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2023-05-30
Scontri in Kosovo. Feriti 11 italiani del contingente Nato
Ansa
Dopo mesi di tensioni ieri in Kosovo è successo quello che si temeva. A Zvecan, uno dei comuni del Nord del Kosovo a maggioranza serba e alla cui guida sono stati eletti, il 23 aprile scorso, nuovi sindaci di etnia albanese, si è svolta una manifestazione di protesta dei serbi contro l’insediamento del primo cittadino. Occorre ricordare che lì hanno votato solo in 1.500 dei serbi su 45.000 aventi diritto a causa del boicottaggio elettorale. Visto che le proteste erano sempre più veementi e nel timore che accadesse qualcosa al sindaco, sono intervenute le truppe della Kfor, (la Forza Nato in Kosovo) ma la situazione è ugualmente degenerata, mentre altre proteste sono andate in scena a Zubin Potok e Leposavic. Il bilancio degli scontri a a Zvecan è di numerosi feriti: 41 tra i militari Nato, dei quali 11 sono italiani. Come scrive l’Ansa, tra loro ci sarebbero tre feriti gravi a causa di ustioni e fratture. Diversi feriti anche tra i 300 manifestanti serbi e anche un inviato dell’agenzia serba Tanjung è rimasto coinvolto negli scontri.
Per disperdere i manifestanti, i militari della Kfor hanno utilizzato manganelli, lacrimogeni e bombe assordanti e i contestatori hanno risposto con un lanciando sassi, bottiglie e tutto quello che hanno trovato per le strade. Mentre scriviamo, i media locali raccontano che la situazione resta tesissima e come riferisce l’Ansa «sarebbe in atto un contenimento delle frange più violente di dimostranti».
Secondo il sito di informazione Kossev, l’intervento della Kfor è scattato quando i manifestanti si sono rifiutati, nonostante le richieste dei loro leader politici, di consentire il passaggio due veicoli speciali della polizia kosovara, bloccati tra i manifestanti dalla mattina. In un comunicato, la forza Nato dispiegata in Kosovo ha dichiarato «di aver rafforzato la sua presenza nel Nord del Paese» e ha esortato ancora una volta Belgrado e Pristina a riprendere il dialogo condotto sotto gli auspici dell’Unione europea per ridurre le tensioni. Vista l’altissima tensione nel Nord del Kosovo, l’esercito serbo «resterà in stato di massima allerta fino a venerdì prossimo», ha dichiarato il ministro della Difesa serb,o Miloš Vučević, per poi aggiungere che «tali unità sono pronte a espletare ogni compito e ordinanza che giunga dal comandante supremo delle Forze armate (il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ndr), nella speranza che si trovi una soluzione politica». Il ministro della Difesa non ha perso l’occasione per gettare altra benzina sul fuoco, criticando la forza Nato in Kosovo, che «prende le difese della polizia kosovara e degli usurpatori della democrazia piuttosto che della popolazione serba». Poi Vučević ha affermato che l’esercito serbo è in costante contatto con Kfor, e che ieri il capo di Stato maggiore, generale Milan Mojsilović ha parlato con il comandante della Kfor, il generale italiano Angelo Michele Ristuccia, che gli ha ribadito l’impegno della forza Nato a preservare la pace e a evitare scontri con la popolazione serba.
L’ambasciatore americano a Pristina, Jeff Hovenier, ha preso l’iniziativa diplomatica e ha incontrato la presidente kosovara Vjosa Osmani, affermando che «è importante non fare uso della forza per consentire l’ingresso dei sindaci nelle sedi municipali dei Comuni serbi al Nord». Gli Stati Uniti temono che possa esplodere la polveriera Kosovo mentre si combatte in Ucraina e l’ambasciatore Hovenier ha fatto presente che la posizione americana è la stessa di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Prima di incontrare Vjosa Osmani l’ambasciatore Usa ha visto i nuovi sindaci (di etnia albanese) di Zvecan e Zubin Potok. Benché invitati, i sindaci dei quattro maggiori Comuni del Nord a maggioranza serba Leposavic e Mitrovica Nord, entrambi del Partito autodeterminazione (Vetevendosje, Vv), la forza di maggioranza guidata dal premier kosovaro, Albin Kurti, non si sono fatti vedere. Su quanto accaduto è intervenuto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «I miei più sinceri sentimenti di vicinanza ai militari italiani che sono rimasti feriti durante i disordini in Kosovo. Esprimo inoltre la più ferma condanna dell’attacco avvenuto a danno della missione Kfor, che ha coinvolto anche militari di altre nazioni. Quanto sta accadendo è assolutamente inaccettabile e irresponsabile. Non tollereremo ulteriori attacchi nei confronti di Kfor. È fondamentale evitare ulteriori azioni unilaterali da parte delle autorità kosovare e che tutte le parti in causa facciano immediatamente un passo indietro contribuendo all’allentamento delle tensioni. L’impegno del governo italiano per la pace e per la stabilità dei Balcani occidentali è massimo e continueremo a lavorare con i nostri alleati. Confermo ai militari italiani la mia vicinanza e la forte gratitudine del governo per la straordinaria professionalità e l’encomiabile spirito di servizio che dimostrano in ogni circostanza».
