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2022-02-28
Sfumature di uova
(IStock)
Secondo l’ultimo report Ismea disponibile, nel 2020 in Italia sono state deposte 12,6 miliardi di uova, prodotte da 41 milioni di galline ovaiole di oltre 2.600 allevamenti. Secondo i dati Anagrafe nazionale, nel 2020 il 49% dei capi in deposizione è allevato «a terra», il 42% in allevamenti con «gabbie arricchite», il 4% in allevamenti all’aperto e il 5% in allevamenti biologici. Sono meno del 10% i capi che passano parte della giornata all’aria aperta, circa 3 milioni e mezzo e di cui quasi 2 milioni certificati biologici. Cosa vuol dire allevamento bio? E gabbia arricchita? La gabbia arricchita, leggermente più capiente di quella convenzionale, è stata imposta dalla Direttiva comunitaria 74/1999 da noi attuata il 3 gennaio 2012. Ogni singolo uovo deve avere stampato un codice alfanumerico e la data di scadenza. Il primo numero che lo compone indica proprio il tipo di allevamento: 0 per le uova biologiche, 1 per l’allevamento all’aperto, 2 a terra, 3 in gabbia arricchita.
Dopo, due lettere indicano il paese dell’Unione Europea nel quale le uova sono state deposte (IT sta per Italia), poi il codice Istat del Comune di produzione e della provincia, infine il numero che identifica l’allevamento. Cosa vuol dire «0 uova biologiche»? Che le galline devono mangiare biologico e avere spazio: massimo 6 galline per metro quadrato all’interno, con limite massimo per allevamento di 3.000 galline, zona esterna obbligatoria, di 4 metri quadrati per gallina. E «1 all’aperto»? Al massimo 9 galline per metro quadrato, con spazio esterno, anche qui obbligatorio, di 4 metri quadrati per gallina senza limiti di numero di capi.
occhio ai metri quadrati
Nel codice 2 «allevamento a terra», abbiamo sempre 9 galline per metro quadrato ma senza spazio esterno né limite di capienza. Nell’allevamento «3 in gabbia», ora arricchita, le galline hanno 750 centimetri quadrati, poco più dei 550 delle vecchie gabbie, non c’è spazio esterno né limite di capienza. Questo codice è stampato solo sull’uovo, mentre sulla confezione non si vede: vi compaiono però frasi che indicano per esteso quanto esso sintetizza. Sulla confezione troviamo anche l’indicazione della categoria. Categoria A vuol dire guscio pulito e intatto, camera d’aria non superiore a 6 millimetri e 4 millimetri nella categoria Extra, albume pulito, nessun odore, né trattamenti di conservazione. Le uova che non hanno queste caratteristiche finiscono in categoria B, uova di seconda qualità o conservate. La categoria C è per le uova declassate e destinate all’industria alimentare.
Oggi tutto viene ripensato e, spesso, ricreato. Quando l’avvento della nuova versione riguarda il cibo, ci troviamo quasi sempre di fronte a neoalimenti che lasciano insoddisfatti e nostalgici della versione classica. Nel caso dell’uovo, pare accadere il contrario. L’uovo 2.0 si ribella al fatto che l’allevamento di galline abbia talvolta acquisito le caratteristiche proprie della concezione industriale e interviene su ogni aspetto: ricovero interno, spazio esterno, nutrizione. Il vegano è insoddisfatto ugualmente, perché l’allevamento virtuoso comunque concepisce l’animale come materiale produttivo in mano all’uomo. Tuttavia, in questo allevamento gentile si ritorna al rapporto che l’uomo intratteneva con l’animale nell’allevamento preindustriale. Seppure queste uova siano spesso brandite come status symbol in virtù del costo più alto dell’uovo di allevamento 3, la cosa che più conta è che veicolino l’idea che un nuovo uovo è possibile.
Il più noto produttore di nuovo uovo è Paolo Parisi. Nel podere Le Macchie di Usigliano di Lari (Pisa) 2.000 galline ovaiole pascolano in area recintata assumendo come fonte proteica il latte delle capre già allevate dall’azienda. Un «riciclo» che ha trasformato queste uova in leggendarie per chef e pasticceri per l’alto livello proteico del tuorlo che, montato, incamera tre volte più aria di un uovo canonico. Il packaging di Oliviero Toscani ha fatto il resto: l’ovale della testa di Paolo Parisi accanto a un uovo e lo slogan «Cerco il pelo nell’uovo», così come l’impressione della firma anche sul guscio, solletica l’idea dell’«uovo griffato» e del «superuovo». Altro uovo di ricerca è il Fantolino selezione chef di Davide Oldani, parte dei prodotti Foo’d e risultato della ricerca dell’«uovo ideale per dar vita alle migliori ricette dell’alta cucina», da galline alimentate con l’«antica formula» dell’azienda e seguendo le indicazioni dello chef. Altro ancora è Luovo dell’azienda agricola Il fiore delle Dolomiti di Belluno, Limana: le galline sono allevate secondo le 5 libertà fondamentali del Brambell Report del 1965, ovvero libertà dalla fame, dal dolore, dalle malattie, da paura e stress e di vivere in un ambiente adeguato e ascoltano musica classica.
le cinque regole
Le uova usate dagli Alajmo e dal panificatore brianzolo che ha rielevato il pane a prodotto pregiato Davide Longoni sono le uova di montagna di Valle San Felice sul lago di Garda, che vivono in 1 ettaro di bosco tra i castagni. L’uovo e la canapa (anche i nomi delle uova sono ricercati, ricordano quelli di quadri o romanzi) sono le uova abruzzesi di Silvia Bambagini Oliva e la madre Marisa Colitti, alimentate con mais, crusca e semi di canapa. Le uova del rapace di Beano di Codroipo aspirano a compiere «la rivoluzione della gallina», riportando il pollaio alla concezione del pollaio di casa con 250 «galline felici». Delle uova di selva parliamo sotto nell’intervista all’ideatore, che ha imposto un ritmo umano non solo all’allevamento, ma anche a esportazione e consegna.
Dal punto di vista nutrizionale, un’indagine della Regione Veneto pubblicata nel 2011 ha evidenziato come le uova provenienti da galline biologiche e/o allevate all’aperto presentano maggiori livelli di acidi grassi polinsaturi e omega 3 rispetto alle uova di allevamento a terra e in gabbia e le ha definite qualitativamente migliori. Si parla di decimali e mg, ma per molti, unito al pensiero che la gallina veda terra e sole, fa tanta differenza.
«I miei pennuti vivono nei boschi Non c’è uno spettacolo più bello»
In un bosco di castagni sopra Morbegno, a 600 metri di altitudine, 2.000 galline vivono in quasi completa libertà. Producono uova che hanno conquistato chef di livello (Cesare Battisti del Ratanà le prepara «alla milanese», Jean Marc Vezzoli le usa per impastare il panettone) e privati che le ricevono entro 24 ore dalla deposizione. A consegnarle - di persona - è Massimo Rapella, ideatore, con la moglie Elisabetta, delle uova di selva. La virtù dalla necessità: «Io e mia moglie abbiamo una laurea in scienze dell’educazione, siamo educatori, abbiamo aperto una comunità per minori nel 2005 e l’abbiamo gestita fino al 2012 come comunità residenziale», racconta Rapella alla Verità. «Con la crisi economica del 2008, il sociale è stata la prima ruota a saltare e come noi hanno chiuso tante piccole comunità. Avevamo già la selva, per passarci del tempo con i ragazzi perché la natura è uno spazio terapeutico, educativo di per sé. Dovevamo pagare il mutuo. Abbiamo osservato che le nostre quattro galline dal giardino andavano sempre nel bosco a razzolare».
Razzolare, ossia? «La gallina fa le buche nel terreno, scava con le zampe, becca. Il prato è piuttosto morbido, nel bosco sotto la terra ci sono le radici, sopra le foglie, è una zona viva. Cercando, ho scoperto che le galline attuali, le femmine del Gallus gallus domesticus, sono una sottospecie addomesticata derivante da specie selvatiche che in origine vivevano nelle foreste del Sudest asiatico. Il gallo forcello, della famiglia dei Phasianidae come il Gallus gallus, vive ancora selvatico nelle nostre montagne. Per la gallina, il bosco è un habitat in cui sta bene. Abbiamo provato a metterne 400, poi 700, adesso sono 2.000. La scommessa era: si comporteranno come quelle quattro?».
A quanto pare, la scommessa è stata vinta. E vedere (sul sito Uovodiselva.it) foto e video delle galline nella selva fa pensare a quanto la natura vera sia più bella di una pianta in vaso di polipropilene sul balcone di un grattacielo: «È la dimensione del bello», dice Rapella. «Le uova marroni o celesti sono belle, come lo è vedere le galline che le depongono in mezzo agli alberi. Valore non è solo avere l’uovo sano e la gallina felice, ma anche il bello, che ci salverà. Produrre cibo e trasformare cibo sono gesti che nutrono le persone. Gesti d’amore, come quello della mamma che allatta il bambino. Ma il gesto ha questo livello etico molto alto solo se autentico. Se produco cibo spazzatura per fare business o cucino tanto per cucinare, quel gesto perde di valore».
Proprio per preservare questo valore bisogna rispettare anche la selva e gli altri animali che la abitano: «Cerchiamo un certo equilibrio con la natura. Non ci interessa eliminare le volpi», dice il nostro allevatore. Che cerca, tra le altre cose, di preservare anche il pianeta: «Abbiamo detto fin dall’inizio che non volevamo dare le uova ai negozi ma portarle al consumatore finale. Niente imballaggi, non vogliamo sprecare un grammo di plastica o di cartone. Noi siamo partiti dal “buono, pulito e giusto” e per essere puliti non bisogna far finta di esserlo. Sovraccaricare le uova di pluriball e immettere tonnellate di CO2 per spedirle ovunque non avrebbe senso. Chilometro zero vuol dire tutto e niente, perché le cose prese vicino a casa possono non essere di qualità. Parlerei di cibo prossimo perché te lo porta il produttore. Il mio limite è 100 chilometri, la Brianza, Milano, Sondrio».
Si tratta di un approccio radicale che rimodella due paradigmi: quello del biologico come massima applicazione della naturalità all’allevamento contemporaneo e quello della produzione industriale come massima fornitrice di lavoro rispetto a quella artigianale: «Non abbiamo detto “Creiamo un nuovo prodotto biologico, questi sono gli standard bio, manteniamoci all’interno”. Abbiamo creato una vision, come si dice in inglese, e l’abbiamo realizzata: “La gallina deve stare fuori sempre, estate e inverno, pioggia e neve, e rientrare solo a dormire. No imballaggi, no CO2. E l’uovo lo consegniamo noi”. I limiti che ci siamo dati sono molto più restrittivi del biologico. La gallina sta fuori tutto il tempo della luce. A giugno apriamo un po’ prima delle 6 e rientrano alle 22, a dicembre dalle 7,30 alle 17. Nel bosco ci deve essere sempre una persona ogni 500 galline, poi bisogna andare a raccogliere le uova, sistemarle, prepararle, consegnarle».
L’allevamento ordinario non regge il confronto con questo: «Nell’allevamento a terra attualmente ci sono 9 galline per metro quadrato. In 10 metri quadrati di bosco io invece tengo una gallina. Il rapporto è 1 a 90». Proporzionalmente, in un tale allevamento lavorano più persone, perché le galline vanno seguite passo passo. E pensando all’addetto che le sorveglia nella selva viene in mente la figura del pastore: «È un rapporto con la natura molto viscerale», spiega Rapella.
Qui siamo esattamente nell’ambito della tradizione: fino a qualche decennio fa, il rapporto con la natura era questo, mentre nell’industria l’animale è spesso trattato come mera materia prima amorfa e inanimata: «Dobbiamo fare una riflessione più ampia. Si ha la tendenza a colpevolizzare i produttori, per esempio di prosciutto. Ci indigniamo perché i maialini vengono raccolti con le pale, con le ruspe e diciamo che queste cose non devono accadere. Senza però domandarci quanto prosciutto mangiamo a settimana. Se esiste questo sistema è perché noi lo accettiamo. Se vogliamo veramente parlare di benessere animale dobbiamo essere disposti a cambiare le nostre abitudini perché mangiamo troppa carne e vogliamo che i prodotti costino poco», racconta Rapella.
«Il mio uovo al pollaio», prosegue l’allevatore, «costa 70 centesimi e ha un prezzo di produzione di 50 centesimi, altissimo. Ci sono uova di allevamento 3, in gabbia, che già il rivenditore vende a pasticcerie e ristoranti a 12/13 centesimi, e ci si scandalizza di un uovo a 70 centesimi. Però ci sono vini in brick da 1 euro al litro e il Sassicaia ne costa 60. È sempre vino, però si accetta che il Sassicaia fatto in un certo modo costi di più. Per l’altro cibo, quando si supera il rapporto 1 a 2 o 1 a 3 si comincia a dire: “Beh, però, insomma...”».
Per forza di cose, quando si sceglie un approccio così netto bisogna anche affrontare le conseguenze. E sapere che la produzione sarà limitata. «Per preservare il benessere animale dobbiamo cambiare le nostre abitudini e spendere di più», commenta Rapella. «Non può essere tutto uovo di selva se mangiamo tutte queste uova. L’uovo di selva non andrà oltre le 2.000 galline. Tanti mi hanno chiesto, da altre regioni, di creare un franchising dell’allevamento nel bosco. Ma sarebbe come fare la Gioconda e poi farne altre due o tre. La Gioconda ha senso perché è unica. Va riscoperto il valore dell’unicità. L’uovo di selva sono le 2.000 galline che vivono sopra Morbegno nella valle del Bitto. Il resto sarà un’altra cosa».
La virtualità che ha sostituito la realtà ci ha disabituato anche alla fisicità, che invece dovremmo recuperare. Massimo non ama mostrare il suo volto, vuole che l’obiettivo sia fisso sulle galline, ma impiega completamente la sua persona: consegna a mano, diventa amico del cliente e accoglie volentieri il visitatore nella selva. Il suo è un approccio radicalmente slow: non è una produzione «lenta» che poi accelera e magari inquina al momento della distribuzione. E per ovviare al limite di consegna dei 100 chilometri si può fare un bel viaggetto verso l’allevamento: «Per provare l’emozione di un piatto di spaghetti devi mangiarli. Per provare l’emozione dell’uovo di selva devi venire nel bosco a raccoglierlo».
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Sempre più numerose le varietà in commercio: di allevamento, a terra, in gabbie arricchite, biologiche. Attenzione ai codici riportati sui gusci. Si moltiplicano i produttori che lasciano le galline libere di razzolare: i prodotti ceduti ai grandi chef.Massimo Rapelli ha avviato un inedito esperimento in Valtellina: «Chilometro zero? No, conta la qualità. E io di strada ne faccio parecchia per effettuare le consegne di persona ai miei clienti».Lo speciale contiene due articoli.Secondo l’ultimo report Ismea disponibile, nel 2020 in Italia sono state deposte 12,6 miliardi di uova, prodotte da 41 milioni di galline ovaiole di oltre 2.600 allevamenti. Secondo i dati Anagrafe nazionale, nel 2020 il 49% dei capi in deposizione è allevato «a terra», il 42% in allevamenti con «gabbie arricchite», il 4% in allevamenti all’aperto e il 5% in allevamenti biologici. Sono meno del 10% i capi che passano parte della giornata all’aria aperta, circa 3 milioni e mezzo e di cui quasi 2 milioni certificati biologici. Cosa vuol dire allevamento bio? E gabbia arricchita? La gabbia arricchita, leggermente più capiente di quella convenzionale, è stata imposta dalla Direttiva comunitaria 74/1999 da noi attuata il 3 gennaio 2012. Ogni singolo uovo deve avere stampato un codice alfanumerico e la data di scadenza. Il primo numero che lo compone indica proprio il tipo di allevamento: 0 per le uova biologiche, 1 per l’allevamento all’aperto, 2 a terra, 3 in gabbia arricchita. Dopo, due lettere indicano il paese dell’Unione Europea nel quale le uova sono state deposte (IT sta per Italia), poi il codice Istat del Comune di produzione e della provincia, infine il numero che identifica l’allevamento. Cosa vuol dire «0 uova biologiche»? Che le galline devono mangiare biologico e avere spazio: massimo 6 galline per metro quadrato all’interno, con limite massimo per allevamento di 3.000 galline, zona esterna obbligatoria, di 4 metri quadrati per gallina. E «1 all’aperto»? Al massimo 9 galline per metro quadrato, con spazio esterno, anche qui obbligatorio, di 4 metri quadrati per gallina senza limiti di numero di capi. occhio ai metri quadratiNel codice 2 «allevamento a terra», abbiamo sempre 9 galline per metro quadrato ma senza spazio esterno né limite di capienza. Nell’allevamento «3 in gabbia», ora arricchita, le galline hanno 750 centimetri quadrati, poco più dei 550 delle vecchie gabbie, non c’è spazio esterno né limite di capienza. Questo codice è stampato solo sull’uovo, mentre sulla confezione non si vede: vi compaiono però frasi che indicano per esteso quanto esso sintetizza. Sulla confezione troviamo anche l’indicazione della categoria. Categoria A vuol dire guscio pulito e intatto, camera d’aria non superiore a 6 millimetri e 4 millimetri nella categoria Extra, albume pulito, nessun odore, né trattamenti di conservazione. Le uova che non hanno queste caratteristiche finiscono in categoria B, uova di seconda qualità o conservate. La categoria C è per le uova declassate e destinate all’industria alimentare. Oggi tutto viene ripensato e, spesso, ricreato. Quando l’avvento della nuova versione riguarda il cibo, ci troviamo quasi sempre di fronte a neoalimenti che lasciano insoddisfatti e nostalgici della versione classica. Nel caso dell’uovo, pare accadere il contrario. L’uovo 2.0 si ribella al fatto che l’allevamento di galline abbia talvolta acquisito le caratteristiche proprie della concezione industriale e interviene su ogni aspetto: ricovero interno, spazio esterno, nutrizione. Il vegano è insoddisfatto ugualmente, perché l’allevamento virtuoso comunque concepisce l’animale come materiale produttivo in mano all’uomo. Tuttavia, in questo allevamento gentile si ritorna al rapporto che l’uomo intratteneva con l’animale nell’allevamento preindustriale. Seppure queste uova siano spesso brandite come status symbol in virtù del costo più alto dell’uovo di allevamento 3, la cosa che più conta è che veicolino l’idea che un nuovo uovo è possibile. Il più noto produttore di nuovo uovo è Paolo Parisi. Nel podere Le Macchie di Usigliano di Lari (Pisa) 2.000 galline ovaiole pascolano in area recintata assumendo come fonte proteica il latte delle capre già allevate dall’azienda. Un «riciclo» che ha trasformato queste uova in leggendarie per chef e pasticceri per l’alto livello proteico del tuorlo che, montato, incamera tre volte più aria di un uovo canonico. Il packaging di Oliviero Toscani ha fatto il resto: l’ovale della testa di Paolo Parisi accanto a un uovo e lo slogan «Cerco il pelo nell’uovo», così come l’impressione della firma anche sul guscio, solletica l’idea dell’«uovo griffato» e del «superuovo». Altro uovo di ricerca è il Fantolino selezione chef di Davide Oldani, parte dei prodotti Foo’d e risultato della ricerca dell’«uovo ideale per dar vita alle migliori ricette dell’alta cucina», da galline alimentate con l’«antica formula» dell’azienda e seguendo le indicazioni dello chef. Altro ancora è Luovo dell’azienda agricola Il fiore delle Dolomiti di Belluno, Limana: le galline sono allevate secondo le 5 libertà fondamentali del Brambell Report del 1965, ovvero libertà dalla fame, dal dolore, dalle malattie, da paura e stress e di vivere in un ambiente adeguato e ascoltano musica classica. le cinque regoleLe uova usate dagli Alajmo e dal panificatore brianzolo che ha rielevato il pane a prodotto pregiato Davide Longoni sono le uova di montagna di Valle San Felice sul lago di Garda, che vivono in 1 ettaro di bosco tra i castagni. L’uovo e la canapa (anche i nomi delle uova sono ricercati, ricordano quelli di quadri o romanzi) sono le uova abruzzesi di Silvia Bambagini Oliva e la madre Marisa Colitti, alimentate con mais, crusca e semi di canapa. Le uova del rapace di Beano di Codroipo aspirano a compiere «la rivoluzione della gallina», riportando il pollaio alla concezione del pollaio di casa con 250 «galline felici». Delle uova di selva parliamo sotto nell’intervista all’ideatore, che ha imposto un ritmo umano non solo all’allevamento, ma anche a esportazione e consegna. Dal punto di vista nutrizionale, un’indagine della Regione Veneto pubblicata nel 2011 ha evidenziato come le uova provenienti da galline biologiche e/o allevate all’aperto presentano maggiori livelli di acidi grassi polinsaturi e omega 3 rispetto alle uova di allevamento a terra e in gabbia e le ha definite qualitativamente migliori. 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La virtù dalla necessità: «Io e mia moglie abbiamo una laurea in scienze dell’educazione, siamo educatori, abbiamo aperto una comunità per minori nel 2005 e l’abbiamo gestita fino al 2012 come comunità residenziale», racconta Rapella alla Verità. «Con la crisi economica del 2008, il sociale è stata la prima ruota a saltare e come noi hanno chiuso tante piccole comunità. Avevamo già la selva, per passarci del tempo con i ragazzi perché la natura è uno spazio terapeutico, educativo di per sé. Dovevamo pagare il mutuo. Abbiamo osservato che le nostre quattro galline dal giardino andavano sempre nel bosco a razzolare». Razzolare, ossia? «La gallina fa le buche nel terreno, scava con le zampe, becca. Il prato è piuttosto morbido, nel bosco sotto la terra ci sono le radici, sopra le foglie, è una zona viva. Cercando, ho scoperto che le galline attuali, le femmine del Gallus gallus domesticus, sono una sottospecie addomesticata derivante da specie selvatiche che in origine vivevano nelle foreste del Sudest asiatico. Il gallo forcello, della famiglia dei Phasianidae come il Gallus gallus, vive ancora selvatico nelle nostre montagne. Per la gallina, il bosco è un habitat in cui sta bene. Abbiamo provato a metterne 400, poi 700, adesso sono 2.000. La scommessa era: si comporteranno come quelle quattro?». A quanto pare, la scommessa è stata vinta. E vedere (sul sito Uovodiselva.it) foto e video delle galline nella selva fa pensare a quanto la natura vera sia più bella di una pianta in vaso di polipropilene sul balcone di un grattacielo: «È la dimensione del bello», dice Rapella. «Le uova marroni o celesti sono belle, come lo è vedere le galline che le depongono in mezzo agli alberi. Valore non è solo avere l’uovo sano e la gallina felice, ma anche il bello, che ci salverà. Produrre cibo e trasformare cibo sono gesti che nutrono le persone. Gesti d’amore, come quello della mamma che allatta il bambino. Ma il gesto ha questo livello etico molto alto solo se autentico. Se produco cibo spazzatura per fare business o cucino tanto per cucinare, quel gesto perde di valore». Proprio per preservare questo valore bisogna rispettare anche la selva e gli altri animali che la abitano: «Cerchiamo un certo equilibrio con la natura. Non ci interessa eliminare le volpi», dice il nostro allevatore. Che cerca, tra le altre cose, di preservare anche il pianeta: «Abbiamo detto fin dall’inizio che non volevamo dare le uova ai negozi ma portarle al consumatore finale. Niente imballaggi, non vogliamo sprecare un grammo di plastica o di cartone. Noi siamo partiti dal “buono, pulito e giusto” e per essere puliti non bisogna far finta di esserlo. Sovraccaricare le uova di pluriball e immettere tonnellate di CO2 per spedirle ovunque non avrebbe senso. Chilometro zero vuol dire tutto e niente, perché le cose prese vicino a casa possono non essere di qualità. Parlerei di cibo prossimo perché te lo porta il produttore. Il mio limite è 100 chilometri, la Brianza, Milano, Sondrio». Si tratta di un approccio radicale che rimodella due paradigmi: quello del biologico come massima applicazione della naturalità all’allevamento contemporaneo e quello della produzione industriale come massima fornitrice di lavoro rispetto a quella artigianale: «Non abbiamo detto “Creiamo un nuovo prodotto biologico, questi sono gli standard bio, manteniamoci all’interno”. Abbiamo creato una vision, come si dice in inglese, e l’abbiamo realizzata: “La gallina deve stare fuori sempre, estate e inverno, pioggia e neve, e rientrare solo a dormire. No imballaggi, no CO2. E l’uovo lo consegniamo noi”. I limiti che ci siamo dati sono molto più restrittivi del biologico. La gallina sta fuori tutto il tempo della luce. A giugno apriamo un po’ prima delle 6 e rientrano alle 22, a dicembre dalle 7,30 alle 17. Nel bosco ci deve essere sempre una persona ogni 500 galline, poi bisogna andare a raccogliere le uova, sistemarle, prepararle, consegnarle». L’allevamento ordinario non regge il confronto con questo: «Nell’allevamento a terra attualmente ci sono 9 galline per metro quadrato. In 10 metri quadrati di bosco io invece tengo una gallina. Il rapporto è 1 a 90». Proporzionalmente, in un tale allevamento lavorano più persone, perché le galline vanno seguite passo passo. E pensando all’addetto che le sorveglia nella selva viene in mente la figura del pastore: «È un rapporto con la natura molto viscerale», spiega Rapella. Qui siamo esattamente nell’ambito della tradizione: fino a qualche decennio fa, il rapporto con la natura era questo, mentre nell’industria l’animale è spesso trattato come mera materia prima amorfa e inanimata: «Dobbiamo fare una riflessione più ampia. Si ha la tendenza a colpevolizzare i produttori, per esempio di prosciutto. Ci indigniamo perché i maialini vengono raccolti con le pale, con le ruspe e diciamo che queste cose non devono accadere. Senza però domandarci quanto prosciutto mangiamo a settimana. Se esiste questo sistema è perché noi lo accettiamo. Se vogliamo veramente parlare di benessere animale dobbiamo essere disposti a cambiare le nostre abitudini perché mangiamo troppa carne e vogliamo che i prodotti costino poco», racconta Rapella. «Il mio uovo al pollaio», prosegue l’allevatore, «costa 70 centesimi e ha un prezzo di produzione di 50 centesimi, altissimo. Ci sono uova di allevamento 3, in gabbia, che già il rivenditore vende a pasticcerie e ristoranti a 12/13 centesimi, e ci si scandalizza di un uovo a 70 centesimi. Però ci sono vini in brick da 1 euro al litro e il Sassicaia ne costa 60. È sempre vino, però si accetta che il Sassicaia fatto in un certo modo costi di più. Per l’altro cibo, quando si supera il rapporto 1 a 2 o 1 a 3 si comincia a dire: “Beh, però, insomma...”». Per forza di cose, quando si sceglie un approccio così netto bisogna anche affrontare le conseguenze. E sapere che la produzione sarà limitata. «Per preservare il benessere animale dobbiamo cambiare le nostre abitudini e spendere di più», commenta Rapella. «Non può essere tutto uovo di selva se mangiamo tutte queste uova. L’uovo di selva non andrà oltre le 2.000 galline. Tanti mi hanno chiesto, da altre regioni, di creare un franchising dell’allevamento nel bosco. Ma sarebbe come fare la Gioconda e poi farne altre due o tre. La Gioconda ha senso perché è unica. Va riscoperto il valore dell’unicità. L’uovo di selva sono le 2.000 galline che vivono sopra Morbegno nella valle del Bitto. Il resto sarà un’altra cosa». La virtualità che ha sostituito la realtà ci ha disabituato anche alla fisicità, che invece dovremmo recuperare. Massimo non ama mostrare il suo volto, vuole che l’obiettivo sia fisso sulle galline, ma impiega completamente la sua persona: consegna a mano, diventa amico del cliente e accoglie volentieri il visitatore nella selva. Il suo è un approccio radicalmente slow: non è una produzione «lenta» che poi accelera e magari inquina al momento della distribuzione. E per ovviare al limite di consegna dei 100 chilometri si può fare un bel viaggetto verso l’allevamento: «Per provare l’emozione di un piatto di spaghetti devi mangiarli. Per provare l’emozione dell’uovo di selva devi venire nel bosco a raccoglierlo».
Il generale russo Vladimir Alekseyev (Ansa)
Ieri mattina, in un condominio di Mosca, il generale russo Vladimir Alekseyev è stato ferito gravemente da diversi colpi di arma da fuoco. A ricostruire la dinamica è stato il quotidiano Kommersant: l’aggressore, prima di scappare, ha sparato sulle scale del palazzo, colpendo il braccio, il piede e il petto di Alekseyev. Sull’attentato sono al lavoro «le agenzie di intelligence», ha riferito il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Ma, sebbene l’identità dell’aggressore non sia ancora nota, i primi sospetti sono ricaduti su Kiev. Ad accusare esplicitamente l’Ucraina è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov: «Questo atto ancora una volta ha confermato la determinazione del regime di Zelensky nel provocare continuamente per far saltare il processo negoziale». Però, nonostante le accuse, Peskov ha confermato che a breve si svolgeranno altri negoziati sulla pace in Ucraina.
Quel che è certo è che Alekseyev ha svolto un ruolo di primo piano nei servizi di intelligence su diversi fronti. Il generale di 64 anni, premiato dal presidente russo, Vladimir Putin, con il titolo di Eroe della Federazione russa, è uno degli ufficiali di alto rango che ha condiviso con lo zar le informazioni di intelligence per l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Tra l’altro, nell’estate del 2023, ha negoziato con Yevgeny Prigozhin durante l’ammutinamento del gruppo Wagner. Il generale è anche finito nel mirino delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Ue: nel primo caso per la presunta interferenza russa nelle elezioni presidenziali americane del 2016, nel secondo per l’avvelenamento nel 2018 a Salisbury dell’ex agente russo, Sergei Skripal. Pur non rivendicando l’attacco, il comandante del reggimento ucraino Azov, Denys Prokopenko, ha scritto che, nel caso in cui Alekseyev sopravvivesse, «non dormirebbe sonni tranquilli». Stando a quanto reso noto da Prokopenko, nel maggio del 2022 il generale russo avrebbe rappresentato Mosca nei colloqui a Mariupol durante il ritiro dei militari ucraini dall’acciaieria Azovstal. E «la tortura regolare dei combattenti catturati dell’Azov» sono la prova di quanto Alekseyev avesse infranto la promessa di rispettare la Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra.
