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2019-02-24
Si evita la stretta sbloccando i cantieri e con nuovi alleati nel board della Bce
Ansa
Da che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali.
Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare.
La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli.
Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi.
Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.
«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito.
Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro
Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia.
Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo.
La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino.
A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
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Paolo Gentiloni aveva congelato 16 miliardi dei Comuni, ora lo Sblocca Italia punta a 150 miliardi. Serve anche uno scudo per le banche.L'accordo sul budget europeo è una fregatura: saranno Emmanuel Macron e Angela Merkel a fissare gli standard di bilancio dei Paesi. A chi è fuori, verranno levati i fondi.Lo speciale contiene due articoliDa che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali. Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare. La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli. Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi. Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-evita-la-stretta-sbloccando-i-cantieri-e-con-nuovi-alleati-nel-board-della-bce-2629827697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricatto-francotedesco-vogliono-toglierci-soldi-ue-se-non-obbediamo-a-loro" data-post-id="2629827697" data-published-at="1779298486" data-use-pagination="False"> Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia. Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo. La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino. A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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