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2020-06-02
Si riaprono i confini delle Regioni. Ma nel Meridione studiano dei filtri
Christian Solinas (Ansa)
Ancora 24 ore l'Italia tornerà unita: domani, 3 giugno, cade l'ultima barriera della mobilità, quella tra le varie Regioni italiane, e finisce così in archivio un'altra delle tristi limitazioni imposte dal lockdown anticoronavirus. Quei muri invisibili quanto invalicabili che hanno diviso le Regioni italiane scompariranno, si spera, per sempre: il via libera è arrivato dal governo, confortato dai dati elaborati dall'Istituto superiore di sanità attraverso l'analisi di 21 parametri che segnalano il livello di rischio delle diverse Regioni. «Al momento», ha fatto sapere l'Iss, «in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia di Covid-19»: semaforo verde, quindi, ma attenzione a tenere la guardia sempre alta. «È chiaro che un rischio lo stiamo assumendo», dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, a 1/2 ora in più su Rai Tre, «poiché il rischio zero ora non esiste ma ci arriveremo solo quando ci sarà il vaccino. Fino ad allora si tratta di assumersi dei rischi ponderati e di provare a gestire una fase diversa. Che ci sia una differenza sui territori è un dato di fatto innegabile e il Nord ha pagato il prezzo più alto, ma ora il trend di tutte le Regioni va nella direzione giusta. Al momento», aggiunge Speranza, «i dati ci dicono che è vero che ci sono differenze quantitative ma la tendenza di tutte le regioni va nella direzione giusta ed è in discesa. Le settimane che arriveranno sono ancora con un esito non scontato e le misure di distanziamento e precauzione saranno determinanti».
La soddisfazione per la riapertura sovrasta le voci critiche, quelle di alcuni presidenti di Regione che negli ultimi giorni hanno manifestato dubbi e perplessità sul «liberi tutti». Il simbolo degli isolazionisti, il presidente della Sardegna, Christian Solinas, teorico del «certificato di immunità» per chi approda sull'isola, dopo la bocciatura da parte del governo è costretto al dietrofront: «Tratteremo fino all'ultimo», precisa Solinas, «per un accordo, ma se non riusciremo a trovarlo, allora appronteremo un sistema più articolato che prevede la registrazione dei passeggeri all'ingresso su una piattaforma e la compilazione di un questionario epidemiologico che serve a noi per avere contezza su dove concentrare i maggiori controlli. Pensiamo a un incentivo per chi volesse sottoporsi a una verifica con un test», spiega Solinas a Rai Radio1, «potremmo riconoscere un piccolo voucher, un bonus da spendere in Sardegna».
L'idea è quella di chiedere ai turisti in partenza per la Sardegna una autocertificazione relativa ai sintomi del coronavirus. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, che pure aveva manifestato la volontà di chiedere il «passaporto sanitario» ai turisti, ingrana la retromarcia in maniera felpata: «Occorrerà verificare», argomenta Musumeci, «la provenienza, l'esistenza di eventuali casi sospetti nel nucleo familiare, indicare giorno dopo giorno la tracciabilità della presenza del turista». Tra i perplessi anche il presidente della Campania, Vincenzo De Luca: «La Campania», annuncia De Luca, «valuterà le decisioni del governo, e adotterà, senza isterie e in modo responsabile, insieme ai protocolli di sicurezza già vigenti, controlli e test rapidi con accresciuta attenzione per prevenire, per quanto possibile, il sorgere nella nostra Regione di nuovi focolai epidemici».
Toni epici, e in verità un po' grotteschi, quelli utilizzati dall'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, secondo il quale l'esigenza è «continuare a difendere Roma»: il pretoriano del presidente della Regione, Nicola Zingaretti, promette «massima attenzione ad aeroporti e stazioni perché Termini, Fiumicino e Ciampino preoccupano», e si augura «il tracciamento a livello nazionale».
Il governo, per andare incontro alle istanze dei presidenti di Regione più preoccupati dal via libera agli spostamenti, è orientato a consentire la registrazione di chi entra nel territorio regionale e la possibilità di effettuare test rapidi, ma solo se il soggetto interessato darà il suo assenso.
Soddisfatti gli altri governatori: «I dati sono estremamente positivi», sottolinea il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Tutte e tre le pagelle del ministero ci hanno confermato che i nostri numeri sono pienamente in regola», gioisce il presidente del Piemonte, Alberto Cirio. «Capisco la preoccupazione di qualche collega», sottolinea il governatore del veneto, Luca Zaia, «ma spero si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo la necessità di aumentare gli spostamenti e le relazioni». «Il nemico è il virus», argomenta il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «non sono le persone, qualsiasi sia la loro provenienza». Per il presidente della Puglia, Michele Emiliano, «è arrivato il momento di riaprire il Paese a condizioni di normalità e la condizione di normalità fondamentale è la libertà di circolazione». La presidente della Calabria, Jole Santelli, sottolinea di essere «pronta ad accogliere i turisti. Siamo a contagio zero», sottolinea la Santelli, «e nel rispetto di tutte le misure contro il coronavirus, ora posso dire a chi arriva in Calabria: l'unico pericolo sarà quello di ingrassare».
