True
2021-09-10
Il sì della Lega ferma la linea oltranzista su vaccini e obblighi
Matteo Salvini e Mario Draghi (Ansa)
Dicono che il Capitano leghista sia diventato il mozzo della maggioranza. I malmessi leader dell'avversa coalizione, ammesso che esista, si compiacciono per l'ennesima calata di braghe. E i sondaggi certificano il sorpasso dell'alleata, Giorgia Meloni. Invece il Matteo Salvini di lotta e di governo, anche ieri, ha finito per ottenere ben più di qualche contentino. È vero: la Lega ha votato sì a una nuova estensione del green pass, su cui ha battagliato per giorni insieme a Fratelli d'Italia. Eppure, rispetto all'originario decreto entrato in vigore il 6 agosto, si tratta di un allargamento che gli stessi parlamentari del Carroccio definiscono «soft». Rimangono intonsi i capisaldi originari: pass per chi vuole partecipare ad eventi, mangiare nei ristoranti al chiuso e viaggiare su treni a lunga percorrenza e aerei. Il decreto estende però la certificazione al personale esterno di scuola e università. E saranno obbligati a immunizzarsi i lavoratori delle residenze sanitarie per anziani.
Rinviata a data da destinarsi, invece, la misura più controversa: l'ampliamento dell'obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. Lo chiedono i ministri di centrodestra: come il titolare della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, e la collega Maria Stella Gelmini, agli Affari regionali. Lo evocano i tecnici: a partire da Giorgio Palù, presidente dell'Aifa. E la misura mette d'accordo pure Confindustria e sindacati. Invece, le tensioni innescate da Lega e Fratelli d'Italia sono riuscite convincere Mario Draghi a prendere tempo. Certo, l'ipotesi rimane. Il premier avrebbe annunciato un ampio intervento «a breve», rinfocolando però le polemiche tra i partiti della maggioranza.
La momentanea desistenza resta comunque una medaglia che leghisti si appuntano al petto. Anche se il do ut des più significativo è il via libera ad alcune misure su cui il Carroccio insiste da tempo. Come la validità dei test salivari: strumento decisivo, soprattutto per i bambini. O i tamponi a prezzi calmierati, con la proroga fino al 30 novembre. Infine, la Camera ha dato un via libera quasi unanime al rinvio delle cartelle esattoriali e a una nuova rottamazione.
«Il nostro pressing, con il voto a favore di alcuni emendamenti di Fratelli d'Italia, è servito» sintetizzano i leghisti. Certo, il partito di Giorgia Meloni in aula si è schierato contro il provvedimento: «Non c'è obbligo vaccinale nel Paese, per cui lo Stato dovrebbe offrire un'alternativa a chi non vuole o non può vaccinarsi» spiega il partito nella dichiarazione di voto. Ma la battaglia comune è comunque servita a rinsaldare l'alleanza tra Giorgia e Matteo, testimoniata anche dalla ritrovata intesa sbandierata al meeting di Cernobbio. Sorrisi e abbracci, dopo settimane di guerra fredda innescata da sondaggi e scommesse sulla futura leadership. Del resto, le amministrative incombono. I candidati non sono irresistibili. Un'eventuale vittoria del centrodestra anche in una sola delle principali città al voto, come a Torino per esempio, sarebbe il trionfo della coalizione più che dei prescelti.
Giorgia di lotta. Matteo di lotta e di governo. Gli avversari dubitano, trascendendo nell'astio. Invece la strategia del leghista è chiara. L'ha esplicitata fin dalla nascita del governissimo. Meglio dentro che fuori. E non per calcolo, ma per non lasciare tutto in mano agli avversari. Perfino il governatore pugliese, Michele Emiliano, già candidato alle primarie del Pd, in un dibattito a Ceglie Messanica, qualche giorno fa ha elogiato Salvini: «Sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese ed è uno sforzo che ha dei costi politici. È un politico che ha una sua onestà intellettuale».
