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2025-01-18
Space X, il razzo esplode in diretta. L’era Musk non conosce segreti
I detriti della Starship nel cielo di Haiti dopo l'esplosione (Ansa)
«Il successo è incerto, ma l’intrattenimento è garantito!». Con queste parole Elon Musk ha commentato le immagini del settimo test di volo della Starship, il veicolo di lancio più imponente della sua Space X, scelto addirittura dalla Nasa per il prossimo allunaggio (programmato, in teoria, per il 2027). Il risultato è solo parzialmente soddisfacente, perché dopo pochi minuti nella capsula della nave si è sviluppato un incendio che ha portato alla distruzione del mezzo. A causa dei detriti, l'Amministrazione federale dell’aviazione (Faa) statunitense ha dovuto bloccare o deviare alcuni voli, ma il traffico aereo è tornato presto regolare. La stessa Faa ha anche ordinato all'azienda di svolgere un’indagine sull'incidente, bloccando fino ad allora le attività di Starship. In Rete sono circolati tantissimi filmati, anche amatoriali, raffiguranti le spettacolari scie di colori che i pezzi dell’astronave, dopo l’esplosione, hanno generato in cielo. Tutti i detriti, ha comunque reso noto l’azienda di Musk, sono caduti nell’area di pericolo designata.
Secondo quanto riportato dalla stessa Space X, il primo stadio del sistema Starship, il razzo Super Heavy, ha funzionato senza problemi, garantendo al veicolo l’ascesa prevista. Dopo la separazione, il booster è rientrato alla base eseguendo perfettamente, per la seconda volta, la manovra di atterraggio. Fin qui un grande successo. Durante il secondo stadio, quello della navicella Starship, il sistema - si legge nel comunicato ufficiale - «ha acceso con successo i suoi sei motori Raptor, completando la fase di salita verso lo spazio. Tuttavia, prima del termine della manovra, si è persa la telemetria del veicolo dopo circa otto minuti e mezzo di volo». «I dati preliminari», continua sempre la nota, «indicano lo sviluppo di un incendio nella sezione posteriore del veicolo, che ha portato a una rapida disgregazione non pianificata». Il programma prevedeva che la navicella, dopo un volo di 66 minuti, facesse un ammaraggio controllato nell’Oceano indiano, ma l’imprevisto incidente ha fatto saltare tutto. Il nuovo modello della Starship, infatti, è stato progettato per essere interamente riutilizzabile. Alta 52 metri e con 9 metri di diametro, può trasportare fino a 150 tonnellate di carico. «Il volo spaziale non è facile», ha commentato Bill Nelson, amministratore della Nasa: «È tutt'altro che routine. Ecco perché questi test sono così importanti: ognuno di essi ci avvicina al nostro percorso verso la Luna e verso Marte attraverso Artemis».
Qualche ora prima, il patron di Tesla si era complimentato con il rivale, Jeff Bezos, per il successo ottenuto nel primo lancio in orbita del New Glenn, il razzo della sua Blue Origin, competitor di Space X. In quel caso l’obiettivo chiave, raggiungere l’orbita in sicurezza, è stato raggiunto, mentre il primo stadio non è riuscito a rientrare alla base, benché questo fosse considerato un traguardo arduo al primo test e del tutto secondario. «Congratulazioni per aver raggiunto l’orbita al primo tentativo», ha scritto Musk su X rivolgendosi al padre di Amazon. Il quale ha ricambiato la gentilezza augurando buona fortuna a lui e a Space X in vista dell’imminente lancio. Segni di distensione, dunque, dopo i bisticci del passato.
La corsa allo spazio continua e, tra i principali contendenti, troviamo proprio i due uomini più ricchi del mondo. In palio ci sono anche gli appalti militari del Pentagono Usa del valore di 5,6 miliardi di dollari: oltre a Space X e Blue Origin, però, a questa gara partecipa pure la joint venture United launch alliance (Ula) di Boeing e Lockheed Martin. Giochi che avvengono lontano dall’Europa, mentre nel Vecchio continente, che registra un ritardo al momento incolmabile nel settore aerospaziale, preoccupano di più le interferenze di Musk rispetto all’arretratezza tecnologica. Non che sia illegittimo diffidare delle grosse concentrazioni di potere e ricchezza nelle mani di una persona, ma contestualmente andrebbe anche rilevato che la vulcanica produzione del patron di Tesla sul suo social network, X, così come la libertà di espressione per ora consentita al suo interno, nei fatti garantiscono una trasparenza che prima d’ora ci era preclusa. Il lancio di Starship, per esempio, è stato interamente trasmesso in diretta.