Rossi diventa razzista con i lombardi
Secondo alcuni, in Toscana si aggirano due presidenti della Regione: si chiamano entrambi Enrico Rossi, si somigliano tantissimo, ma sulla sicurezza sanitaria la pensano in maniera diametralmente opposta.
Il primo, in piena emergenza coronavirus, alla fine dello scorso febbraio, bollava come «fascioleghisti» quelli che gli suggerivano, considerato l'imminente rientro in Toscana di 2.500 cinesi che erano stati in patria per festeggiare il loro capodanno, di predisporre una quarantena di 14 giorni. Fulgido esempio di accoglienza senza se e senza ma, il Rossi 1 polemizzava a tutto spiano con chiunque predicasse prudenza. Il secondo Enrico Rossi, invece, è un fanatico della sicurezza e, in previsione della riapertura dei confini tra le regioni italiane, in programma domani, mostra tutto il suo scetticismo rispetto alla decisione del governo di non rinchiudere in una specie di mega zona rossa i cittadini della Lombardia. Il Rossi 2, sostanzialmente, se potesse circonderebbe la Toscana con una grande muraglia (ovviamente) cinese, e non farebbe entrare nessun lombardo. Trattasi, invece, della stessa persona, il Rossi-banderuola, pronto a cambiare idea a seconda della convenienza politica e propagandistica del momento.
Era la fine di febbraio, il coronavirus dilagava in Cina, e il virologo Roberto Burioni, all'Agi, affermava: «È assolutamente necessario che i 2.500 cinesi che rientreranno dalla Cina in Toscana rimangano per 14 giorni in quarantena. La quarantena è l'unica arma di difesa che abbiamo per proteggerci dalla diffusione del coronavirus e non possiamo non usarla. Da medico», avvertiva Burioni, «posso dire che se anche una persona di queste 2.500 uscisse di casa e risultasse poi infetta si metterebbe a rischio tutto il lavoro di contenimento fatto finora. In questo casi credo sia mille volte più importante eccedere in prudenza che lasciare tutto alla faciloneria».
La stessa preoccupazione veniva espressa da medici, ricercatori, esperti, protagonisti politici. Rossi però faceva il disinvolto: «Al momento», dichiarava alla Nazione, «non c'è nessun allarme, nessun caso di nuovo coronavirus tra persone di ritorno dalla Cina. Quindi, certo, dobbiamo alzare il livello di attenzione e di prevenzione, ma prima di tutto combattere la paura, l'ignoranza, il pregiudizio, i fenomeni di razzismo». Non contento, Rossi twittava: «La Toscana in materia di prevenzione contro il coronavirus, seguendo le linee nazionali di sorveglianza attiva, sta facendo più di tutte le altre Regioni. Chi ci attacca o non è bene informato, o è in malafede o è un fascioleghista».
Il presidente toscano mostrava scioltezza e tranquillità nei giorni in cui i primi casi di coronavirus si registravano in Italia e l'allarme, soprattutto per gli arrivi dalla Cina, era altissimo. Ora che invece (se Dio vuole) la situazione sembra tornata sotto controllo, Rossi indossa i panni dell'ultimo giapponese e critica la decisione del governo di aprire la mobilitò tra le Regioni, Lombardia compresa: «L'esperienza ci dice», dichiara Rossi al Corriere della Sera, «che la diffusione del virus in Toscana, come in altre Regioni, è stata il prodotto della fuga dalla Lombardia poco prima del lockdown. Quindi un po' di prudenza e la pazienza di aspettare una settimana in più non so a chi avrebbero potuto far male. La verità è che Fontana e Sala hanno fatto la corsa per la riapertura e alla fine il governo si è adeguato. Il peso della Lombardia nelle scelte c'è, inutile negarlo. Invece una maggiore gradualità», avverte Rossi, «terrebbe insieme meglio il Paese». Enrico Rossi, il granduca della coerenza.
