
Se non parlassimo di cose gravi e serie, ci sarebbe perfino motivo per sganasciarsi dalle risate. Per i media italiani, con eccezioni purtroppo sempre più rare, nel giro di 24 ore - oplà - manifestare in piazza può diventare cosa buona o cosa cattiva, cosa civile o cosa incivile, cosa meritoria o cosa pericolosissima.
E da che dipende? Elementare, Watson: da chi lo fa e dal motivo della protesta. Se promotori e tesi rientrano nella lavagna dei «buoni», degli «accettati», degli «ammessi», scatta il semaforo verde; se invece stanno dalla parte dei «cattivi», dei «reietti», dei «mal sopportati», il semaforo diventa rosso. Sui giornali il giochino è fatto a base di titoli e aggettivi, oltre che di spazi e di nobiltà nella collocazione in pagina; in tv, invece, si fa ricorso ad altri strumenti: risatine, smorfiette di disappunto, sopracciglia sollevate.
Siete portuali di Trieste e manifestate contro il green pass? Allora fate praticamente schifo per il sistema mediatico. Non importa che la vostra protesta sia ordinata e pacifica; non importa che i vostri rappresentanti, con dignità e con il volto segnato dalla fatica, si colleghino in tv a spiegare le vostre ragioni. Dallo studio, conduttori e opinionisti scuoteranno la testa, vi interromperanno, faranno perfino ironia (è successo anche questo) su un congiuntivo eventualmente sbagliato. Si sa, ormai la sinistra intellettuale non ha più remore: ride direttamente in faccia agli ultimi. E non è ancora abbastanza: con zelo, carta stampata e media audiovisivi si sono affrettati a sparare la notizia dei contagi in salita a Trieste. Insomma, siete pure appestati e appestanti.
Se però, 24 ore dopo, si radunano su altre piazze altri manifestanti (giova sottolinearlo a scanso di qualsiasi equivoco: per noi, dotati di uguale diritto e uguale legittimazione a sostenere le proprie ragioni) per protestare contro l'affossamento parlamentare del ddl Zan, allora il trattamento mediatico si ribalta. La piazza è «composta», «indignata ma civilissima», «consapevole». E c'è pure il miracolo: in questo caso, pur in assenza di mascherine, il rischio Covid sparisce. C'è da immaginare che - secondo certi media - anche il virus si senta intimidito dalla civiltà e dalla consapevolezza delle manifestazioni «giuste»: e dunque non osi nemmeno accostarsi.
Dirà qualcuno: va bene, si tratta di un'esagerazione isolata. No: ci sono almeno tre precedenti. Il primo risale alla primavera del 2020, in tempi di lockdown strisciante. Fu implacabile lo zelo con cui istituzioni e mainstream media arrivarono alla richiesta di delazione nei confronti di chi - magari - stava solo facendo una passeggiata, fino a episodi tragicomici, tipo l'intervento delle forze dell'ordine per interrompere una grigliata, dibattiti roventi sulla presunta pericolosità anche di un singolo runner, o surreali inseguimenti in diretta (con tanto di elicottero) di una persona che camminava lungo una spiaggia. Salvo però chiudere un occhio (anzi: tutti e due) quando, il 25 aprile, in pieno lockdown, si svolsero in diverse città cortei con cori Bella ciao e bandiere rosse. Quindi, no alle messe di Pasqua, no all'atto di pietà umana dei funerali, multe salatissime ai commercianti scesi in piazza civilmente e nel rispetto delle distanze (solo per chiedere una tempestiva riapertura dei loro negozi), ma - incredibilmente - sì a manifestazioni con una certa targa politico-ideologica.
Secondo precedente: poche settimane dopo quel 25 aprile, il 2 giugno 2020, in occasione di una manifestazione del centrodestra con Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani, si gridò - a reti e testate quasi unificate - nientemeno che al «focolaio». E si capisce: l'assenza di bandiere rosse era allarmante.
Terzo precedente, nella primavera del 2021: si richiuse un occhio (anzi, tutti e due) per le manifestazioni sempre in favore del ddl Zan, mentre furono promesse sciagure e pestilenze per i festeggiamenti dei tifosi dell'Inter dopo la conquista dello scudetto.
Il resto è storia recente: piazze pacifiche contrarie al pass che si radunano da mesi (senza leader politici, senza supporto mediatico) e che sono oggetto di un trattamento che oscilla dal disprezzo alla criminalizzazione esplicita.
Del resto, il vizietto è globale, nel senso che caratterizza tutta la sinistra politica e mediatica mondiale. Donald Trump fu massacrato per i comizi che teneva in campagna elettorale, mentre la copertura delle manifestazioni (benché violente) di segno opposto era sempre all'insegna dell'attenuazione, se non della giustificazione, a partire dalle imprese di Black lives matter. Rimase leggendario un fermo immagine dell'inviato della Cnn in Wisconsin, durante furiose manifestazioni di sinistra, con sullo sfondo fuochi e immagini di guerriglia urbana, con il surreale sottotitolo che descriveva i fatti come «mostly peaceful», prevalentemente pacifici.
C'è poco da sorridere, a ben vedere. Senza nemmeno accorgercene, o accettando passivamente questo sistematico doppio standard, stiamo transitando dal «free speech» a una sorta di «authorized speech», cioè a un'espressione non più libera, ma sottoposta ad «autorizzazione» da parte della cupola mediatica politicamente corretta. Il green pass ci è entrato in testa.






