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2023-01-30
«Se vince l’algoritmo è un grosso rischio per le nostre libertà»
iStock
Sentono «intelligenza artificiale» e subito le persone pensano ai robot, o a Chatgpt - capace di scrivere lettere di scuse a mogli inferocite, ma anche di elaborare complicati calcoli statistici - o agli studenti che smetteranno di fare compiti, temi e riassunti. I più informati colgono le opportunità di business che ruotano intorno all’Artificial intelligence (Ai): robotica intelligente per il controllo di processi industriali e miglioramento delle tecnologie e delle prestazioni sanitarie, con la telemedicina. L’intelligenza artificiale probabilmente è tutto questo. Ma è stata concepita con un altro obiettivo, che è quello di automatizzare la burocrazia e, di conseguenza, deresponsabilizzare le istituzioni stravolgendo il principio dell’«accountability», della responsabilità personale. Il conto, però, è salato, e non soltanto in termini economici.
Quando Mario Draghi, il 17 febbraio 2021, presentò al Senato il documento programmatico del suo governo prima di cominciare l’avventura a Palazzo Chigi, in pochi fecero caso all’appello del neopremier affinché fosse incoraggiato «l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di intelligenza artificiale e tecnologie digitali». L’attenzione era concentrata su altro, soprattutto sulla gestione della pandemia e dei fondi del Pnrr. Ma l’intelligenza artificiale dentro al Pnrr fa la parte del leone, nell’ambito di quei 46,3 miliardi destinati all’innovazione tecnologica e digitale del nostro Paese e, soprattutto, alla semplificazione dei processi burocratici. «La pubblica amministrazione è chiamata a svolgere un ruolo da protagonista attivo della rivoluzione dell’intelligenza artificiale», si legge nei documenti governativi, «offrendo servizi migliori a cittadini e imprese, diminuendo i costi a parità di prestazioni e abilitando il settore privato […] a beneficio della collettività».
I cittadini ci credono talmente tanto che, secondo un sondaggio di European tech insight, quasi due terzi degli europei (il 64%) pensa che la tecnologia rafforzi il processo democratico, e quasi il 60% dei cittadini europei vorrebbe fruire di servizi pubblici online, anche se ciò comporta la chiusura degli uffici dove recarsi in presenza. Le persone ritengono quindi che l’intelligenza artificiale possa in qualche modo sostituire la burocrazia migliorandola, ma non sembrano consapevoli delle conseguenze che ciò comporta.
Nata nella Francia di Luigi Filippo, per poi prendere piede in Austria e in Russia, la burocrazia è il principio su cui funzionano i grandi imperi, dalla fine dell’Ottocento in poi. Se Gogol e Cechov ci hanno raccontato che uccide il diritto, forse è perché il suo scopo non è stato soltanto quello di far funzionare il sistema ma anche, e soprattutto, di deresponsabilizzare. In una burocrazia che funziona «bene», non dev’esserci nessuno che possa essere chiamato in causa in caso di errori: l’unico errore è non rispettare i parametri, i protocolli, le regole, come è accaduto. Il sistema è sempre lo stesso, quello dello statalismo nazista e comunista. Anche Microsoft e Google sono riproduzioni dello Stato, e anche questi sistemi si basano su un principio: nessuno ha responsabilità personale. L’intelligenza artificiale realizza il passaggio successivo: viene presentata come una nuova sfida dell’umanità, ma più che automatizzare l’intelligenza o la medicina, automatizza la burocrazia e la deresponsabilizzazione.
Quando tutto ciò che riguarda la nostra vita quotidiana (le prestazioni sociali citate nel sondaggio di European tech insight, ad esempio) sarà automatizzato tramite l’algoritmo, con chi se la prenderà il cittadino cui viene negato il servizio essenziale, con l’algoritmo? E sulla base di quale procedura gli verranno erogati, o negati, i servizi fondamentali? Gli studi sull’intelligenza artificiale lo hanno spiegato con chiarezza: le prestazioni sociali verranno concesse non più sulla base di ciò che noi siamo nella realtà, ma sui dati che ogni giorno disseminiamo online, che rappresentano il nostro «digital twin», il gemello digitale elaborato sui dati da noi stessi diffusi. Saranno quindi i cosiddetti «big data» a stabilire i nostri bisogni, così come le valutazioni cliniche, che verranno prese non sulla base della tradizionale visita al paziente e dell’evidenza clinica, ma sulla base dell’evidenza dei dati e delle analisi; la telemedicina è questo.
L’Unione Europea, che è stata la culla perversa della burocrazia, sembra cominciare a porsi qualche problema. Il primo testo sull’intelligenza artificiale («Artificial intelligence act») è stato presentato dalla Commissione Ue nel 2021. La proposta dovrà superare il vaglio del Parlamento europeo, che la sta discutendo, e del Consiglio Ue. Le tre istituzioni dovranno poi negoziare un testo finale, che è atteso per la fine del 2023. L’Unione si dichiara preoccupata che l’Ai resti «incentrata sull’uomo» e sia «sostenibile, sicura, etica e affidabile». I rischi considerati «inaccettabili» dai vertici Ue sono i sistemi di Ai che manipolano il comportamento umano e i sistemi che favoriscono un «credito sociale» da parte dei governi, attuando una sorveglianza di massa sui cittadini.
