmente andrebbe anche rilevato che la vulcanica produzione del patron di Tesla sul suo social network, X, così come la libertà di espressione per ora consentita al suo interno, nei fatti garantiscono una trasparenza che prima d’ora ci era preclusa. Il lancio di Starship, per esempio, è stato interamente trasmesso in diretta. Hanno un fondamento i sospetti legati alle varie situazioni di monopolio od oligopolio che si sta costruendo, ma è altrettanto visibile che, con i suoi modi poco ortodossi, il magnate ci mette la faccia. Un atteggiamento molto diverso da quello di un Bill Gates, che invece ama operare nell’ombra. Ogni anno, con la sua fondazione, mister Microsoft muove miliardi in tutte le direzioni. Lo abbiamo visto durante il Covid, quando in maniera tutt’altro che trasparente ha avuto un ruolo da protagonista nei vaccini. Ma sono molti i super ricchi che - vedi George Soros - spostano gli equilibri politici con i loro soldi all’insaputa di quasi tutti. O si pensi anche a un Mark Zuckerberg, il quale solo anni dopo ha rivelato di aver ceduto alle pressioni della Casa Bianca per censurare gli utenti Facebook. Elon Musk, invece, ha due difetti: non è di sinistra e non nasconde il suo potere. 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Un’indignazione a scoppio alquanto ritardato: sono passati infatti quasi tre anni da quando Musk ha fatto la sua prima offerta per comprare X, ad aprile 2022. Il Pasteur si dichiara «estremamente preoccupato» per l’influenza esercitata dal miliardario amico di Donald Trump nel promuovere alcuni account, la cui colpa consisterebbe nell’esprimere idee «che ci sembrano incompatibili con i principi di razionalità, di umanesimo e di diversità che sosteniamo all’istituto da molti anni». C’è sempre una prima volta, si dirà, ma non era mai accaduto che un istituto di ricerca scientifica assumesse una posizione politica così netta: «La direzione dell’Institut Pasteur è in totale opposizione al progetto di influenza politica intrapreso da Musk per indebolire le democrazie e destabilizzare l’Europa nelle sue fondamenta istituzionali, nel suo regime giuridico e nei suoi principi etici unificanti». Prima ancora del Pasteur si è mosso il Rki, con un laconico thread in cui è stato annunciato che l’istituto non userà più la piattaforma, facendo seguito all’annuncio di oltre 60 università e centri di ricerca tedeschi che nei giorni scorsi l’hanno abbandonata per «incompatibilità dell’attuale orientamento di X con i valori fondamentali delle istituzioni coinvolte: apertura al mondo, integrità scientifica, trasparenza e discorso democratico». Una presa di posizione curiosa, considerando che proprio il Robert Koch Institute, tra il 1933 e il 1945, mise al servizio del regime nazista di Adolf Hitler la propria attività di ricerca, licenziando nella primavera del 1933 tutti i lavoratori di origine ebraica per poi finire subordinato, nel 1935, all’Ufficio sanitario del Reich. Senza andare troppo lontano, la Stiko (commissione permanente per le vaccinazioni del Rki), dopo aver tentato di opporsi, con valide motivazioni scientifiche, all’estensione della vaccinazione anti Covid a bambini, adolescenti e giovani, il 16 agosto 2021 ha gettato la spugna, finendo per adottare lo slogan criticato sino al giorno prima («I vantaggi del vaccino superano i rischi»). Cos’abbia spinto i due istituti di ricerca a lasciare il social di Musk, è facile immaginarlo: l’ideologia. Nel caso del Rki, colpito peraltro da una fuga di follower, la recente intervista del patron di X ad Alice Weidel, leader della destra tedesca, non è stata digerita dalla galassia socialista tedesca, al punto che ieri perfino il cancelliere, Olaf Scholz, ha attaccato a testa bassa il tycoon dichiarando che «non dobbiamo criticare il fatto che un miliardario dica qualcosa, ma quello che dice». E siccome Musk ha la colpa di sostenere il secondo partito politico in Germania, l’Afd, e «sostiene l’estrema destra in tutta Europa, ciò è assolutamente inaccettabile, mette in pericolo lo sviluppo democratico dell’Europa e la nostra comunità: va criticato», ha dichiarato Scholz. Per finire, ieri anche la Commissione europea ha stretto la morsa, e la mordacchia, intorno a Musk, adottando tre ulteriori misure investigative su X. La piattaforma dovrà fornire entro il 15 febbraio la documentazione interna sul suo sistema di raccomandazione e conservare i documenti interni sugli algoritmi per il periodo compreso tra il 17 gennaio e il 31 dicembre 2025. Infine, la Commissione ha chiesto di accedere ad alcune interfacce tecniche che consentono la viralità ad alcuni account. L’Ue insomma teme che Musk, proprietario di X, manipoli gli algoritmi per rendere visibili alcuni contenuti: i suoi. Il problema è che quei contenuti, siccome non aderiscono alle politiche woke, non piacciono all’Europa.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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