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2023-05-30
Scontri in Kosovo. Feriti 11 italiani del contingente Nato
Ansa
Dopo mesi di tensioni ieri in Kosovo è successo quello che si temeva. A Zvecan, uno dei comuni del Nord del Kosovo a maggioranza serba e alla cui guida sono stati eletti, il 23 aprile scorso, nuovi sindaci di etnia albanese, si è svolta una manifestazione di protesta dei serbi contro l’insediamento del primo cittadino. Occorre ricordare che lì hanno votato solo in 1.500 dei serbi su 45.000 aventi diritto a causa del boicottaggio elettorale. Visto che le proteste erano sempre più veementi e nel timore che accadesse qualcosa al sindaco, sono intervenute le truppe della Kfor, (la Forza Nato in Kosovo) ma la situazione è ugualmente degenerata, mentre altre proteste sono andate in scena a Zubin Potok e Leposavic. Il bilancio degli scontri a a Zvecan è di numerosi feriti: 41 tra i militari Nato, dei quali 11 sono italiani. Come scrive l’Ansa, tra loro ci sarebbero tre feriti gravi a causa di ustioni e fratture. Diversi feriti anche tra i 300 manifestanti serbi e anche un inviato dell’agenzia serba Tanjung è rimasto coinvolto negli scontri.
Per disperdere i manifestanti, i militari della Kfor hanno utilizzato manganelli, lacrimogeni e bombe assordanti e i contestatori hanno risposto con un lanciando sassi, bottiglie e tutto quello che hanno trovato per le strade. Mentre scriviamo, i media locali raccontano che la situazione resta tesissima e come riferisce l’Ansa «sarebbe in atto un contenimento delle frange più violente di dimostranti».
Secondo il sito di informazione Kossev, l’intervento della Kfor è scattato quando i manifestanti si sono rifiutati, nonostante le richieste dei loro leader politici, di consentire il passaggio due veicoli speciali della polizia kosovara, bloccati tra i manifestanti dalla mattina. In un comunicato, la forza Nato dispiegata in Kosovo ha dichiarato «di aver rafforzato la sua presenza nel Nord del Paese» e ha esortato ancora una volta Belgrado e Pristina a riprendere il dialogo condotto sotto gli auspici dell’Unione europea per ridurre le tensioni. Vista l’altissima tensione nel Nord del Kosovo, l’esercito serbo «resterà in stato di massima allerta fino a venerdì prossimo», ha dichiarato il ministro della Difesa serb,o Miloš Vučević, per poi aggiungere che «tali unità sono pronte a espletare ogni compito e ordinanza che giunga dal comandante supremo delle Forze armate (il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ndr), nella speranza che si trovi una soluzione politica». Il ministro della Difesa non ha perso l’occasione per gettare altra benzina sul fuoco, criticando la forza Nato in Kosovo, che «prende le difese della polizia kosovara e degli usurpatori della democrazia piuttosto che della popolazione serba». Poi Vučević ha affermato che l’esercito serbo è in costante contatto con Kfor, e che ieri il capo di Stato maggiore, generale Milan Mojsilović ha parlato con il comandante della Kfor, il generale italiano Angelo Michele Ristuccia, che gli ha ribadito l’impegno della forza Nato a preservare la pace e a evitare scontri con la popolazione serba.
L’ambasciatore americano a Pristina, Jeff Hovenier, ha preso l’iniziativa diplomatica e ha incontrato la presidente kosovara Vjosa Osmani, affermando che «è importante non fare uso della forza per consentire l’ingresso dei sindaci nelle sedi municipali dei Comuni serbi al Nord». Gli Stati Uniti temono che possa esplodere la polveriera Kosovo mentre si combatte in Ucraina e l’ambasciatore Hovenier ha fatto presente che la posizione americana è la stessa di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Prima di incontrare Vjosa Osmani l’ambasciatore Usa ha visto i nuovi sindaci (di etnia albanese) di Zvecan e Zubin Potok. Benché invitati, i sindaci dei quattro maggiori Comuni del Nord a maggioranza serba Leposavic e Mitrovica Nord, entrambi del Partito autodeterminazione (Vetevendosje, Vv), la forza di maggioranza guidata dal premier kosovaro, Albin Kurti, non si sono fatti vedere. Su quanto accaduto è intervenuto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «I miei più sinceri sentimenti di vicinanza ai militari italiani che sono rimasti feriti durante i disordini in Kosovo. Esprimo inoltre la più ferma condanna dell’attacco avvenuto a danno della missione Kfor, che ha coinvolto anche militari di altre nazioni. Quanto sta accadendo è assolutamente inaccettabile e irresponsabile. Non tollereremo ulteriori attacchi nei confronti di Kfor. È fondamentale evitare ulteriori azioni unilaterali da parte delle autorità kosovare e che tutte le parti in causa facciano immediatamente un passo indietro contribuendo all’allentamento delle tensioni. L’impegno del governo italiano per la pace e per la stabilità dei Balcani occidentali è massimo e continueremo a lavorare con i nostri alleati. Confermo ai militari italiani la mia vicinanza e la forte gratitudine del governo per la straordinaria professionalità e l’encomiabile spirito di servizio che dimostrano in ogni circostanza».
