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2025-12-06
Trump suona la sveglia all’Europa: «Rischia di sparire entro 20 anni»
Donald Trump (Ansa)
La diagnosi dei mali del Vecchio continente, contenuta nel faldone, è severa. Il testo denuncia «le attività dell’Unione europea e di altri corpi transnazionali, che minano la libertà e la sovranità politiche», nonché «le politiche migratorie», «la repressione della libertà d’espressione e la soppressione dell’opposizione politica», la «voragine» che si è aperta nei tassi di natalità, «la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi». «Se le attuali tendenze dovessero continuare», è la profezia apocalittica, «il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni, se non meno».
«area vitale per noi»
Persino le frizioni con la Russia vengono attribuite allo smarrimento culturale dell’Europa, la quale godrebbe di un «significativo vantaggio nel potere coercitivo», tale da consentirle una certa tranquillità. Perciò gli Stati Uniti intendono profondere sforzi diplomatici, «sia per ripristinare condizioni di stabilità strategica nell’area euroasiatica, sia per mitigare il rischio di un conflitto tra la Russia e gli Stati europei». Anche perché il conflitto in Ucraina ha aggravato le «dipendenze esterne» dei Paesi Ue, Germania in primis: le sue aziende sono arrivate a delocalizzare in Cina per «usare il gas russo che non possono ottenere in patria».
L’accusa nei confronti delle élite del Vecchio continente è pesante: «Una vasta maggioranza degli europei vuole la pace, eppure quel desiderio non viene tradotto in politiche, in larga misura perché quei governi hanno sovvertito il processo democratico». È facile cogliere l’allusione alla conventio ad excludendum dei partiti di sistema nei confronti di Afd in Germania e del Rassemblement national in Francia. L’amministrazione, pertanto, dice di trovarsi in disaccordo «con i funzionari europei, che nutrono aspettative irrealistiche rispetto alla guerra, fondate su governi di minoranza instabili».
L’insofferenza per l’involuzione dell’Unione europea, d’altronde, non impedisce al documento di riconoscere che «l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti». E che sarà cruciale «promuovere la grandezza europea». Purché l’Europa impari a difendersi da sé, a «reggersi in piedi da sola». E purché si ponga fine alla «percezione» - evitando che diventi realtà - che la Nato sia «un’alleanza in perpetuo allargamento». Stando al retroscena di Reuters, Washington vorrebbe che l’Ue ne assuma la guida entro il 2027.
Il senso del «corollario Trump» alla dottrina Monroe, della quale il presidente americano ha celebrato giusto quattro giorni fa i 250 anni, sta qui. Non si tratta, semplicemente, di respingere ogni ingerenza negli affari del continente americano, bensì di rivendicare l’emisfero occidentale quale sfera d’influenza degli Usa, contrastando l’influenza russa e cinese, il narcotraffico, impiegando dazi e minaccia della forza come strumenti di pressione e agendo per contenere l’espansione delle potenze ostili, affinché non intacchino gli interessi vitali di Washington.
l’indo-pacifico
Trump vuole che la sua politica estera sia «pragmatica senza essere “pragmatista”, realistica senza essere “realista”», semmai improntata a una forma di «realismo flessibile»; e, ancora, che essa riposi su dei principi «senza essere “idealista”», che sia «muscolare senza essere “da falchi” e misurata senza essere “da colombe”». Poca ideologia, molti fatti, che concorrano all’obiettivo di mettere «l’America al primo posto», «America first». Perciò va corretta la tracotanza degli egemoni americani post Guerra fredda. «Gli Stati Uniti», proclama la Casa Bianca, «respingono il concetto fallimentare di dominio globale» e non hanno più intenzione di «sprecare sangue e denaro per limitare l’influenza di tutte le grandi e medie potenze del mondo». Niente più poliziotti del mondo. Si dovrà ricalibrare la presenza militare Usa nelle varie aree geografiche, «per affrontare le minacce urgenti nel nostro emisfero». Tenendosi lontani «da teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita». Il tutto, sullo sfondo di una «propensione al non intervento», pur nella convinzione che si debba mantenere «la pace attraverso la forza».
Kiev e Bruxelles sono avvisate. Perché, nonostante il giuramento di fedeltà all’Europa e al Regno Unito, ancorché accompagnato dalla pretesa di più contributi alle spese militari e più equità nei rapporti commerciali, il nucleo degli interessi Usa non è in Europa. È nell’Indo-Pacifico. Quell’area che produce già «quasi la metà del Pil mondiale a parità di potere d’acquisto» e la cui quota di ricchezza planetaria, nel XXI secolo, «di certo crescerà». La priorità dell’amministrazione statunitense sarà interrompere le strategie industriali e commerciali «predatorie», il furto di proprietà intellettuale nel campo tecnologico, le minacce alla catena di approvvigionamento di materie prime, il flusso di fentanyl e la guerra ibrida e psicologica portata avanti da Pechino. Trump ha ormai smontato l’illusione dei suoi predecessori: che «aprendo i nostri mercati alla Cina, incoraggiando le imprese americane a investire in Cina e spostando la nostra manifattura in Cina, avremmo facilitato l’ingresso della Cina nel cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”».
Come invertire la rotta? La Casa Bianca si propone di «arruolare» i suoi alleati, cioè di esigere da loro - Giappone, Corea, la stessa Europa - una completa collaborazione e una crescente responsabilizzazione sul piano militare. Dopodiché, bisognerà «allargare» la rete di Paesi amici dell’America. Sembra un’eco della teoria del politologo cinese Yan Xuetong, molto ascoltato da Xi Jinping e convinto che la competizione tra grandi potenze sarà decisa dalla loro capacità di attrarre sostegno sullo scacchiere. Di certo, se per The Donald l’Ucraina è periferica, Taiwan è invece centrale. L’avviso a Pechino è cristallino: «Gli Stati Uniti non supportano alcun cambiamento unilaterale dello status quo».
Anche il Medio Oriente e, soprattutto, l’Africa, paiono meno rilevanti agli occhi di Trump. Soddisfatto della tregua a Gaza («Negli ultimi nove mesi», scrive nell’introduzione il presidente, «abbiamo salvato la nazione e il mondo dall’orlo della catastrofe e del disastro»), dell’indebolimento dell’Iran e della stabilizzazione della Siria, il tycoon confida di porre termine all’era «in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana». Nel continente nero, intanto, gli Usa cercheranno di sostituire, al «paradigma degli aiuti esteri», quello degli investimenti e della crescita.
droga, woke, nazioni
Il documento uscito ieri, però, aiuta altresì a comprendere la filosofia che ispira la politica interna di Trump. Se l’obiettivo ultimo della sua strategia è conservare la sovranità e la prosperità degli Usa, per mantenere una influenza determinante sull’emisfero occidentale e limitare le ambizioni degli avversari, si capisce per quale motivo siano così essenziali il controllo dei confini e la lotta ai fattori di sgretolamento della società: la droga, il woke, la cappa ideologica, la deindustrializzazione. «America first», poi, significa ripensare la funzione delle «più intrusive organizzazioni transnazionali», le quali saranno tenute a «favorire anziché danneggiare la sovranità». Si spiegano le scintille con l’Onu e l’Oms. È il principio del «primato delle nazioni», che dovrebbe far scoppiare la bolla del multilateralismo europeo. Un bel sogno infranto. Oppure un incubo dal quale ci dobbiamo risvegliare.
