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2019-02-24
Si evita la stretta sbloccando i cantieri e con nuovi alleati nel board della Bce
Ansa
Da che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali.
Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare.
La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli.
Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi.
Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.
«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito.
Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro
Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia.
Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo.
La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino.
A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
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Paolo Gentiloni aveva congelato 16 miliardi dei Comuni, ora lo Sblocca Italia punta a 150 miliardi. Serve anche uno scudo per le banche.L'accordo sul budget europeo è una fregatura: saranno Emmanuel Macron e Angela Merkel a fissare gli standard di bilancio dei Paesi. A chi è fuori, verranno levati i fondi.Lo speciale contiene due articoliDa che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali. Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare. La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli. Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi. Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. 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Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia. Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo. La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino. A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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