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2025-01-18
Space X, il razzo esplode in diretta. L’era Musk non conosce segreti
I detriti della Starship nel cielo di Haiti dopo l'esplosione (Ansa)
«Il successo è incerto, ma l’intrattenimento è garantito!». Con queste parole Elon Musk ha commentato le immagini del settimo test di volo della Starship, il veicolo di lancio più imponente della sua Space X, scelto addirittura dalla Nasa per il prossimo allunaggio (programmato, in teoria, per il 2027). Il risultato è solo parzialmente soddisfacente, perché dopo pochi minuti nella capsula della nave si è sviluppato un incendio che ha portato alla distruzione del mezzo. A causa dei detriti, l'Amministrazione federale dell’aviazione (Faa) statunitense ha dovuto bloccare o deviare alcuni voli, ma il traffico aereo è tornato presto regolare. La stessa Faa ha anche ordinato all'azienda di svolgere un’indagine sull'incidente, bloccando fino ad allora le attività di Starship. In Rete sono circolati tantissimi filmati, anche amatoriali, raffiguranti le spettacolari scie di colori che i pezzi dell’astronave, dopo l’esplosione, hanno generato in cielo. Tutti i detriti, ha comunque reso noto l’azienda di Musk, sono caduti nell’area di pericolo designata.
Secondo quanto riportato dalla stessa Space X, il primo stadio del sistema Starship, il razzo Super Heavy, ha funzionato senza problemi, garantendo al veicolo l’ascesa prevista. Dopo la separazione, il booster è rientrato alla base eseguendo perfettamente, per la seconda volta, la manovra di atterraggio. Fin qui un grande successo. Durante il secondo stadio, quello della navicella Starship, il sistema - si legge nel comunicato ufficiale - «ha acceso con successo i suoi sei motori Raptor, completando la fase di salita verso lo spazio. Tuttavia, prima del termine della manovra, si è persa la telemetria del veicolo dopo circa otto minuti e mezzo di volo». «I dati preliminari», continua sempre la nota, «indicano lo sviluppo di un incendio nella sezione posteriore del veicolo, che ha portato a una rapida disgregazione non pianificata». Il programma prevedeva che la navicella, dopo un volo di 66 minuti, facesse un ammaraggio controllato nell’Oceano indiano, ma l’imprevisto incidente ha fatto saltare tutto. Il nuovo modello della Starship, infatti, è stato progettato per essere interamente riutilizzabile. Alta 52 metri e con 9 metri di diametro, può trasportare fino a 150 tonnellate di carico. «Il volo spaziale non è facile», ha commentato Bill Nelson, amministratore della Nasa: «È tutt'altro che routine. Ecco perché questi test sono così importanti: ognuno di essi ci avvicina al nostro percorso verso la Luna e verso Marte attraverso Artemis».
Qualche ora prima, il patron di Tesla si era complimentato con il rivale, Jeff Bezos, per il successo ottenuto nel primo lancio in orbita del New Glenn, il razzo della sua Blue Origin, competitor di Space X. In quel caso l’obiettivo chiave, raggiungere l’orbita in sicurezza, è stato raggiunto, mentre il primo stadio non è riuscito a rientrare alla base, benché questo fosse considerato un traguardo arduo al primo test e del tutto secondario. «Congratulazioni per aver raggiunto l’orbita al primo tentativo», ha scritto Musk su X rivolgendosi al padre di Amazon. Il quale ha ricambiato la gentilezza augurando buona fortuna a lui e a Space X in vista dell’imminente lancio. Segni di distensione, dunque, dopo i bisticci del passato.