Kiev bersagliata, rappresaglia ucraina su Belgorod
Il campo di battaglia si allarga e si sta spostando fuori dai confini ucraini: la regione di Belgorod è sotto attacco ancora una volta. Il governatore, Vyacheslav Gladkov, ha accusato le forze di Kiev di aver colpito ieri mattina le zone di confine: «Purtroppo a Grafovka è morto un civile, un uomo che era impegnato nei lavori domestici quando una granata ha colpito il cortile. È morto sul posto per le ferite riportate». Sarebbero stati colpiti i siti industriali a Shebekino, dove almeno quattro lavoratori sarebbero rimasti feriti, uno in maniera grave. Un altro attacco è stato denunciato a Novaya Tavolzhanka dove ci sono stati danni alla rete elettrica e un altro contro Kozinka, dove sarebbe stato colpito un albergo. Il governatore ha poi aggiunto che «Kharkiv dovrebbe essere inclusa nella regione di Belgorod. Questo sarebbe il modo migliore per risolvere il problema degli attacchi alle due regioni. Nel distretto di Graivoron, dove una settimana fa è avvenuto l’assalto paramilitare russo, sono entrati finora cinque gruppi di sabotatori». Il fondatore del gruppo russo di mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, nell’ambito di un piano in 20 punti per proteggere le regioni di confine russe dagli attacchi nemici, ha proposto come soluzione di creare una zona cuscinetto larga 30 chilometri.
Naturalmente questo non cambia la situazione dei bombardamenti in Ucraina: Kiev continua a essere presa di mira. Nell’ultimo attacco russo sono stati abbattuti 37 missili e 29 droni, i cui frammenti hanno ferito un civile. Gli allarmi, poi, si sono susseguiti per tutto il giorno, ma non ci sono stati né danni importanti, né morti. Oltre alla capitale sono state bombardate anche le regioni di Odessa, Khmelnytsky, Leopoli e Vinnytsia. E Kiev continua a pensare alla controffensiva: la Difesa ha chiarito che solo due o tre persone conoscono la data in cui comincerà, ma in ogni caso il momento si starebbe avvicinando. Lo sa anche Mosca, che ha incrementato il numero degli attacchi.Nel frattempo Pechino smentisce il Wall Street Journal, che come altre testate, ha scritto nei giorni scorsi che l’inviato cinese per le questioni euroasiatiche incaricato di sondare le parti in conflitto in Ucraina in uno sforzo di de-escalation, Li Hui, abbia presentato un piano per un cessate il fuoco, che preveda il mantenimento da parte di Mosca dei territori occupati in Ucraina. Le autorità ucraine, d’altro canto, hanno puntualizzato che qualsiasi accordo di pace accettabile per l’Ucraina deve includere non solo un ripristino dei confini sovrani, ma una zona smilitarizzata che si estenda in Russia per 100-120 chilometri, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato un disegno di legge per sanzionare l’Iran per 50 anni a causa del suo sostegno militare alla Russia. Mosca continua la sua attività diplomatica: il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov è atterrato a Nairobi, in Kenya. Una visita non annunciata prima di recarsi in Sudafrica, per la ministeriale dei Paesi Brics del primo e 2 giugno. Per quanto riguarda la Nato, la neo ammessa Finlandia ospita per la prima volta un’esercitazione aerea militare che coinvolge una dozzina di Paesi, per un totale di 150 velivoli.
