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2019-02-24
Si evita la stretta sbloccando i cantieri e con nuovi alleati nel board della Bce
Ansa
Da che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali.
Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare.
La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli.
Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi.
Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.
«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito.
Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro
Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia.
Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo.
La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino.
A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
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Paolo Gentiloni aveva congelato 16 miliardi dei Comuni, ora lo Sblocca Italia punta a 150 miliardi. Serve anche uno scudo per le banche.L'accordo sul budget europeo è una fregatura: saranno Emmanuel Macron e Angela Merkel a fissare gli standard di bilancio dei Paesi. A chi è fuori, verranno levati i fondi.Lo speciale contiene due articoliDa che esiste il Fondo salva Stati, il nostro Paese ha sottoscritto il 17% delle garanzie sottostanti. Si tratta di 125 miliardi che sono stati destinati al salvataggio di banche europee e soprattutto greche. La cifra effettivamente sborsata non ha superato i 15 miliardi di euro, tutti però sono andati a pesare sul debito pubblico. Si tratta di soldi che teoricamente un giorno dovrebbero tornare indietro. Teoria e pratica viaggiano spesso su strade diverse, tranne quando la sinistra impegna denaro frusciante per far quadrare le richieste di deficit concordate con Bruxelles. Poco meno di due anni fa, per ottemperare all'articolo 81 della Costituzione, l'ex premier Paolo Gentiloni ha pensato bene di bloccare gli investimenti delle amministrazioni periferiche (comma 466 della legge di bilancio 2017) in modo da evitare che il deficit dello Stato schizzasse in su. Poco meno di 16 miliardi che erano già nelle casse degli enti locali. Gentiloni ha fermato l'economia italiana pur di vantare il calo del deficit. Ha fatto l'opposto di quanto il suo partito ora chiede al governo gialloblù: più infrastrutture e più posti di lavoro. Già, peccato che, chi adesso scopre che le infrastrutture di uno Stato dipendono dagli investimenti pubblici, con una certa schizofrenia chiede pure che il deficit continui a calare. La Consulta lo scorso ottobre ha bocciato il provvedimento di Gentiloni: ora Comuni e Regioni possono spendere e teoricamente con tale massa di investimenti potrebbero portare il deficit al 3,2%. Così si torna al punto di partenza. Mentre ci avviciniamo alle elezioni europee, Bruxelles, Berlino e soprattutto Parigi si fanno sempre più insofferenti. Da qui l'idea malsana di bloccare i fondi Ue a chi non rispetta i vincoli. Una sorta di ritorsione che rischia di infilarci in un tunnel al cui fondo ci sono tasse e quindi altra crisi economica. Se non si esce dall'angolo, il prossimo Def dovrà trovare almeno una dozzina di miliardi di risorse aggiuntive. Abbiamo già detto dove ci porterebbe la manovra correttiva. Ecco che la strada per uscire dal tunnel non scappa dal tema degli investimenti pubblici che serviranno per tutti quei cantieri invocati da Confindustria e soci. Se Gentiloni non avesse bloccato 16 miliardi, avremmo avuto un po' più di deficit ma non avremmo visto saltare per aria un lungo elenco di società per le costruzioni. Basti solo pensare che Condotte è finita in concordato a causa di 2 miliardi di euro di crediti verso lo Stato mai incassati e Astaldi da tempo era in attesa di nuovi appalti. Sarebbero bastati 16 miliardi per rilanciare l'economia? Certo che no. Ma - guarda caso - praticamente corrispondevano alla somma versata al Fondo salva Stati. Si sarebbe potuto fare pressione nei confronti di Bruxelles. Invece, si è detto sì passivamente. E adesso le somme da iniettare sono molto superiori. Allo Sblocca Italia servirebbero 150 miliardi. Il Sole 24 Ore ha annunciato un decreto legge che avvierà la riforma del codice degli appalti, «sciogliendo alcune norme che creano maggiore paralisi nella pubblica amministrazione, e consentirà l'uso a tappeto di commissari ad acta in tutti i casi in cui si presentino ostacoli con l'iter dell'opera». Commissari in casi di inchieste della magistratura, in casi di fallimenti dell'impresa appaltatrice, in casi di procedure bloccate, in casi di ritardi progettuali o esecutivi molto gravi. L'obiettivo è liberare i 150 miliardi di risorse (compresi i fondi Ue) già destinate in prevalenza alle infrastrutture e mai spese.«Al decreto d'urgenza si è arrivati sotto il pressing delle imprese furiose per il No alla Tav e lo stop ad altre 600 opere per 36 miliardi (il monitoraggio-denuncia è dell'Ance)», si legge sul quotidiano di Confindustria, ma non si può non notare che l'accelerazione serva per dare un segnale forte a Bruxelles e al Paese che sul fronte della crescita 2019 si vuole giocare la partita. Vedremo. È sicuramente la battaglia più importante che però non dovrà oscurare quella a sostegno del nostro comparto bancario. La Bce è in fase di forte rallentamento. E se sul quantitative easing (il programma di acquisto titoli) non c'è nulla da fare, resta da definire il futuro del programma Tltro, l'erogazione di liquidità alle banche a prezzi prossimi allo zero. Se il programma terminerà bruscamente, le nostre banche saranno le più colpite perché hanno spese di raccolta molto superiori alla media Ue. Dovranno accantonare qualcosa come 240 miliardi. In fase recessiva, il Paese non può permettersi un altro istituto a gambe all'aria. Il governo ha un solo alleato possibile. Si chiama Angela Merkel. Soltanto con il suo sostegno sarà possibile convincere il board della Bce a proseguire l'erogazione di liquidità. Non è un caso se il ministro Giovanni Tria ha fatto capire che il prossimo governatore sarà di Berlino. Per uscire dal ricatto dello stop ai fondi serviranno concessioni alla Merkel. Va convinta che Emmanuel Macron penalizzerà il suo partito. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-evita-la-stretta-sbloccando-i-cantieri-e-con-nuovi-alleati-nel-board-della-bce-2629827697.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ricatto-francotedesco-vogliono-toglierci-soldi-ue-se-non-obbediamo-a-loro" data-post-id="2629827697" data-published-at="1777596815" data-use-pagination="False"> Il ricatto francotedesco: vogliono toglierci soldi Ue se non obbediamo a loro Quelli appena trascorsi sono stati mesi particolarmente difficili, contrassegnati da una trattativa dai toni violenti con Bruxelles e terminati con una procedura d'infrazione evitata per un soffio. Ma nei mesi a venire la morsa dell'Europa si potrebbe stringere con forza ancora maggiore intorno al nostro Paese. Uno dei segnali più significativi del tentativo di isolare l'Italia dalla scena continentale è senza dubbio l'intesa tra Francia e Germania sull'eurobudget. Secondo le indiscrezione del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, Berlino e Parigi avrebbero raggiunto nel corso della settimana un accordo sul bilancio comune dell'eurozona. Nel documento citato dalla Faz, i due Paesi avrebbero messo nero su bianco la volontà di condizionare l'erogazione dei fondiUe alla realizzazione delle riforme nazionali individuate dal semestre europeo. Tradotto in parole più semplici: soldi in cambio di cieca obbedienza. Se Bruxelles giudicherà insufficiente lo «stato di avanzamento lavori» richiesto tramite l'attuazione delle riforme strutturali, niente soldi. Troppo spesso, lamentano infatti i i ministri economici di Parigi e Berlino, gli Stati membri dell'eurozona ignorano le raccomandazioni politiche e insistono nel fare di testa propria. Sebbene il testo firmato dal ministro dell'Economia transalpino, Bruno Le Maire, e dal suo collega tedesco, Olaf Scholz, non menzioni specifiche riforme, preoccupa il riferimento alla necessità di «diminuire i livelli di debito pubblico al fine di creare un margine per l'assorbimento di choc». Un punto finalizzato a penalizzare i Paesi dell'eurozona con percentuali di debito sovrano più alto, tra i quali ovviamente rientra anche l'Italia. Logica vorrebbe che questo tipo di decisioni venissero adottate nelle appropriate sedi e, soprattutto, con modalità collegiali. Francia e Germania, infatti, rappresentano solo due dei 19 Paesi che adottano nel continente la moneta unica. Sebbene l'intesa sia stata sottoscritta dalle due economie più importanti dall'area euro, ciò non significa che questa abbia valore vincolante anche per gli altri, a maggior ragione dal momento che uno dei check point della condizionalità è rappresentato dall'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dell'eurozona da sempre accusata di scarsa trasparenza. Nelle intenzioni dei due proponenti, il budget dovrebbe finanziarsi tramite l'imposta sulle transazioni finanziarie (la cosiddetta Tobin tax) e avere una dotazione iniziale di circa 25 miliardi di euro. Una bazzecola rispetto agli oltre 1.000 miliardi del budget dell'intera Ue, ma l'obiettivo più importante in questo momento è quello di far partire il meccanismo. La notizia dell'accordo sui fondi si inserisce nella cornice dei rapporti, a dire la verità negli ultimi tempi piuttosto altalenanti, tra Francia e Germania, e va inquadrato nel tentativo delle due potenze di ergersi a poliziotti dell'eurozona. Uno degli episodi più rappresentativi di questa saga è stata la proposta di riforma dell'euro, pubblicata a gennaio del 2018 da una task force di economisti franco-tedeschi. Un progetto tutto improntato sulla disciplina di bilancio (in particolare sulla riduzione del debito) e sulla riduzione dei rischi piuttosto che sulla loro condivisione. Furono in molti a vedere anche in quel caso un attacco agli Stati membri meno virtuosi dal punto di vista delle finanze pubbliche, in particolare l'Italia, secondo Paese dell'eurozona dopo la Grecia per rapporto debito/Pil. La crisi politica del presidente Emmanuel Macron, sfociata nella rivolta dei gilet gialli, sembrava aver temporaneamente arrestato questo processo ma la convergenza sul bilancio comune ha riportato a galla l'antica volontà di punire gli Stati più deboli. Una vecchia fissazione di Macron, quella dell'eurobudget, sulla quale l'inquilino dell'Eliseo ha puntato negli ultimi due anni gran parte delle relazioni economiche con Berlino. A turbare il sonno dell'esecutivo italiano, tuttavia, non c'è solo l'apparente ritorno di fiamma delle relazioni bilaterali tra Francia e Germania, plasticamente rappresentata dalla firma - lo scorso 22 gennaio - del trattato di Aquisgrana. La preoccupazione più importante, al momento, è rappresentata dai continui attacchi da parte della Commissione europea sulla disciplina di bilancio, e in particolare sul possibile ricorso a una manovra correttiva. «Stiamo parlando del nulla, abbiamo votato due mesi fa una manovra economica che farà vedere i suoi effetti nei prossimi mesi e parliamo di una futuribile nuova manovra? Vogliamo vedere che cosa succederà», ha dichiarato alcuni giorni fa il vicepremier Matteo Salvini. Proclami a parte, Bruxelles ha dalla sua un'arma potente che ha dimostrato di saper utilizzare in maniera chirurgica: lo spread. Di fronte al rifiuto di correggere i conti da parte del nostro esecutivo, il copione al quale abbiamo assistito a seguito della trattativa con Bruxelles si ripeterebbe uguale e identico, portando con sé nefaste conseguenze per il nostro sistema bancario.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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