Ma nelle pile di documenti sull’Intelligenza artificiale già prodotti dall’Ue non si trova da nessuna parte un monito al pericolo più tangibile che comporta l’automazione della burocrazia, ossia quello della deresponsabilizzazione di chi rappresenta le istituzioni. Naturale, purtroppo, se si pensa a come i media stanno trattando il tema. L’attenzione attualmente è concentrata su strumenti come Chatgpt, e c’è anche chi si è spinto, come l’ingegnere Blake Lemoine, a «intervistare» una di queste macchine, chiamata Lamda (Language model for dialogue applications), per dimostrare che è consapevole e senziente come noi umani. La sua esperienza, descritta in un articolo pubblicato sul Washington Post, ha fatto discutere ed è servita a suscitare una certa «simpatia» nei confronti della macchina.
Ma i temi più rilevanti che riguardano l’intelligenza artificiale restano, per il momento, esclusi dal dibattito ufficiale. In pochi chiedono lumi sugli enormi investimenti che i governi di tutto il mondo hanno deciso di destinare all’Ai. Anche perché i processi decisionali stabiliti attraverso diagrammi di flusso, flow chart e modelli predittivi serviranno a far sì che non si sprechi un soldo, in un mondo popolato da persone che pretendono sempre più assistenza dallo Stato. Sarà facile far credere che l’intelligenza artificiale elimini le ingiustizie e gli abusi.
Certo, basterebbe saper comunicare che l’Ai è semplicemente uno strumento di cui servirci per eliminare lavori noiosi come quelli dei funzionari degli aeroporti, che giocoforza lo svolgono in maniera meno accurata di un sistema digitale basato sul riconoscimento biometrico. Ma qualcosa è andato storto: non è più l’intelligenza artificiale a somigliare sempre di più all’uomo, ma viceversa. Ora sono gli esseri umani che stanno imitando l’Ai, è questa la cosa più grave, come aveva immaginato, novant’anni fa, Charlie Chaplin in Tempi Moderni: l’immagine che ci è rimasta impressa è una catena di montaggio in cui lui stesso diventa ingranaggio. Aveva visto lungo.
Lo psicoanalista Emilio Mordini: «La dittatura delle regole avanza quanto più la società si affida a procedure amministrate da calcolatori»
Le conquiste democratiche realizzate dall’uomo negli ultimi tre secoli sembrano essere spazzate via dall’intelligenza artificiale (Ai): un sondaggio di European tech insight riferisce che il 51% degli europei sarebbe favorevole a ridurre il numero dei deputati, assegnando i seggi a un algoritmo, e un terzo preferirebbe che i servizi sociali fossero gestiti dall’Ai anziché da funzionari pubblici. Ne parliamo con Emilio Mordini, psicoanalista, già docente universitario di bioetica e di etica. Il professore si occupa di intelligenza artificiale come membro del Gruppo di esperti su ricerca e innovazione per la sicurezza, per conto della Commissione Ue.
Professore, come legge questo risultato?
«Le persone tendono ad avere più fiducia nelle macchine che nelle persone».
L’intelligenza artificiale non è corruttibile, invece…
«Appunto. A un essere umano si può far cambiare opinione, commuoverlo o corromperlo. Questo può essere un male, ma anche un bene perché permette di sfuggire o mitigare regole ingiuste. Sotto il nazismo e il comunismo, alcuni si salvarono corrompendo i funzionari statali. Se invece che esseri umani, ci fossero stati sistemi di intelligenza artificiale, non si sarebbe salvato nessuno. Oggi, però, siamo governati da persone prive di vero potere decisionale. Quando la decisione su un mutuo la prende un algoritmo, quale vantaggio c’è ad avere un direttore di banca in carne e ossa al posto di una chatbot? Se il medico di famiglia non fa nulla che non rientri nelle linee guida del ministero, paradossalmente non è più rapido consultare Google? Se gli esseri umani imitano le macchine, meglio le macchine».
E allora, quali problemi potremmo avere con l’Ai?
«Il problema riguarda la nostra libertà, non come concetto astratto ma come fatto pratico, della vita quotidiana. Più la nostra società si affida a procedure amministrate da macchine (o da esseri umani che si comportano come macchine), più perdiamo la nostra libertà. Noi chiediamo allo Stato sicurezza, salute, casa e lavoro, ma lo Stato, per non andare in fallimento, deve aumentare le tasse e controllare i servizi che eroga con linee guida e algoritmi».