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Il documento strategico della Casa Bianca bacchetta le élite del Vecchio continente: «I cittadini invocano la pace, loro sovvertono la democrazia». Avvisi a Nato («Basta espansione») e Cina: «Non tocchi Taiwan».Viva l’Europa, abbasso l’Unione europea. È la sintesi brutale ma efficace della dottrina di Donald Trump, esposta in un documento di una trentina di pagine, datato novembre 2025, che la Casa Bianca ha diffuso ieri. A bistrattare Bruxelles ci hanno già pensato diversi esponenti dell’amministrazione americana: il segretario di Stato, Marco Rubio, ha rifiutato d’incontrare l’omologa, Kaja Kallas, a Washington; il suo vice, Christopher Landau, ha rinfacciato a Federica Mogherini, già Alto rappresentante Ue, ora sotto inchiesta, di essere stata un’estimatrice del regime castrista; JD Vance, dopo il discorso di Monaco di febbraio, durissimo con l’Unione, ha contestato la multa da 120 milioni comminata a X per violazione del Dsa. In realtà, a suo parere, per il rifiuto della piattaforma di «impegnarsi nella censura».La diagnosi dei mali del Vecchio continente, contenuta nel faldone, è severa. Il testo denuncia «le attività dell’Unione europea e di altri corpi transnazionali, che minano la libertà e la sovranità politiche», nonché «le politiche migratorie», «la repressione della libertà d’espressione e la soppressione dell’opposizione politica», la «voragine» che si è aperta nei tassi di natalità, «la perdita delle identità nazionali e della fiducia in sé stessi». «Se le attuali tendenze dovessero continuare», è la profezia apocalittica, «il continente sarà irriconoscibile entro 20 anni, se non meno».«area vitale per noi»Persino le frizioni con la Russia vengono attribuite allo smarrimento culturale dell’Europa, la quale godrebbe di un «significativo vantaggio nel potere coercitivo», tale da consentirle una certa tranquillità. Perciò gli Stati Uniti intendono profondere sforzi diplomatici, «sia per ripristinare condizioni di stabilità strategica nell’area euroasiatica, sia per mitigare il rischio di un conflitto tra la Russia e gli Stati europei». Anche perché il conflitto in Ucraina ha aggravato le «dipendenze esterne» dei Paesi Ue, Germania in primis: le sue aziende sono arrivate a delocalizzare in Cina per «usare il gas russo che non possono ottenere in patria».L’accusa nei confronti delle élite del Vecchio continente è pesante: «Una vasta maggioranza degli europei vuole la pace, eppure quel desiderio non viene tradotto in politiche, in larga misura perché quei governi hanno sovvertito il processo democratico». È facile cogliere l’allusione alla conventio ad excludendum dei partiti di sistema nei confronti di Afd in Germania e del Rassemblement national in Francia. L’amministrazione, pertanto, dice di trovarsi in disaccordo «con i funzionari europei, che nutrono aspettative irrealistiche rispetto alla guerra, fondate su governi di minoranza instabili».L’insofferenza per l’involuzione dell’Unione europea, d’altronde, non impedisce al documento di riconoscere che «l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti». E che sarà cruciale «promuovere la grandezza europea». Purché l’Europa impari a difendersi da sé, a «reggersi in piedi da sola». E purché si ponga fine alla «percezione» - evitando che diventi realtà - che la Nato sia «un’alleanza in perpetuo allargamento». Stando al retroscena di Reuters, Washington vorrebbe che l’Ue ne assuma la guida entro il 2027. Il senso del «corollario Trump» alla dottrina Monroe, della quale il presidente americano ha celebrato giusto quattro giorni fa i 250 anni, sta qui. Non si tratta, semplicemente, di respingere ogni ingerenza negli affari del continente americano, bensì di rivendicare l’emisfero occidentale quale sfera d’influenza degli Usa, contrastando l’influenza russa e cinese, il narcotraffico, impiegando dazi e minaccia della forza come strumenti di pressione e agendo per contenere l’espansione delle potenze ostili, affinché non intacchino gli interessi vitali di Washington.l’indo-pacificoTrump vuole che la sua politica estera sia «pragmatica senza essere “pragmatista”, realistica senza essere “realista”», semmai improntata a una forma di «realismo flessibile»; e, ancora, che