Kiev bersagliata, rappresaglia ucraina su Belgorod
Il campo di battaglia si allarga e si sta spostando fuori dai confini ucraini: la regione di Belgorod è sotto attacco ancora una volta. Il governatore, Vyacheslav Gladkov, ha accusato le forze di Kiev di aver colpito ieri mattina le zone di confine: «Purtroppo a Grafovka è morto un civile, un uomo che era impegnato nei lavori domestici quando una granata ha colpito il cortile. È morto sul posto per le ferite riportate». Sarebbero stati colpiti i siti industriali a Shebekino, dove almeno quattro lavoratori sarebbero rimasti feriti, uno in maniera grave. Un altro attacco è stato denunciato a Novaya Tavolzhanka dove ci sono stati danni alla rete elettrica e un altro contro Kozinka, dove sarebbe stato colpito un albergo. Il governatore ha poi aggiunto che «Kharkiv dovrebbe essere inclusa nella regione di Belgorod. Questo sarebbe il modo migliore per risolvere il problema degli attacchi alle due regioni. Nel distretto di Graivoron, dove una settimana fa è avvenuto l’assalto paramilitare russo, sono entrati finora cinque gruppi di sabotatori». Il fondatore del gruppo russo di mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, nell’ambito di un piano in 20 punti per proteggere le regioni di confine russe dagli attacchi nemici, ha proposto come soluzione di creare una zona cuscinetto larga 30 chilometri.
Naturalmente questo non cambia la situazione dei bombardamenti in Ucraina: Kiev continua a essere presa di mira. Nell’ultimo attacco russo sono stati abbattuti 37 missili e 29 droni, i cui frammenti hanno ferito un civile. Gli allarmi, poi, si sono susseguiti per tutto il giorno, ma non ci sono stati né danni importanti, né morti. Oltre alla capitale sono state bombardate anche le regioni di Odessa, Khmelnytsky, Leopoli e Vinnytsia. E Kiev continua a pensare alla controffensiva: la Difesa ha chiarito che solo due o tre persone conoscono la data in cui comincerà, ma in ogni caso il momento si starebbe avvicinando. Lo sa anche Mosca, che ha incrementato il numero degli attacchi.Nel frattempo Pechino smentisce il Wall Street Journal, che come altre testate, ha scritto nei giorni scorsi che l’inviato cinese per le questioni euroasiatiche incaricato di sondare le parti in conflitto in Ucraina in uno sforzo di de-escalation, Li Hui, abbia presentato un piano per un cessate il fuoco, che preveda il mantenimento da parte di Mosca dei territori occupati in Ucraina. Le autorità ucraine, d’altro canto, hanno puntualizzato che qualsiasi accordo di pace accettabile per l’Ucraina deve includere non solo un ripristino dei confini sovrani, ma una zona smilitarizzata che si estenda in Russia per 100-120 chilometri, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato un disegno di legge per sanzionare l’Iran per 50 anni a causa del suo sostegno militare alla Russia. Mosca continua la sua attività diplomatica: il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov è atterrato a Nairobi, in Kenya. Una visita non annunciata prima di recarsi in Sudafrica, per la ministeriale dei Paesi Brics del primo e 2 giugno. Per quanto riguarda la Nato, la neo ammessa Finlandia ospita per la prima volta un’esercitazione aerea militare che coinvolge una dozzina di Paesi, per un totale di 150 velivoli.
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In tutto sono stati colpiti 41 militari: tre dei nostri sono gravi. Caos innescato dalla protesta serba contro i sindaci albanesi.I russi intensificano i raid, ma la loro regione di confine è sotto scacco. Smentite sul piano di pace cinese, Sergej Lavrov vola in Kenya.Lo speciale contiene due articoli.Dopo mesi di tensioni ieri in Kosovo è successo quello che si temeva. A Zvecan, uno dei comuni del Nord del Kosovo a maggioranza serba e alla cui guida sono stati eletti, il 23 aprile scorso, nuovi sindaci di etnia albanese, si è svolta una manifestazione di protesta dei serbi contro l’insediamento del primo cittadino. Occorre ricordare che lì hanno votato solo in 1.500 dei serbi su 45.000 aventi diritto a causa del boicottaggio elettorale. Visto che le proteste erano sempre più veementi e nel timore che accadesse qualcosa al sindaco, sono intervenute le truppe della Kfor, (la Forza Nato in Kosovo) ma la situazione è ugualmente degenerata, mentre altre proteste sono andate in scena a Zubin Potok e Leposavic. Il bilancio degli scontri a a Zvecan è di numerosi feriti: 41 tra i militari Nato, dei quali 11 sono italiani. Come scrive l’Ansa, tra loro ci sarebbero tre feriti gravi a causa di ustioni e fratture. Diversi feriti anche tra i 300 manifestanti serbi e anche un inviato dell’agenzia serba Tanjung è rimasto coinvolto negli scontri. Per disperdere i manifestanti, i militari della Kfor hanno utilizzato manganelli, lacrimogeni e bombe assordanti e i contestatori hanno risposto con un lanciando sassi, bottiglie e tutto quello che hanno trovato per le strade. Mentre scriviamo, i media locali raccontano che la situazione resta tesissima e come riferisce l’Ansa «sarebbe in atto un contenimento delle frange più violente di dimostranti». Secondo il sito di informazione Kossev, l’intervento della Kfor è scattato quando i manifestanti si sono rifiutati, nonostante le richieste dei loro leader politici, di consentire il passaggio due veicoli speciali della polizia kosovara, bloccati tra i manifestanti dalla mattina. In un comunicato, la forza Nato dispiegata in Kosovo ha dichiarato «di aver rafforzato la sua presenza nel Nord del Paese» e ha esortato ancora una volta Belgrado e Pristina a riprendere il dialogo condotto sotto gli auspici dell’Unione europea per ridurre le tensioni. Vista l’altissima tensione nel Nord del Kosovo, l’esercito serbo «resterà in stato di massima allerta fino a venerdì prossimo», ha dichiarato il ministro della Difesa serb,o Miloš Vučević, per poi aggiungere che «tali unità sono pronte a espletare ogni compito e ordinanza che giunga dal comandante supremo delle Forze armate (il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ndr), nella speranza che si trovi una soluzione politica». Il ministro della Difesa non ha perso l’occasione per gettare altra benzina sul fuoco, criticando la forza Nato in Kosovo, che «prende le difese della polizia kosovara e degli usurpatori della democrazia piuttosto che della popolazione serba». Poi Vučević ha affermato che l’esercito serbo è in costante contatto con Kfor, e che ieri il capo di Stato maggiore, generale Milan Mojsilović ha parlato con il comandante della Kfor, il generale italiano Angelo Michele Ristuccia, che gli ha ribadito l’impegno della forza Nato a preservare la pace e a evitare scontri con la popolazione serba. L’ambasciatore americano a Pristina, Jeff Hovenier, ha preso l’iniziativa diplomatica e ha incontrato la presidente kosovara Vjosa Osmani, affermando che «è importante non fare uso della forza per consentire l’ingresso dei sindaci nelle sedi municipali dei Comuni serbi al Nord». Gli Stati Uniti temono che possa esplodere la polveriera Kosovo mentre si combatte in Ucraina e l’ambasciatore Hovenier ha fatto presente che la posizione americana è la stessa di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Prima di incontrare Vjosa Osmani l’ambasciatore Usa ha visto i nuovi sindaci (di etnia albanese) di Zvecan e Zubin Potok. Benché invitati, i sindaci dei quattro maggiori Comuni del Nord a maggioranza serba Leposavic e Mitrovica Nord, entrambi del Partito autodeterminazione (Vetevendosje, Vv), la forza di maggioranza guidata dal premier kosovaro, Albin Kurti, non si sono fatti vedere. Su quanto accaduto è intervenuto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «I miei più sinceri sentimenti di vicinanza ai militari italiani che sono rimasti feriti durante i disordini in Kosovo. Esprimo inoltre la più ferma condanna dell’attacco avvenuto a danno della missione Kfor, che ha coinvolto anche militari di altre nazioni. Quanto sta accadendo è assolutamente inaccettabile e irresponsabile. Non tollereremo ulteriori