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2019-01-16
Sgominata la gang degli sbarchi fantasma
Ansa
I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l'aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera.
Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un'associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette.
E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa.
E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l'Onda blu), su un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro.
E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma.
«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l'aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l'Italia e la Francia.
Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell'arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato.
Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia.
Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda.
Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».
Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia
Con la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, l'Italia ha registrato, durante l'anno scorso, un drastico calo degli sbarchi (meno 80%, dai 119.000 del 2017 ai poco più di 23.000 del 2018) grazie allo stop del flusso dalla Libia.
Ora, sul dossier mediterraneo che riguarda la stabilizzazione del quadrante nordafricano e la crisi dei migranti che partono dal Paese piombato nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi per mano occidentale, piomba anche il Qatar. In occasione della visita nell'emirato del Golfo di Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Bin Jassim Al Thani ha messo sul piatto 20 milioni di dollari per contribuire al contrasto del traffico di essere umani e alle spese di rimpatrio dei migranti illegali detenuti in Libia attraverso programmi di reinserimento nei loro Paesi d'origine.
Qatar e Unione africana, ha sottolineato in conferenza stampa Al Thani, già collaborano in molti ambiti. Tra cui la pacificazione del Darfur, regione nell'Ovest del Sudan in cui è in corso un conflitto ultradecennale che ha portato molti sudanesi a cercare rifugio in Ciad. Questo è il Paese del Sahel, assieme al Niger, dal quale transitano i migranti, e spesso i terroristi, che poi, passando dall'instabile Sud della Libia, raggiungono le coste mediterranee per poi imbarcarsi verso l'Italia e l'Europa intera. Nella stessa conferenza stampa, Moussa Faki Mahamat ha evidenziato come l'Unione africana, di concerto con Onu e Ue, sia riuscita a rimpatriare 30.000 migranti dalla Libia.
Una mossa, quella di Al Thani, che riavvicina Doha e Roma, dopo la svolta della visita a fine ottobre di Salvini in Qatar, quando il numero uno del Viminale si era concentrato anche su lotta al terrorismo e all'immigrazione illegale. Lo dimostra un'intervista rilasciata a fine dicembre al Messaggero dall'ambasciatore d'Italia in Qatar, Pasquale Salzano, che analizzava come le relazioni tra Roma e Doha non passino soltanto dagli aspetti energetici, della diversificazione e della sicurezza dell'approvvigionamento. Spiegava infatti Salzano, sottolineando il memorandum firmato dal Qatar con Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il terrorismo, che importante è «il partenariato con l'Italia sulla Libia, dove il Qatar è molto attivo e sostiene il premier Serraj». Inoltre, aggiungeva il diplomatico, «Doha vuole investire in progetti di cooperazione congiunta con noi in Africa, per la stabilizzazione dei Paesi di provenienza dei flussi migratori, affrontandone le cause profonde».
Ma la mossa di Doha non è piaciuta a tutti. Anzi. Non è andata giù all'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi e al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Questo perché il Qatar è, assieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, parte di quella rete contigua alla Fratellanza musulmana che sostiene il premier tripolino Fayez Al Serraj. La vicinanza di Doha e Ankara a «gruppi estremisti» è, secondo quanto dichiarato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, un elemento che mina la stabilità della regione.
Alla recenti difficoltà del governo di Tripoli (i tre vicepremier hanno firmato una lettera che suona tanto di sfiducia nei confronti di Serraj) si aggiunge il fatto che Haftar sta conquistando terreno ma soprattutto credibilità a livello internazionale dopo la conferenza di Palermo di novembre (durante la quale Qatar e Turchia sono rimasti un po' esclusi dai giochi). È sul generale della Cirenaica, infatti, che ormai puntano la quasi totalità delle potenze occidentali, con Washington in prima fila e dietro Roma e Parigi a sfidarsi, e anche la Russia.
Ma, con il sostegno all'Unione africana sui migranti, Doha, che già sul dossier Siria ha dato prova di autonomia dicendo no alla normalizzazione delle relazioni con il Paese guidato da Bashar Al Assad, in Libia scommette ancora su Serraj.