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In tutto sono stati colpiti 41 militari: tre dei nostri sono gravi. Caos innescato dalla protesta serba contro i sindaci albanesi.I russi intensificano i raid, ma la loro regione di confine è sotto scacco. Smentite sul piano di pace cinese, Sergej Lavrov vola in Kenya.Lo speciale contiene due articoli.Dopo mesi di tensioni ieri in Kosovo è successo quello che si temeva. A Zvecan, uno dei comuni del Nord del Kosovo a maggioranza serba e alla cui guida sono stati eletti, il 23 aprile scorso, nuovi sindaci di etnia albanese, si è svolta una manifestazione di protesta dei serbi contro l’insediamento del primo cittadino. Occorre ricordare che lì hanno votato solo in 1.500 dei serbi su 45.000 aventi diritto a causa del boicottaggio elettorale. Visto che le proteste erano sempre più veementi e nel timore che accadesse qualcosa al sindaco, sono intervenute le truppe della Kfor, (la Forza Nato in Kosovo) ma la situazione è ugualmente degenerata, mentre altre proteste sono andate in scena a Zubin Potok e Leposavic. Il bilancio degli scontri a a Zvecan è di numerosi feriti: 41 tra i militari Nato, dei quali 11 sono italiani. Come scrive l’Ansa, tra loro ci sarebbero tre feriti gravi a causa di ustioni e fratture. Diversi feriti anche tra i 300 manifestanti serbi e anche un inviato dell’agenzia serba Tanjung è rimasto coinvolto negli scontri. Per disperdere i manifestanti, i militari della Kfor hanno utilizzato manganelli, lacrimogeni e bombe assordanti e i contestatori hanno risposto con un lanciando sassi, bottiglie e tutto quello che hanno trovato per le strade. Mentre scriviamo, i media locali raccontano che la situazione resta tesissima e come riferisce l’Ansa «sarebbe in atto un contenimento delle frange più violente di dimostranti». Secondo il sito di informazione Kossev, l’intervento della Kfor è scattato quando i manifestanti si sono rifiutati, nonostante le richieste dei loro leader politici, di consentire il passaggio due veicoli speciali della polizia kosovara, bloccati tra i manifestanti dalla mattina. In un comunicato, la forza Nato dispiegata in Kosovo ha dichiarato «di aver rafforzato la sua presenza nel Nord del Paese» e ha esortato ancora una volta Belgrado e Pristina a riprendere il dialogo condotto sotto gli auspici dell’Unione europea per ridurre le tensioni. Vista l’altissima tensione nel Nord del Kosovo, l’esercito serbo «resterà in stato di massima allerta fino a venerdì prossimo», ha dichiarato il ministro della Difesa serb,o Miloš Vučević, per poi aggiungere che «tali unità sono pronte a espletare ogni compito e ordinanza che giunga dal comandante supremo delle Forze armate (il presidente serbo, Aleksandar Vučić, ndr), nella speranza che si trovi una soluzione politica». Il ministro della Difesa non ha perso l’occasione per gettare altra benzina sul fuoco, criticando la forza Nato in Kosovo, che «prende le difese della polizia kosovara e degli usurpatori della democrazia piuttosto che della popolazione serba». Poi Vučević ha affermato che l’esercito serbo è in costante contatto con Kfor, e che ieri il capo di Stato maggiore, generale Milan Mojsilović ha parlato con il comandante della Kfor, il generale italiano Angelo Michele Ristuccia, che gli ha ribadito l’impegno della forza Nato a preservare la pace e a evitare scontri con la popolazione serba. L’ambasciatore americano a Pristina, Jeff Hovenier, ha preso l’iniziativa diplomatica e ha incontrato la presidente kosovara Vjosa Osmani, affermando che «è importante non fare uso della forza per consentire l’ingresso dei sindaci nelle sedi municipali dei Comuni serbi al Nord». Gli Stati Uniti temono che possa esplodere la polveriera Kosovo mentre si combatte in Ucraina e l’ambasciatore Hovenier ha fatto presente che la posizione americana è la stessa di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Prima di incontrare Vjosa Osmani l’ambasciatore Usa ha visto i nuovi sindaci (di etnia albanese) di Zvecan e Zubin Potok. Benché invitati, i sindaci dei quattro maggiori Comuni del Nord a maggioranza serba Leposavic e Mitrovica Nord, entrambi del Partito autodeterminazione (Vetevendosje, Vv), la forza di maggioranza guidata dal premier kosovaro, Albin Kurti, non si sono fatti vedere. Su quanto accaduto è intervenuto il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «I miei più sinceri sentimenti di vicinanza ai militari italiani che sono rimasti feriti durante