Foucault parlava del «capitalismo della sorveglianza», che si presenta come garanzia di prosperità…
«Più che di prosperità, lo Stato - e le grandi corporazioni che agiscono come fossero Stati, ad esempio Google e Microsoft - si propongono come garanti di sicurezza. Al cittadino viene detto che il mondo è insicuro a causa delle malattie, dei russi, del clima e così via. Le istituzioni globali, ad esempio l’Oms, promettono di proteggerci da questi rischi, spesso imponendo comportamenti preventivi: vaccini, riduzioni delle emissioni di CO2, censura delle fake news, che inevitabilmente riducono la libertà».
Ma migliorano la vita delle persone…
«Dipende. Queste istituzioni si preoccupano di allungarci la vita (ammesso che ci riescano), ma non di renderla più piena. Il valore della vita non sta solo nella sua durata. Forse viviamo più a lungo, ma viviamo meglio?».
Cosa c’entra tutto questo con l’Ai?
«Si può imporre un mondo fatto di algoritmi solo se le persone perdono la percezione della qualità della vita. Ci si affida alla tecnologia con l’illusione di avere una vita più lunga, più comoda. Alla fine, ci si accorge che si è pagato un prezzo molto alto. Le nostre vite sono più lunghe ma si sono impoverite, sono diventate come le mozzarelle del supermercato: sane, a lunga conservazione, ma insapori».
Come siamo arrivati a questo punto?
«È un processo iniziato dopo la seconda guerra mondiale. L’allungamento della vita è stato presentato come un valore assoluto, garantito dallo Stato attraverso l’automazione dei servizi. Si ricorda il patto tra Mefistofele e Faust? Il diavolo, Mefistofele, prometteva a Faust ricchezza e giovinezza, a patto che Faust fosse sempre insoddisfatto, non dicesse mai al tempo “fermati perché io ora sono felice”. Questo è il patto diabolico che lega la nostra società alla tecnologia, e quindi anche all’Ai. Come criceti nella ruota di una gabbia, siamo condannati a inseguire ciò che non raggiungeremo mai».
L’intelligenza artificiale è dunque ineluttabile?
«Intelligenza significa avere desideri, progetti, intenzioni e solo la materia vivente possiede queste facoltà. L’AI, come tutte le macchine, non può desiderare nulla, è “stupida”, è uno strumento per gestire informazioni. Il problema sono i nostri desideri, non le macchine che usiamo per realizzarli. Noi oggi pensiamo che la verità non esista e cerchiamo la sicurezza nelle istituzioni e nella tecnologia. Ci affanniamo e agitiamo per molte cose, ma non sarà certo Alexa a dirci qual è il senso della vita».
Dietro Chatgpt un esercito di operai digitali
Chissà come ci sono rimasti male gli appassionati di intelligenza artificiale quando hanno saputo che Chatgpt si serve di esseri umani per filtrare i suoi contenuti. La notizia, rivelata in esclusiva dalla rivista Time, voleva evidenziare che l’organizzazione no profit Openai che ha creato il software, fondata del 2015 da diversi imprenditori tra cui Elon Musk e Sam Altman, sottopaga lavoratori in India, Kenya e Uganda per fare pulizia dei contenuti «tossici». Questi data labeler consentono a Chatgpt di eliminare dalla piattaforma linguaggi inappropriati e contenuti violenti. Sia chiaro: l’azienda californiana Sama, cui Openai ha subappaltato il lavoro, non lavora soltanto per Musk ma anche per Google, Meta e Microsoft. Tutta l’industria dell’intelligenza artificiale (Ai) ne fa uso e abuso, ma la tentazione di far sembrare Chatgpt più «intelligente» e «umana» di quanto non sia, passa sopra a tutto.
Lanciata sul mercato il 30 novembre 2022 come «ultima frontiera dell’intelligenza artificiale», che «cambierà per sempre il futuro dell’umanità», Chatgpt è descritta come «capace di comprendere il linguaggio umano e intrattenere conversazioni complesse». Ha raggiunto 1 milione di utenti in soli 5 giorni: per ottenere lo stesso risultato Netflix ha impiegato 3 anni e mezzo e Facebook 10 mesi. «Mi fai un riassunto di questo libro che dovevo leggere entro oggi?», «Scrivimi un reportage di guerra»: nessuno ha resistito alla tentazione di interrogare Chatgpt. C’è chi le ha chiesto di scrivere una lettera di scuse alla moglie, chi l’ha intervistata sulla politica e chi le ha chiesto di dare la definizione di «donna»: «È una persona che si definisce come tale o che è socialmente e riconosciuta come tale», ha risposto Chatgpt, dimostrando di essersi perfettamente uniformata ai parametri gender fluid. La Luiss ha realizzato un numero del suo periodico Zeta attraverso l’uso esclusivo di Chatgpt. Il risultato non è stato deludente, hanno riferito i partecipanti al master di giornalismo coinvolti nell’esperimento, ma per la stesura di alcuni contenuti sono state fatte decine di prove. La chat, come tutti i prodotti Ai, ha infinite capacità di calcolo, ma lì si ferma.