Insomma: quella del Capitano sarebbe una scelta coraggiosa. Rischia magari l'ammutinamento. Ma prova a tenere la rotta. Continua a ripeterlo, speranzoso, ai suoi. I simpatizzanti che adesso storcono il naso, alla fine capiranno. E, comunque, ricorda: senza la Lega, sarebbe già passata la linea più oltranzista su vaccini e obblighi.
Così anche ieri, dopo l'ultimo confronto con Draghi, ha deciso di non rompere. Il provvedimento è passato con una maggioranza bulgara: 259 sì e 34 no. Ora è atteso al Senato, per l'approvazione definitiva. Le richieste della Lega rientreranno invece nei prossimi decreti, garantisce il premier. Che prosegue imperterrito con il suo, inevitabile, metodo: scontentare tutti, per non scontentare nessuno.
C'è chi non gradisce. «I vertici della Lega chiariscano la loro posizione sulla campagna sanitaria e vaccinale» assalta Giuseppe Conte, deposto primo ministro ora a capo dei Cinque stelle. «Si sono assunti una responsabilità appoggiando questo governo e devono dire agli italiani quali sono le loro posizioni, che cambiano ogni giorno». E Giuseppi cosa ne pensa dell'obbligo vaccinale? «Per ora mi sembra non sia necessario» spiega. Proprio come un Salvini qualsiasi.
L’equilibrio sottile di Salvini tra esecutivo e centrodestra unito
«Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica»: con queste parole, lo scorso 2 febbraio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, annuncia la convocazione al Quirinale di Mario Draghi. Sono le 23, Mattarella pronuncia un discorso drammatico, l'esplorazione del presidente della Camera, Roberto Fico, incaricato di verificare se sussistano le condizioni per dare vita a un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, dopo l'addio di Italia viva, è appena naufragato dopo settimane di grottesca caccia ai «responsabili». Il governo Draghi nascerà, con il sostegno di tutti i partiti tranne Fratelli d'Italia, senza identificarsi con nessuna formula politica, esattamente come indicato dal Capo dello Stato.
Sette mesi dopo, M5s, Pd e sinistra fanno un gran baccano perché la Lega, sul green pass e il suo allargamento, ha sostenuto alcuni emendamenti proposti da Fratelli d'Italia, senza mettere assolutamente a rischio la tenuta del governo e votando alla fine a favore della conversione in legge del decreto. Ipocrisia canaglia: la predica viene dal pulpito di partiti che in queste settimane hanno, al contrario della Lega, rischiato davvero di far cadere il governo, o quantomeno di metterlo in seria difficoltà, con battaglie propagandistiche quali, ad esempio, quella del Pd sulla legge Zan e quella del M5s sulla riforma della giustizia. Bene, anzi molto male: i fatti si incaricano di smascherare l'ipocrisia di queste critiche.
Matteo Salvini è il leader di un grande partito di centrodestra, e nessuno, al momento della formazione del governo di larghissime intese, gli ha chiesto di snaturare il Carroccio. Salvini avrebbe potuto insistere per le elezioni anticipate, che gli avrebbero assicurato, salvo clamorosi imprevisti, di diventare presidente del Consiglio, ma ha risposto con senso di responsabilità all'appello. Inevitabilmente, ha dovuto ingoiare qualche rospo, come lo hanno dovuto ingoiare i suoi elettori, ma è pur vero che senza la Lega i provvedimenti del governo sarebbero stato decisi nella totalità da Pd, M5s e sinistre, che sono ampiamente minoranza nel Paese. Invece, con un esercizio di equilibrio non certamente facile, Salvini è riuscito a restare sempre leale a Mario Draghi, che infatti non ha fatto una piega di fronte alle votazioni degli ultimi giorni, e a ottenere risultati immediati: l'estensione del green pass, infatti, è stata estremamente meno invasiva di quanto volessero il Pd, il M5s e il ministro delle Chiusure, Roberto Speranza. Non solo: seppure sotto forma di impegni, ovvero di ordini del giorno, si sono ottenuti altri importanti risultati, come la validità dei tamponi salivari per il green pass e la gratuità degli stessi tamponi.