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Operazione di polizia contro una banda di scafisti tunisini che trafficava in esseri umani e sigarette. Bloccati beni per 3 milioni. Nelle intercettazioni, i propositi inquietanti del capo: «Sto mettendo da parte il tritolo, faccio saltare la caserma dei carabinieri».Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia. La monarchia investe sul contrasto al traffico di esseri umani. Ma il suo interventismo nell'area non piace affatto all'Egitto. Lo speciale comprende due articoli. I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l'aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera. Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un'associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette. E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa. E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l'Onda blu), su un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro. E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma.«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l'aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l'Italia e la Francia. Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell'arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato. Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia. Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda. Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-la-gang-degli-sbarchi-fantasma-2626089264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-qatar-da-20-milioni-di-dollari-per-i-rimpatri-dalla-libia" data-post-id="2626089264" data-published-at="1782274776" data-use-pagination="False"> Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia Con la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, l'Italia ha registrato, durante l'anno scorso, un drastico calo degli sbarchi (meno 80%, dai 119.000 del 2017 ai poco più di 23.000 del 2018) grazie allo stop del flusso dalla Libia. Ora, sul dossier mediterraneo che riguarda la stabilizzazione del quadrante nordafricano e la crisi dei migranti che partono dal Paese piombato nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi per mano occidentale, piomba anche il Qatar. In occasione della visita nell'emirato del Golfo di Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Bin Jassim Al Thani ha messo sul piatto 20 milioni di dollari per contribuire al contrasto del traffico di essere umani e alle spese di rimpatrio dei migranti illegali detenuti in Libia attraverso programmi di reinserimento nei loro Paesi d'origine. Qatar e Unione africana, ha sottolineato in conferenza stampa Al Thani, già collaborano in molti ambiti. Tra cui la pacificazione del Darfur, regione nell'Ovest del Sudan in cui è in corso un conflitto ultradecennale che ha portato molti sudanesi a cercare rifugio in Ciad. Questo è il Paese del Sahel, assieme al Niger, dal quale transitano i migranti, e spesso i terroristi, che poi, passando dall'instabile Sud della Libia, raggiungono le coste mediterranee per poi imbarcarsi verso l'Italia e l'Europa intera. Nella stessa conferenza stampa, Moussa Faki Mahamat ha evidenziato come l'Unione africana, di concerto con Onu e Ue, sia riuscita a rimpatriare 30.000 migranti dalla Libia. Una mossa, quella di Al Thani, che riavvicina Doha e Roma, dopo la svolta della visita a fine ottobre di Salvini in Qatar, quando il numero uno del Viminale si era concentrato anche su lotta al terrorismo e all'immigrazione illegale. Lo dimostra un'intervista rilasciata a fine dicembre al Messaggero dall'ambasciatore d'Italia in Qatar, Pasquale Salzano, che analizzava come le relazioni tra Roma e Doha non passino soltanto dagli aspetti energetici, della diversificazione e della sicurezza dell'approvvigionamento. Spiegava infatti Salzano, sottolineando il memorandum firmato dal Qatar con Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il terrorismo, che importante è «il partenariato con l'Italia sulla Libia, dove il Qatar è molto attivo e sostiene il premier Serraj». Inoltre, aggiungeva il diplomatico, «Doha vuole investire in progetti di cooperazione congiunta con noi in Africa, per la stabilizzazione dei Paesi di provenienza dei flussi migratori, affrontandone le cause profonde». Ma la mossa di Doha non è piaciuta a tutti. Anzi. Non è andata giù all'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi e al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Questo perché il Qatar è, assieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, parte di quella rete contigua alla Fratellanza musulmana che sostiene il premier tripolino Fayez Al Serraj. La vicinanza di Doha e Ankara a «gruppi estremisti» è, secondo quanto dichiarato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, un elemento che mina la stabilità della regione. Alla recenti difficoltà del governo di Tripoli (i tre vicepremier hanno firmato una lettera che suona tanto di sfiducia nei confronti di Serraj) si aggiunge il fatto che Haftar sta conquistando terreno ma soprattutto credibilità a livello internazionale dopo la conferenza di Palermo di novembre (durante la quale Qatar e Turchia sono rimasti un po' esclusi dai giochi). È sul generale della Cirenaica, infatti, che ormai puntano la quasi totalità delle potenze occidentali, con Washington in prima fila e dietro Roma e Parigi a sfidarsi, e anche la Russia. Ma, con il sostegno all'Unione africana sui migranti, Doha, che già sul dossier Siria ha dato prova di autonomia dicendo no alla normalizzazione delle relazioni con il Paese guidato da Bashar Al Assad, in Libia scommette ancora su Serraj.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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