attacchi nei confronti di Kfor. È fondamentale evitare ulteriori azioni unilaterali da parte delle autorità kosovare e che tutte le parti in causa facciano immediatamente un passo indietro contribuendo all’allentamento delle tensioni. L’impegno del governo italiano per la pace e per la stabilità dei Balcani occidentali è massimo e continueremo a lavorare con i nostri alleati. Confermo ai militari italiani la mia vicinanza e la forte gratitudine del governo per la straordinaria professionalità e l’encomiabile spirito di servizio che dimostrano in ogni circostanza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scontri-kosovo-feriti-11-italiani-2660718988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-bersagliata-rappresaglia-ucraina-su-belgorod" data-post-id="2660718988" data-published-at="1685430153" data-use-pagination="False"> Kiev bersagliata, rappresaglia ucraina su Belgorod Il campo di battaglia si allarga e si sta spostando fuori dai confini ucraini: la regione di Belgorod è sotto attacco ancora una volta. Il governatore, Vyacheslav Gladkov, ha accusato le forze di Kiev di aver colpito ieri mattina le zone di confine: «Purtroppo a Grafovka è morto un civile, un uomo che era impegnato nei lavori domestici quando una granata ha colpito il cortile. È morto sul posto per le ferite riportate». Sarebbero stati colpiti i siti industriali a Shebekino, dove almeno quattro lavoratori sarebbero rimasti feriti, uno in maniera grave. Un altro attacco è stato denunciato a Novaya Tavolzhanka dove ci sono stati danni alla rete elettrica e un altro contro Kozinka, dove sarebbe stato colpito un albergo. Il governatore ha poi aggiunto che «Kharkiv dovrebbe essere inclusa nella regione di Belgorod. Questo sarebbe il modo migliore per risolvere il problema degli attacchi alle due regioni. Nel distretto di Graivoron, dove una settimana fa è avvenuto l’assalto paramilitare russo, sono entrati finora cinque gruppi di sabotatori». Il fondatore del gruppo russo di mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, nell’ambito di un piano in 20 punti per proteggere le regioni di confine russe dagli attacchi nemici, ha proposto come soluzione di creare una zona cuscinetto larga 30 chilometri.Naturalmente questo non cambia la situazione dei bombardamenti in Ucraina: Kiev continua a essere presa di mira. Nell’ultimo attacco russo sono stati abbattuti 37 missili e 29 droni, i cui frammenti hanno ferito un civile. Gli allarmi, poi, si sono susseguiti per tutto il giorno, ma non ci sono stati né danni importanti, né morti. Oltre alla capitale sono state bombardate anche le regioni di Odessa, Khmelnytsky, Leopoli e Vinnytsia. E Kiev continua a pensare alla controffensiva: la Difesa ha chiarito che solo due o tre persone conoscono la data in cui comincerà, ma in ogni caso il momento si starebbe avvicinando. Lo sa anche Mosca, che ha incrementato il numero degli attacchi.Nel frattempo Pechino smentisce il Wall Street Journal, che come altre testate, ha scritto nei giorni scorsi che l’inviato cinese per le questioni euroasiatiche incaricato di sondare le parti in conflitto in Ucraina in uno sforzo di de-escalation, Li Hui, abbia presentato un piano per un cessate il fuoco, che preveda il mantenimento da parte di Mosca dei territori occupati in Ucraina. Le autorità ucraine, d’altro canto, hanno puntualizzato che qualsiasi accordo di pace accettabile per l’Ucraina deve includere non solo un ripristino dei confini sovrani, ma una zona smilitarizzata che si estenda in Russia per 100-120 chilometri, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato un disegno di legge per sanzionare l’Iran per 50 anni a causa del suo sostegno militare alla Russia. Mosca continua la sua attività diplomatica: il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov è atterrato a Nairobi, in Kenya. Una visita non annunciata prima di recarsi in Sudafrica, per la ministeriale dei Paesi Brics del primo e 2 giugno. Per quanto riguarda la Nato, la neo ammessa Finlandia ospita per la prima volta un’esercitazione aerea militare che coinvolge una dozzina di Paesi, per un totale di 150 velivoli.
«È arrivato il giorno della verità». Maurizio Belpietro presenta così la terza edizione dell’evento in programma domani all’Acquario Romano di Roma.
Dalla geopolitica all'economia, dall'energia all'agroalimentare, fino al lavoro e all'innovazione. Saranno le grandi sfide che stanno ridefinendo il ruolo dell'Italia e dell'Occidente al centro dell'evento promosso dal quotidiano. Una giornata di confronto che vedrà alternarsi sul palco esponenti delle istituzioni, leader politici, ministri, imprenditori e manager chiamati a discutere i temi che più incidono sul presente e sul futuro del Paese.