Il selfie di domenica scorsa a Cernobbio, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni sorridenti e in piena sintonia, ha avuto dunque un riscontro immediato in parlamento, con la Lega che ha votato a favore degli emendamenti di Fdi, ricompattando il popolo del centrodestra e sminando il terreno dai veleni e dalle insinuazioni di addetti ai lavori poco disinteressati che seminavano zizzania tra i due leader. Il centrodestra, Forza Italia compresa, è granitico, e potrà così presentarsi senza alcun tipo di problema interno all'appuntamento dell'inizio del prossimo anno, quando finalmente ci sarà la possibilità di eleggere un Presidente della Repubblica non espressione del centrosinistra. Più nell'immediato, la coalizione dei moderati può affrontare con l'energia di questa ritrovata compattezza, mediatica ma ora pure parlamentare, le imminenti elezioni amministrative nelle più grandi città italiane e le regionali in Calabria, in programma tra meno di un mese.
Tutto questo, senza aver procurato il minimo danno all'azione del governo guidato da Mario Draghi. Saranno le prossime settimane e i prossimi mesi a dirci se lo sforzo sovrumano profuso da Salvini per riuscire a tenere la Lega in equilibrio sullo scivoloso crinale del partito «di lotta e di governo» produrrà i risultati sperati: la vittoria alle amministrative e l'elezione di un capo dello Stato indicato anche dalle forze politiche conservatrici. L'unico modo certo per fallire, sarebbe stato non provarci.
Continua a leggereRiduci
Votando a favore del dl green pass ne ha ottenuto un'estensione più limitata. Fedele alla strategia del «meglio dentro che fuori».Covid, elezioni e Colle: terreni di gioco con regole diverse. Pd e M5s strepitano, ma...Lo speciale contiene due articoli.Dicono che il Capitano leghista sia diventato il mozzo della maggioranza. I malmessi leader dell'avversa coalizione, ammesso che esista, si compiacciono per l'ennesima calata di braghe. E i sondaggi certificano il sorpasso dell'alleata, Giorgia Meloni. Invece il Matteo Salvini di lotta e di governo, anche ieri, ha finito per ottenere ben più di qualche contentino. È vero: la Lega ha votato sì a una nuova estensione del green pass, su cui ha battagliato per giorni insieme a Fratelli d'Italia. Eppure, rispetto all'originario decreto entrato in vigore il 6 agosto, si tratta di un allargamento che gli stessi parlamentari del Carroccio definiscono «soft». Rimangono intonsi i capisaldi originari: pass per chi vuole partecipare ad eventi, mangiare nei ristoranti al chiuso e viaggiare su treni a lunga percorrenza e aerei. Il decreto estende però la certificazione al personale esterno di scuola e università. E saranno obbligati a immunizzarsi i lavoratori delle residenze sanitarie per anziani. Rinviata a data da destinarsi, invece, la misura più controversa: l'ampliamento dell'obbligo vaccinale per i dipendenti pubblici. Lo chiedono i ministri di centrodestra: come il titolare della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, e la collega Maria Stella Gelmini, agli Affari regionali. Lo evocano i tecnici: a partire da Giorgio Palù, presidente dell'Aifa. E la misura mette d'accordo pure Confindustria e sindacati. Invece, le tensioni innescate da Lega e Fratelli d'Italia sono riuscite convincere Mario Draghi a prendere tempo. Certo, l'ipotesi rimane. Il premier avrebbe annunciato un ampio intervento «a breve», rinfocolando però le polemiche tra i partiti della maggioranza. La momentanea desistenza resta comunque una medaglia che leghisti si appuntano al petto. Anche se il do ut des più significativo è il via libera ad alcune misure su cui il Carroccio insiste da tempo. Come la validità dei test salivari: strumento decisivo, soprattutto per i bambini. O i tamponi a prezzi calmierati, con la proroga fino al 30 novembre. Infine, la Camera ha dato un via libera quasi unanime al rinvio delle cartelle esattoriali e a una nuova rottamazione.