La corsa allo spazio continua e, tra i principali contendenti, troviamo proprio i due uomini più ricchi del mondo. In palio ci sono anche gli appalti militari del Pentagono Usa del valore di 5,6 miliardi di dollari: oltre a Space X e Blue Origin, però, a questa gara partecipa pure la joint venture United launch alliance (Ula) di Boeing e Lockheed Martin. Giochi che avvengono lontano dall’Europa, mentre nel Vecchio continente, che registra un ritardo al momento incolmabile nel settore aerospaziale, preoccupano di più le interferenze di Musk rispetto all’arretratezza tecnologica. Non che sia illegittimo diffidare delle grosse concentrazioni di potere e ricchezza nelle mani di una persona, ma contestualmente andrebbe anche rilevato che la vulcanica produzione del patron di Tesla sul suo social network, X, così come la libertà di espressione per ora consentita al suo interno, nei fatti garantiscono una trasparenza che prima d’ora ci era preclusa. Il lancio di Starship, per esempio, è stato interamente trasmesso in diretta.
Hanno un fondamento i sospetti legati alle varie situazioni di monopolio od oligopolio che si sta costruendo, ma è altrettanto visibile che, con i suoi modi poco ortodossi, il magnate ci mette la faccia. Un atteggiamento molto diverso da quello di un Bill Gates, che invece ama operare nell’ombra. Ogni anno, con la sua fondazione, mister Microsoft muove miliardi in tutte le direzioni. Lo abbiamo visto durante il Covid, quando in maniera tutt’altro che trasparente ha avuto un ruolo da protagonista nei vaccini. Ma sono molti i super ricchi che - vedi George Soros - spostano gli equilibri politici con i loro soldi all’insaputa di quasi tutti. O si pensi anche a un Mark Zuckerberg, il quale solo anni dopo ha rivelato di aver ceduto alle pressioni della Casa Bianca per censurare gli utenti Facebook. Elon Musk, invece, ha due difetti: non è di sinistra e non nasconde il suo potere. Se sul primo si può discutere, il secondo è quantomeno preferibile.
Mentre la fuga politica da X continua
Ancora fughe annunciate dalla piattaforma X di Elon Musk: stavolta a capeggiare la grottesca rivolta ideologica contro il tycoon, aperto sostenitore del free speech, sono due istituzioni scientifiche europee: l’Institut Pasteur, fondazione scientifica privata fondata a Parigi, e il Robert Koch Institute (Rki), agenzia del governo federale tedesco, responsabile del controllo e della prevenzione e delle malattie. «L’Institut Pasteur», si legge in una nota diffusa su X, «ha deciso di lasciare la piattaforma a causa di gravi derive riscontrate su quest’ultima dalla sua acquisizione da parte di Elon Musk». Un’indignazione a scoppio alquanto ritardato: sono passati infatti quasi tre anni da quando Musk ha fatto la sua prima offerta per comprare X, ad aprile 2022. Il Pasteur si dichiara «estremamente preoccupato» per l’influenza esercitata dal miliardario amico di Donald Trump nel promuovere alcuni account, la cui colpa consisterebbe nell’esprimere idee «che ci sembrano incompatibili con i principi di razionalità, di umanesimo e di diversità che sosteniamo all’istituto da molti anni». C’è sempre una prima volta, si dirà, ma non era mai accaduto che un istituto di ricerca scientifica assumesse una posizione politica così netta: «La direzione dell’Institut Pasteur è in totale opposizione al progetto di influenza politica intrapreso da Musk per indebolire le democrazie e destabilizzare l’Europa nelle sue fondamenta istituzionali, nel suo regime giuridico e nei suoi principi etici unificanti».
Prima ancora del Pasteur si è mosso il Rki, con un laconico thread in cui è stato annunciato che l’istituto non userà più la piattaforma, facendo seguito all’annuncio di oltre 60 università e centri di ricerca tedeschi che nei giorni scorsi l’hanno abbandonata per «incompatibilità dell’attuale orientamento di X con i valori fondamentali delle istituzioni coinvolte: apertura al mondo, integrità scientifica, trasparenza e discorso democratico». Una presa di posizione curiosa, considerando che proprio il Robert Koch Institute, tra il 1933 e il 1945, mise al servizio del regime nazista di Adolf Hitler la propria attività di ricerca, licenziando nella primavera del 1933 tutti i lavoratori di origine ebraica per poi finire subordinato, nel 1935, all’Ufficio sanitario del Reich. Senza andare troppo lontano, la Stiko (commissione permanente per le vaccinazioni del Rki), dopo aver tentato di opporsi, con valide motivazioni scientifiche, all’estensione della vaccinazione anti Covid a bambini, adolescenti e giovani, il 16 agosto 2021 ha gettato la spugna, finendo per adottare lo slogan criticato sino al giorno prima («I vantaggi del vaccino superano i rischi»).