essa riposi su dei principi «senza essere “idealista”», che sia «muscolare senza essere “da falchi” e misurata senza essere “da colombe”». Poca ideologia, molti fatti, che concorrano all’obiettivo di mettere «l’America al primo posto», «America first». Perciò va corretta la tracotanza degli egemoni americani post Guerra fredda. «Gli Stati Uniti», proclama la Casa Bianca, «respingono il concetto fallimentare di dominio globale» e non hanno più intenzione di «sprecare sangue e denaro per limitare l’influenza di tutte le grandi e medie potenze del mondo». Niente più poliziotti del mondo. Si dovrà ricalibrare la presenza militare Usa nelle varie aree geografiche, «per affrontare le minacce urgenti nel nostro emisfero». Tenendosi lontani «da teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita». Il tutto, sullo sfondo di una «propensione al non intervento», pur nella convinzione che si debba mantenere «la pace attraverso la forza».Kiev e Bruxelles sono avvisate. Perché, nonostante il giuramento di fedeltà all’Europa e al Regno Unito, ancorché accompagnato dalla pretesa di più contributi alle spese militari e più equità nei rapporti commerciali, il nucleo degli interessi Usa non è in Europa. È nell’Indo-Pacifico. Quell’area che produce già «quasi la metà del Pil mondiale a parità di potere d’acquisto» e la cui quota di ricchezza planetaria, nel XXI secolo, «di certo crescerà». La priorità dell’amministrazione statunitense sarà interrompere le strategie industriali e commerciali «predatorie», il furto di proprietà intellettuale nel campo tecnologico, le minacce alla catena di approvvigionamento di materie prime, il flusso di fentanyl e la guerra ibrida e psicologica portata avanti da Pechino. Trump ha ormai smontato l’illusione dei suoi predecessori: che «aprendo i nostri mercati alla Cina, incoraggiando le imprese americane a investire in Cina e spostando la nostra manifattura in Cina, avremmo facilitato l’ingresso della Cina nel cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”».Come invertire la rotta? La Casa Bianca si propone di «arruolare» i suoi alleati, cioè di esigere da loro - Giappone, Corea, la stessa Europa - una completa collaborazione e una crescente responsabilizzazione sul piano militare. Dopodiché, bisognerà «allargare» la rete di Paesi amici dell’America. Sembra un’eco della teoria del politologo cinese Yan Xuetong, molto ascoltato da Xi Jinping e convinto che la competizione tra grandi potenze sarà decisa dalla loro capacità di attrarre sostegno sullo scacchiere. Di certo, se per The Donald l’Ucraina è periferica, Taiwan è invece centrale. L’avviso a Pechino è cristallino: «Gli Stati Uniti non supportano alcun cambiamento unilaterale dello status quo».Anche il Medio Oriente e, soprattutto, l’Africa, paiono meno rilevanti agli occhi di Trump. Soddisfatto della tregua a Gaza («Negli ultimi nove mesi», scrive nell’introduzione il presidente, «abbiamo salvato la nazione e il mondo dall’orlo della catastrofe e del disastro»), dell’indebolimento dell’Iran e della stabilizzazione della Siria, il tycoon confida di porre termine all’era «in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana». Nel continente nero, intanto, gli Usa cercheranno di sostituire, al «paradigma degli aiuti esteri», quello degli investimenti e della crescita.droga, woke, nazioniIl documento uscito ieri, però, aiuta altresì a comprendere la filosofia che ispira la politica interna di Trump. Se l’obiettivo ultimo della sua strategia è conservare la sovranità e la prosperità degli Usa, per mantenere una influenza determinante sull’emisfero occidentale e limitare le ambizioni degli avversari, si capisce per quale motivo siano così essenziali il controllo dei confini e la lotta ai fattori di sgretolamento della società: la droga, il woke, la cappa ideologica, la deindustrializzazione. «America first», poi, significa ripensare la funzione delle «più intrusive organizzazioni transnazionali», le quali saranno tenute a «favorire anziché danneggiare la sovranità». Si spiegano le scintille con l’Onu e l’Oms. È il principio del «primato delle nazioni», che dovrebbe far scoppiare la bolla del multilateralismo europeo. Un bel sogno infranto. Oppure un incubo dal quale ci dobbiamo risvegliare.