«Il nostro pressing, con il voto a favore di alcuni emendamenti di Fratelli d'Italia, è servito» sintetizzano i leghisti. Certo, il partito di Giorgia Meloni in aula si è schierato contro il provvedimento: «Non c'è obbligo vaccinale nel Paese, per cui lo Stato dovrebbe offrire un'alternativa a chi non vuole o non può vaccinarsi» spiega il partito nella dichiarazione di voto. Ma la battaglia comune è comunque servita a rinsaldare l'alleanza tra Giorgia e Matteo, testimoniata anche dalla ritrovata intesa sbandierata al meeting di Cernobbio. Sorrisi e abbracci, dopo settimane di guerra fredda innescata da sondaggi e scommesse sulla futura leadership. Del resto, le amministrative incombono. I candidati non sono irresistibili. Un'eventuale vittoria del centrodestra anche in una sola delle principali città al voto, come a Torino per esempio, sarebbe il trionfo della coalizione più che dei prescelti. Giorgia di lotta. Matteo di lotta e di governo. Gli avversari dubitano, trascendendo nell'astio. Invece la strategia del leghista è chiara. L'ha esplicitata fin dalla nascita del governissimo. Meglio dentro che fuori. E non per calcolo, ma per non lasciare tutto in mano agli avversari. Perfino il governatore pugliese, Michele Emiliano, già candidato alle primarie del Pd, in un dibattito a Ceglie Messanica, qualche giorno fa ha elogiato Salvini: «Sta facendo un grande sforzo per delineare una visione di Paese ed è uno sforzo che ha dei costi politici. È un politico che ha una sua onestà intellettuale». Insomma: quella del Capitano sarebbe una scelta coraggiosa. Rischia magari l'ammutinamento. Ma prova a tenere la rotta. Continua a ripeterlo, speranzoso, ai suoi. I simpatizzanti che adesso storcono il naso, alla fine capiranno. E, comunque, ricorda: senza la Lega, sarebbe già passata la linea più oltranzista su vaccini e obblighi. Così anche ieri, dopo l'ultimo confronto con Draghi, ha deciso di non rompere. Il provvedimento è passato con una maggioranza bulgara: 259 sì e 34 no. Ora è atteso al Senato, per l'approvazione definitiva. Le richieste della Lega rientreranno invece nei prossimi decreti, garantisce il premier. Che prosegue imperterrito con il suo, inevitabile, metodo: scontentare tutti, per non scontentare nessuno. C'è chi non gradisce. «I vertici della Lega chiariscano la loro posizione sulla campagna sanitaria e vaccinale» assalta Giuseppe Conte, deposto primo ministro ora a capo dei Cinque stelle. «Si sono assunti una responsabilità appoggiando questo governo e devono dire agli italiani quali sono le loro posizioni, che cambiano ogni giorno». E Giuseppi cosa ne pensa dell'obbligo vaccinale? «Per ora mi sembra non sia necessario» spiega. Proprio come un Salvini qualsiasi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-lega-oltranzista-vaccini-obblighi-2654959378.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lequilibrio-sottile-di-salvini-tra-esecutivo-e-centrodestra-unito" data-post-id="2654959378" data-published-at="1631226817" data-use-pagination="False"> L’equilibrio sottile di Salvini tra esecutivo e centrodestra unito «Avverto il dovere di rivolgere un appello a tutte le forze politiche presenti in parlamento perché conferiscano la fiducia a un governo di alto profilo che non debba identificarsi con alcuna formula politica»: con queste parole, lo scorso 2 febbraio, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, annuncia la convocazione al Quirinale di Mario Draghi. Sono le 23, Mattarella pronuncia un discorso drammatico, l'esplorazione del presidente della Camera, Roberto Fico, incaricato di verificare se sussistano le condizioni per dare vita a un nuovo governo guidato da Giuseppe Conte, dopo l'addio di Italia