Chatgpt è stata anche sottoposta all’esame di licenza medica americano, e lo ha superato, ma ciò ha scatenato un dibattito inevitabilmente sfociato sul Covid e sulle cosiddette fake news. Intervistata su qual è la possibilità, per un minore, di morire di Covid, Chatgpt ha ammesso di «avere pregiudizi». «Chatgpt è una minaccia per la scienza?», si sono chiesti i soliti tromboni apprendendo che la chat ha perfino «firmato» uno studio pubblicato in preprint su MedRxiv. No, sono solo gli umani, a volte, a essere più «stupidi» di lei.
La «collega» Newsguard (software ideato da Ng technologies per intercettare le fake news) l’ha messa alla prova con 100 narrazioni «false»: 80 su 100 non sono state riconosciute come tali. Inutile dire che ciò ha consentito a Idmo, l’Osservatorio sui media coordinato da Gianni Riotta, di esprimere pelosa preoccupazione per come lo strumento potrebbe essere utilizzato «se finisse nelle mani sbagliate».
È ingenuo stupirsi delle performance di Chatgpt: è semplicemente un prodotto. Se il capo del dipartimento Ai di Facebook ha dichiarato che Chatgpt è «sopravvalutata» perché «ci sono almeno altre sei start up che usano la stessa tecnologia, su cui lavoriamo da decenni», Microsoft investirà 10 miliardi di dollari per acquisire il 49% di Openai.
Non dimentichiamo, però, che Chatgpt non è connessa a Internet: non è stata progettata per essere un motore di ricerca, è solo addestrata per generare risposte. Conferirle capacità intellettive, e perfino emozioni, è una debolezza: ciò che noi chiamiamo Ai non ha a che vedere con l’intelligenza, perché l’intelligenza non è soltanto (e neanche principalmente) capacità di calcolo.
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Dicono che sveltirà la burocrazia, la sanità, la produzione industriale. Ma è fatta per togliere responsabilità. E anche nell’Ue, che la finanzia, aumentano i dubbi.Lo psicoanalista Emilio Mordini: «La dittatura delle regole avanza quanto più la società si affida a procedure amministrate da calcolatori».Dietro Chatgpt un esercito di operai digitali. Serve una schiera di moderatori per filtrare i contenuti. Esperti critici sulle sue capacità: «È sopravvalutato».Lo speciale comprende tre articoli. Sentono «intelligenza artificiale» e subito le persone pensano ai robot, o a Chatgpt - capace di scrivere lettere di scuse a mogli inferocite, ma anche di elaborare complicati calcoli statistici - o agli studenti che smetteranno di fare compiti, temi e riassunti. I più informati colgono le opportunità di business che ruotano intorno all’Artificial intelligence (Ai): robotica intelligente per il controllo di processi industriali e miglioramento delle tecnologie e delle prestazioni sanitarie, con la telemedicina. L’intelligenza artificiale probabilmente è tutto questo. Ma è stata concepita con un altro obiettivo, che è quello di automatizzare la burocrazia e, di conseguenza, deresponsabilizzare le istituzioni stravolgendo il principio dell’«accountability», della responsabilità personale. Il conto, però, è salato, e non soltanto in termini economici.Quando Mario Draghi, il 17 febbraio 2021, presentò al Senato il documento programmatico del suo governo prima di cominciare l’avventura a Palazzo Chigi, in pochi fecero caso all’appello del neopremier affinché fosse incoraggiato «l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di intelligenza artificiale e tecnologie digitali». L’attenzione era concentrata su altro, soprattutto sulla gestione della pandemia e dei fondi del Pnrr. Ma l’intelligenza artificiale dentro al Pnrr fa la parte del leone, nell’ambito di quei 46,3 miliardi destinati all’innovazione tecnologica e digitale del nostro Paese e, soprattutto, alla semplificazione dei processi burocratici. «La pubblica amministrazione è chiamata a svolgere un ruolo da protagonista attivo della rivoluzione dell’intelligenza artificiale», si legge nei documenti governativi, «offrendo servizi migliori a cittadini e imprese, diminuendo i costi a parità di prestazioni e abilitando il settore privato […] a beneficio della collettività». I cittadini ci credono talmente tanto che, secondo un sondaggio di European tech insight, quasi due terzi degli europei (il 64%) pensa che la tecnologia rafforzi il processo democratico, e quasi il 60% dei cittadini europei vorrebbe fruire di servizi pubblici online, anche se ciò comporta la chiusura degli uffici dove recarsi in presenza. Le persone ritengono quindi che l’intelligenza artificiale possa in qualche modo sostituire la burocrazia migliorandola, ma non sembrano consapevoli delle conseguenze che ciò comporta. Nata nella Francia di Luigi Filippo, per poi prendere piede in Austria e in Russia, la burocrazia è il principio su cui funzionano i grandi imperi, dalla fine dell’Ottocento in poi. Se Gogol e Cechov ci hanno raccontato che uccide il diritto, forse è perché il suo scopo non è stato soltanto quello di far funzionare il sistema ma anche, e soprattutto, di deresponsabilizzare. In una burocrazia che funziona «bene», non dev’esserci nessuno che possa essere chiamato in causa in caso di errori: l’unico errore è non rispettare i parametri, i protocolli, le regole, come è accaduto. Il sistema è sempre lo stesso, quello dello statalismo nazista e comunista. Anche Microsoft e Google sono riproduzioni dello Stato, e anche questi sistemi si basano su un principio: nessuno ha responsabilità personale. L’intelligenza artificiale realizza il passaggio successivo: viene presentata come una nuova sfida dell’umanità, ma più che automatizzare l’intelligenza o la medicina, automatizza la burocrazia e la deresponsabilizzazione. Quando tutto ciò che riguarda la nostra vita quotidiana (le prestazioni sociali citate nel sondaggio di European tech insight, ad esempio) sarà automatizzato tramite l’algoritmo, con chi se la prenderà il cittadino cui viene negato il servizio essenziale, con l’algoritmo? E sulla base di quale procedura gli verranno erogati, o negati, i servizi fondamentali? Gli studi sull’intelligenza artificiale lo hanno spiegato con chiarezza: le prestazioni sociali verranno concesse non più sulla base di ciò che noi siamo nella realtà, ma sui dati che ogni giorno disseminiamo online, che rappresentano il nostro «digital twin», il gemello digitale elaborato sui dati da noi stessi diffusi. Saranno quindi i cosiddetti «big data» a stabilire i nostri bisogni, così come le valutazioni cliniche, che verranno prese non sulla base della tradizionale visita al paziente e dell’evidenza clinica, ma sulla base dell’evidenza dei dati e delle analisi; la telemedicina è questo. L’Unione Europea, che è stata la culla perversa della burocrazia, sembra cominciare a porsi qualche problema. Il primo testo sull’intelligenza artificiale («Artificial intelligence act») è stato presentato dalla Commissione Ue nel 2021. La proposta dovrà superare il vaglio del Parlamento europeo, che la sta discutendo, e del Consiglio Ue. Le tre istituzioni dovranno poi negoziare un testo finale, che è atteso per la fine del 2023. L’Unione si dichiara preoccupata che l’Ai resti «incentrata sull’uomo» e sia «sostenibile, sicura, etica e affidabile». I rischi considerati «inaccettabili» dai vertici Ue sono i sistemi di Ai che manipolano il comportamento umano e i sistemi che favoriscono un «credito sociale» da parte dei governi, attuando una sorveglianza di massa sui cittadini. Ma nelle pile di documenti sull’Intelligenza artificiale già prodotti dall’Ue non si trova da nessuna parte un monito al pericolo più tangibile che comporta l’automazione della burocrazia, ossia quello della deresponsabilizzazione di chi rappresenta le istituzioni. Naturale, purtroppo, se si pensa a come i media stanno trattando il tema. L’attenzione attualmente è concentrata su strumenti come Chatgpt, e c’è anche chi si è spinto, come l’ingegnere Blake Lemoine, a «intervistare» una di queste macchine, chiamata Lamda (Language model for dialogue applications), per dimostrare che è consapevole e senziente come noi umani. La sua esperienza, descritta in un articolo pubblicato sul Washington Post, ha fatto discutere ed è servita a suscitare una certa «simpatia» nei confronti della macchina. Ma i temi più rilevanti che riguardano l’intelligenza artificiale restano, per il momento, esclusi dal dibattito ufficiale. In pochi chiedono lumi sugli enormi investimenti che i governi di tutto il mondo hanno deciso di destinare all’Ai. Anche perché i processi decisionali stabiliti attraverso diagrammi di flusso, flow chart e modelli predittivi serviranno a far sì che non si sprechi un soldo, in un mondo popolato da persone che pretendono sempre più assistenza dallo Stato. Sarà facile far credere che l’intelligenza artificiale elimini le ingiustizie e gli abusi. Certo, basterebbe saper comunicare che l’Ai è semplicemente uno strumento di cui servirci per eliminare lavori noiosi come quelli dei funzionari degli aeroporti, che giocoforza lo svolgono in maniera meno accurata di un sistema digitale basato sul riconoscimento biometrico. Ma qualcosa è andato storto: non è più l’intelligenza artificiale a somigliare sempre di più all’uomo, ma viceversa. Ora sono gli esseri umani che stanno imitando l’Ai, è questa la cosa più grave, come aveva immaginato, novant’anni fa, Charlie Chaplin in Tempi Moderni: l’immagine che ci è rimasta impressa è una catena di montaggio in cui lui stesso diventa ingranaggio. 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Ne parliamo con Emilio Mordini, psicoanalista, già docente universitario di bioetica e di etica. Il professore si occupa di intelligenza artificiale come membro del Gruppo di esperti su ricerca e innovazione per la sicurezza, per conto della Commissione Ue. Professore, come legge questo risultato? «Le persone tendono ad avere più fiducia nelle macchine che nelle persone». L’intelligenza artificiale non è corruttibile, invece… «Appunto. A un essere umano si può far cambiare opinione, commuoverlo o corromperlo. Questo può essere un male, ma anche un bene perché permette di sfuggire o mitigare regole ingiuste. Sotto il nazismo e il comunismo, alcuni si salvarono corrompendo i funzionari statali. Se invece che esseri umani, ci fossero stati sistemi di intelligenza artificiale, non si sarebbe salvato nessuno. Oggi, però, siamo governati da persone prive di vero potere decisionale. Quando la decisione su un mutuo la prende un algoritmo, quale vantaggio c’è ad avere un direttore di banca in carne e ossa al posto di una chatbot? Se il medico di famiglia non fa nulla che non rientri nelle linee guida del ministero, paradossalmente non è più rapido consultare Google? Se gli esseri umani imitano le macchine, meglio le macchine». E allora, quali problemi potremmo avere con l’Ai? «Il problema riguarda la nostra libertà, non come concetto astratto ma come fatto pratico, della vita quotidiana. Più la nostra società si affida a procedure amministrate da macchine (o da esseri umani che si comportano come macchine), più perdiamo la nostra libertà. Noi chiediamo allo Stato sicurezza, salute, casa e lavoro, ma lo Stato, per non andare in fallimento, deve aumentare le tasse e controllare i servizi che eroga con linee guida e algoritmi». Foucault parlava del «capitalismo della sorveglianza», che si presenta come garanzia di prosperità… «Più che di prosperità, lo Stato - e le grandi corporazioni che agiscono come fossero Stati, ad esempio Google e Microsoft - si propongono come garanti di sicurezza. Al cittadino viene detto che il mondo è insicuro a causa delle malattie, dei russi, del clima e così via. Le istituzioni globali, ad esempio l’Oms, promettono di proteggerci da questi rischi, spesso imponendo comportamenti preventivi: vaccini, riduzioni delle emissioni di CO2, censura delle fake news, che inevitabilmente riducono la libertà». Ma migliorano la vita delle persone… «Dipende. Queste istituzioni si preoccupano di allungarci la vita (ammesso che ci riescano), ma non di renderla più piena. Il valore della vita non sta solo nella sua durata. Forse viviamo più a lungo, ma viviamo meglio?». Cosa c’entra tutto questo con l’Ai? «Si può imporre un mondo fatto di algoritmi solo se le persone perdono la percezione della qualità della vita. Ci si affida alla tecnologia con l’illusione di avere una vita più lunga, più comoda. Alla fine, ci si accorge che si è pagato un prezzo molto alto. Le nostre vite sono più lunghe ma si sono impoverite, sono diventate come le mozzarelle del supermercato: sane, a lunga conservazione, ma insapori». Come siamo arrivati a questo punto? «È un processo iniziato dopo la seconda guerra mondiale. L’allungamento della vita è stato presentato come un valore assoluto, garantito dallo Stato attraverso l’automazione dei servizi. Si ricorda il patto tra Mefistofele e Faust? Il diavolo, Mefistofele, prometteva a Faust ricchezza e giovinezza, a patto che Faust fosse sempre insoddisfatto, non dicesse mai al tempo “fermati perché io ora sono felice”. Questo è il patto diabolico che lega la nostra società alla tecnologia, e quindi anche all’Ai. Come criceti nella ruota di una gabbia, siamo condannati a inseguire ciò che non raggiungeremo mai». L’intelligenza artificiale è dunque ineluttabile? «Intelligenza significa avere desideri, progetti, intenzioni e solo la materia vivente possiede queste facoltà. L’AI, come tutte le macchine, non può desiderare nulla, è “stupida”, è uno strumento per gestire informazioni. Il problema sono i nostri desideri, non le macchine che usiamo per realizzarli. Noi oggi pensiamo che la verità non esista e cerchiamo la sicurezza nelle istituzioni e nella tecnologia. 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La notizia, rivelata in esclusiva dalla rivista Time, voleva evidenziare che l’organizzazione no profit Openai che ha creato il software, fondata del 2015 da diversi imprenditori tra cui Elon Musk e Sam Altman, sottopaga lavoratori in India, Kenya e Uganda per fare pulizia dei contenuti «tossici». Questi data labeler consentono a Chatgpt di eliminare dalla piattaforma linguaggi inappropriati e contenuti violenti. Sia chiaro: l’azienda californiana Sama, cui Openai ha subappaltato il lavoro, non lavora soltanto per Musk ma anche per Google, Meta e Microsoft. Tutta l’industria dell’intelligenza artificiale (Ai) ne fa uso e abuso, ma la tentazione di far sembrare Chatgpt più «intelligente» e «umana» di