Contro la Russia è intanto in arrivo il ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Ue. E per la ventesima volta, il presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è convinta che le misure funzioneranno. Visto che «questo è l’unico linguaggio che la Russia capisce», von der Leyen ha annunciato che la Commissione «sta proponendo un nuovo pacchetto di sanzioni» che «riguarda energia, servizi finanziari e commercio». Per quanto riguarda il settore energetico, ha comunicato che sarà introdotto «un divieto totale dei servizi marittimi per il petrolio greggio russo». Tra i bersagli di Bruxelles anche «20 banche russe», «una serie di raffinerie in Russia colpite dai raid ucraini, per impedire il coinvolgimento di operatori dell’Ue nelle loro riparazioni» e «altre società coinvolte nella prospezione, nella trivellazione e nel trasporto di petrolio». L’alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, pure lei certa che «le sanzioni danneggiano gravemente l’economia russa», visto che Mosca «non è invincibile» e «sta perdendo terreno», ha dichiarato che verrà proposto «di attivare il nostro strumento anti-elusione verso un Paese per impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia».
Ma mentre i vertici di Bruxelles continuano la stretta su Mosca, sempre più Paesi mirano invece ad aprire un canale di comunicazione con il Cremlino. A incassare il colpo è l’Ue: la portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha ammesso: «Stiamo effettivamente assistendo a un cambiamento nella posizione di alcuni Stati membri». Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, seppur contrario ad aprire «canali per colloqui paralleli» visto che i negoziati di Abu Dhabi restano centrali, ha comunque dichiarato: «Noi siamo sempre pronti ad avere dei colloqui con la Russia». Lo stesso Lavrov ha rivelato che Mosca è in contatto «segreto» con alcuni leader europei, la cui posizione però non differisce da quanto dichiarano pubblicamente. Ha poi bollato i tentativi del presidente francese, Emmanuel Macron, di dialogare con Putin come «una diplomazia patetica», visto che non ha mai telefonato allo zar.
Chi cerca un accordo con Mosca è Washington, nell’ambito della non proliferazione nucleare. Dopo la scadenza del trattato New Start sia la Russia sia gli Stati Uniti sono decisi ad aprire nuovi colloqui in merito. Il sottosegretario di Stato americano per il controllo degli armamenti, Thomas DiNanno, sostiene però la necessità che «al tavolo dei negoziati» si unisca anche la Cina, visto che «l’arsenale nucleare cinese non ha limiti». Dall’altra parte, per la Russia, nelle trattative devono essere coinvolti anche il Regno Unito e la Francia.
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Roberto Vannacci. Nel riquadro, Rossano Sasso ed Edoardo Ziello (Ansa)
Il carro è pronto, i buoi pure. Il progetto politico di Roberto Vannacci, pare prendere forma.
«Non voglio far vincere la sinistra. Futuro Nazionale è uno squillo di tromba, una sveglia per una destra che ha perso radici e identità», sostiene il generale. Arianna Meloni è tranquilla: «Vannacci toglie voti alla premier? Siamo ancora all’inizio, non ci preoccupiamo». L’umore nero di Matteo Salvini, invece, riecheggia su Radio24: «Mi sono fidato della parola di un uomo, evidentemente è stata fiducia mal riposta». Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, a Sky Tg24, lo definisce «incompatibile con i valori della Lega, che è stata un taxi anche molto comodo sul quale si è seduto». L’avventura ultrasovranista dell’ex generale apre le porte ai primi aspiranti adepti e rimescola le carte in Parlamento. In tanti sono pronti a dire «ci sono», ma con una postilla grossa come una casa. Serve una classe dirigente. Tradotto: vogliono sapere chi comanda, chi paga e chi garantisce per loro un seggio sicuro. Lasciare un partito va bene, ma rimanere senza poltrona mai. A Vannacci riconoscono il carisma di un vero patriota ma la fedeltà passa prima dall’ufficio di un notaio.
Chi si butta a corpo morto nel sacro fuoco del sovranismo sono i deputati (ex) leghisti Edoardo Ziello e Rossano Sasso. Ieri hanno lasciato la Lega e sono entrati, a piedi, nel grande garage del gruppo misto: «Seguiamo Vannacci nella sua battaglia identitaria e sovranista». Un altro che non ha avuto esitazioni è Emanuele Pozzolo, anche lui nel minestrone del misto, emarginato da Fratelli d’Italia per aver ferito una persona con una pistola ad una festa di Capodanno. Per lui Vannacci è destinato a diventare il Charles de Gaulle italiano. La concorrenza si fa affollata, il posto buono in lista non è infinito e la fila si allunga. Ex leghisti in cerca d’autore, raccattati, transfughi ideologici, nostalgici assortiti e qualche impresentabile. Qualche giorno fa, a proposito dei fantomatici incontri tra Vannacci, Matteo Renzi e Giuseppe Conte, l’ex generale scrisse su Facebook: «Di questo passo ci diranno che sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Soumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». L’ex paladino dei braccianti ieri ha smentito i rumors di un suo possibile ingresso nel movimento dell’ex parà: «Una barzelletta che mi ha fatto sorridere, essendo la notizia completamente priva di fondamento e che pertanto smentisco totalmente. Mi sorprende, inoltre, che provenga da persone che avrebbero potuto, se non altro, contattarmi direttamente, anziché diffondere un mucchio di falsità».
Il folklore attorno a Vannacci continua con il sindaco di Pennabili (comune di 2.000 anime in provincia di Rimini), Mauro Giannini, il quale si dichiara pronto a sostenere Vannacci, «patriota vero», con toni da adunata del Ventennio e camicia strappata per mostrare il tatuaggio della Decima Mas. «Sarà la nostra Decima che rivolterà questo mondo al contrario. Per lui sono pronto a versare il mio sangue: se fallisce, questo è il mio petto, fucilatemi». Una scena che sembra uscita dall’Istituto Luce e caricata su Instagram. Non meno pittoresco Stefano Valdegamberi, imposto da Vannacci come consigliere della Lega in Veneto, il quale vuol farci digerire che difendere Vladimir Putin significa difendere la democrazia. Il premio del grande guazzabuglio va però a Mario Adinolfi, che vaneggia di un tridente con Vannacci e Fabrizio Corona a difesa della cristianità e dei valori morali. «Noi del Popolo della Famiglia siamo pronti a raccogliere le firme». Pure Marco Rizzo, ex comunista oggi sovranista integralista, con la sua Democrazia sovrana popolare, apre a collaborazioni. Tra i veterani rispunta Mario Borghezio, convinto che Salvini abbia snaturato la Lega e che Vannacci possa intercettare una folla di scontenti.