Ad aprire i lavori, dopo i saluti del direttore Belpietro, sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L'intervista dedicata alla crisi globale affronterà i dossier internazionali più delicati, tra conflitti, diplomazia e tutela degli interessi italiani in uno scenario internazionale sempre più instabile. Subito dopo sarà la volta del presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, protagonista di un confronto dedicato agli equilibri politici e alle prospettive del Paese. Il pomeriggio entrerà nel vivo con un approfondimento sul nuovo disordine mondiale e sulle sfide della sicurezza. Al centro del dibattito il rapporto tra guerre, difesa, approvvigionamenti energetici e competizione globale. È prevista l'intervista al ministro della Difesa Guido Crosetto. I temi economici saranno invece al centro dell'incontro con il ministro dell'Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. Debito pubblico, dazi, crescita industriale e competitività del sistema produttivo saranno alcuni degli argomenti affrontati nel corso del confronto.
L'attenzione si sposterà quindi sulla trasformazione digitale e sulle infrastrutture che sostengono la crescita del Paese. Nel panel dedicato alla «Fabbrica del futuro» dialogherà con Belpietro l'amministratore delegato di Autostrade per l'Italia Arrigo Emilio Giana. Porteranno inoltre il loro contributo Georg Gufler, amministratore delegato di Doppelmayr Italia, Fulvio Giuliani, responsabile della comunicazione di Interporto Rivers, e Stefano Paggi, chief technology and operation officer di Fibercop.
Uno dei momenti centrali della giornata sarà dedicato all'agroalimentare, settore strategico per l'economia nazionale. Il ministro dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste Francesco Lollobrigida sarà intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni, mentre Federico Vecchioni, amministratore delegato di BF Spa, offrirà il punto di vista di una delle principali realtà del comparto.
Ampio spazio sarà riservato anche al nodo energetico, considerato decisivo per il futuro dell'Europa e per la competitività del sistema industriale. Nel panel dedicato a «L'energia del potere», condotto dal vicedirettore Giuliano Zulin, interverrà Regina Corradini D'Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Seguiranno gli interventi di Riccardo Toto, direttore generale di Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/digital di Eni, e Marco Gay, presidente dell'Unione Industriali Torino. Sempre sul fronte energetico è prevista l'intervista al ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.
La riflessione proseguirà con un focus dedicato alle infrastrutture strategiche e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Nel panel «Le reti della sovranità» interverranno rappresentanti di alcune delle principali realtà del settore: Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Aeroporti di Roma, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2A, ed Enrico Pezzoli, amministratore delegato di Acea Acqua.
La parte finale della manifestazione sarà dedicata al mercato del lavoro e alle trasformazioni in corso nel mondo dell'occupazione. Il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Calderone discuterà di salari, formazione e sviluppo economico. Al dibattito parteciperanno inoltre Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie dell'Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, amministratore delegato di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net. A condurre l'evento lungo i diversi momenti della giornata sarà la giornalista Rai Manuela Moreno, chiamata a guidare il confronto tra istituzioni, politica e mondo delle imprese.
A chiudere la terza edizione de «Il Giorno della Verità» sarà l'intervista del direttore Belpietro al presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Un confronto conclusivo che offrirà l'occasione per affrontare i principali dossier politici, economici e internazionali che attendono l'Italia nei prossimi mesi.
«Un appuntamento ormai fisso, lo facciamo da alcuni anni – spiega il direttore – l’abbiamo tenuto a Milano nei primi anni ma ultimamente lo facciamo a Roma e invitiamo ministri, personalità, uomini dell’economia, uomini dell’opposizione, perché no? E quindi discutiamo con loro del futuro che ci attende»
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La mamma, il suo compagno e il nonno delle due sorelle di 12 e 16 anni ritrovate ieri sera a Formia, a quindici giorni dalla loro scomparsa da una casa famiglia di Civitella Alfedena, sono stati fermati all'alba con l'accusa di sequestro di persona in concorso.
La donna è in carcere a Teramo, il suo compagno e il nonno delle ragazze sono in quello di Sulmona. È indagata a piede libero l'anziana nel cui appartamento di Formia sono state ritrovate le due sorelle. Secondo quanto si apprende, la donna sarebbe una lontana parente della madre delle ragazze, fermata nella notte insieme con il compagno e il nonno con l'accusa di sequestro di persona aggravato in concorso.
«Non sapevo nulla, me le hanno portate e basta». Sono queste le parole dell'anziana che in questi giorni ha ospitato Sarah e Alisya, intervistata da Rainews24.
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Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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