quanto non sia, passa sopra a tutto. Lanciata sul mercato il 30 novembre 2022 come «ultima frontiera dell’intelligenza artificiale», che «cambierà per sempre il futuro dell’umanità», Chatgpt è descritta come «capace di comprendere il linguaggio umano e intrattenere conversazioni complesse». Ha raggiunto 1 milione di utenti in soli 5 giorni: per ottenere lo stesso risultato Netflix ha impiegato 3 anni e mezzo e Facebook 10 mesi. «Mi fai un riassunto di questo libro che dovevo leggere entro oggi?», «Scrivimi un reportage di guerra»: nessuno ha resistito alla tentazione di interrogare Chatgpt. C’è chi le ha chiesto di scrivere una lettera di scuse alla moglie, chi l’ha intervistata sulla politica e chi le ha chiesto di dare la definizione di «donna»: «È una persona che si definisce come tale o che è socialmente e riconosciuta come tale», ha risposto Chatgpt, dimostrando di essersi perfettamente uniformata ai parametri gender fluid. La Luiss ha realizzato un numero del suo periodico Zeta attraverso l’uso esclusivo di Chatgpt. Il risultato non è stato deludente, hanno riferito i partecipanti al master di giornalismo coinvolti nell’esperimento, ma per la stesura di alcuni contenuti sono state fatte decine di prove. La chat, come tutti i prodotti Ai, ha infinite capacità di calcolo, ma lì si ferma. Chatgpt è stata anche sottoposta all’esame di licenza medica americano, e lo ha superato, ma ciò ha scatenato un dibattito inevitabilmente sfociato sul Covid e sulle cosiddette fake news. Intervistata su qual è la possibilità, per un minore, di morire di Covid, Chatgpt ha ammesso di «avere pregiudizi». «Chatgpt è una minaccia per la scienza?», si sono chiesti i soliti tromboni apprendendo che la chat ha perfino «firmato» uno studio pubblicato in preprint su MedRxiv. No, sono solo gli umani, a volte, a essere più «stupidi» di lei. La «collega» Newsguard (software ideato da Ng technologies per intercettare le fake news) l’ha messa alla prova con 100 narrazioni «false»: 80 su 100 non sono state riconosciute come tali. Inutile dire che ciò ha consentito a Idmo, l’Osservatorio sui media coordinato da Gianni Riotta, di esprimere pelosa preoccupazione per come lo strumento potrebbe essere utilizzato «se finisse nelle mani sbagliate». È ingenuo stupirsi delle performance di Chatgpt: è semplicemente un prodotto. Se il capo del dipartimento Ai di Facebook ha dichiarato che Chatgpt è «sopravvalutata» perché «ci sono almeno altre sei start up che usano la stessa tecnologia, su cui lavoriamo da decenni», Microsoft investirà 10 miliardi di dollari per acquisire il 49% di Openai. Non dimentichiamo, però, che Chatgpt non è connessa a Internet: non è stata progettata per essere un motore di ricerca, è solo addestrata per generare risposte. Conferirle capacità intellettive, e perfino emozioni, è una debolezza: ciò che noi chiamiamo Ai non ha a che vedere con l’intelligenza, perché l’intelligenza non è soltanto (e neanche principalmente) capacità di calcolo.
Vista aerea di Lignano Pineta negli anni '50. Nel riquadro, l'architetto Marcello d'Olivo
La riviera adriatica friulana a sud di Latisana, la penisola di Lignano, era stata nei secoli una zona incontaminata la cui parte occidentale, ricoperta da una vasta pineta e da paludi, era stata fino agli anni Venti del secolo XX colpita dalla piaga della febbre malarica e di fatto disabitata. Regno di ginestre e pini marittimi, i suoi bassi fondali sabbiosi ospitavano anguille e rombi, il suo cielo una grande varietà di uccelli acquatici. Solo all’inizio degli anni Cinquanta, con la ripresa del turismo postbellico, si pensò di svilupparla a scopo turistico come la confinante Sabbiadoro. Nel 1952 in seguito alla lottizzazione fu costituita la «Pineta Spa», inizialmente intenzionata a realizzare un grande campeggio all’ombra della macchia mediterranea. Fu l’intervento dell’ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli a cambiare radicalmente i progetti, sostituendoli con lo studio di una città balneare dai tratti futuristici. Per realizzarla, coinvolse l’architetto friulano Marcello D’Olivo, rappresentante dell’architettura organica italiana ispirata a quella dell’americano Frank Lloyd-Wright. L’architetto si era da poco distinto con la realizzazione della sede del Villaggio del Fanciullo di Trieste quando la città era ancora governata dagli Alleati. Sempre nel capoluogo giuliano aveva progettato nel 1951 la sede del nuovo Mercato Ortofrutticolo, realizzando una struttura futuristica a pianta circolare dove i camion potevano caricare all’ultimo piano grazie a rampe a spirale che si arrampicavano lungo la parete dell’edificio. La lottizzazione di Pineta fornì il terreno fertile per applicare la visione organica di D’Olivo su vasta scala, progettando un intero complesso residenziale.