i disordini in Kosovo. Esprimo inoltre la più ferma condanna dell’attacco avvenuto a danno della missione Kfor, che ha coinvolto anche militari di altre nazioni. Quanto sta accadendo è assolutamente inaccettabile e irresponsabile. Non tollereremo ulteriori attacchi nei confronti di Kfor. È fondamentale evitare ulteriori azioni unilaterali da parte delle autorità kosovare e che tutte le parti in causa facciano immediatamente un passo indietro contribuendo all’allentamento delle tensioni. L’impegno del governo italiano per la pace e per la stabilità dei Balcani occidentali è massimo e continueremo a lavorare con i nostri alleati. Confermo ai militari italiani la mia vicinanza e la forte gratitudine del governo per la straordinaria professionalità e l’encomiabile spirito di servizio che dimostrano in ogni circostanza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scontri-kosovo-feriti-11-italiani-2660718988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="kiev-bersagliata-rappresaglia-ucraina-su-belgorod" data-post-id="2660718988" data-published-at="1685430153" data-use-pagination="False"> Kiev bersagliata, rappresaglia ucraina su Belgorod Il campo di battaglia si allarga e si sta spostando fuori dai confini ucraini: la regione di Belgorod è sotto attacco ancora una volta. Il governatore, Vyacheslav Gladkov, ha accusato le forze di Kiev di aver colpito ieri mattina le zone di confine: «Purtroppo a Grafovka è morto un civile, un uomo che era impegnato nei lavori domestici quando una granata ha colpito il cortile. È morto sul posto per le ferite riportate». Sarebbero stati colpiti i siti industriali a Shebekino, dove almeno quattro lavoratori sarebbero rimasti feriti, uno in maniera grave. Un altro attacco è stato denunciato a Novaya Tavolzhanka dove ci sono stati danni alla rete elettrica e un altro contro Kozinka, dove sarebbe stato colpito un albergo. Il governatore ha poi aggiunto che «Kharkiv dovrebbe essere inclusa nella regione di Belgorod. Questo sarebbe il modo migliore per risolvere il problema degli attacchi alle due regioni. Nel distretto di Graivoron, dove una settimana fa è avvenuto l’assalto paramilitare russo, sono entrati finora cinque gruppi di sabotatori». Il fondatore del gruppo russo di mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, nell’ambito di un piano in 20 punti per proteggere le regioni di confine russe dagli attacchi nemici, ha proposto come soluzione di creare una zona cuscinetto larga 30 chilometri.Naturalmente questo non cambia la situazione dei bombardamenti in Ucraina: Kiev continua a essere presa di mira. Nell’ultimo attacco russo sono stati abbattuti 37 missili e 29 droni, i cui frammenti hanno ferito un civile. Gli allarmi, poi, si sono susseguiti per tutto il giorno, ma non ci sono stati né danni importanti, né morti. Oltre alla capitale sono state bombardate anche le regioni di Odessa, Khmelnytsky, Leopoli e Vinnytsia. E Kiev continua a pensare alla controffensiva: la Difesa ha chiarito che solo due o tre persone conoscono la data in cui comincerà, ma in ogni caso il momento si starebbe avvicinando. Lo sa anche Mosca, che ha incrementato il numero degli attacchi.Nel frattempo Pechino smentisce il Wall Street Journal, che come altre testate, ha scritto nei giorni scorsi che l’inviato cinese per le questioni euroasiatiche incaricato di sondare le parti in conflitto in Ucraina in uno sforzo di de-escalation, Li Hui, abbia presentato un piano per un cessate il fuoco, che preveda il mantenimento da parte di Mosca dei territori occupati in Ucraina. Le autorità ucraine, d’altro canto, hanno puntualizzato che qualsiasi accordo di pace accettabile per l’Ucraina deve includere non solo un ripristino dei confini sovrani, ma una zona smilitarizzata che si estenda in Russia per 100-120 chilometri, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha presentato un disegno di legge per sanzionare l’Iran per 50 anni a causa del suo sostegno militare alla Russia. Mosca continua la sua attività diplomatica: il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov è atterrato a Nairobi, in Kenya. Una visita non annunciata prima di recarsi in Sudafrica, per la ministeriale dei Paesi Brics del primo e 2 giugno. Per quanto riguarda la Nato, la neo ammessa Finlandia ospita per la prima volta un’esercitazione aerea militare che coinvolge una dozzina di Paesi, per un totale di 150 velivoli.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara