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2019-01-16
Sgominata la gang degli sbarchi fantasma
Ansa
I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l'aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera.
Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un'associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette.
E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa.
E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l'Onda blu), su un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro.
E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma.
«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l'aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l'Italia e la Francia.
Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell'arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato.
Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia.
Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda.
Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».
Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia
Con la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, l'Italia ha registrato, durante l'anno scorso, un drastico calo degli sbarchi (meno 80%, dai 119.000 del 2017 ai poco più di 23.000 del 2018) grazie allo stop del flusso dalla Libia.
Ora, sul dossier mediterraneo che riguarda la stabilizzazione del quadrante nordafricano e la crisi dei migranti che partono dal Paese piombato nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi per mano occidentale, piomba anche il Qatar. In occasione della visita nell'emirato del Golfo di Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Bin Jassim Al Thani ha messo sul piatto 20 milioni di dollari per contribuire al contrasto del traffico di essere umani e alle spese di rimpatrio dei migranti illegali detenuti in Libia attraverso programmi di reinserimento nei loro Paesi d'origine.
Qatar e Unione africana, ha sottolineato in conferenza stampa Al Thani, già collaborano in molti ambiti. Tra cui la pacificazione del Darfur, regione nell'Ovest del Sudan in cui è in corso un conflitto ultradecennale che ha portato molti sudanesi a cercare rifugio in Ciad. Questo è il Paese del Sahel, assieme al Niger, dal quale transitano i migranti, e spesso i terroristi, che poi, passando dall'instabile Sud della Libia, raggiungono le coste mediterranee per poi imbarcarsi verso l'Italia e l'Europa intera. Nella stessa conferenza stampa, Moussa Faki Mahamat ha evidenziato come l'Unione africana, di concerto con Onu e Ue, sia riuscita a rimpatriare 30.000 migranti dalla Libia.
Una mossa, quella di Al Thani, che riavvicina Doha e Roma, dopo la svolta della visita a fine ottobre di Salvini in Qatar, quando il numero uno del Viminale si era concentrato anche su lotta al terrorismo e all'immigrazione illegale. Lo dimostra un'intervista rilasciata a fine dicembre al Messaggero dall'ambasciatore d'Italia in Qatar, Pasquale Salzano, che analizzava come le relazioni tra Roma e Doha non passino soltanto dagli aspetti energetici, della diversificazione e della sicurezza dell'approvvigionamento. Spiegava infatti Salzano, sottolineando il memorandum firmato dal Qatar con Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il terrorismo, che importante è «il partenariato con l'Italia sulla Libia, dove il Qatar è molto attivo e sostiene il premier Serraj». Inoltre, aggiungeva il diplomatico, «Doha vuole investire in progetti di cooperazione congiunta con noi in Africa, per la stabilizzazione dei Paesi di provenienza dei flussi migratori, affrontandone le cause profonde».
Ma la mossa di Doha non è piaciuta a tutti. Anzi. Non è andata giù all'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi e al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Questo perché il Qatar è, assieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, parte di quella rete contigua alla Fratellanza musulmana che sostiene il premier tripolino Fayez Al Serraj. La vicinanza di Doha e Ankara a «gruppi estremisti» è, secondo quanto dichiarato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, un elemento che mina la stabilità della regione.
Alla recenti difficoltà del governo di Tripoli (i tre vicepremier hanno firmato una lettera che suona tanto di sfiducia nei confronti di Serraj) si aggiunge il fatto che Haftar sta conquistando terreno ma soprattutto credibilità a livello internazionale dopo la conferenza di Palermo di novembre (durante la quale Qatar e Turchia sono rimasti un po' esclusi dai giochi). È sul generale della Cirenaica, infatti, che ormai puntano la quasi totalità delle potenze occidentali, con Washington in prima fila e dietro Roma e Parigi a sfidarsi, e anche la Russia.
Ma, con il sostegno all'Unione africana sui migranti, Doha, che già sul dossier Siria ha dato prova di autonomia dicendo no alla normalizzazione delle relazioni con il Paese guidato da Bashar Al Assad, in Libia scommette ancora su Serraj.
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Operazione di polizia contro una banda di scafisti tunisini che trafficava in esseri umani e sigarette. Bloccati beni per 3 milioni. Nelle intercettazioni, i propositi inquietanti del capo: «Sto mettendo da parte il tritolo, faccio saltare la caserma dei carabinieri».Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia. La monarchia investe sul contrasto al traffico di esseri umani. Ma il suo interventismo nell'area non piace affatto all'Egitto. Lo speciale comprende due articoli. I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l'aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera. Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un'associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette. E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa. E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l'Onda blu), su un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro. E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma.«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l'aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l'Italia e la Francia. Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell'arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato. Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia. Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda. Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-la-gang-degli-sbarchi-fantasma-2626089264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-qatar-da-20-milioni-di-dollari-per-i-rimpatri-dalla-libia" data-post-id="2626089264" data-published-at="1778123524" data-use-pagination="False"> Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia Con la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, l'Italia ha registrato, durante l'anno scorso, un drastico calo degli sbarchi (meno 80%, dai 119.000 del 2017 ai poco più di 23.000 del 2018) grazie allo stop del flusso dalla Libia. Ora, sul dossier mediterraneo che riguarda la stabilizzazione del quadrante nordafricano e la crisi dei migranti che partono dal Paese piombato nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi per mano occidentale, piomba anche il Qatar. In occasione della visita nell'emirato del Golfo di Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Bin Jassim Al Thani ha messo sul piatto 20 milioni di dollari per contribuire al contrasto del traffico di essere umani e alle spese di rimpatrio dei migranti illegali detenuti in Libia attraverso programmi di reinserimento nei loro Paesi d'origine. Qatar e Unione africana, ha sottolineato in conferenza stampa Al Thani, già collaborano in molti ambiti. Tra cui la pacificazione del Darfur, regione nell'Ovest del Sudan in cui è in corso un conflitto ultradecennale che ha portato molti sudanesi a cercare rifugio in Ciad. Questo è il Paese del Sahel, assieme al Niger, dal quale transitano i migranti, e spesso i terroristi, che poi, passando dall'instabile Sud della Libia, raggiungono le coste mediterranee per poi imbarcarsi verso l'Italia e l'Europa intera. Nella stessa conferenza stampa, Moussa Faki Mahamat ha evidenziato come l'Unione africana, di concerto con Onu e Ue, sia riuscita a rimpatriare 30.000 migranti dalla Libia. Una mossa, quella di Al Thani, che riavvicina Doha e Roma, dopo la svolta della visita a fine ottobre di Salvini in Qatar, quando il numero uno del Viminale si era concentrato anche su lotta al terrorismo e all'immigrazione illegale. Lo dimostra un'intervista rilasciata a fine dicembre al Messaggero dall'ambasciatore d'Italia in Qatar, Pasquale Salzano, che analizzava come le relazioni tra Roma e Doha non passino soltanto dagli aspetti energetici, della diversificazione e della sicurezza dell'approvvigionamento. Spiegava infatti Salzano, sottolineando il memorandum firmato dal Qatar con Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il terrorismo, che importante è «il partenariato con l'Italia sulla Libia, dove il Qatar è molto attivo e sostiene il premier Serraj». Inoltre, aggiungeva il diplomatico, «Doha vuole investire in progetti di cooperazione congiunta con noi in Africa, per la stabilizzazione dei Paesi di provenienza dei flussi migratori, affrontandone le cause profonde». Ma la mossa di Doha non è piaciuta a tutti. Anzi. Non è andata giù all'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi e al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Questo perché il Qatar è, assieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, parte di quella rete contigua alla Fratellanza musulmana che sostiene il premier tripolino Fayez Al Serraj. La vicinanza di Doha e Ankara a «gruppi estremisti» è, secondo quanto dichiarato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, un elemento che mina la stabilità della regione. Alla recenti difficoltà del governo di Tripoli (i tre vicepremier hanno firmato una lettera che suona tanto di sfiducia nei confronti di Serraj) si aggiunge il fatto che Haftar sta conquistando terreno ma soprattutto credibilità a livello internazionale dopo la conferenza di Palermo di novembre (durante la quale Qatar e Turchia sono rimasti un po' esclusi dai giochi). È sul generale della Cirenaica, infatti, che ormai puntano la quasi totalità delle potenze occidentali, con Washington in prima fila e dietro Roma e Parigi a sfidarsi, e anche la Russia. Ma, con il sostegno all'Unione africana sui migranti, Doha, che già sul dossier Siria ha dato prova di autonomia dicendo no alla normalizzazione delle relazioni con il Paese guidato da Bashar Al Assad, in Libia scommette ancora su Serraj.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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