Hanno un fondamento i sospetti legati alle varie situazioni di monopolio od oligopolio che si sta costruendo, ma è altrettanto visibile che, con i suoi modi poco ortodossi, il magnate ci mette la faccia. Un atteggiamento molto diverso da quello di un Bill Gates, che invece ama operare nell’ombra. Ogni anno, con la sua fondazione, mister Microsoft muove miliardi in tutte le direzioni. Lo abbiamo visto durante il Covid, quando in maniera tutt’altro che trasparente ha avuto un ruolo da protagonista nei vaccini. Ma sono molti i super ricchi che - vedi George Soros - spostano gli equilibri politici con i loro soldi all’insaputa di quasi tutti. O si pensi anche a un Mark Zuckerberg, il quale solo anni dopo ha rivelato di aver ceduto alle pressioni della Casa Bianca per censurare gli utenti Facebook. Elon Musk, invece, ha due difetti: non è di sinistra e non nasconde il suo potere. Se sul primo si può discutere, il secondo è quantomeno preferibile.
Mentre la fuga politica da X continua
Ancora fughe annunciate dalla piattaforma X di Elon Musk: stavolta a capeggiare la grottesca rivolta ideologica contro il tycoon, aperto sostenitore del free speech, sono due istituzioni scientifiche europee: l’Institut Pasteur, fondazione scientifica privata fondata a Parigi, e il Robert Koch Institute (Rki), agenzia del governo federale tedesco, responsabile del controllo e della prevenzione e delle malattie. «L’Institut Pasteur», si legge in una nota diffusa su X, «ha deciso di lasciare la piattaforma a causa di gravi derive riscontrate su quest’ultima dalla sua acquisizione da parte di Elon Musk». Un’indignazione a scoppio alquanto ritardato: sono passati infatti quasi tre anni da quando Musk ha fatto la sua prima offerta per comprare X, ad aprile 2022. Il Pasteur si dichiara «estremamente preoccupato» per l’influenza esercitata dal miliardario amico di Donald Trump nel promuovere alcuni account, la cui colpa consisterebbe nell’esprimere idee «che ci sembrano incompatibili con i principi di razionalità, di umanesimo e di diversità che sosteniamo all’istituto da molti anni». C’è sempre una prima volta, si dirà, ma non era mai accaduto che un istituto di ricerca scientifica assumesse una posizione politica così netta: «La direzione dell’Institut Pasteur è in totale opposizione al progetto di influenza politica intrapreso da Musk per indebolire le democrazie e destabilizzare l’Europa nelle sue fondamenta istituzionali, nel suo regime giuridico e nei suoi principi etici unificanti».
Prima ancora del Pasteur si è mosso il Rki, con un laconico thread in cui è stato annunciato che l’istituto non userà più la piattaforma, facendo seguito all’annuncio di oltre 60 università e centri di ricerca tedeschi che nei giorni scorsi l’hanno abbandonata per «incompatibilità dell’attuale orientamento di X con i valori fondamentali delle istituzioni coinvolte: apertura al mondo, integrità scientifica, trasparenza e discorso democratico». Una presa di posizione curiosa, considerando che proprio il Robert Koch Institute, tra il 1933 e il 1945, mise al servizio del regime nazista di Adolf Hitler la propria attività di ricerca, licenziando nella primavera del 1933 tutti i lavoratori di origine ebraica per poi finire subordinato, nel 1935, all’Ufficio sanitario del Reich. Senza andare troppo lontano, la Stiko (commissione permanente per le vaccinazioni del Rki), dopo aver tentato di opporsi, con valide motivazioni scientifiche, all’estensione della vaccinazione anti Covid a bambini, adolescenti e giovani, il 16 agosto 2021 ha gettato la spugna, finendo per adottare lo slogan criticato sino al giorno prima («I vantaggi del vaccino superano i rischi»).