Cos’abbia spinto i due istituti di ricerca a lasciare il social di Musk, è facile immaginarlo: l’ideologia. Nel caso del Rki, colpito peraltro da una fuga di follower, la recente intervista del patron di X ad Alice Weidel, leader della destra tedesca, non è stata digerita dalla galassia socialista tedesca, al punto che ieri perfino il cancelliere, Olaf Scholz, ha attaccato a testa bassa il tycoon dichiarando che «non dobbiamo criticare il fatto che un miliardario dica qualcosa, ma quello che dice». E siccome Musk ha la colpa di sostenere il secondo partito politico in Germania, l’Afd, e «sostiene l’estrema destra in tutta Europa, ciò è assolutamente inaccettabile, mette in pericolo lo sviluppo democratico dell’Europa e la nostra comunità: va criticato», ha dichiarato Scholz.
Per finire, ieri anche la Commissione europea ha stretto la morsa, e la mordacchia, intorno a Musk, adottando tre ulteriori misure investigative su X. La piattaforma dovrà fornire entro il 15 febbraio la documentazione interna sul suo sistema di raccomandazione e conservare i documenti interni sugli algoritmi per il periodo compreso tra il 17 gennaio e il 31 dicembre 2025. Infine, la Commissione ha chiesto di accedere ad alcune interfacce tecniche che consentono la viralità ad alcuni account. L’Ue insomma teme che Musk, proprietario di X, manipoli gli algoritmi per rendere visibili alcuni contenuti: i suoi. Il problema è che quei contenuti, siccome non aderiscono alle politiche woke, non piacciono all’Europa.
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Fallisce in mondovisione per un incendio il settimo test di volo della Starship. La Nasa: «Ogni tentativo ci avvicina all’obiettivo». Ma la Faa, dopo aver bloccato le tratte aeree per i detriti, pretende un’indagine.Il francese Institut Pasteur e il tedesco Koch Institute lasciano il social X criticando le posizioni del suo proprietario. E Scholz alza il tiro: «Pericolo per la democrazia».Lo speciale contiene due articoli.«Il successo è incerto, ma l’intrattenimento è garantito!». Con queste parole Elon Musk ha commentato le immagini del settimo test di volo della Starship, il veicolo di lancio più imponente della sua Space X, scelto addirittura dalla Nasa per il prossimo allunaggio (programmato, in teoria, per il 2027). Il risultato è solo parzialmente soddisfacente, perché dopo pochi minuti nella capsula della nave si è sviluppato un incendio che ha portato alla distruzione del mezzo. A causa dei detriti, l'Amministrazione federale dell’aviazione (Faa) statunitense ha dovuto bloccare o deviare alcuni voli, ma il traffico aereo è tornato presto regolare. La stessa Faa ha anche ordinato all'azienda di svolgere un’indagine sull'incidente, bloccando fino ad allora le attività di Starship. In Rete sono circolati tantissimi filmati, anche amatoriali, raffiguranti le spettacolari scie di colori che i pezzi dell’astronave, dopo l’esplosione, hanno generato in cielo. Tutti i detriti, ha comunque reso noto l’azienda di Musk, sono caduti nell’area di pericolo designata.Secondo quanto riportato dalla stessa Space X, il primo stadio del sistema Starship, il razzo Super Heavy, ha funzionato senza problemi, garantendo al veicolo l’ascesa prevista. Dopo la separazione, il booster è rientrato alla base eseguendo perfettamente, per la seconda volta, la manovra di atterraggio. Fin qui un grande successo. Durante il secondo stadio, quello della navicella Starship, il sistema - si legge nel comunicato ufficiale - «ha acceso con successo i suoi sei motori Raptor, completando la fase di salita verso lo spazio. Tuttavia, prima