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2021-09-10
Il sì della Lega ferma la linea oltranzista su vaccini e obblighi
Matteo Salvini e Mario Draghi (Ansa)
Dicono che il Capitano leghista sia diventato il mozzo della maggioranza. I malmessi leader dell'avversa coalizione, ammesso che esista, si compiacciono per l'ennesima calata di braghe. E i sondaggi certificano il sorpasso dell'alleata, Giorgia Meloni. Invece il Matteo Salvini di lotta e di governo, anche ieri, ha finito per ottenere ben più di qualche contentino. È vero: la Lega ha votato sì a una nuova estensione del green pass, su cui ha battagliato per giorni insieme a Fratelli d'Italia. Eppure, rispetto all'originario decreto entrato in vigore il 6 agosto, si tratta di un allargamento che gli stessi parlamentari del Carroccio definiscono «soft». Rimangono intonsi i capisaldi originari: pass per chi vuole partecipare ad eventi, mangiare nei ristoranti al chiuso e viaggiare su treni a lunga percorrenza e aerei. Il decreto estende però la certificazione al personale esterno di scuola e università. E saranno obbligati a immunizzarsi i lavoratori delle residenze sanitarie per anziani.
Rinviata a data da destinarsi, invece, la misura più controversa: l'ampliamento dell'obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. Lo chiedono i ministri di centrodestra: come il titolare della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, e la collega Maria Stella Gelmini, agli Affari regionali. Lo evocano i tecnici: a partire da Giorgio Palù, presidente dell'Aifa. E la misura mette d'accordo pure Confindustria e sindacati. Invece, le tensioni innescate da Lega e Fratelli d'Italia sono riuscite convincere Mario Draghi a prendere tempo. Certo, l'ipotesi rimane. Il premier avrebbe annunciato un ampio intervento «a breve», rinfocolando però le polemiche tra i partiti della maggioranza.
La momentanea desistenza resta comunque una medaglia che leghisti si appuntano al petto. Anche se il do ut des più significativo è il via libera ad alcune misure su cui il Carroccio insiste da tempo. Come la validità dei test salivari: strumento decisivo, soprattutto per i bambini. O i tamponi a prezzi calmierati, con la proroga fino al 30 novembre. Infine, la Camera ha dato un via libera quasi unanime al rinvio delle cartelle esattoriali e a una nuova rottamazione.
«Il nostro pressing, con il voto a favore di alcuni emendamenti di Fratelli d'Italia, è servito» sintetizzano i leghisti. Certo, il partito di Giorgia Meloni in aula si è schierato contro il provvedimento: «Non c'è obbligo vaccinale nel Paese, per cui lo Stato dovrebbe offrire un'alternativa a chi non vuole o non può vaccinarsi» spiega il partito nella dichiarazione di voto. Ma la battaglia comune è comunque servita a rinsaldare l'alleanza tra Giorgia e Matteo, testimoniata anche dalla ritrovata intesa sbandierata al meeting di Cernobbio. Sorrisi e abbracci, dopo settimane di guerra fredda innescata da sondaggi e scommesse sulla futura leadership. Del resto, le amministrative incombono. I candidati non sono irresistibili. Un'eventuale vittoria del centrodestra anche in una sola delle principali città al voto, come a Torino per esempio, sarebbe il trionfo della coalizione più che dei prescelti.
Giorgia di lotta. Matteo di lotta e di governo. Gli avversari dubitano, trascendendo nell'astio. Invece la strategia del leghista è chiara. L'ha esplicitata fin dalla nascita del governissimo. Meglio dentro che fuori. E non per calcolo, ma per non lasciare tutto in mano agli avversari. Perfino il governatore pugliese, Michele Emiliano, già candidato alle primarie del Pd, in un dibattito a Ceglie Messanica, qualche giorno fa ha elogiato Salvini: «Sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese ed è uno sforzo che ha dei costi politici. È un politico che ha una sua onestà intellettuale».
Insomma: quella del Capitano sarebbe una scelta coraggiosa. Rischia magari l'ammutinamento. Ma prova a tenere la rotta. Continua a ripeterlo, speranzoso, ai suoi. I simpatizzanti che adesso storcono il naso, alla fine capiranno. E, comunque, ricorda: senza la Lega, sarebbe già passata la linea più oltranzista su vaccini e obblighi.
Così anche ieri, dopo l'ultimo confronto con Draghi, ha deciso di non rompere. Il provvedimento è passato con una maggioranza bulgara: 259 sì e 34 no. Ora è atteso al Senato, per l'approvazione definitiva. Le richieste della Lega rientreranno invece nei prossimi decreti, garantisce il premier. Che prosegue imperterrito con il suo, inevitabile, metodo: scontentare tutti, per non scontentare nessuno.
