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2021-05-07
Il super scienziato sbugiarda Crisanti e accusa Formigli: «Travisato in tv»
Andrea Crisanti e John P.A. Ioannidis (Ansa-iStock)
Da qualche giorno è l'epidemiologo del momento anche qui in Italia. Professore di medicina, epidemiologia e salute pubblica all'università di Stanford, John P.A. Ioannidis è diventato noto anche al grande pubblico televisivo italiano. Si è parlato di lui nelle ultime due puntate di Piazzapulita su La 7. Chi legge La Verità non si farà cogliere impreparato. Il primo a parlarvi di lui è stato il nostro Antonio Grizzuti, che nel numero del 31 marzo vi ha illustrato uno dei suoi ultimi studi, pubblicato sul Journal of clinical epidemiology. Le conclusioni sono chiare: «Pur non potendo escludere piccoli benefici dalle chiusure (in gergo Npi) in termini di contenimento della diffusione dei casi, non ne troviamo di significativi. Simili riduzioni possono essere raggiungibili con provvedimenti meno severi».
Ioannidis ha cioè confrontato i risultati delle serrate totali e delle sole limitazioni alla mobilità. E arriva a una conclusione. Indipendentemente dalla severità della chiusura, i risultati sono identici. In sostanza fa a pezzi il lockdown e con questo tutta la retorica dei chiusuristi. A partire da quella di Andrea Crisanti, che nella trasmissione andata in onda giovedì 22 aprile perde le staffe di fronte al deputato leghista Claudio Borghi. Questi invitava alla prudenza di fronte alle continue proposte di chiusura proprio citando il lavoro di Ioannidis che però - a detta di Crisanti - sarebbe stato ritirato poiché contestato da molti suoi colleghi. Con i quali Ioannidis si sarebbe addirittura scusato. Questa - in sostanza - la lapidaria sentenza di Crisanti, cui veniva generosamente concessa l'ultima parola «in quanto esperto».
Passano sette giorni e in quella trasmissione - anche se in collegamento - si siede chi vi scrive. Vengono mandati in onda alcuni minuti di una chiacchierata che Ioannidis ha avuto con un altro Andrea. Il divulgatore scientifico Casadio, che collabora spesso con la redazione di Piazzapulita. Trasmissione che pure Ioannidis ha visto e sul quale muove alcuni appunti. Con gentilezza, ma al contempo con fermezza. Chiede che sia resa disponibile l'intera intervista in lingua originale. «Mi preoccupa il fatto che la traduzione italiana ogni tanto mi metta in bocca alcune parole molto diverse da quelle che ho detto». E si sofferma con precisione in almeno due punti della trasmissione indicando ora, minuti e secondi in cui la traduzione di Casadio sarebbe stata tutt'altro che fedele. Ioannidis, infatti, non solo si è riguardato quella intervista tradotta in italiano ma pure tutta la trasmissione. E anche quella di una settimana prima. «Non parlo bene l'italiano», mi dice lo studioso, «ma lo capisco e sono quindi rimasto sbalordito dalle parole del professor Crisanti e da quelle con cui Andrea Casadio - una settimana dopo - ha travisato l'intervista».
Mi sento chiamato in causa di persona, avendo vivacemente discusso con Casadio in quella sede proprio su questi temi. Sebbene continuamente interrotto riesco a esprimere a fatica un paio di concetti chiave. A partire dal fatto che gli studi scientifici sono tutti fatti per essere analizzati, dibattuti e se del caso confutati. Ma questa operazione non può che avvenire mediante pubblicazione di osservazioni e repliche argomentate su riviste scientifiche. Soprattutto attraverso la pubblicazione di ricerche sottoposte alla revisione di altrettanti esperti cattedratici (peer review), come appunto nel caso di Ioannidis. Non possono essere certo le battute di colore di Casadio a demolire la validità del lavoro scientifico.
Il tono di Ioannidis si fa serio. «È stato abbastanza triste e non particolarmente onorevole che (Casadio, ndr) abbia scelto di presentarmi a Piazzapulita come un “bastian contrario", ma ognuno ha diritto alla sua opinione. Tuttavia, il fatto che nessuno dei miei documenti sia stato “ritirato" non è un'opinione soggettiva. È un fatto oggettivo». Ioannidis si rivolge direttamente ad Andrea Casadio: «Questa diffamazione è grave e inaccettabile e devasta principalmente la tua credibilità, non la mia, fino a quando non ti correggerai».