L’architetto friulano fu incaricato nel 1952 e pochi mesi dopo abbozzò quello che sarà un esperimento unico nel panorama urbanistico italiano, caratterizzato dalla struttura a spirale delle strade di Pineta. La scelta della forma è una risultanza del bagaglio culturale dell’autore, che trae le proprie origini sia dai classici come la «spirale di Archimede» e la «Spira Mirabilis» del matematico Jakob Bernoulli, le cui caratteristiche geometriche sono dettate dall’algoritmo, ma anche dalle opere dei futuristi e di Paul Klee. Dall’altra parte la spirale o chiocciola era stata utilizzata anche dall’architetto che più aveva ispirato D’Olivo, Frank Lloyd-Wright, il cui esempio più famoso è forse la scalinata del Gugghenheim Museum di New York. La chiave di volta era stata svelata: oltre ad avere le caratteristiche estetiche e algebriche prima descritte, la forma a spirale era anche funzionale alle specifiche del progetto, che esigevano un totale rispetto della vegetazione. Le linee curve delle strade e la scarsa elevazione degli edifici rendevano possibile una visione continua del verde dei pini marittimi. Anche da un punto di vista della viabilità, la forma a chiocciola delle strade (gli «archi» intervallati da «raggi» che intersecavano le spire procedendo verso il mare) rendevano il traffico molto meno pericoloso evitando incroci perpendicolari e aumentando la visibilità, perché Lignano Pineta fu concepita per accogliere il maggior numero di automobili in un’epoca in cui si affacciava la motorizzazione di massa e l’inquinamento non era considerato un tabù. Lo sviluppo verticale degli edifici era stato rigidamente regolato da D’Olivo. Gli alberghi non potevano superare i 4 piani, come gli edifici commerciali, mentre ville e villette potevano raggiungere al massimo i 3 piani e le piccole case familiari solamente un piano. Anche per queste regole, che permettevano al cemento di integrarsi nella macchia mediterranea in modo armonico, D’Olivo fu attaccato da alcuni costruttori per le limitazioni imposte allo sviluppo in altezza in un periodo di forte speculazione edilizia. Per concludere i servizi erano tutti concentrati in un unico nucleo costruttivo, il cosiddetto «treno», un edificio lungo 110 metri dove si concentravano le principali attività commerciali, che seguiva sinuosamente le linee della spirale. Alla sommità del «treno» l’architetto scelse di realizzare coperture a forma di «tetto di pagoda», che riprendevano l’andamento sinuoso delle fronde della pineta.
La struttura urbanistica di Lignano Pineta fu realizzata tra il 1953 e il 1955 e negli anni successivi completata con la realizzazione di ville, alberghi e abitazioni. Oltre allo stesso D’Olivo, parteciparono alla loro realizzazione architetti di primo piano, seguaci dell’architettura organica che non escludeva punte di brutalismo. Grazie alla soluzione della spirale, l’uso diffuso del cemento armato riuscì nell’integrazione con l’ambiente regalando quello che ancora oggi è un esempio unico di sperimentalismo architettonico. Uniche per stile sono alcune abitazioni come quelle realizzate dallo stesso D’Olivo, come villa Sinisgalli, costruita per l’ingegnere letterato che ispirò il progetto e villa Spezzotti, un’opera che ricorda da vicino le case di Lloyd-Wright.
Lignano Pineta fu apprezzata anche da Ernest Hemingway, che nel 1954 la visitò, battezzandola entusiasticamente la «Florida d’Italia» così come il friulano Pier Paolo Pasolini che nel 1959, dopo averla visitata, dichiarò «Le architetture dei villini sono dignitose e garbate, c'è molto spazio: e l'aria che si respira è veramente degna di una piccola spiaggia europea americanizzante». Anche Alberto Sordi fu affascinato dal progetto di Pineta, dove alla fine degli anni Cinquanta acquistò una villa progettata dall'architetto Aldo Bernardis.
Marcello D’Olivo fu ammirato anche all’estero dopo la realizzazione di Lignano Pineta, soprattutto in Medio Oriente. Fu chiamato nel 1979 dal governo di Saddam Hussein per progettare il più importante monumento di Baghdad, quello del Milite Ignoto, dove l’architetto friulano realizzerà alla sommità di una collina artificiale un grande scudo che sembra fluttuare nell’aria. A Riad partecipò al progetto della città universitaria e propose un piano urbanistico, per la capitale del Gabon, Libreville.
Per chi volesse approfondire la storia del progetto e delle ville di Lignano Pineta, segnaliamo il sito web dell'associazione Raggi e ArchiTetture a questo LINK
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