C'è chi non gradisce. «I vertici della Lega chiariscano la loro posizione sulla campagna sanitaria e vaccinale» assalta Giuseppe Conte, deposto primo ministro ora a capo dei Cinque stelle. «Si sono assunti una responsabilità appoggiando questo governo e devono dire agli italiani quali sono le loro posizioni, che cambiano ogni giorno». E Giuseppi cosa ne pensa dell'obbligo vaccinale? «Per ora mi sembra non sia necessario» spiega. Proprio come un Salvini qualsiasi.
L’equilibrio sottile di Salvini tra esecutivo e centrodestra unito
«Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica»: con queste parole, lo scorso 2 febbraio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, annuncia la convocazione al Quirinale di Mario Draghi. Sono le 23, Mattarella pronuncia un discorso drammatico, l'esplorazione del presidente della Camera, Roberto Fico, incaricato di verificare se sussistano le condizioni per dare vita a un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, dopo l'addio di Italia viva, è appena naufragato dopo settimane di grottesca caccia ai «responsabili». Il governo Draghi nascerà, con il sostegno di tutti i partiti tranne Fratelli d'Italia, senza identificarsi con nessuna formula politica, esattamente come indicato dal Capo dello Stato.
Sette mesi dopo, M5s, Pd e sinistra fanno un gran baccano perché la Lega, sul green pass e il suo allargamento, ha sostenuto alcuni emendamenti proposti da Fratelli d'Italia, senza mettere assolutamente a rischio la tenuta del governo e votando alla fine a favore della conversione in legge del decreto. Ipocrisia canaglia: la predica viene dal pulpito di partiti che in queste settimane hanno, al contrario della Lega, rischiato davvero di far cadere il governo, o quantomeno di metterlo in seria difficoltà, con battaglie propagandistiche quali, ad esempio, quella del Pd sulla legge Zan e quella del M5s sulla riforma della giustizia. Bene, anzi molto male: i fatti si incaricano di smascherare l'ipocrisia di queste critiche.
Matteo Salvini è il leader di un grande partito di centrodestra, e nessuno, al momento della formazione del governo di larghissime intese, gli ha chiesto di snaturare il Carroccio. Salvini avrebbe potuto insistere per le elezioni anticipate, che gli avrebbero assicurato, salvo clamorosi imprevisti, di diventare presidente del Consiglio, ma ha risposto con senso di responsabilità all'appello. Inevitabilmente, ha dovuto ingoiare qualche rospo, come lo hanno dovuto ingoiare i suoi elettori, ma è pur vero che senza la Lega i provvedimenti del governo sarebbero stato decisi nella totalità da Pd, M5s e sinistre, che sono ampiamente minoranza nel Paese. Invece, con un esercizio di equilibrio non certamente facile, Salvini è riuscito a restare sempre leale a Mario Draghi, che infatti non ha fatto una piega di fronte alle votazioni degli ultimi giorni, e a ottenere risultati immediati: l'estensione del green pass, infatti, è stata estremamente meno invasiva di quanto volessero il Pd, il M5s e il ministro delle Chiusure, Roberto Speranza. Non solo: seppure sotto forma di impegni, ovvero di ordini del giorno, si sono ottenuti altri importanti risultati, come la validità dei tamponi salivari per il green pass e la gratuità degli stessi tamponi.
Il selfie di domenica scorsa a Cernobbio, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni sorridenti e in piena sintonia, ha avuto dunque un riscontro immediato in parlamento, con la Lega che ha votato a favore degli emendamenti di Fdi, ricompattando il popolo del centrodestra e sminando il terreno dai veleni e dalle insinuazioni di addetti ai lavori poco disinteressati che seminavano zizzania tra i due leader. Il centrodestra, Forza Italia compresa, è granitico, e potrà così presentarsi senza alcun tipo di problema interno all'appuntamento dell'inizio del prossimo anno, quando finalmente ci sarà la possibilità di eleggere un Presidente della Repubblica non espressione del centrosinistra. Più nell'immediato, la coalizione dei moderati può affrontare con l'energia di questa ritrovata compattezza, mediatica ma ora pure parlamentare, le imminenti elezioni amministrative nelle più grandi città italiane e le regionali in Calabria, in programma tra meno di un mese.
Tutto questo, senza aver procurato il minimo danno all'azione del governo guidato da Mario Draghi. Saranno le prossime settimane e i prossimi mesi a dirci se lo sforzo sovrumano profuso da Salvini per riuscire a tenere la Lega in equilibrio sullo scivoloso crinale del partito «di lotta e di governo» produrrà i risultati sperati: la vittoria alle amministrative e l'elezione di un capo dello Stato indicato anche dalle forze politiche conservatrici. L'unico modo certo per fallire, sarebbe stato non provarci.