Insomma, il mercato è aperto e i colori sono quelli del banco della frutta. Tutti. A orbitare attorno a Futuro Nazionale c’è anche Simone Ruzzi, conosciuto come «Cicalone», ex kickboxer e paladino metropolitano contro borseggiatori e degrado. «Sono disponibile a collaborare con lui come consulente». Per candidarsi c’è sempre tempo. Infine, c’è pure chi, a sorpresa, dice no e resta dov’è, come il deputato leghista Domenico Furgiuele, quello che voleva fare la conferenza stampa con Casapound alla Camera sulla remigrazione, che ringrazia ma prosegue col Carroccio. Il progetto di Vannacci è pronto, in tanti vogliono arrampicarsi, soprattutto quelli che non hanno nulla da perdere, in cerca di notorietà. Mentre questo raduno avanza, c’è da risolvere il problema del simbolo. Il marchio «Futuro Nazionale» risultava già registrato. Ma ieri questa nube si è dissolta. Il simbolo fu infatti depositato nel 2010 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese da un ex consigliere regionale M5s, Riccardo Mercante, poi deceduto in un incidente stradale nel 2020. «Non mi piace Vannacci. Non mi piace proprio. E non intendiamo cedergli il marchio depositato da mio marito», ha dichiarato al Fatto quotidiano la vedova del penstallato, Marina Caprioni. Tuttavia si è scoperto che la registrazione non è stata rinnovata alla scadenza dei dieci anni come la legge impone, pertanto è libero da ogni proprietà. «Finché non c’è nulla di diverso - replica Vannacci - continueremo a usare il simbolo. Se non c’è nulla di vietato si può usare».
Il portavoce del movimento «Il Mondo al Contrario» e consigliere regionale della Toscana Massimiliano Simoni, chiarisce: "Il nome e simbolo di Futuro Nazionale sono registrati regolarmente. Il presidente del Mondo al Contrario ha inviato semplicemente un messaggio agli associati per chiarire che l’uso improprio e non autorizzato del simbolo di Futuro Nazionale che è di Vannacci non può essere usato per qualsiasi fine o scopo se non previa autorizzazione. Noi partiamo lunedì con l’organizzazione del partito a livello territoriale e quindi fino a quel momento queste sono le disposizioni».
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Il saluto di Giorgia Meloni alle forze dell'ordine a Milano Rogoredo (Ansa)
Meloni arriva in mattinata alla stazione di Rogoredo, uno dei luoghi più delicati del capoluogo lombardo. Tra binari e parcheggi sono schierati i carri leggeri Puma dell’esercito e i militari dell’operazione Strade sicure, insieme a carabinieri e polizia. La visita è rapida, senza dichiarazioni ufficiali, fatta di saluti e brevi scambi con gli uomini in servizio. «Sono venuta a salutare e ringraziare», dirà poi in un video diffuso sui social.
Il luogo è legato a una sequenza di fatti ravvicinati: il 26 gennaio uno spacciatore è stato ucciso durante un intervento di polizia nei pressi del cosiddetto «boschetto della droga»; pochi giorni dopo, nella stessa area, un secondo episodio armato ha riportato l’allarme sicurezza su una zona che da anni rappresenta uno dei nodi più difficili di Milano. Due sparatorie in poco più di una settimana che hanno riacceso il dibattito sull’ordine pubblico e sulle condizioni operative delle forze dell’ordine. L’inchiesta giudiziaria avviata sul poliziotto coinvolto nel primo episodio (con una inspiegabile accusa di omicidio volontario) ha irrigidito il clima, mentre sul fronte sindacale il Sap ha promosso una raccolta fondi per sostenere le spese legali dell’agente, con centinaia di adesioni in pochi giorni e una sottoscrizione di almeno 15.000 euro. La presenza del premier si colloca dentro questa cronaca e diventa, al tempo stesso, una risposta politica indiretta. Da un lato al centrosinistra che governa Milano in vista delle elezioni del 2027 e che sul tema della sicurezza, sotto l’amministrazione di Beppe Sala, appare esposto e in difficoltà; dall’altro a chi, anche a destra, insiste nel raccontare Fratelli d’Italia come una forza ormai centrista, sostenendo che la «vera» destra securitaria sia altrove, magari in quella che sta creando Roberto Vannacci in uscita dalla Lega. La scena di Rogoredo, accompagnata dal decreto Sicurezza approvato alla vigilia, serve a ribadire che quel terreno resta centrale per il governo. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rivendica l’impiego di circa 12.000 carabinieri ausiliari per rafforzare il presidio sul territorio, mentre il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato parla di presidi fissi necessari e di una risposta che, a suo giudizio, doveva arrivare da tempo.
Dal quadrante Sud-est il baricentro della giornata si sposta verso il centro, in una città sempre più blindata. La prefettura ha sede a Palazzo Diotti, da sempre snodo dell’amministrazione statale in città. Oggi è circondato da transenne e forze dell’ordine ed è il fulcro degli incontri istituzionali. Meloni incontra prima l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani, in un colloquio riservato su cooperazione economica, energia e dossier mediorientali. Poi arriva la delegazione statunitense guidata dal vicepresidente J.D. Vance, accompagnato dal segretario di Stato Marco Rubio. All’inizio del faccia a faccia Meloni lega l’incontro al contesto simbolico della giornata: «Sono due eventi che raccontano un sistema di valori che tengono insieme Europa e Stati Uniti, l’Occidente che è alla base della nostra cooperazione e del futuro che vogliamo costruire insieme».
Vance risponde con toni cordiali, elogiando l’organizzazione dei Giochi e la città: «Avete fatto un lavoro eccezionale, la città è bellissima. Abbiamo ottimi rapporti, connessioni economiche e partnership, ed è bello avere valori condivisi». Il bilaterale dura oltre due ore e mezzo ed è seguito da un pranzo privato. Secondo Palazzo Chigi, al centro del colloquio ci sono i principali dossier di politica internazionale, «con particolare riferimento agli ultimi sviluppi in Iran e Venezuela».