del termine della manovra, si è persa la telemetria del veicolo dopo circa otto minuti e mezzo di volo». «I dati preliminari», continua sempre la nota, «indicano lo sviluppo di un incendio nella sezione posteriore del veicolo, che ha portato a una rapida disgregazione non pianificata». Il programma prevedeva che la navicella, dopo un volo di 66 minuti, facesse un ammaraggio controllato nell’Oceano indiano, ma l’imprevisto incidente ha fatto saltare tutto. Il nuovo modello della Starship, infatti, è stato progettato per essere interamente riutilizzabile. Alta 52 metri e con 9 metri di diametro, può trasportare fino a 150 tonnellate di carico. «Il volo spaziale non è facile», ha commentato Bill Nelson, amministratore della Nasa: «È tutt'altro che routine. Ecco perché questi test sono così importanti: ognuno di essi ci avvicina al nostro percorso verso la Luna e verso Marte attraverso Artemis».Qualche ora prima, il patron di Tesla si era complimentato con il rivale, Jeff Bezos, per il successo ottenuto nel primo lancio in orbita del New Glenn, il razzo della sua Blue Origin, competitor di Space X. In quel caso l’obiettivo chiave, raggiungere l’orbita in sicurezza, è stato raggiunto, mentre il primo stadio non è riuscito a rientrare alla base, benché questo fosse considerato un traguardo arduo al primo test e del tutto secondario. «Congratulazioni per aver raggiunto l’orbita al primo tentativo», ha scritto Musk su X rivolgendosi al padre di Amazon. Il quale ha ricambiato la gentilezza augurando buona fortuna a lui e a Space X in vista dell’imminente lancio. Segni di distensione, dunque, dopo i bisticci del passato. La corsa allo spazio continua e, tra i principali contendenti, troviamo proprio i due uomini più ricchi del mondo. In palio ci sono anche gli appalti militari del Pentagono Usa del valore di 5,6 miliardi di dollari: oltre a Space X e Blue Origin, però, a questa gara partecipa pure la joint venture United launch alliance (Ula) di Boeing e Lockheed Martin. Giochi che avvengono lontano dall’Europa, mentre nel Vecchio continente, che registra un ritardo al momento incolmabile nel settore aerospaziale, preoccupano di più le interferenze di Musk rispetto all’arretratezza tecnologica. Non che sia illegittimo diffidare delle grosse concentrazioni di potere e ricchezza nelle mani di una persona, ma contestualmente andrebbe anche rilevato che la vulcanica produzione del patron di Tesla sul suo social network, X, così come la libertà di espressione per ora consentita al suo interno, nei fatti garantiscono una trasparenza che prima d’ora ci era preclusa. Il lancio di Starship, per esempio, è stato interamente trasmesso in diretta. Hanno un fondamento i sospetti legati alle varie situazioni di monopolio od oligopolio che si sta costruendo, ma è altrettanto visibile che, con i suoi modi poco ortodossi, il magnate ci mette la faccia. Un atteggiamento molto diverso da quello di un Bill Gates, che invece ama operare nell’ombra. Ogni anno, con la sua fondazione, mister Microsoft muove miliardi in tutte le direzioni. Lo abbiamo visto durante il Covid, quando in maniera tutt’altro che trasparente ha avuto un ruolo da protagonista nei vaccini. Ma sono molti i super ricchi che - vedi George Soros - spostano gli equilibri politici con i loro soldi all’insaputa di quasi tutti. O si pensi anche a un Mark Zuckerberg, il quale solo anni dopo ha rivelato di aver ceduto alle pressioni della Casa Bianca per censurare gli utenti Facebook. Elon Musk, invece, ha due difetti: non è di sinistra e non nasconde il suo potere. 