Eh già proprio così. Perché i due Andrea (Casadio e Crisanti) sono accomunati non solo dal nome di battesimo ma anche da un'accusa che a Ioannidis non va affatto giù. Quella di aver ritirato un suo studio dalla circolazione. «Nessuno dei miei paper è stato ritirato». E Ioannidis inizia a snocciolare numeri sulla rilevanza scientifica dello studio. Dico la verità, mi perdo. Lo studioso alla fine mi ringrazia per averlo difeso in trasmissione.
In realtà ha ben poco da ringraziarmi. Mi sono semplicemente limitato a osservare che l'indice H di Ioannidis (un numero che misura la qualità e la produttività del lavoro di un accademico) era oltre tre volte quello di Crisanti. Mi verrebbe da notare che anche sommando l'indice H dei vari Crisanti, Galli, Burioni, Ricciardi e Pregliasco non arriveremmo al suo di numero. Non lo faccio. Non mi va di trascinarlo oltre nel pollaio. Mi limito semplicemente a salutarlo. E ringraziarlo a mia volta per la pazienza.
Bolzano riparte con i test gratuiti
C'è un angolo d'Italia dove si può mangiare all'interno dei ristoranti e prendere il caffè, o più spesso una birra, al bancone dei bar: è la provincia di Bolzano. Da otto giorni è partita l'operazione «corona pass»: una sorta di passaporto per chi ha completato la vaccinazione, è guarito dal Covid, oppure ha fatto un tampone negativo nelle ultime 72 ore. Questi test sono gratuiti e li può fare chiunque, anche un parente che risieda altrove o il turista del fine settimana. È una campagna a tappeto lanciata dall'Azienda sanitaria dell'Alto Adige, che consente a chi possiede il corona pass di mangiare e bere al caldo e al coperto, oltre che praticare sport di contatto ancora vietati da Salorno in giù. Nella settimana da lunedì 26 aprile a domenica 2 maggio sono stati fatti 59.087 test che corrispondono all'11% dei residenti nella Provincia autonoma. Appena 119 i positivi scovati con questo sistema, lo 0,2% del totale. È un margine di libertà in più per chi non è contagiato, uno spiraglio di normalità che nel resto del Paese è ancora impossibile.
L'operazione prevede di prenotarsi sul sito Internet dell'Azienda sanitaria o del Comune di Bolzano con mail e numero di telefono scegliendo dove fare il test, il giorno e l'ora. Sono 80 i centri in 69 Comuni, dai tendoni della Protezione civile ai palasport, dalle case della cultura alle sale parrocchiali, e altri se ne aggiungeranno. Ti presenti, ti viene fornita una mascherina incellofanata, confermi la registrazione e vai in una delle salette allestite. Il personale sanitario assiste senza eseguire l'esame, che non è l'autorevole tampone molecolare nasofaringeo ma un test antigenico nasale rapido «fai da te». Dopo qualche decina di minuti l'esito arriva via mail, con un file pdf criptato da aprire utilizzando un codice d'accesso inviato sul telefonino: una procedura non immediata che sarebbe dettata da esigenze di privacy.
