- Gli autonomi motivano la protesta con le accuse di genocidio: il risultato sono gli scontri a Torino. È la rivolta sociale di Landini.
- L’ad di Yamamay Gianluigi Cimmino: «Così le giuste richieste dei lavoratori vengono strumentalizzate senza portare a casa nulla Noi perdiamo il fatturato di un giorno, i cittadini sono danneggiati e la condizione dei dipendenti non cambia».
Lo speciale contiene due articoli.
«Contro il crescente coinvolgimento dell’Italia nei teatri di guerra tanto ad Est quanto nel sostegno al genocida governo israeliano», «Per una vera tassazione sui super profitti di banche e compagnie energetiche», «Contro il cosiddetto decreto Cutro che riporterà nella clandestinità migliaia di lavoratori migranti». Quelli che potrebbero tranquillamente essere i punti fondanti del manifesto di un nascente partito di sinistra estrema, sono invece i tratti distintivi delle motivazioni dell’ennesimo sciopero proclamato di venerdì dai sindacati. Questa volta non c’entrano Cgil e Uil, ma gli attori protagonisti sono gli autonomi, comanda l’Usb. Che per tutta la settimana si è presa la scena nel botta e risposta con il ministro Matteo Salvini, risolto, come da copione, dai giudici del Tar: stop alla precettazione e via libera all’ennesimo pre fine settimana di passione per gli italiani.
Perché al di là delle percentuali di adesione e del balletto delle cifre tra organizzatori (che nei trasporti hanno parlato dell’80% di adesioni) e istituzioni conta l’effetto preventivo che si innesca su buona parte dei cittadini in vista dello sciopero. Gli utenti si difendono come possono e adottano le strategie difensive più fantasiose. Si parte dallo smart working e si arriva fino ai permessi più o meno concordati: tutto per evitare i possibili disagi. Storie ormai arcinote. Di ordinaria protesta all’italiana.
Ma qui il punto è un altro. Le rivendicazione di cui sopra sono oggettivamente fuori contesto. Si arriva perfino a concepire la protesta per la legge di bilancio, la manifestazione indetta per chiedere di rilanciare la sanità pubblica e cancellare le leggi che hanno introdotto precarietà e liberalizzazione nel mondo del lavoro. Tutte motivazioni strumentali e pretestuose rispetto alla presenza di un governo di centrodestra, ma perlomeno attinenti al tema del contendere: l’occupazione e l’economia. Mentre diventa davvero difficile capire cosa c’entri lo sciopero con il decreto Cutro sull’immigrazione, con la tassazione sui profitti delle banche e sopratutto con il presunto genocidio di Israele a Gaza. Tant’è che a stretto giro, Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, non ha potuto fare a meno di porsi la stessa domanda. «Se da cittadini comprendiamo le ragioni di uno sciopero pur con tutti i disagi, da cittadini di questo paese ribadiamo che uno sciopero non è una piazza dalla quale si annunciano slogan di odio e distorsione […] Parlando di genocidio si trasforma anche questo momento di rivendicazione salariale-sindacale in uno spazio prettamente prestato alla strumentalizzazione politica e alla distorsione che semina odio».
Ecco, appunto. Perché sta succedendo questo? Ci troviamo davanti alla «landinizzazione» della protesta sociale che come vedremo da qui a breve ma mano sta portando alla famosa «rivolta» auspicata dal segretario della Cgil un po’ di settimane fa.
Se infatti Cgil e Uil diventano di fatto dei sindacati estremi che spostano la loro protesta su temi politici come l’autonomia differenziata, l’immigrazione e la manovra contrastata con uno sciopero generale a prescindere (perché proclamato prima ancora di vederla), è normale che gli altri corpi sociali per farsi notare siano costretti a spostarsi ancora più a sinistra. A fare un altro po’ di passi di lato. E a furia di fare passi laterali si rischia di cadere.
E qui arriviamo alla «rivolta sociale» incitata da Maurizio Landini. Non che il leader della Cgil invitasse esplicitamente alla violenza, ma è difficile capire come un leader navigato qual è l’ex capo dei metalmeccanici rossi non veda il rischio che si nasconde dietro al suo appello. Perché in questi casi il confine tra la protesta civile e la sommossa incivile e troppo labile e difficilmente controllabile. Soprattutto quando poi si saldano sigle e strutture alle quali basta un fiammifero per appiccare un incendio. Abbiamo visto la forza di attrazione che gli scioperi hanno verso collettivi studenteschi, centri sociali e antagonisti. E anche nell’ultimo giro non sono mancati momenti di tensione.
I nuovi scontri hanno avuto come centro Torino. Protagonisti gli antagonisti (pro Pal) che hanno lanciato uova e sassi contro le forze dell’ordine prima di cimentarsi in un blitz intimidatorio alla sede della Rai. «La legittima libertà di manifestare non può essere utilizzata come alibi per seminare caos, provocare devastazioni, aggredire gli agenti di Polizia. La politica tutta, senza distinzione di colore, prenda le distanze da questi delinquenti», ha scritto su Facebook il presidente del Senato, Ignazio La Russa. «Solidarietà sincera a forze dell’ordine e vertici Rai», ha aggiunto.
Il problema è che si tratta di una routine alla quale ci stiamo abituando. E considerando il numero di proteste e nuovi scioperi programmate da qui al prossimo mese non possiamo fare altro che confidare ancora nella buona sorte.
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