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2019-02-24
Si evita la stretta sbloccando i cantieri e con nuovi alleati nel board della Bce
Ansa
Da che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali.
Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare.
La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli.
Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi.
Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.
«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito.
Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro
Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia.
Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo.
La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino.
A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
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Paolo Gentiloni aveva congelato 16 miliardi dei Comuni, ora lo Sblocca Italia punta a 150 miliardi. Serve anche uno scudo per le banche.L'accordo sul budget europeo è una fregatura: saranno Emmanuel Macron e Angela Merkel a fissare gli standard di bilancio dei Paesi. A chi è fuori, verranno levati i fondi.Lo speciale contiene due articoliDa che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali. Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare. La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli. Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi. Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-evita-la-stretta-sbloccando-i-cantieri-e-con-nuovi-alleati-nel-board-della-bce-2629827697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricatto-francotedesco-vogliono-toglierci-soldi-ue-se-non-obbediamo-a-loro" data-post-id="2629827697" data-published-at="1778092376" data-use-pagination="False"> Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia. Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo. La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino. A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara
Ansa
Trattasi dell’evento in programma sabato a Bologna, piazza Galvani, organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista e regolarmente autorizzato dalle autorità. Cosa di cui, però, alla sinistra emiliana sembra non importare nulla. Maurizio Gaigher, consigliere comunale del Pd, dice in consiglio comunale che bisognerebbe «impedire» la manifestazione. A suo dire, essa «non costituisce un fatto isolato ma fa riferimento a una precisa operazione politica, che prova a spostare i confini del dibattito pubblico legittimando parole e concetti che fino a poco tempo fa sarebbero stati considerati inaccettabili. [...] Non stiamo discutendo solo di ordine pubblico o della gestione di un semplice e banale corteo: stiamo discutendo di quale idea di società vogliamo legittimare e qui la politica non può nascondersi».
Gaigher rivolge dunque «un appello a tutte le forze politiche, senza eccezioni anche quelle come la Lega e Fdi, che oggi troppo spesso scelgono il silenzio e l’ambiguità: unitevi all’appello delle forze democratiche della città, chiediamo insieme che questo corteo non si svolga, perché i suoi contenuti non sono neutri e rischiano di produrre conseguenze molto concrete sul piano della convivenza civile. Non è una questione ideologica, è una questione di responsabilità istituzionale».
Come al solito è tutto straordinario: in nome della libertà e della democrazia pretendono di vietare un presidio. Meraviglioso, a tale riguardo, il ragionamento di un’altra esponente del Pd, Mery De Martino. Costei, evidentemente ignara di che cosa sia la remigrazione, la definisce una «teoria razzista e disumana. La buona notizia è che questa roba può fare un po’ di rumore ma a Bologna non passa davvero». Poi la sincera democratica aggiunge: il 9 maggio «non diventi il palcoscenico di una mera provocazione mentre la città sarà impegnata nelle iniziative istituzionali per la festa dell’Europa, organizzata dal Comune e dal Tavolo Europa voluto dalla cittadinanza». Capito? Bisogna oscurare la manifestazione contro l’immigrazione di massa per non togliere visibilità alla festa dell’Europa prevista per lo stesso giorno.
Decisamente più minaccioso è il tono utilizzato da Giacomo Tarsitano della Lista Lepore che fa capo al sindaco di Bologna. «Iniziative come quella annunciata da un piccolo numero di estremisti, certamente fascisti», dice, «non possono essere ben accette in questa città, perché sono offensive non solo verso le comunità di origine straniera ma anche verso i valori che la stessa città ha, conserva e tenta di promuovere nelle esperienze quotidiane». Quali sarebbero questi valori? La censura e la prevaricazione? Altri consiglieri parlano dei manifestanti per la remigrazione come di fascisti che devono tornare nelle fogne, minacce che in altri tempi si sarebbero tradotte in azioni violente. Ma a quanto pare a sinistra tutto è concesso: sono leciti insulti, intimidazioni e forzature immotivate.
Il problema è che le frasi dei progressisti intolleranti, purtroppo, sembrano ottenere effetti. La stampa di sinistra bolognese infatti scrive che la manifestazione potrebbe in effetti essere spostata, cioè tolta da una piazza centrale e confinata altrove. Se così fosse, sarebbe estremamente grave. Forse il centro di Bologna deve essere accessibile solo ai progressisti? Negli ultimi giorni abbiamo raccontato quali siano le strategie della provocazione messe in atto dai movimenti antagonisti della sinistra radicale nelle più svariate occasioni: a costoro tuttavia non viene impedito di marciare. Perché allora chi esprime una visione diversa dovrebbe essere ostacolato?
«Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa di piazza per pubblicizzare la proposta di legge sulla remigrazione, con cui abbiamo fatto anche una raccolta di firme che sarà portata in Parlamento nei prossimi giorni», dice Stefano Colato del comitato remigrazione. «Abbiamo presentato regolare avviso in data 24 aprile per avere appunto una piazza centrale di Bologna, precisamente Piazza Galvani. Poi però abbiamo letto sulla cronaca locale di Repubblica che la nostra piazza sarebbe stata spostata, che ci sarebbe stata assegnata un’altra piazza perché quella è troppo centrale. Ovviamente siamo rimasti un po’ stupiti dalle modalità di comunicazione della questura di Bologna che non ha neanche fatto una telefonata o una Pec per comunicarci che la manifestazione sarebbe stata spostata. Leggere cose riguardanti la nostra iniziativa sulla Repubblica ci lascia basiti, come se decidesse quel giornale chi a Bologna ha diritto di parlare».
Secondo Colato, «anche le motivazioni di questo presunto spostamento ci sono sembrate risibili: la questura avrebbe avanzato un allarme riguardante la situazione internazionale, ma il nostro comitato si occupa esclusivamente di una raccolta di firme per una legge che riguarda la politica interna, non ci azzecca niente con la politica internazionale. E poi, tra parentesi, noi non dovremmo neanche avere paura di tensioni con i pro Pal o simili, dato che la nostra associazione di Bologna, che fa parte del comitato Remigrazione, ha sempre espresso solidarietà al popolo palestinese. Un’altra perplessità», continua Colato, «è sicuramente relativa al fatto che le altre iniziative che abbiamo organizzato a Bologna sono sempre state sottoposte a restrizioni dopo qualche annuncio di contestazioni. Ebbene, questa volta non c’è ombra di contestazione da parte di antagonisti o simili: ci vogliono vietare il centro cittadino in virtù di un allarme che non c’è?».
Di comunicazioni ufficiali, in ogni caso, non ne sono arrivate. Per questo motivo il comitato Remigrazione afferma che i suoi «simpatizzanti sono mobilitati sulla stessa piazza e allo stesso orario, le 16 di sabato, poi vedremo in questi giorni se saremo contattati».
Spostamento o meno, a emergere con chiarezza è la proverbiale intolleranza progressista. A conferma che in Italia il problema vero, ancora più dell’immigrazione, è la sinistra.
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 maggio 2026. L'avvocato Capozzo, vicepresidente Accademia Italiana Scienze Forensi, sugli sviluppi del caso Garlasco.