Ansa
La colpa è di quel trattato Mercosur che la Von der Leyen ha voluto a ogni costo per mostrare i muscoli a Donald Trump e fare gli interessi della Germania. Se ieri la protesta ha assunto i toni di una «lotta per la sopravvivenza» degli agricoltori sacrificati dalla Commissione sull’altare delle ambizioni di potenza dell’Ue, oggi il Parlamento potrebbe farla diventare un’aperta sconfessione dell’operato della baronessa. Ieri i deputati le hanno dato sostegno, congelando l’accordo commerciale tra Usa e Ue dopo le minacce americane di nuove tariffe doganali contro i Paesi che hanno dato sostegno alla Groenlandia, ma oggi potrebbero buttare a mare il Mercosur approvando l’invio del testo del trattato alla Corte di giustizia europea per verificare se quell’accordo è compatibile con le leggi istitutive dell’Ue.
Impaurita dalla possibilità che questo avvenga prima di partire per Davos, con una mossa del tutto irrituale, ma la baronessa ha ormai abituato a comportamenti molto disinvolti, ha convocato i capi dei raggruppamenti della sua maggioranza e ha ammonito: «Se salta il Mercosur, scordiamoci dell’Europa come protagonista globale». Che la posta in gioco sia altissima lo conferma il fatto che ieri a Davos, mentre i cittadini europei le gridavano «Vai a casa», ha ribadito: «L’accordo col Mercosur invia un messaggio forte al mondo, stiamo scegliendo il commercio equo rispetto ai dazi, la partnership rispetto all’isolamento, la sostenibilità rispetto allo sfruttamento. Il vecchio ordine non tornerà: l’Europa decisa e unita saprà rispondere».
Dal voto che si prefigura per oggi questa unità non si vede. Tanto Manfred Weber (Ppe) quanto Iratxe Garcia Perez (Pse) hanno provato a buttarla in politica: il voto di oggi è un voto anti Trump. Ma non è così. I 145 deputati che hanno presentato la mozione vogliono solo sapere se il trattato e i comportamenti della Commissione che ne conseguono sono legali. Lo sottolinea il fatto che l’iniziativa sia partita da Renew, il gruppo a cui fa capo Emmanuel Macron ed è sostenuta «per nazioni» e non per appartenenza politica da austriaci, polacchi, irlandesi e ungheresi. Perciò i numeri dicono che la mozione potrebbe passare. Se così fosse, il Mercosur andrebbe in parcheggio per almeno due anni. Giusto il tempo per trovare le risposte che ieri gli agricoltori hanno chiesto con la loro protesta.
Sono arrivati in massa dalla Francia e dalla Polonia, dal Belgio e dall’Italia con tutte le confederazioni mobilitate. La Coldiretti ha portato migliaia di agricoltori, così ha fatto la Cia, mentre la Confagricoltura, con il suo presidente, guida il «sindacato» europeo. Il leader della Cia, Cristiano Fini, è stato chiarissimo: «Accetteremo il Mercosur solo alle nostre condizioni», e poi ha offerto delle cifre su cui meditare. Stante l’accordo così com’è, «sono a rischio oltre 40.000 posti di lavoro in Europa» e ci sono alcuni settori come zootecnia, riso, zucchero dove si avrà un’invasione di produzioni sudamericane. Ancora più dura la reazione di Ettore Prandini, presidente di Coldiretti: «La deriva autocratica e ideologica imposta da Ursula von der Leyen sta uccidendo l’agricoltura europea e mettendo a rischio la sovranità alimentare del continente. La Commissione Von der Leyen ha trasformato l’agricoltura in un laboratorio ideologico gestito da tecnocrati che ignorano i territori produttivi, scaricano costi e vincoli sulle imprese europee e spalancano i mercati alla concorrenza sleale globale». Vincenzo Gesmundo, che di Coldiretti è segretario generale, insiste: «Siamo qui con i nostri agricoltori e a fianco degli agricoltori francesi della Fnsa per chiedere di fermare le importazioni sleali di cibi che non rispettano gli standard europei e mettono a rischio la salute dei cittadini e il reddito degli agricoltori».