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Un’indignazione a scoppio alquanto ritardato: sono passati infatti quasi tre anni da quando Musk ha fatto la sua prima offerta per comprare X, ad aprile 2022. Il Pasteur si dichiara «estremamente preoccupato» per l’influenza esercitata dal miliardario amico di Donald Trump nel promuovere alcuni account, la cui colpa consisterebbe nell’esprimere idee «che ci sembrano incompatibili con i principi di razionalità, di umanesimo e di diversità che sosteniamo all’istituto da molti anni». C’è sempre una prima volta, si dirà, ma non era mai accaduto che un istituto di ricerca scientifica assumesse una posizione politica così netta: «La direzione dell’Institut Pasteur è in totale opposizione al progetto di influenza politica intrapreso da Musk per indebolire le democrazie e destabilizzare l’Europa nelle sue fondamenta istituzionali, nel suo regime giuridico e nei suoi principi etici unificanti». Prima ancora del Pasteur si è mosso il Rki, con un laconico thread in cui è stato annunciato che l’istituto non userà più la piattaforma, facendo seguito all’annuncio di oltre 60 università e centri di ricerca tedeschi che nei giorni scorsi l’hanno abbandonata per «incompatibilità dell’attuale orientamento di X con i valori fondamentali delle istituzioni coinvolte: apertura al mondo, integrità scientifica, trasparenza e discorso democratico». Una presa di posizione curiosa, considerando che proprio il Robert Koch Institute, tra il 1933 e il 1945, mise al servizio del regime nazista di Adolf Hitler la propria attività di ricerca, licenziando nella primavera del 1933 tutti i lavoratori di origine ebraica per poi finire subordinato, nel 1935, all’Ufficio sanitario del Reich. Senza andare troppo lontano, la Stiko (commissione permanente per le vaccinazioni del Rki), dopo aver tentato di opporsi, con valide motivazioni scientifiche, all’estensione della vaccinazione anti Covid a bambini, adolescenti e giovani, il 16 agosto 2021 ha gettato la spugna, finendo per adottare lo slogan criticato sino al giorno prima («I vantaggi del vaccino superano i rischi»). Cos’abbia spinto i due istituti di ricerca a lasciare il social di Musk, è facile immaginarlo: l’ideologia. Nel caso del Rki, colpito peraltro da una fuga di follower, la recente intervista del patron di X ad Alice Weidel, leader della destra tedesca, non è stata digerita dalla galassia socialista tedesca, al punto che ieri perfino il cancelliere, Olaf Scholz, ha attaccato a testa bassa il tycoon dichiarando che «non dobbiamo criticare il fatto che un miliardario dica qualcosa, ma quello che dice». E siccome Musk ha la colpa di sostenere il secondo partito politico in Germania, l’Afd, e «sostiene l’estrema destra in tutta Europa, ciò è assolutamente inaccettabile, mette in pericolo lo sviluppo democratico dell’Europa e la nostra comunità: va criticato», ha dichiarato Scholz. Per finire, ieri anche la Commissione europea ha stretto la morsa, e la mordacchia, intorno a Musk, adottando tre ulteriori misure investigative su X. La piattaforma dovrà fornire entro il 15 febbraio la documentazione interna sul suo sistema di raccomandazione e conservare i documenti interni sugli algoritmi per il periodo compreso tra il 17 gennaio e il 31 dicembre 2025. Infine, la Commissione ha chiesto di accedere ad alcune interfacce tecniche che consentono la viralità ad alcuni account. L’Ue insomma teme che Musk, proprietario di X, manipoli gli algoritmi per rendere visibili alcuni contenuti: i suoi. Il problema è che quei contenuti, siccome non aderiscono alle politiche woke, non piacciono all’Europa.
