Scioperi di venerdì: un escamotage per weekend lunghi
ANSA
Nel settore pubblico vanno vietati nei prefestivi e di lunedì I sindacalisti rompano il tabù e ne parlino senza pregiudizi. Ieri Roma ha dovuto fare i conti con un nuovo sciopero paralizzante nel settore dei trasporti. Bus, tram, ferrovie locali e due linee metropolitane a singhiozzo, la terza chiusa, il resto affidato alla buona sorte. Caos per tutto il giorno, e scene di calca selvaggia nelle corse del primissimo mattino, prima dell’inizio dell’astensione.

Il menu non cambia: giovedì, gnocchi; sabato, trippa. E venerdì? Sciopero! Ieri è toccato alla Capitale, con un’ennesima giornata di passione per i romani, costretti a fare i conti con un nuovo sciopero paralizzante nel settore dei trasporti. Bus, tram, ferrovie locali e due linee metropolitane a singhiozzo, la terza chiusa, il resto affidato alla buona sorte. Caos per tutto il giorno, e scene di calca selvaggia nelle corse del primissimo mattino, prima dell’inizio dell’astensione. La minuscola sigla sindacale che ha indetto la protesta si chiama Cambia-menti (mi raccomando, non dimenticate il trattino), che dice di operare «in nome della sicurezza degli autoferrotranvieri…. e di tutti i cittadini». E dunque, per il nostro bene, ci ha lasciato a piedi. Non è da
escludere che, essendo ieri il 12 ottobre, qualcuno abbia anche voluto celebrare Cristoforo Colombo: che comunque con i mezzi Atac non sarebbe mai arrivato neanche a Latina, altro che America.

Per rendere la giornata dei romani ancora più facile, si è aggiunta una bella passeggiata di protesta di 5.000 studenti (dalla Piramide al ministero dell’Istruzione, nel cuore di Trastevere) «per il diritto allo studio». E obiettivamente, trattandosi di una favolosa giornata da ottobrata romana, la rivendicazione del diritto allo studio, sotto un sole ancora estivo e in maglietta, non dev’essere stato un gran sacrificio.

Studenti a parte, è successo mille volte di aver a che fare con scioperi imprevisti e servizi a singhiozzo, con un elemento costante, una regolarità matematica, una certezza assoluta tra mille dubbi esistenziali nelle nostre povere vite: lo sciopero arriva sempre e comunque di venerdì (o in data prefestiva o postfestiva). Sarà una coincidenza, sarà un caso, ma l’effetto di allungamento del weekend è garantito.

Per portarci avanti con il lavoro, abbiamo già sottomano il calendario di novembre. 9 novembre (casualmente, venerdì), sciopero indetto dalla dirigenza medica, sanitaria e veterinaria: insomma, non ammalatevi quel giorno, e informate anche il cane o il gattino di casa. 23 novembre (guarda un po’, ancora venerdì): tocca agli anestesisti e ai rianimatori. Non dubitiamo che ciascuno abbia le sue buone ragioni, la sua trattativa sindacale, la sua vertenza, la sua protesta. Però è giunto il momento di mettere in fila alcune considerazioni banali eppure rivoluzionarie in Italia.

Lo sciopero è certamente un diritto costituzionale, nessuno si sogna di discuterlo. Ma un conto è il diritto di sciopero, altro conto sono lemodalità del suo esercizio, specie nei servizi essenziali e in generale nel settore pubblico. Diciamolo in modo ancora più chiaro: vanno rispettati pure i diritti dei cittadini che non scioperano, che devono lavorare e semmai rischiano di essere vittime dell’altrui sciopero. Non sono forse lavoratori anche gli utenti dei mezzi pubblici, quelli che devono spostarsi, i pendolari? Non sono lavoratori anche i dipendenti del settore privato? E non sono persone da rispettare anche gli imprenditori, gli autonomi, le partite Iva? Ai loro diritti chi ci pensa? A meno di considerarli tutti cittadini di serie b.

Intendiamoci. Già esistono norme sullo sciopero nei servizi essenziali e autorità preposte alla loro attuazione, che spesso operano in modo attento. Ciononostante, accade che le regole vigenti e le loro previsioni – non di
rado piuttosto blande – non siano rispettate. Allora è venuto il momento di avanzare una proposta chiara, ragionevolissima, già applicata in numerosi Paesi, riassumibile in quattro punti fermi.

Primo: gli scioperi dovrebbero essere autorizzati soltanto se la maggioranza dei lavoratori vota a favore. Non può essere una minoranza a decidere. Secondo: la maggioranza deve essere vera, non finta. Quindi, per la decisione, va introdotto un quorum del 50% più uno dei lavoratori coinvolti. Terzo: nel settore pubblico deve votare a favore almeno il 40% degli aventi diritto al voto. E soprattutto, quarto e ultimo punto, decisivo per porre fine a un andazzo insopportabile: nel settore pubblico deve esserci divieto di sciopero il venerdì, il lunedì e tutti i giorni prefestivi e postfestivi, per porre fine alle tattiche di dilatazione del weekend.

Come si vede, si tratta di elementi di minima ragionevolezza: niente weekend lungo, no alle giornate cruciali, maggioranze più impegnative ed elevate per indire sciopero, restrizioni nell’ambito dei servizi essenziali. È una sfida per tutti. Ci sono un nuovo Parlamento e una nuova maggioranza, che parlano spesso di cambiamento: questo è esattamente il terreno su cui un cambiamento sarebbe necessario. Anche psicologicamente: per mostrare che i cittadini non sono ostaggi da sequestrare e rilasciare a piacere.

E vale anche per le forze sane del sindacato. Leggiamo di sindacalisti pronti all’ingresso in politica, ultrapresenti sui media. Sono pronti a rompere il tabù, sono disposti ad aprire una discussione franca e senza pregiudizi?



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