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2019-01-16
Sgominata la gang degli sbarchi fantasma
Ansa
I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l'aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera.
Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un'associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette.
E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa.
E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l'Onda blu), su un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro.
E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma.
«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l'aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l'Italia e la Francia.
Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell'arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato.
Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia.
Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda.
Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».
Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia
Con la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, l'Italia ha registrato, durante l'anno scorso, un drastico calo degli sbarchi (meno 80%, dai 119.000 del 2017 ai poco più di 23.000 del 2018) grazie allo stop del flusso dalla Libia.
Ora, sul dossier mediterraneo che riguarda la stabilizzazione del quadrante nordafricano e la crisi dei migranti che partono dal Paese piombato nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi per mano occidentale, piomba anche il Qatar. In occasione della visita nell'emirato del Golfo di Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Bin Jassim Al Thani ha messo sul piatto 20 milioni di dollari per contribuire al contrasto del traffico di essere umani e alle spese di rimpatrio dei migranti illegali detenuti in Libia attraverso programmi di reinserimento nei loro Paesi d'origine.
Qatar e Unione africana, ha sottolineato in conferenza stampa Al Thani, già collaborano in molti ambiti. Tra cui la pacificazione del Darfur, regione nell'Ovest del Sudan in cui è in corso un conflitto ultradecennale che ha portato molti sudanesi a cercare rifugio in Ciad. Questo è il Paese del Sahel, assieme al Niger, dal quale transitano i migranti, e spesso i terroristi, che poi, passando dall'instabile Sud della Libia, raggiungono le coste mediterranee per poi imbarcarsi verso l'Italia e l'Europa intera. Nella stessa conferenza stampa, Moussa Faki Mahamat ha evidenziato come l'Unione africana, di concerto con Onu e Ue, sia riuscita a rimpatriare 30.000 migranti dalla Libia.
Una mossa, quella di Al Thani, che riavvicina Doha e Roma, dopo la svolta della visita a fine ottobre di Salvini in Qatar, quando il numero uno del Viminale si era concentrato anche su lotta al terrorismo e all'immigrazione illegale. Lo dimostra un'intervista rilasciata a fine dicembre al Messaggero dall'ambasciatore d'Italia in Qatar, Pasquale Salzano, che analizzava come le relazioni tra Roma e Doha non passino soltanto dagli aspetti energetici, della diversificazione e della sicurezza dell'approvvigionamento. Spiegava infatti Salzano, sottolineando il memorandum firmato dal Qatar con Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il terrorismo, che importante è «il partenariato con l'Italia sulla Libia, dove il Qatar è molto attivo e sostiene il premier Serraj». Inoltre, aggiungeva il diplomatico, «Doha vuole investire in progetti di cooperazione congiunta con noi in Africa, per la stabilizzazione dei Paesi di provenienza dei flussi migratori, affrontandone le cause profonde».
Ma la mossa di Doha non è piaciuta a tutti. Anzi. Non è andata giù all'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi e al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Questo perché il Qatar è, assieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, parte di quella rete contigua alla Fratellanza musulmana che sostiene il premier tripolino Fayez Al Serraj. La vicinanza di Doha e Ankara a «gruppi estremisti» è, secondo quanto dichiarato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, un elemento che mina la stabilità della regione.
Alla recenti difficoltà del governo di Tripoli (i tre vicepremier hanno firmato una lettera che suona tanto di sfiducia nei confronti di Serraj) si aggiunge il fatto che Haftar sta conquistando terreno ma soprattutto credibilità a livello internazionale dopo la conferenza di Palermo di novembre (durante la quale Qatar e Turchia sono rimasti un po' esclusi dai giochi). È sul generale della Cirenaica, infatti, che ormai puntano la quasi totalità delle potenze occidentali, con Washington in prima fila e dietro Roma e Parigi a sfidarsi, e anche la Russia.
Ma, con il sostegno all'Unione africana sui migranti, Doha, che già sul dossier Siria ha dato prova di autonomia dicendo no alla normalizzazione delle relazioni con il Paese guidato da Bashar Al Assad, in Libia scommette ancora su Serraj.