(Ansa)
In alcune città sono stati anche affissi dei manifesti che celebrano alcune delle splendide qualità dell’Unione europea. Sono ripresi direttamente dal sito della Commissione Ue, e sono veramente formidabili. La Commissione li presenta con un comunicato commovente dal titolo «La democrazia merita di essere protetta», e già basterebbe a farsi una idea. «Che si tratti di scorrere le notizie online, guardare i tuoi programmi preferiti in streaming o discutere con gli amici al bar, la democrazia all’interno dell’Ue ci garantisce la libertà nei gesti della vita di tutti i giorni», dice il testo. «È difficile immaginare una vita senza queste forme di libertà. Tuttavia, i diritti e le libertà che abbiamo oggi non sono sempre stati garantiti, ma sono stati costruiti e difesi di generazione in generazione. Oggi», spiega la Commissione, «i principi democratici sono messi sempre più a dura prova, anche in Europa. Insieme però possiamo arginare questo fenomeno».
Viene da chiedersi chi sia il responsabile di tale scempio. Chi mette a dura prova i principi democratici? Viene il sospetto che la Commissione ce l’abbia con i suoi nemici di sempre: sovranisti, populisti, destre ed euroscettici in genere. Veramente strabiliante: l’Ue si vanta della sua democrazia producendo un comunicato che sembra una caricatura della propaganda di regime. Sentite come prosegue il documento: «Anche tu puoi aiutare a dare forma alla democrazia in Europa. Esprimendo il tuo voto nelle elezioni locali, regionali, nazionali ed europee, puoi difendere le tue idee e i tuoi valori. Puoi anche avviare un’iniziativa dei cittadini per far approvare nuove legislazioni, condividere le tue opinioni sulle politiche in atto, presentare petizioni all’Ue su questioni che ti stanno a cuore o fare volontariato nella tua comunità. Il potere è nelle tue mani. Proteggere la democrazia e rafforzare la resilienza democratica dei cittadini, delle società e delle istituzioni è uno sforzo collettivo urgente per proteggere ciò che conta per gli europei. Per proteggere i nostri valori democratici, le nostre libertà e il nostro stile di vita». Di nuovo, viene da chiedersi: proteggere da chi? Da chi dobbiamo guardarci? Da Putin? Dall’Iran? Da Trump?
I manifesti ispirati a questi sublimi concetti, dicevamo, sono memorabili. Sono tutti più o meno simili. Mostrano immagini di giovani che si suppone siano europei e hanno tre slogan diversi: stampa libera, espressione libera, scienza libera. E se non li avessimo visti nelle strade penseremmo a uno scherzo.
Il fatto è che stampa, espressione e scienza sono esattamente le cose che l’Unione Europea da anni minaccia. Riprendendo il comunicato della Commissione Ue, potremmo dire che il nostro stile di vita e i nostri valori sono sì sotto pressione e sotto attacco, ma a metterli in pericolo non sono chissà quali nemici esterni: sono semmai i burocrati di Bruxelles a costituire la principale minaccia. L’Ue ha clamorosamente cercato di controllare la libera scienza durante l’emergenza Covid, diventando il principale ostacolo alla diffusione di informazioni. Da anni cerca di porre limiti ai social network, di dare la caccia ai dissidenti e di colpire chi osa uscire dai confini del politicamente corretto. Inoltre, come ha dimostrato il ricercatore Thomas Fazi, spende milioni per farsi propaganda sui media. Se la democrazia in Europa è a rischio, occorre ringraziare Bruxelles.
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Christine Lagarde (Ansa)
Questo contrasto è apparso evidente nel confronto tra diversi report con le preoccupazioni sulla crescita economica dell’Eurozona, da una parte, e dall’altra, un intervento di Piero Cipollone, membro del consiglio esecutivo della Bce, la Banca centrale europea che tiene sotto controllo la dinamica inflazionistica.