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Votando a favore del dl green pass ne ha ottenuto un'estensione più limitata. Fedele alla strategia del «meglio dentro che fuori».Covid, elezioni e Colle: terreni di gioco con regole diverse. Pd e M5s strepitano, ma...Lo speciale contiene due articoli.Dicono che il Capitano leghista sia diventato il mozzo della maggioranza. I malmessi leader dell'avversa coalizione, ammesso che esista, si compiacciono per l'ennesima calata di braghe. E i sondaggi certificano il sorpasso dell'alleata, Giorgia Meloni. Invece il Matteo Salvini di lotta e di governo, anche ieri, ha finito per ottenere ben più di qualche contentino. È vero: la Lega ha votato sì a una nuova estensione del green pass, su cui ha battagliato per giorni insieme a Fratelli d'Italia. Eppure, rispetto all'originario decreto entrato in vigore il 6 agosto, si tratta di un allargamento che gli stessi parlamentari del Carroccio definiscono «soft». Rimangono intonsi i capisaldi originari: pass per chi vuole partecipare ad eventi, mangiare nei ristoranti al chiuso e viaggiare su treni a lunga percorrenza e aerei. Il decreto estende però la certificazione al personale esterno di scuola e università. E saranno obbligati a immunizzarsi i lavoratori delle residenze sanitarie per anziani. Rinviata a data da destinarsi, invece, la misura più controversa: l'ampliamento dell'obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. Lo chiedono i ministri di centrodestra: come il titolare della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, e la collega Maria Stella Gelmini, agli Affari regionali. Lo evocano i tecnici: a partire da Giorgio Palù, presidente dell'Aifa. E la misura mette d'accordo pure Confindustria e sindacati. Invece, le tensioni innescate da Lega e Fratelli d'Italia sono riuscite convincere Mario Draghi a prendere tempo. Certo, l'ipotesi rimane. Il premier avrebbe annunciato un ampio intervento «a breve», rinfocolando però le polemiche tra i partiti della maggioranza. La momentanea desistenza resta comunque una medaglia che leghisti si appuntano al petto. Anche se il do ut des più significativo è il via libera ad alcune misure su cui il Carroccio insiste da tempo. Come la validità dei test salivari: strumento decisivo, soprattutto per i bambini. O i tamponi a prezzi calmierati, con la proroga fino al 30 novembre. Infine, la Camera ha dato un via libera quasi unanime al rinvio delle cartelle esattoriali e a una nuova rottamazione.«Il nostro pressing, con il voto a favore di alcuni emendamenti di Fratelli d'Italia, è servito» sintetizzano i leghisti. Certo, il partito di Giorgia Meloni in aula si è schierato contro il provvedimento: «Non c'è obbligo vaccinale nel Paese, per cui lo Stato dovrebbe offrire un'alternativa a chi non vuole o non può vaccinarsi» spiega il partito nella dichiarazione di voto. Ma la battaglia comune è comunque servita a rinsaldare l'alleanza tra Giorgia e Matteo, testimoniata anche dalla ritrovata intesa sbandierata al meeting di Cernobbio. Sorrisi e abbracci, dopo settimane di guerra fredda innescata da sondaggi e scommesse sulla futura leadership. Del resto, le amministrative incombono. I candidati non sono irresistibili. Un'eventuale vittoria del centrodestra anche in una sola delle principali città al voto, come a Torino per esempio, sarebbe il trionfo della coalizione più che dei prescelti. Giorgia di lotta. Matteo di lotta e di governo. Gli avversari dubitano, trascendendo nell'astio. Invece la strategia del leghista è chiara. L'ha esplicitata fin dalla nascita del governissimo. Meglio dentro che fuori. E non per calcolo, ma per non lasciare tutto in mano agli avversari. Perfino il governatore pugliese, Michele Emiliano, già candidato alle primarie del Pd, in un dibattito a Ceglie Messanica, qualche giorno fa ha elogiato Salvini: «Sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese ed è uno sforzo che ha dei costi politici. È un politico che ha una sua onestà intellettuale». Insomma: quella del Capitano sarebbe una scelta coraggiosa. Rischia magari l'ammutinamento. Ma prova a tenere la rotta. Continua a ripeterlo, speranzoso, ai suoi. I simpatizzanti che adesso storcono il naso, alla fine capiranno. E, comunque, ricorda: senza la Lega, sarebbe già passata la linea più oltranzista su vaccini e obblighi. Così anche ieri, dopo l'ultimo confronto con Draghi, ha deciso di non rompere. Il provvedimento è passato con una maggioranza bulgara: 259 sì e 34 no. Ora è atteso al Senato, per l'approvazione definitiva. Le richieste della Lega rientreranno invece nei prossimi decreti, garantisce il premier. Che prosegue imperterrito con il suo, inevitabile, metodo: scontentare tutti, per non scontentare nessuno. C'è chi non gradisce. «I vertici della Lega chiariscano la loro posizione sulla campagna sanitaria e vaccinale» assalta Giuseppe Conte, deposto primo ministro ora a capo dei Cinque stelle. «Si sono assunti una responsabilità appoggiando questo governo e devono dire agli italiani quali sono le loro posizioni, che cambiano ogni giorno». E Giuseppi cosa ne pensa dell'obbligo vaccinale? «Per ora mi sembra non sia necessario» spiega. 