Dal lato americano, l’ufficio del vicepresidente sottolinea «la grande solidità delle relazioni bilaterali» e il confronto sugli sforzi comuni per migliorare il clima per gli affari e gli investimenti. È qui che la cronaca lascia intravedere la lettura politica più ampia: l’incontro serve a smentire l’idea di una Meloni marginale nel rapporto con la nuova amministrazione americana. La presenza di Vance a Milano, il tempo dedicato al bilaterale e il linguaggio usato da entrambe le parti raccontano un rapporto che resta solido. Il pranzo produce anche una nota di colore, quando lo staff americano indica per errore ai giornalisti la presenza del «coniuge» del premier, salvo correggere poco dopo l’elenco dei partecipanti. Nel primo pomeriggio Vance e la moglie Usha lasciano Palazzo Diotti per una breve visita alla Pinacoteca di Brera, meno di mezz’ora tra le sale del museo prima del rientro in albergo. Meloni, invece, si dirige a Palazzo Reale per il ricevimento con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i capi di Stato e di governo presenti per i Giochi.
In serata l’ultimo appuntamento allo stadio Meazza per la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina.
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La cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali allo stadio di San Siro (Ansa)
Il presidente Mattarella, Giorgia Meloni e la presidente del Cio, Kirsty Coventry (colei che ha rimediato al delirio dei transgender nelle gare femminili) fanno da padroni di casa a 51 capi di Stato, presidenti e teste coronate, con il segretario dell’Onu, António Guterres, gli americani J.D. Vance (fischiato sul maxischermo) e Marco Rubio, re Carlo Gustavo di Svezia, Anna d’Inghilterra, Felipe di Spagna, l’emiro del Qatar, Al Thani, la consigliera di Stato cinese, Shen Yiqina. Si fa prima a dire chi ha disertato: Emmanuel Macron in preda al dilemma infantile di Nanni Moretti: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». Curiosa assenza anche perché i prossimi Giochi invernali del 2030 saranno in Alta Savoia.
L’emozione aumenta fra i 70.000 sugli spalti quando Mariah Carey canta «Nel blu dipinto di blu» e Andrea Bocelli fa snowboard sulle note classiche a lui care. Il gruppo di creativi di Marco Balich, un’autorità in tema di cerimonie olimpiche (ne ha organizzate 16) ha fatto un buon lavoro nell’alveo politicamente corretto con inclinazioni nazionalpopolari. Doveroso il rimpallo in contemporanea con Cortina, Livigno, Predazzo per celebrare la prima olimpiade invernale multisede. Per fortuna non c’è lo scempio queer che ha ammorbato l’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi. Qui domina l’italianità, l’identità culturale, a superamento del globalismo dozzinale da supermarket. Si parte con un balletto di angeli, senza il volto di Giorgia Meloni per non turbare il progressista medio collegato.
Ecco il km zero delle nostre eccellenze planetarie: i volti di Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini e Gioacchino Rossini. Manca Leonardo Da Vinci, in panchina. Poi un volo d’angelo sulla Storia e le sue vestigia (l’Impero romano, il Rinascimento), sulla letteratura e l’architettura-design, sul made in Italy della cucina e della moda. Non può mancare la tendenza spaghetti-mandolino, dura a morire. Pierfrancesco Favino recita l’Infinito di Giacomo Leopardi; Sabrina Impacciatore vestita a caso da Humana vintage si agita inutilmente; Brenda Lodigiani impartisce una lezione di «lingua parallela dei gesti» molto italiana.
È tempo di guardare le stelle: sfilano gli atleti. Le nazioni sono 96, i protagonisti 2.900. I più attesi sono i 196 italiani come sempre griffati Giorgio Armani. Avanzano sui «tunz tunz» di dj Mace, guidati dai portabandiera Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Federica Brignone e Amos Mosaner a Cortina. Ci sono anche gli altri. Molto applauditi i 46 ucraini, la guerra non li ferma. Russi e bielorussi non sfilano ma gareggiano come privati. I quattro iraniani sono più forti della dittatura degli ayatollah. Per rimanere nell’alveo politico, gli israeliani vengono fischiati in un momento di tristezza e di vergogna.
Arrivano gli snowboardisti australiani, lo slalomista brasiliano e quello della Guinea Bissau che si allena in un centro commerciale a Dubai. E poi i tradizionali bobisti giamaicani, due bellissime cilene (freestyle e sci alpino), la groenlandese inuit del biathlon Ukaleq Slettemark plurintervistata sulla geopolitica, la freestyler cino-americana Eileen Gu (guadagna 20 milioni di dollari l’anno ha 2 milioni di follower su Instagram) con 125 agguerriti connazionali.
Tutto scivola verso la fine. Il rappresentante italiano del Cio, Giovanni Malagò, si autocelebra e s’inceppa. Il presidente Mattarella dichiara aperti i Giochi con la formula classica. I tedofori campioni accendono fiaccola (il bambino di 11 anni lasciato per strada ha aiutato ad alzare la bandiera a Cortina) e speranze: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Gustavo Thoeni e Sofia Goggia a Cortina. Arriva Ghali, che recita la poesia di Gianni Rodari «Promemoria» contro la guerra. Non ne ha azzeccata una. Voleva cantare l’inno di Mameli ma senza l’autotune non lo avrebbe sentito nessuno. Si è lamentato perché l’arabo sarebbe stato bandito, ma il giuramento olimpico è stato pronunciato come sempre anche in quella lingua.
Orgoglio e malinconia nel vedere così sfavillante lo stadio di San Siro, sapendo che la vecchia signora pittata dai visagisti delle dive è all’ultima uscita, prima del De profundis necessario. Perché un conto è vedere lo spettacolo dai box vip e un altro avere bisogno dei bagni per la gente comune o salire le scale da falansterio del socialismo reale. Ieri sera i giornalisti di tutto il pianeta rimpiangevano Pechino e Sochi in una sala stampa da quarto mondo senza le prese, ma con le bustine di malva per calmare i più nervosi.
La fiaccola approda nel braciere dell’Arco della Pace da dove vigilerà sulle due settimane di gare, maranza e pro pal permettendo. Da oggi entrano in scena cronometri, pattini, cancelletti, scioline. E il cuore degli atleti azzurri, si spera, a fare la differenza. Subito a tifare per Giovanni Franzoni e Dominik Paris nella discesa libera, per Francesca Lollobrigida (pronipote della Lollo) nel pattinaggio di velocità. Nell’attesa, neofiti ed espertoni di short track dall’altroieri, tutti a rivedere «Miracle», la partita di hockey più leggendaria della storia. Ovviamente sul divano.
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