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Operazione di polizia contro una banda di scafisti tunisini che trafficava in esseri umani e sigarette. Bloccati beni per 3 milioni. Nelle intercettazioni, i propositi inquietanti del capo: «Sto mettendo da parte il tritolo, faccio saltare la caserma dei carabinieri».Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia. La monarchia investe sul contrasto al traffico di esseri umani. Ma il suo interventismo nell'area non piace affatto all'Egitto. Lo speciale comprende due articoli. I pirati del terzo millennio navigano su gommoni carenati con potenti motori fuoribordo, trafficano in esseri umani e sigarette, parlano al cellulare, corrompono i poliziotti e investono i quattrini illeciti in attività commerciali per riciclarli. È stato il controllo della rotta Tunisia-Italia a conferire al loro capo il titolo di pirata, la barba folta e lunga e l'aspetto trasandato hanno contribuito, invece, a ribattezzarlo Barbanera. Fadhel Moncer, alias Giovanni, considerato un pericoloso criminale tunisino, già arrestato nel 2012 per traffico di armi e droga tra Francia e Italia, con nel curriculum un attentato dinamitardo progettato contro una caserma dei carabinieri, era il capo indiscusso della ciurma di scafisti trafficanti di esseri umani che la Procura di Palermo definisce «un'associazione a delinquere». Grazie ai gommoni veloci e carenati della loro flotta, su quella tratta, erano riusciti a mettere su il traffico più imponente scoperto finora di migranti e sigarette. E, secondo gli investigatori della Guardia di finanza che ieri hanno smantellato la banda, erano così bene organizzati da aver anche cominciato a investire i proventi in attività economiche pulite che permettevano loro di riciclare i proventi illeciti tra Trapani, Agrigento e Palermo. E proprio a Palermo sono stati fermati alcuni dei 14 pirati arrestati: erano in partenza per la Tunisia con circa 30.000 euro di bottino. Nel ristorante Bellavista di Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, sul lungomare Giuseppe Mazzini, avevano creato la loro base operativa. E da lì Barbanera progettava i viaggi illeciti al costo di 3.000 euro a cranio. E se insieme agli esseri umani la sua ciurma riusciva anche a caricare tonnellate di tabacchi di contrabbando il viaggio diventava un grande affare. Che fruttava milioni. In poco tempo, Barbanera e i suoi uomini (alcuni dei quali fungevano da prestanome) hanno messo le mani su un cantiere nautico (l'Onda blu), su un'azienda agricola, su diversi immobili (tra cui una casa bunker), su automezzi e pescherecci. È tutto stato sequestrato, insieme al loro tesoro: conti correnti e carte di credito per un valore di circa 3 milioni di euro. E se in Tunisia la banda aveva trovato funzionari di polizia compiacenti che, a Kelibia, in cambio una mazzetta, avevano falsificato addirittura i verbali di arresto di uno degli scafisti, in Italia la relazione con le forze dell'ordine era pessima. E siccome Barbanera è uno spietato, voleva far saltare in aria una caserma dell'Arma.«Faccio saltare la caserma, già sto mettendo da parte, ogni volta, uno o due chili... appena cominciano a essere 50, 100 chili, ti faccio sapere com'è... ti faccio spostare tutta la caserma a mare», diceva a telefono a un suo complice. Ma un precedente arresto fece saltare il progetto. Barbanera, però, il tritolo l'aveva maneggiato davvero. Dietro le sbarre, infatti, ci è già finito nel 2012, quando aveva messo su il traffico di armi tra l'Italia e la Francia. Gli investigatori trovarono in un furgone di sua proprietà 108 fucili di vario calibro, 4.000 cartucce, 200 chili di esplosivo e una pistola calibro 7,65. A chi fosse diretto quell'arsenale non è mai stato scoperto. Si è accerto invece che ai migranti fatti entrare in Italia l'organizzazione garantiva la possibilità di un contratto di lavoro fittizio, anche di tipo stagionale. E così il permesso di soggiorno era assicurato. Ad aiutare Barbanera c'erano anche sette italiani, che gestivano con lui il trasporto di sigarette di contrabbando. Anche loro sono finiti in manette. L'altra base operativa era in Tunisia, a Chebba. Da lì i complici di Barbanera organizzavano le partenze, indicavano le rotte sicure e indirizzavano gli sbarchi sui tratti di costa più tranquilli, per garantire una veloce dispersione sul territorio italiano dei clandestini appena sbarcati. E infatti gli sbarchi venivano definiti «fantasma». La Guardia costiera italiana trovava al massimo qualche traccia del loro arrivo sulla spiaggia. Secondo gli investigatori del Gico, «l'organizzazione criminale è risultata in grado di diversificare, sistematicamente, le rotte e le modalità attraverso le quali ha perfezionato i traffici illeciti, sfruttando la prossimità dell'isola di Lampedusa alle coste tunisine, la disponibilità di due pescherecci italiani dislocati sull'isola pelagica, particolarmente attivi sul tratto di mare che separa l'isola italiana dalla costa africana». Le operazioni erano ben organizzate: dalla Tunisia partiva un motopesca, il Serena, al cui comando c'era il braccio destro di Barbanera, tale Khair Eldin Farhat detto Karim, che arrivava al largo di Lampedusa, lì veniva raggiunto dai barchini che, carichi di migranti, poi finivano sulla costa. Le foto scattate dagli investigatori e le geolocalizzazioni dei loro spostamenti non hanno lasciato scampo alla banda. Le intercettazioni telefoniche, poi, hanno fatto il resto. In una telefonata, intercorsa prima dell'organizzazione di un viaggio, s'intuisce anche che l'organizzazione era armata. Si sente uno dei due interlocutori dire all'altro che insieme alla benzina, ai motori e alle sigarette, avrebbero preso le «armi e tutto il resto».