È il dilemma con cui si stanno confrontando i diversi decisori nel tentativo di evitare una crisi pesante dell’economia reale - che richiede interventi a favore delle attività produttive e di aiuto alle famiglie - ma anche di non correre il rischio di una spirale inflazionistica che metterebbe in difficoltà non solo famiglie e consumatori ma anche i grandi numeri della finanza pubblica.
Cipollone ha parlato a Milano al Festival dello sviluppo sostenibile e, pur con la cautela propria dei banchieri centrali, non ha escluso l’eventualità di un aumento dei tassi e quindi del costo del denaro. «La situazione attuale sembra discostarsi dalle nostre proiezioni di base di marzo» - ha detto l’esponente Bce - e per questo «aumenta la probabilità che potremmo dover adeguare i nostri tassi di interesse». L’obiettivo è di contenere gli effetti a catena del caro-carburanti per evitare che l’inflazione si discosti eccessivamente dal 2% da sempre indicato come il livello auspicabile a livello europeo. Ma è altrettanto evidente che l’effetto collaterale rischia di essere un impatto pesante sulla crescita. Nulla di deciso, anche perché le implicazioni del conflitto sull’inflazione e sull’attività economica a medio termine «dipenderanno dall’intensità, dalla durata e dalla propagazione dello shock dei prezzi dell’energia».
Ma secondo Piero Cipollone, la divisione dei compiti è chiara: di fronte a uno shock come quello che si sta registrando, «la politica monetaria può ancorare le aspettative e garantire il ritorno dell’inflazione all’obiettivo nel medio termine», mentre è la politica fiscale che «può attenuare l’impatto sull’attività economica». Quindi la palla per la crescita passa ai governi e alla Ue. La preoccupazione per la scarsa crescita e i rischi di recessione sono in aumento. L’indice S&P Global Pmi della produzione composita dell’Eurozona è sceso ad aprile al 48,8 (contro il 50,7 di marzo) toccando il minimo degli ultimi 17 mesi. Anche l’indice che riguarda il terziario ha toccato il minimo degli ultimi 5 anni: al 47,6 contro il 50,2 di marzo. Poiché la soglia 50 separa la crescita dalla contrazione, siamo passati a una fase negativa. Se aggiungiamo un aumento, sempre secondo S&P, dei prezzi di vendita come non si vedeva da almeno tre anni, l’incubo è quello, temutissimo della stagflazione: prezzi in rialzo in una economia depressa. Ora, l’indagine evidenzia un andamento migliore della produzione in Italia e Irlanda (ancora positivo) mentre è negativo per Germania, Francia e Spagna, ma certo il quadro appare preoccupante, con un indice di fiducia dell’Eurozona fortemente peggiorato per i prossimi 12 mesi. Così le proposte italiane di interventi e politiche europee adeguati alla situazione appaiono non solo di buon senso ma obbligati e indispensabili.
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Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Il pensiero ha fatto breccia persino nelle stesse stanze del Mic, da anni cornucopia di prebende e assegni pesantissimi alle opere intellettuali degli amici intellò. Solo che, dalle parti di via del Collegio Romano, devono aver trovato difficile, se non proprio impossibile, estirpare questa prassi, ormai evidentemente ben radicata, dei finanziamenti a pioggia a opere discutibili o firmati dai soliti membri del circoletto rosso. E così il dicastero guidato da Alessandro Giuli e dalla sottosegretaria con delega al Cinema, Lucia Borgonzoni, sì è visto costretto a chiedere l’intervento della Guardia di finanza dopo i risultati (leggasi: contributi e tax credit) delle commissioni preposte alla valutazione delle opere prima del sì o no definitivo al sostegno economico.
La telefonata dagli uffici del ministero in direzione delle Fiamme gialle è partita il 9 aprile scorso. I finanziari si sono presentati nella sede del Mic il successivo lunedì 13 aprile. Hanno ascoltato quello che i loro interlocutori avevano da dire e hanno acquisito la documentazione sui contributi concessi a numerosi film. La Verità è in grado di anticipare qualche nome di pellicola finita nel mirino della Finanza.