A proposito di francesi, sarà il caso che qualcuno avverta Emmanuel Macron che dei minacciati superdazi americani su Champagne e vini d’Oltralpe i contadini francesi non accusano Donald Trump, ma il presidente francese incapace di trattare così com’è - secondo loro -incapace di fermare l’epidemia che sta decimando le mandrie. Quel «Von der Leyen go home» ha il sapore del vecchio maggio francese: ce n’est qu’un debut.. Perché i contadini restano mobilitati a Strasburgo - domani si vota la mozione di sfiducia alla baronessa proposta da Jordan Bardella con il gruppo dei Patriots e, sul fronte italiano, c’è una riedizione dell’intesa giallo-verde con Lega e Cinque stelle che l’appoggiano (insieme ad Avs) mentre Fdi, Fi e Pd sono intenzionati a «salvare» la Commissione. Fin quando non tramonta il Mercosur.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'europarlamentare della Lega durante un'intervista a margine della sessione Plenaria di Strasburgo.
Gianmarco Tamberi, ambassador di Eleventy. A destra, Marco Baldassari
Qual è la filosofia della nuova collezione?
«È una collezione che nasce da un bisogno profondo: quello di rallentare. Negli ultimi anni siamo stati travolti da ritmi frenetici, da una velocità continua imposta dal sistema moda e dalle campagne vendita. Tutto corre troppo. Questa collezione è un invito a un viaggio interiore, a una riconnessione con la natura, per ritrovare un equilibrio che oggi è fondamentale. Da qui nasce l’idea di un nuovo guardaroba ispirato alla natura, pensato per vivere il tempo all’aria aperta, per ascoltare il silenzio, ma allo stesso tempo perfettamente adattabile alla vita urbana. È la trasversalità che da sempre caratterizza Eleventy: capi che funzionano dalla mattina alla sera, in contesti diversi».
Questa ricerca di equilibrio si riflette anche nelle scelte cromatiche?
«Assolutamente sì. Abbiamo sentito il bisogno di “scurire” la palette. È stata una scelta consapevole: uscire dalla nostra zona di comfort. Per anni Eleventy è stato identificato con colori chiari, luminosi. Fino a cinque o sei anni fa eravamo tra i pochissimi a vendere il bianco d’inverno, il panna, i grigi chiari. Oggi però quell’area di gusto è diventata affollatissima: dal fast fashion ai grandi brand. Abbiamo sentito che era il momento di cambiare pelle, di tornare a essere speciali come lo siamo stati in passato».
Da qui la scelta di tonalità più profonde e sofisticate.
«Esatto. Ci siamo ispirati ancora una volta alla natura: il castagno, i marroni intensi, i grigi più scuri, i blu con declinazioni più particolari. Il bianco non scompare - resta sempre un passe-partout - ma diventa un accento, non più il centro del racconto».
Questo cambiamento serve anche a riaccendere il desiderio del consumatore?
«Sì, oggi mi sembra un po’ smarrito. Non è solo una questione di prezzi, il prodotto, in generale, si è appiattito. Per questo abbiamo lavorato su nuovi volumi, geometrie e modelli. Reinterpretare giacche, maglie, pantaloni è fondamentale per mantenere un senso di esclusività. Oggi il desiderio nasce solo se il cliente si sente unico».