Cos’abbia spinto i due istituti di ricerca a lasciare il social di Musk, è facile immaginarlo: l’ideologia. Nel caso del Rki, colpito peraltro da una fuga di follower, la recente intervista del patron di X ad Alice Weidel, leader della destra tedesca, non è stata digerita dalla galassia socialista tedesca, al punto che ieri perfino il cancelliere, Olaf Scholz, ha attaccato a testa bassa il tycoon dichiarando che «non dobbiamo criticare il fatto che un miliardario dica qualcosa, ma quello che dice». E siccome Musk ha la colpa di sostenere il secondo partito politico in Germania, l’Afd, e «sostiene l’estrema destra in tutta Europa, ciò è assolutamente inaccettabile, mette in pericolo lo sviluppo democratico dell’Europa e la nostra comunità: va criticato», ha dichiarato Scholz.
Per finire, ieri anche la Commissione europea ha stretto la morsa, e la mordacchia, intorno a Musk, adottando tre ulteriori misure investigative su X. La piattaforma dovrà fornire entro il 15 febbraio la documentazione interna sul suo sistema di raccomandazione e conservare i documenti interni sugli algoritmi per il periodo compreso tra il 17 gennaio e il 31 dicembre 2025. Infine, la Commissione ha chiesto di accedere ad alcune interfacce tecniche che consentono la viralità ad alcuni account. L’Ue insomma teme che Musk, proprietario di X, manipoli gli algoritmi per rendere visibili alcuni contenuti: i suoi. Il problema è che quei contenuti, siccome non aderiscono alle politiche woke, non piacciono all’Europa.
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Fallisce in mondovisione per un incendio il settimo test di volo della Starship. La Nasa: «Ogni tentativo ci avvicina all’obiettivo». Ma la Faa, dopo aver bloccato le tratte aeree per i detriti, pretende un’indagine.Il francese Institut Pasteur e il tedesco Koch Institute lasciano il social X criticando le posizioni del suo proprietario. E Scholz alza il tiro: «Pericolo per la democrazia».Lo speciale contiene due articoli.«Il successo è incerto, ma l’intrattenimento è garantito!». Con queste parole Elon Musk ha commentato le immagini del settimo test di volo della Starship, il veicolo di lancio più imponente della sua Space X, scelto addirittura dalla Nasa per il prossimo allunaggio (programmato, in teoria, per il 2027). Il risultato è solo parzialmente soddisfacente, perché dopo pochi minuti nella capsula della nave si è sviluppato un incendio che ha portato alla distruzione del mezzo. A causa dei detriti, l'Amministrazione federale dell’aviazione (Faa) statunitense ha dovuto bloccare o deviare alcuni voli, ma il traffico aereo è tornato presto regolare. La stessa Faa ha anche ordinato all'azienda di svolgere un’indagine sull'incidente, bloccando fino ad allora le attività di Starship. In Rete sono circolati tantissimi filmati, anche amatoriali, raffiguranti le spettacolari scie di colori che i pezzi dell’astronave, dopo l’esplosione, hanno generato in cielo. Tutti i detriti, ha comunque reso noto l’azienda di Musk, sono caduti nell’area di pericolo designata.Secondo quanto riportato dalla stessa Space X, il primo stadio del sistema Starship, il razzo Super Heavy, ha funzionato senza problemi, garantendo al veicolo l’ascesa prevista. Dopo la separazione, il booster è rientrato alla base eseguendo perfettamente, per la seconda volta, la manovra di atterraggio. Fin qui un grande successo. Durante il secondo stadio, quello della navicella Starship, il sistema - si legge nel comunicato ufficiale - «ha acceso con successo i suoi sei motori Raptor, completando la fase di salita verso lo spazio. Tuttavia, prima del termine della manovra, si è persa la telemetria del veicolo dopo circa otto minuti e mezzo di volo». «I dati preliminari», continua sempre la nota, «indicano lo sviluppo di un incendio nella sezione posteriore del veicolo, che ha portato a una rapida disgregazione non pianificata». Il programma prevedeva che la navicella, dopo un volo di 66 minuti, facesse un ammaraggio controllato nell’Oceano indiano, ma l’imprevisto