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Domani si potrà tornare a circolare liberamente in tutta Italia grazie al benestare del governo e dell'Iss. Ai governatori del Sud rimangono i dubbi: il sardo Christian Solinas pensa a un bonus per i turisti che faranno il test.Enrico Rossi diventa razzista con i lombardi. Il presidente della Toscana accusava di «fascioleghismo» chi chiedeva la quarantena per i cinesi rientrati dalla loro patria. Ora vorrebbe tener fuori chi arriva dal Nord... Lo speciale comprende due articoli.Ancora 24 ore l'Italia tornerà unita: domani, 3 giugno, cade l'ultima barriera della mobilità, quella tra le varie Regioni italiane, e finisce così in archivio un'altra delle tristi limitazioni imposte dal lockdown anticoronavirus. Quei muri invisibili quanto invalicabili che hanno diviso le Regioni italiane scompariranno, si spera, per sempre: il via libera è arrivato dal governo, confortato dai dati elaborati dall'Istituto superiore di sanità attraverso l'analisi di 21 parametri che segnalano il livello di rischio delle diverse Regioni. «Al momento», ha fatto sapere l'Iss, «in Italia non vengono riportate situazioni critiche relative all'epidemia di Covid-19»: semaforo verde, quindi, ma attenzione a tenere la guardia sempre alta. «È chiaro che un rischio lo stiamo assumendo», dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, a 1/2 ora in più su Rai Tre, «poiché il rischio zero ora non esiste ma ci arriveremo solo quando ci sarà il vaccino. Fino ad allora si tratta di assumersi dei rischi ponderati e di provare a gestire una fase diversa. Che ci sia una differenza sui territori è un dato di fatto innegabile e il Nord ha pagato il prezzo più alto, ma ora il trend di tutte le Regioni va nella direzione giusta. Al momento», aggiunge Speranza, «i dati ci dicono che è vero che ci sono differenze quantitative ma la tendenza di tutte le regioni va nella direzione giusta ed è in discesa. Le settimane che arriveranno sono ancora con un esito non scontato e le misure di distanziamento e precauzione saranno determinanti».La soddisfazione per la riapertura sovrasta le voci critiche, quelle di alcuni presidenti di Regione che negli ultimi giorni hanno manifestato dubbi e perplessità sul «liberi tutti». Il simbolo degli isolazionisti, il presidente della Sardegna, Christian Solinas, teorico del «certificato di immunità» per chi approda sull'isola, dopo la bocciatura da parte del governo è costretto al dietrofront: «Tratteremo fino all'ultimo», precisa Solinas, «per un accordo, ma se non riusciremo a trovarlo, allora appronteremo un sistema più articolato che prevede la registrazione dei passeggeri all'ingresso su una piattaforma e la compilazione di un questionario epidemiologico che serve a noi per avere contezza su dove concentrare i maggiori controlli. Pensiamo a un incentivo per chi volesse sottoporsi a una verifica con un test», spiega Solinas a Rai Radio1, «potremmo riconoscere un piccolo voucher, un bonus da spendere in Sardegna».L'idea è quella di chiedere ai turisti in partenza per la Sardegna una autocertificazione relativa ai sintomi del coronavirus. Il presidente della Sicilia, Nello Musumeci, che pure aveva manifestato la volontà di chiedere il «passaporto sanitario» ai turisti, ingrana la retromarcia in maniera felpata: «Occorrerà verificare», argomenta Musumeci, «la provenienza, l'esistenza di eventuali casi sospetti nel nucleo familiare, indicare giorno dopo giorno la tracciabilità della presenza del turista». Tra i perplessi anche il presidente della Campania, Vincenzo De Luca: «La Campania», annuncia De Luca, «valuterà le decisioni del governo, e adotterà, senza isterie e in modo responsabile, insieme ai protocolli di sicurezza già vigenti, controlli e test rapidi con accresciuta attenzione per prevenire, per quanto possibile, il sorgere nella nostra Regione di nuovi focolai epidemici».Toni epici, e in verità un po' grotteschi, quelli utilizzati dall'assessore alla Sanità del Lazio, Alessio D'Amato, secondo il quale l'esigenza è «continuare a difendere Roma»: il pretoriano del presidente della Regione, Nicola Zingaretti, promette «massima attenzione ad aeroporti e stazioni perché Termini, Fiumicino e Ciampino preoccupano», e si augura «il tracciamento a livello nazionale».Il governo, per andare incontro alle istanze dei presidenti di Regione più preoccupati dal via libera agli spostamenti, è orientato a consentire la registrazione di chi entra nel territorio regionale e la possibilità di effettuare test rapidi, ma solo se il soggetto interessato darà il suo assenso.Soddisfatti gli altri governatori: «I dati sono estremamente positivi», sottolinea il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Tutte e tre le pagelle del ministero ci hanno confermato che i nostri numeri sono pienamente in regola», gioisce il presidente del Piemonte, Alberto Cirio. «Capisco la