In collezione compare anche un tessuto rarissimo: la vicuna.
«L’abbiamo inserita in un programma esclusivamente su misura. È uno dei tessuti più preziosi al mondo: l’animale vive a oltre 8.000 metri di altitudine e, dopo la tosatura, impiega due anni e mezzo per rigenerare il pelo. È rarissimo. Proprio per questo lo proponiamo solo in una selezione numerata di capi su misura. Il cliente sceglie il modello e accede a qualcosa di davvero esclusivo».
Quali sono oggi i mercati più forti per Eleventy?
«Gli Usa restano il mercato più solido: c’è un potere di spesa maggiore e una mentalità più orientata al consumo. Il Middle East continua a darci grandi soddisfazioni. Stiamo inoltre vedendo emergere India, Sud Africa, Brasile. La geografia del nostro cliente si sta ampliando, e questo è molto positivo».
Guardando al futuro, dove vede Eleventy?
«Ho sempre pensato Eleventy come un lifestyle, non solo abbigliamento. Da tempo ho nel cassetto l’idea di un hotel Eleventy: un luogo che esprima il nostro universo attraverso arredi, cucina sana, wellness, palestra. Un club dove tutto - dalle uniformi al cibo - racconti l’Italia e i nostri valori».
Quest’anno avete scelto per la prima volta un ambassador: Gianmarco Tamberi. Perché lui?
«Incarna perfettamente i nostri valori. Ci siamo conosciuti, abbiamo parlato e ho riconosciuto in lui la stessa storia: sacrificio, disciplina, costanza. Lui viene dal niente, io vengo dal niente. Entrambi sappiamo cosa significa prendere porte in faccia e rialzarsi. È uno sport individuale, durissimo anche dal punto di vista psicologico. I valori sono gli stessi che servono nel lavoro. Gianmarco rappresenta Eleventy non solo come atleta, ma come uomo: sano, coerente, autentico. Non potevo desiderare di meglio».
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«Steal - La Rapina» (Amazon Prime Video)
Pareva un giorno qualunque, quello alla Lochmill Capital, società d’investimento con delega alla gestione dei fondi pensione privati. Invece, l'ordinarietà della giornata è presto rotta dall'irruzione, negli uffici, di una banda di rapinatori. Chiedono, urlano. Costringono due dipendenti, Zara e l'amico Luke, ad eseguire ogni loro ordine, sottraendo a lavoratori impotenti i risparmi di una vita. Poi, se ne vanno, fuori da quei corridoi. Dietro di loro, solo una miriade di interrogativi. Chi mai lucrerebbe sulle fatiche di persone senza nome né colpa? Chi si addentrerebbe alla Lochmill Capital, correndo il rischio di essere facilmente individuato? Le domande non hanno risposta. Tormentano, però, l'ispettore deputato alle indagini, Rhys, un uomo provato dalle difficoltà del suo privato.
Steal - La Rapina si muove, dunque, su più binari, dando spazio tanto alla dinamica del furto quanto al racconto degli uomini e delle donne che ne sono rimasti coinvolti. L'ispettore capo Rhys, costretto a barcamenarsi tra i doveri e gli ostacoli della professione, mentre gestisce parimenti la propria ludopatia, una situazione economica di indigenza, la paura di perdere ogni cosa. Zara, interpretata da Sophie Turner, ex reginetta de Il Trono di Spade, qui alle prese con un complotto di dimensioni enormi. Luke, che gli eventi, suo malgrado, portano a dover indagare sui piani segreti e interessi contrastanti. Nessuno avrebbe scelto, consapevolmente, la vita improvvisa che gli è toccata in sorte. Ma, nella serie, seguirla e darle spazio è inevitabile, per il sollazzo di ogni amante del genere.
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