incidente ha fatto saltare tutto. Il nuovo modello della Starship, infatti, è stato progettato per essere interamente riutilizzabile. Alta 52 metri e con 9 metri di diametro, può trasportare fino a 150 tonnellate di carico. «Il volo spaziale non è facile», ha commentato Bill Nelson, amministratore della Nasa: «È tutt'altro che routine. Ecco perché questi test sono così importanti: ognuno di essi ci avvicina al nostro percorso verso la Luna e verso Marte attraverso Artemis».Qualche ora prima, il patron di Tesla si era complimentato con il rivale, Jeff Bezos, per il successo ottenuto nel primo lancio in orbita del New Glenn, il razzo della sua Blue Origin, competitor di Space X. In quel caso l’obiettivo chiave, raggiungere l’orbita in sicurezza, è stato raggiunto, mentre il primo stadio non è riuscito a rientrare alla base, benché questo fosse considerato un traguardo arduo al primo test e del tutto secondario. «Congratulazioni per aver raggiunto l’orbita al primo tentativo», ha scritto Musk su X rivolgendosi al padre di Amazon. Il quale ha ricambiato la gentilezza augurando buona fortuna a lui e a Space X in vista dell’imminente lancio. Segni di distensione, dunque, dopo i bisticci del passato. La corsa allo spazio continua e, tra i principali contendenti, troviamo proprio i due uomini più ricchi del mondo. In palio ci sono anche gli appalti militari del Pentagono Usa del valore di 5,6 miliardi di dollari: oltre a Space X e Blue Origin, però, a questa gara partecipa pure la joint venture United launch alliance (Ula) di Boeing e Lockheed Martin. Giochi che avvengono lontano dall’Europa, mentre nel Vecchio continente, che registra un ritardo al momento incolmabile nel settore aerospaziale, preoccupano di più le interferenze di Musk rispetto all’arretratezza tecnologica. Non che sia illegittimo diffidare delle grosse concentrazioni di potere e ricchezza nelle mani di una persona, ma contestualmente andrebbe anche rilevato che la vulcanica produzione del patron di Tesla sul suo social network, X, così come la libertà di espressione per ora consentita al suo interno, nei fatti garantiscono una trasparenza che prima d’ora ci era preclusa. Il lancio di Starship, per esempio, è stato interamente trasmesso in diretta. Hanno un fondamento i sospetti legati alle varie situazioni di monopolio od oligopolio che si sta costruendo, ma è altrettanto visibile che, con i suoi modi poco ortodossi, il magnate ci mette la faccia. Un atteggiamento molto diverso da quello di un Bill Gates, che invece ama operare nell’ombra. Ogni anno, con la sua fondazione, mister Microsoft muove miliardi in tutte le direzioni. Lo abbiamo visto durante il Covid, quando in maniera tutt’altro che trasparente ha avuto un ruolo da protagonista nei vaccini. Ma sono molti i super ricchi che - vedi George Soros - spostano gli equilibri politici con i loro soldi all’insaputa di quasi tutti. O si pensi anche a un Mark Zuckerberg, il quale solo anni dopo ha rivelato di aver ceduto alle pressioni della Casa Bianca per censurare gli utenti Facebook. Elon Musk, invece, ha due difetti: non è di sinistra e non nasconde il suo potere. Se sul primo si può discutere, il secondo è quantomeno preferibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/space-x-esplosione-2670881120.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="mentre-la-fuga-politica-da-x-continua" data-post-id="2670881120" data-published-at="1737148157" data-use-pagination="False"> Mentre la fuga politica da X continua Ancora fughe annunciate dalla piattaforma X di Elon Musk: stavolta a capeggiare la grottesca rivolta ideologica contro il tycoon, aperto sostenitore del free speech, sono due istituzioni scientifiche europee: l’Institut Pasteur, fondazione scientifica privata fondata a Parigi, e il Robert Koch Institute (Rki), agenzia del governo federale tedesco, responsabile del controllo e della prevenzione e delle malattie. «L’Institut Pasteur», si legge in una nota diffusa su X, «ha deciso di lasciare la piattaforma a causa di gravi