Il primo è Tradita, un «thriller sentimentale» (così è definito) diretto da Gabriele Altobelli, girato per tre settimane nelle Marche (anche se è stato bocciato dalla Film commissione regionale) e che segna il ritorno al cinema di Manuela Arcuri come protagonista. Distribuito nei cinema a marzo, è scritto e sceneggiato da Steve Della Casa, ex militante di Lotta continua e coinvolto nell’indagine sull’attentato al bar Angelo azzurro di via Po, a Torino, dove mori bruciato un giovane studente, nel 1977, dopo il lancio di una bomba Molotov. Tradita, finora, ha racimolato 26.074 euro al botteghino, «tenendo incollati» alla poltrona ben 3.631 spettatori. Per questo film che non sta proprio sbancando il box office, lo Stato ha garantito ben 1,2 milioni e rotti di euro di Tax credit, a fronte di un costo complessivo di produzione di 2,9 milioni. Il lungometraggio è stato prodotto dalla Mattia’s film, oscura srl romana di proprietà di Giovanni Di Gianfrancesco e Alfonsina Libroja, amministratrice unica della società che «vanta» un capitale sociale di 40.000 euro.
Le altre pellicole finite nel mirino della Finanza, su segnalazione del Mic, sono Solo se tu canti - L’irresistibile storia di Gigi D’Alessio, diretto da Luca Miniero, che ha portato a casa 1.050.000 milioni su un costo complessivo di 6,8, Tony Pappalardo Investigation di Pier Francesco Pingitore, che ha ottenuto 800.000 euro di sgravi, Il tempo delle mele cotte di Andrea Muzzi, con altri 400.000 euro di aiuti, e La leggenda sul Grappa, misterioso film prodotto dalla Marte Studios di Guglielmo Brancato che è valso ai produttori ben 572.000 euro di contributi.
La cronaca recente ha visto spesso gli uomini delle Fiamme gialle aggirarsi per gli uffici del ministero della Cultura: l’ultima «visita» era avvenuta a marzo, per acquisire la documentazione relativa alla produzione di alcune pellicole targate The Apartment, controllata dal colosso Fremantle: acquisiti documenti, contratti e rapporti economici legati alla produzione della prima stagione della serie M. Il figlio del secolo, diretta da Joe Wright, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati e incentrata sul primo Benito Mussolini, del film del 2024 Queer, di Luca Guadagnino, con Daniel Craig, e Finalmente l’alba, pellicola sempre del 2024 scritta e diretta da Saverio Costanzo e prodotta direttamente da Fremantle. In precedenza, a ottobre 2025, i finanziari avevano acquisito altri documenti relativi al Tax credit concesso ad alcune pellicole, nell’ambito di un’inchiesta della procura di Roma sul sistema di aiuti al settore messo in piedi dall’ex ministro del Pd, Dario Franceschini: sotto la lente dei pm, erano finiti film come L’immensità di Emanuele Crialese, Siccità di Paolo Virzì e ancora Finalmente l’alba di Saverio Costanzo.
Intanto, a livello politico, le opposizioni cercano di infilarsi nelle difficoltà di Giuli nel gestire la pratica dei finanziamenti al settore. «Giuli ha rivolto un appello a non sprecare l’occasione di una riforma parlamentare condivisa che dia risposte e stabilità al mondo del cinema e dell’audiovisivo. Giova ricordare che se quell’occasione c’è è per una iniziativa delle opposizioni che, sfruttando gli spazi riservati alle minoranze, calendarizzato le proprie proposte di riforma», hanno affermato in una nota i deputati dei gruppi di Pd, M5s, Avs, talia viva e Azione della commissione Cultura della Camera. Dialogo sì, dunque, ma alle condizioni della sinistra: lo ha ribadito anche il segretario del Pd, Elly Schlein: «La disponibilità al confronto c’è, ma a partire dalle nostre proposte già calendarizzate».
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Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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