L’ad del risanamento rientra al suo posto con il blitz di Delfin, che vota con Blackrocke Banco. Sconfitta la lista di Fabrizio Palermo sostenuta da Caltagirone. Governo spettatore.
Certe assemblee degli azionisti iniziano come una messa cantata e finiscono come una corrida. A Siena, ieri, si è passati dall’incenso al confronto nel giro di poche ore, con il Monte dei Paschi che ha fatto quello che gli riesce meglio da secoli: sorprendere tutti, soprattutto chi era convinto di aver già vinto.
Il titolo, secco, quasi da cronaca di altri tempi, potrebbe essere questo: Delfin e Banco rimettono Luigi Lovaglio sul Monte. L’amministratore delegato licenziato qualche giorno fa al termine di un consiglio d’amministrazione durato tre giorni torna trionfalmente al suo posto. Mai vista una scena del genere nella grande finanza italiana. Tanto meno quando si tratta di banche. Una trama degno di un autentico thriller. Un capolavoro con alleanze mobili, assenze rumorose e voti che pesano come macigni.
L’assemblea fiume - oltre il 64% del capitale presente, mica bruscolini - era partita con il copione classico: approvazione del bilancio 2025 (plebiscitaria, come sempre accade quando si arriva al dunque con ricchi utili e dividendi che a Siena non si vedevano da tempo). Poi il vero piatto forte, il rinnovo del consiglio di amministrazione. Tre liste in campo: due per contendersi la maggioranza, la terza di minoranza. Una domanda sospesa nell’aria, come una nuvola prima del temporale: chi comanda davvero a Siena?
La risposta è arrivata con il fragore di un ribaltone. La lista di Plt Holding, espressione della famiglia Tortora, ha preso il largo con il 49,95% dei voti. Non un’incursione, ma una presa del palazzo. Dall’altra parte, la lista del cda, sostenuta dal gruppo Caltagirone, si è fermata al 38,79%. Dieci punti abbondanti di distanza: in assemblea significa una cosa sola, partita chiusa senza bisogno di supplementari. E qui entrano in scena i veri registi della giornata. Delfin, la cassaforte degli eredi Del Vecchio, con il suo 17,5%, e Banco Bpm, con il 3,7%, hanno deciso di spostare il peso della bilancia. Non un appoggio tiepido, ma una scelta netta, chirurgica, che ha rimesso Luigi Lovaglio al centro del villaggio. Altro che ex: il protagonista del risanamento torna al comando, con tanto di benedizione del mercato e di una fetta importante del capitalismo italiano.
Il bello, come sempre, è nei dettagli. Perché mentre alcuni entravano a gamba tesa, altri sceglievano la via dell’eclissi. Il Tesoro, titolare di un rispettabile 4,8%, non si è presentato. Assente. Evaporato. Una non-scelta che, in questi casi, equivale a una scelta precisissima: lasciare che la partita si giochi senza arbitro pubblico. A decidere doveva essere il mercato. Poi Edizione dei Benetton, che con il suo 1,4% ha optato per l’astensione, con l’eleganza obbligatoria per l’invito declinato all’ultimo minuto. E intorno, un mosaico di voti che si compone pezzo dopo pezzo: grandi fondi come BlackRock e Norges che si accodano a Lovaglio, portando il sostegno complessivo intorno al 32,5% del capitale.
Dall’altra parte, il blocco costruito attorno al 13,5% di Caltagirone si ferma al 25%. Troppo poco. Così, mentre nella sala si consumava il rito - piccoli azionisti, deleghe, avvocati, manager - fuori si scriveva una pagina destinata a finire negli annali della finanza. Perché non è solo una questione di percentuali, ma di equilibri. E gli equilibri, ieri, sono cambiati. Lovaglio, a caldo, ha scelto il registro della gratitudine: riconoscenza verso Pierluigi Tortora e la sua famiglia, riconoscenza verso gli azionisti, determinazione per il futuro. Nessuna rivincita, assicura, solo voglia di fare. Parole da manuale, certo, ma anche il segno di chi sa che la vittoria, quando arriva contro pronostico, va maneggiata con cura.
Dal canto suo Tortora ci tiene a puntualizzare: questo è un punto di partenza, non di arrivo. Tradotto dal linguaggio felpato della finanza: abbiamo vinto, ma adesso viene il difficile. Già, perché governare il Monte non è mai una passeggiata. È più simile a una navigazione in mare aperto, con correnti che cambiano direzione senza preavviso. E il nuovo board - che nasce da questo equilibrio rimescolato - dovrà dimostrare di saper tenere la rotta.Nel frattempo, dal mondo del lavoro arriva un richiamo che suona come una nota a margine, ma che marginale non è affatto. Il sindacato, con la voce della Fabi, chiede continuità, stabilità, soluzioni non più rinviabili. Tradotto: bene i giochi di palazzo, ma adesso qualcuno pensi anche a chi in banca ci lavora ogni giorno. E allora la domanda vera è quella che resta sospesa, come sempre accade a Siena: che cosa succede adesso? Succede che Lovaglio torna al timone con una legittimazione rafforzata, ma anche con aspettative altissime.
Succede che Delfin e Banco Bpm hanno dimostrato di poter orientare la partita quando decidono di farlo. Succede che il Tesoro, restando fuori, ha lasciato intendere che il dossier Monte è tutt’altro che chiuso. E soprattutto succede che il Monte dei Paschi, ancora una volta, si conferma per quello che è: non solo una banca, ma un teatro. Dove i copioni saltano, i protagonisti ritornano e le comparse, a volte, diventano decisive. Ieri è andato in scena il ribaltone. Oggi comincia il secondo atto. E, conoscendo la storia di Siena, è difficile credere che sarà meno movimentato del primo.