derive riscontrate su quest’ultima dalla sua acquisizione da parte di Elon Musk». Un’indignazione a scoppio alquanto ritardato: sono passati infatti quasi tre anni da quando Musk ha fatto la sua prima offerta per comprare X, ad aprile 2022. Il Pasteur si dichiara «estremamente preoccupato» per l’influenza esercitata dal miliardario amico di Donald Trump nel promuovere alcuni account, la cui colpa consisterebbe nell’esprimere idee «che ci sembrano incompatibili con i principi di razionalità, di umanesimo e di diversità che sosteniamo all’istituto da molti anni». C’è sempre una prima volta, si dirà, ma non era mai accaduto che un istituto di ricerca scientifica assumesse una posizione politica così netta: «La direzione dell’Institut Pasteur è in totale opposizione al progetto di influenza politica intrapreso da Musk per indebolire le democrazie e destabilizzare l’Europa nelle sue fondamenta istituzionali, nel suo regime giuridico e nei suoi principi etici unificanti». Prima ancora del Pasteur si è mosso il Rki, con un laconico thread in cui è stato annunciato che l’istituto non userà più la piattaforma, facendo seguito all’annuncio di oltre 60 università e centri di ricerca tedeschi che nei giorni scorsi l’hanno abbandonata per «incompatibilità dell’attuale orientamento di X con i valori fondamentali delle istituzioni coinvolte: apertura al mondo, integrità scientifica, trasparenza e discorso democratico». Una presa di posizione curiosa, considerando che proprio il Robert Koch Institute, tra il 1933 e il 1945, mise al servizio del regime nazista di Adolf Hitler la propria attività di ricerca, licenziando nella primavera del 1933 tutti i lavoratori di origine ebraica per poi finire subordinato, nel 1935, all’Ufficio sanitario del Reich. Senza andare troppo lontano, la Stiko (commissione permanente per le vaccinazioni del Rki), dopo aver tentato di opporsi, con valide motivazioni scientifiche, all’estensione della vaccinazione anti Covid a bambini, adolescenti e giovani, il 16 agosto 2021 ha gettato la spugna, finendo per adottare lo slogan criticato sino al giorno prima («I vantaggi del vaccino superano i rischi»). Cos’abbia spinto i due istituti di ricerca a lasciare il social di Musk, è facile immaginarlo: l’ideologia. Nel caso del Rki, colpito peraltro da una fuga di follower, la recente intervista del patron di X ad Alice Weidel, leader della destra tedesca, non è stata digerita dalla galassia socialista tedesca, al punto che ieri perfino il cancelliere, Olaf Scholz, ha attaccato a testa bassa il tycoon dichiarando che «non dobbiamo criticare il fatto che un miliardario dica qualcosa, ma quello che dice». E siccome Musk ha la colpa di sostenere il secondo partito politico in Germania, l’Afd, e «sostiene l’estrema destra in tutta Europa, ciò è assolutamente inaccettabile, mette in pericolo lo sviluppo democratico dell’Europa e la nostra comunità: va criticato», ha dichiarato Scholz. Per finire, ieri anche la Commissione europea ha stretto la morsa, e la mordacchia, intorno a Musk, adottando tre ulteriori misure investigative su X. La piattaforma dovrà fornire entro il 15 febbraio la documentazione interna sul suo sistema di raccomandazione e conservare i documenti interni sugli algoritmi per il periodo compreso tra il 17 gennaio e il 31 dicembre 2025. Infine, la Commissione ha chiesto di accedere ad alcune interfacce tecniche che consentono la viralità ad alcuni account. L’Ue insomma teme che Musk, proprietario di X, manipoli gli algoritmi per rendere visibili alcuni contenuti: i suoi. Il problema è che quei contenuti, siccome non aderiscono alle politiche woke, non piacciono all’Europa.
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Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
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In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
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Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
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