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Sono le 23, Mattarella pronuncia un discorso drammatico, l'esplorazione del presidente della Camera, Roberto Fico, incaricato di verificare se sussistano le condizioni per dare vita a un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, dopo l'addio di Italia viva, è appena naufragato dopo settimane di grottesca caccia ai «responsabili». Il governo Draghi nascerà, con il sostegno di tutti i partiti tranne Fratelli d'Italia, senza identificarsi con nessuna formula politica, esattamente come indicato dal Capo dello Stato. Sette mesi dopo, M5s, Pd e sinistra fanno un gran baccano perché la Lega, sul green pass e il suo allargamento, ha sostenuto alcuni emendamenti proposti da Fratelli d'Italia, senza mettere assolutamente a rischio la tenuta del governo e votando alla fine a favore della conversione in legge del decreto. Ipocrisia canaglia: la predica viene dal pulpito di partiti che in queste settimane hanno, al contrario della Lega, rischiato davvero di far cadere il governo, o quantomeno di metterlo in seria difficoltà, con battaglie propagandistiche quali, ad esempio, quella del Pd sulla legge Zan e quella del M5s sulla riforma della giustizia. Bene, anzi molto male: i fatti si incaricano di smascherare l'ipocrisia di queste critiche. Matteo Salvini è il leader di un grande partito di centrodestra, e nessuno, al momento della formazione del governo di larghissime intese, gli ha chiesto di snaturare il Carroccio. Salvini avrebbe potuto insistere per le elezioni anticipate, che gli avrebbero assicurato, salvo clamorosi imprevisti, di diventare presidente del Consiglio, ma ha risposto con senso di responsabilità all'appello. Inevitabilmente, ha dovuto ingoiare qualche rospo, come lo hanno dovuto ingoiare i suoi elettori, ma è pur vero che senza la Lega i provvedimenti del governo sarebbero stato decisi nella totalità da Pd, M5s e sinistre, che sono ampiamente minoranza nel Paese. Invece, con un esercizio di equilibrio non certamente facile, Salvini è riuscito a restare sempre leale a Mario Draghi, che infatti non ha fatto una piega di fronte alle votazioni degli ultimi giorni, e a ottenere risultati immediati: l'estensione del green pass, infatti, è stata estremamente meno invasiva di quanto volessero il Pd, il M5s e il ministro delle Chiusure, Roberto Speranza. Non solo: seppure sotto forma di impegni, ovvero di ordini del giorno, si sono ottenuti altri importanti risultati, come la validità dei tamponi salivari per il green pass e la gratuità degli stessi tamponi. Il selfie di domenica scorsa a Cernobbio, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni sorridenti e in piena sintonia, ha avuto dunque un riscontro immediato in parlamento, con la Lega che ha votato a favore degli emendamenti di Fdi, ricompattando il popolo del centrodestra e sminando il terreno dai veleni e dalle insinuazioni di addetti ai lavori poco disinteressati che seminavano zizzania tra i due leader. Il centrodestra, Forza Italia compresa, è granitico, e potrà così presentarsi senza alcun tipo di problema interno all'appuntamento dell'inizio del prossimo anno, quando finalmente ci sarà la possibilità di eleggere un Presidente della Repubblica non espressione del centrosinistra. Più nell'immediato, la coalizione dei moderati può affrontare con l'energia di questa ritrovata compattezza, mediatica ma ora pure parlamentare, le imminenti elezioni amministrative nelle più grandi città italiane e le regionali in Calabria, in programma tra meno di un mese. Tutto questo, senza aver procurato il minimo danno all'azione del governo guidato da Mario Draghi. Saranno le prossime settimane e i prossimi mesi a dirci se lo sforzo sovrumano profuso da Salvini per riuscire a tenere la Lega in equilibrio sullo scivoloso crinale del partito «di lotta e di governo» produrrà i risultati sperati: la vittoria alle amministrative e l'elezione di un capo dello Stato indicato anche dalle forze politiche conservatrici. L'unico modo certo per fallire, sarebbe stato non provarci.
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
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Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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