viva, è appena naufragato dopo settimane di grottesca caccia ai «responsabili». Il governo Draghi nascerà, con il sostegno di tutti i partiti tranne Fratelli d'Italia, senza identificarsi con nessuna formula politica, esattamente come indicato dal Capo dello Stato. Sette mesi dopo, M5s, Pd e sinistra fanno un gran baccano perché la Lega, sul green pass e il suo allargamento, ha sostenuto alcuni emendamenti proposti da Fratelli d'Italia, senza mettere assolutamente a rischio la tenuta del governo e votando alla fine a favore della conversione in legge del decreto. Ipocrisia canaglia: la predica viene dal pulpito di partiti che in queste settimane hanno, al contrario della Lega, rischiato davvero di far cadere il governo, o quantomeno di metterlo in seria difficoltà, con battaglie propagandistiche quali, ad esempio, quella del Pd sulla legge Zan e quella del M5s sulla riforma della giustizia. Bene, anzi molto male: i fatti si incaricano di smascherare l'ipocrisia di queste critiche. Matteo Salvini è il leader di un grande partito di centrodestra, e nessuno, al momento della formazione del governo di larghissime intese, gli ha chiesto di snaturare il Carroccio. Salvini avrebbe potuto insistere per le elezioni anticipate, che gli avrebbero assicurato, salvo clamorosi imprevisti, di diventare presidente del Consiglio, ma ha risposto con senso di responsabilità all'appello. Inevitabilmente, ha dovuto ingoiare qualche rospo, come lo hanno dovuto ingoiare i suoi elettori, ma è pur vero che senza la Lega i provvedimenti del governo sarebbero stato decisi nella totalità da Pd, M5s e sinistre, che sono ampiamente minoranza nel Paese. Invece, con un esercizio di equilibrio non certamente facile, Salvini è riuscito a restare sempre leale a Mario Draghi, che infatti non ha fatto una piega di fronte alle votazioni degli ultimi giorni, e a ottenere risultati immediati: l'estensione del green pass, infatti, è stata estremamente meno invasiva di quanto volessero il Pd, il M5s e il ministro delle Chiusure, Roberto Speranza. Non solo: seppure sotto forma di impegni, ovvero di ordini del giorno, si sono ottenuti altri importanti risultati, come la validità dei tamponi salivari per il green pass e la gratuità degli stessi tamponi. Il selfie di domenica scorsa a Cernobbio, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni sorridenti e in piena sintonia, ha avuto dunque un riscontro immediato in parlamento, con la Lega che ha votato a favore degli emendamenti di Fdi, ricompattando il popolo del centrodestra e sminando il terreno dai veleni e dalle insinuazioni di addetti ai lavori poco disinteressati che seminavano zizzania tra i due leader. Il centrodestra, Forza Italia compresa, è granitico, e potrà così presentarsi senza alcun tipo di problema interno all'appuntamento dell'inizio del prossimo anno, quando finalmente ci sarà la possibilità di eleggere un Presidente della Repubblica non espressione del centrosinistra. Più nell'immediato, la coalizione dei moderati può affrontare con l'energia di questa ritrovata compattezza, mediatica ma ora pure parlamentare, le imminenti elezioni amministrative nelle più grandi città italiane e le regionali in Calabria, in programma tra meno di un mese. Tutto questo, senza aver procurato il minimo danno all'azione del governo guidato da Mario Draghi. Saranno le prossime settimane e i prossimi mesi a dirci se lo sforzo sovrumano profuso da Salvini per riuscire a tenere la Lega in equilibrio sullo scivoloso crinale del partito «di lotta e di governo» produrrà i risultati sperati: la vittoria alle amministrative e l'elezione di un capo dello Stato indicato anche dalle forze politiche conservatrici. L'unico modo certo per fallire, sarebbe stato non provarci.
Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
Continua a leggereRiduci