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-la-gang-degli-sbarchi-fantasma-2626089264.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-qatar-da-20-milioni-di-dollari-per-i-rimpatri-dalla-libia" data-post-id="2626089264" data-published-at="1781253925" data-use-pagination="False"> Il Qatar dà 20 milioni di dollari per i rimpatri dalla Libia Con la linea dura del ministro dell'Interno Matteo Salvini, l'Italia ha registrato, durante l'anno scorso, un drastico calo degli sbarchi (meno 80%, dai 119.000 del 2017 ai poco più di 23.000 del 2018) grazie allo stop del flusso dalla Libia. Ora, sul dossier mediterraneo che riguarda la stabilizzazione del quadrante nordafricano e la crisi dei migranti che partono dal Paese piombato nel caos dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi per mano occidentale, piomba anche il Qatar. In occasione della visita nell'emirato del Golfo di Moussa Faki Mahamat, presidente della Commissione dell'Unione africana, lo sceicco Mohammed Bin Abdulrahman Bin Jassim Al Thani ha messo sul piatto 20 milioni di dollari per contribuire al contrasto del traffico di essere umani e alle spese di rimpatrio dei migranti illegali detenuti in Libia attraverso programmi di reinserimento nei loro Paesi d'origine. Qatar e Unione africana, ha sottolineato in conferenza stampa Al Thani, già collaborano in molti ambiti. Tra cui la pacificazione del Darfur, regione nell'Ovest del Sudan in cui è in corso un conflitto ultradecennale che ha portato molti sudanesi a cercare rifugio in Ciad. Questo è il Paese del Sahel, assieme al Niger, dal quale transitano i migranti, e spesso i terroristi, che poi, passando dall'instabile Sud della Libia, raggiungono le coste mediterranee per poi imbarcarsi verso l'Italia e l'Europa intera. Nella stessa conferenza stampa, Moussa Faki Mahamat ha evidenziato come l'Unione africana, di concerto con Onu e Ue, sia riuscita a rimpatriare 30.000 migranti dalla Libia. Una mossa, quella di Al Thani, che riavvicina Doha e Roma, dopo la svolta della visita a fine ottobre di Salvini in Qatar, quando il numero uno del Viminale si era concentrato anche su lotta al terrorismo e all'immigrazione illegale. Lo dimostra un'intervista rilasciata a fine dicembre al Messaggero dall'ambasciatore d'Italia in Qatar, Pasquale Salzano, che analizzava come le relazioni tra Roma e Doha non passino soltanto dagli aspetti energetici, della diversificazione e della sicurezza dell'approvvigionamento. Spiegava infatti Salzano, sottolineando il memorandum firmato dal Qatar con Italia, Stati Uniti, Regno Unito e Francia contro il terrorismo, che importante è «il partenariato con l'Italia sulla Libia, dove il Qatar è molto attivo e sostiene il premier Serraj». Inoltre, aggiungeva il diplomatico, «Doha vuole investire in progetti di cooperazione congiunta con noi in Africa, per la stabilizzazione dei Paesi di provenienza dei flussi migratori, affrontandone le cause profonde». Ma la mossa di Doha non è piaciuta a tutti. Anzi. Non è andata giù all'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi e al generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Questo perché il Qatar è, assieme alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, parte di quella rete contigua alla Fratellanza musulmana che sostiene il premier tripolino Fayez Al Serraj. La vicinanza di Doha e Ankara a «gruppi estremisti» è, secondo quanto dichiarato la settimana scorsa dal ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, un elemento che mina la stabilità della regione. Alla recenti difficoltà del governo di Tripoli (i tre vicepremier hanno firmato una lettera che suona tanto di sfiducia nei confronti di Serraj) si aggiunge il fatto che Haftar sta conquistando terreno ma soprattutto credibilità a livello internazionale dopo la conferenza di Palermo di novembre (durante la quale Qatar e Turchia sono rimasti un po' esclusi dai giochi). È sul generale della Cirenaica, infatti, che ormai puntano la quasi totalità delle potenze occidentali, con Washington in prima fila e dietro Roma e Parigi a sfidarsi, e anche la Russia. Ma, con il sostegno all'Unione africana sui migranti, Doha, che già sul dossier Siria ha dato prova di autonomia dicendo no alla normalizzazione delle relazioni con il Paese guidato da Bashar Al Assad, in Libia scommette ancora su Serraj.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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