preoccupazione di qualche collega», sottolinea il governatore del veneto, Luca Zaia, «ma spero si possa aprire tutti assieme, anche a livello europeo. Abbiamo la necessità di aumentare gli spostamenti e le relazioni». «Il nemico è il virus», argomenta il presidente della Liguria, Giovanni Toti, «non sono le persone, qualsiasi sia la loro provenienza». Per il presidente della Puglia, Michele Emiliano, «è arrivato il momento di riaprire il Paese a condizioni di normalità e la condizione di normalità fondamentale è la libertà di circolazione». La presidente della Calabria, Jole Santelli, sottolinea di essere «pronta ad accogliere i turisti. Siamo a contagio zero», sottolinea la Santelli, «e nel rispetto di tutte le misure contro il coronavirus, ora posso dire a chi arriva in Calabria: l'unico pericolo sarà quello di ingrassare».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-riaprono-i-confini-delle-regioni-ma-nel-meridione-studiano-dei-filtri-2646143755.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rossi-diventa-razzista-con-i-lombardi" data-post-id="2646143755" data-published-at="1591038144" data-use-pagination="False"> Rossi diventa razzista con i lombardi Secondo alcuni, in Toscana si aggirano due presidenti della Regione: si chiamano entrambi Enrico Rossi, si somigliano tantissimo, ma sulla sicurezza sanitaria la pensano in maniera diametralmente opposta. Il primo, in piena emergenza coronavirus, alla fine dello scorso febbraio, bollava come «fascioleghisti» quelli che gli suggerivano, considerato l'imminente rientro in Toscana di 2.500 cinesi che erano stati in patria per festeggiare il loro capodanno, di predisporre una quarantena di 14 giorni. Fulgido esempio di accoglienza senza se e senza ma, il Rossi 1 polemizzava a tutto spiano con chiunque predicasse prudenza. Il secondo Enrico Rossi, invece, è un fanatico della sicurezza e, in previsione della riapertura dei confini tra le regioni italiane, in programma domani, mostra tutto il suo scetticismo rispetto alla decisione del governo di non rinchiudere in una specie di mega zona rossa i cittadini della Lombardia. Il Rossi 2, sostanzialmente, se potesse circonderebbe la Toscana con una grande muraglia (ovviamente) cinese, e non farebbe entrare nessun lombardo. Trattasi, invece, della stessa persona, il Rossi-banderuola, pronto a cambiare idea a seconda della convenienza politica e propagandistica del momento. Era la fine di febbraio, il coronavirus dilagava in Cina, e il virologo Roberto Burioni, all'Agi, affermava: «È assolutamente necessario che i 2.500 cinesi che rientreranno dalla Cina in Toscana rimangano per 14 giorni in quarantena. La quarantena è l'unica arma di difesa che abbiamo per proteggerci dalla diffusione del coronavirus e non possiamo non usarla. Da medico», avvertiva Burioni, «posso dire che se anche una persona di queste 2.500 uscisse di casa e risultasse poi infetta si metterebbe a rischio tutto il lavoro di contenimento fatto finora. In questo casi credo sia mille volte più importante eccedere in prudenza che lasciare tutto alla faciloneria». La stessa preoccupazione veniva espressa da medici, ricercatori, esperti, protagonisti politici. Rossi però faceva il disinvolto: «Al momento», dichiarava alla Nazione, «non c'è nessun allarme, nessun caso di nuovo coronavirus tra persone di ritorno dalla Cina. Quindi, certo, dobbiamo alzare il livello di attenzione e di prevenzione, ma prima di tutto combattere la paura, l'ignoranza, il pregiudizio, i fenomeni di razzismo». Non contento, Rossi twittava: «La Toscana in materia di prevenzione contro il coronavirus, seguendo le linee nazionali di sorveglianza attiva, sta facendo più di tutte le altre Regioni. Chi ci attacca o non è bene informato, o è in malafede o è un fascioleghista». Il presidente toscano mostrava scioltezza e tranquillità nei giorni in cui i primi casi di coronavirus si registravano in Italia e l'allarme, soprattutto per gli arrivi dalla Cina, era altissimo. Ora che invece (se Dio vuole) la situazione sembra tornata sotto controllo, Rossi indossa i panni dell'ultimo giapponese e critica la decisione del governo di aprire la mobilitò tra le Regioni, Lombardia compresa: «L'esperienza ci dice», dichiara Rossi al Corriere della Sera, «che la diffusione del virus in Toscana, come in altre Regioni, è stata il prodotto della fuga dalla Lombardia poco prima del lockdown. Quindi un po' di prudenza e la pazienza di aspettare una settimana in più non so a chi avrebbero potuto far male. La verità è che Fontana e Sala hanno fatto la corsa per la riapertura e alla fine il governo si è adeguato. Il peso della Lombardia nelle scelte c'è, inutile negarlo. Invece una maggiore gradualità», avverte Rossi, «terrebbe insieme meglio il Paese». Enrico Rossi, il granduca della coerenza.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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