Oltre al risultato del test, il pdf contiene un codice Qr che andrebbe mostrato e scansionato all'ingresso di bar e ristoranti. In realtà, verificano in pochi. Le regole fissate in Alto Adige sollevano infatti i gestori da responsabilità. Se dovessero arrivare i vigili e trovassero seduto ai tavoli interni qualcuno che ha barato con il tampone, scatterebbe la multa per il cliente che odia mangiare all'aperto (i soliti 400 euro ridotti a 280 se pagati entro cinque giorni) ma non per il ristoratore, il quale potrebbe subire la chiusura del locale soltanto se la cosa dovesse ripetersi. Costo per il cittadino? Zero. Le spese per i tamponi e la logistica ricadono sull'Azienda sanitaria, i Comuni, la Protezione civile e la rete di volontari che va dalla Croce rossa agli alpini: la Provincia autonoma di Bolzano, guidata da Arno Kompatscher, ha voluto che se ne facesse carico la sanità e non la politica. Non c'è comunque chiarezza su quanto costa complessivamente l'operazione tamponi gratis. Nelle scorse settimane i giornali locali hanno scritto, senza smentite, che l'Asdaa aveva comprato 5 milioni di test nasali autosomministrati per 22 milioni di euro: farebbero 4,4 euro per ogni tampone. Il consigliere provinciale Alessandro Urzì (Fratelli d'Italia) ha fatto una richiesta di accesso agli atti per capire le condizioni dell'acquisto: dalla documentazione fornitagli risulterebbe un esborso inferiore, sui 10 milioni.
Rimangono dubbi sul rispetto della privacy (è stata aperta un'indagine) così come non è svanito il rischio di un ricorso preannunciato dal ministro Mariastella Gelmini. Si discute anche sulla reale efficacia dei test nasali. Ma i fatti superano le polemiche. Altoatesini che agognavano una birra in compagnia, turisti del primo maggio che hanno sfidato il brutto tempo, come pure studenti e lavoratori che con le ultime regole imposte dal governo ora non possono più sfamarsi nelle mense scolastiche e aziendali al chiuso: le file in attesa dei tamponi testimoniano che, almeno per ora, il corona pass per vaccinati, guariti e tamponati è un successo. E forse una speranza anche per il resto d'Italia.
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John P.A. Ioannidis, celebre epidemiologo di Stanford, tira le orecchie al microbiologo di riferimento per i chiusuristi: «Il mio studio non è stato ritirato». E a «Piazzapulita» contesta: «Mi hanno messo in bocca parole non mie».Bolzano riparte con i test gratuiti. L'operazione «corona pass» della provincia autonoma funziona. Perché dà il via libera a guariti, immunizzati e a chi si sottopone a tamponi rapidi, senza costi per il cittadino.Lo speciale contiene due articoli.Da qualche giorno è l'epidemiologo del momento anche qui in Italia. Professore di medicina, epidemiologia e salute pubblica all'università di Stanford, John P.A. Ioannidis è diventato noto anche al grande pubblico televisivo italiano. Si è parlato di lui nelle ultime due puntate di Piazzapulita su La 7. Chi legge La Verità non si farà cogliere impreparato. Il primo a parlarvi di lui è stato il nostro Antonio Grizzuti, che nel numero del 31 marzo vi ha illustrato uno dei suoi ultimi studi, pubblicato sul Journal of clinical epidemiology. Le conclusioni sono chiare: «Pur non potendo escludere piccoli benefici dalle chiusure (in gergo Npi) in termini di contenimento della diffusione dei casi, non ne troviamo di significativi. Simili riduzioni possono essere raggiungibili con provvedimenti meno severi». Ioannidis ha cioè confrontato i risultati delle serrate totali e delle sole limitazioni alla mobilità. E arriva a una conclusione. Indipendentemente dalla severità della chiusura, i risultati sono identici. In sostanza fa a pezzi il lockdown e con questo tutta la retorica dei chiusuristi. A partire da quella di Andrea Crisanti, che nella trasmissione andata in onda giovedì 22 aprile perde le staffe di fronte al deputato leghista Claudio Borghi. Questi invitava alla prudenza di fronte alle continue proposte di chiusura proprio citando il lavoro di Ioannidis che però - a detta di Crisanti - sarebbe stato ritirato poiché contestato da molti suoi colleghi. Con i quali Ioannidis si sarebbe addirittura scusato. Questa - in sostanza - la lapidaria sentenza di Crisanti, cui veniva generosamente concessa l'ultima parola «in quanto esperto».Passano sette giorni e in quella trasmissione - anche se in collegamento - si siede chi vi scrive. Vengono mandati in onda alcuni minuti di una chiacchierata che Ioannidis ha avuto con un altro Andrea. Il divulgatore scientifico Casadio, che collabora spesso con la redazione di Piazzapulita. Trasmissione che pure Ioannidis ha visto e sul quale muove alcuni appunti. Con gentilezza, ma al contempo con fermezza. Chiede che sia resa disponibile l'intera intervista in lingua originale. «Mi preoccupa il fatto che la traduzione italiana ogni tanto mi metta in bocca alcune parole molto diverse da quelle che ho detto». E si sofferma con precisione in almeno due punti della trasmissione indicando ora, minuti e secondi in cui la traduzione di Casadio sarebbe stata tutt'altro che fedele. Ioannidis, infatti, non solo si è riguardato quella intervista tradotta in italiano ma pure tutta la trasmissione. E anche quella di una settimana prima. «Non parlo bene l'italiano», mi dice lo studioso, «ma lo capisco e sono quindi rimasto sbalordito dalle parole del professor Crisanti e da quelle con cui Andrea Casadio - una settimana dopo - ha travisato l'intervista». Mi sento chiamato in causa di persona, avendo vivacemente discusso con Casadio in quella sede proprio su questi temi. Sebbene continuamente interrotto riesco a esprimere a fatica un paio di concetti chiave. A partire dal fatto che gli studi scientifici sono tutti fatti per essere analizzati, dibattuti e se del caso confutati. Ma questa operazione non può che avvenire mediante pubblicazione di osservazioni e repliche argomentate su riviste scientifiche. Soprattutto attraverso la pubblicazione di ricerche sottoposte alla revisione di altrettanti esperti cattedratici (peer review), come appunto nel caso di Ioannidis. Non possono essere certo le battute di colore di Casadio a demolire la validità del lavoro scientifico. Il tono di Ioannidis si fa serio. «È stato abbastanza triste e non particolarmente onorevole che (Casadio, ndr) abbia scelto di presentarmi a Piazzapulita come un “bastian contrario", ma ognuno ha diritto alla sua opinione. Tuttavia, il fatto che nessuno dei miei documenti sia stato “ritirato" non è un'opinione soggettiva. È un fatto oggettivo». Ioannidis si rivolge direttamente ad Andrea Casadio: «Questa diffamazione è grave e inaccettabile e devasta principalmente la tua credibilità, non la mia, fino a quando non ti correggerai». Eh già proprio così. Perché i due Andrea (Casadio e Crisanti) sono accomunati non solo dal nome di battesimo ma anche da un'accusa che a Ioannidis non va affatto giù. Quella di aver ritirato un suo studio dalla circolazione. «Nessuno dei miei paper è stato ritirato». E Ioannidis inizia a snocciolare numeri sulla rilevanza scientifica dello studio. Dico la verità, mi perdo. Lo studioso alla fine mi ringrazia per averlo difeso in trasmissione. In realtà ha ben poco da ringraziarmi. Mi sono semplicemente limitato a osservare che l'indice H di Ioannidis (un numero che misura la qualità e la produttività del lavoro di un accademico) era oltre tre volte quello di Crisanti. Mi verrebbe da notare che anche sommando l'indice H dei vari Crisanti, Galli, Burioni, Ricciardi e Pregliasco non arriveremmo al suo di numero. Non lo faccio. Non mi va di trascinarlo oltre nel pollaio. Mi limito semplicemente a salutarlo. E ringraziarlo a mia volta per la pazienza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scienziato-sbugiarda-crisanti-accusa-formigli-nl-2652916126.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bolzano-riparte-con-i-test-gratuiti" data-post-id="2652916126" data-published-at="1620067709" data-use-pagination="False"> Bolzano riparte con i test gratuiti C'è un angolo d'Italia dove si può mangiare all'interno dei ristoranti e prendere il caffè, o più spesso una birra, al bancone dei bar: è la provincia di Bolzano. Da otto giorni è partita l'operazione «corona pass»: una sorta di passaporto per chi ha completato la vaccinazione, è guarito dal Covid, oppure ha fatto un tampone negativo nelle ultime 72 ore. Questi test sono gratuiti e li può fare chiunque, anche un parente che risieda altrove o il turista del fine settimana. È una campagna a tappeto lanciata dall'Azienda sanitaria dell'Alto Adige, che consente a chi possiede il corona pass di mangiare e bere al caldo e al coperto, oltre che praticare sport di contatto ancora vietati da Salorno in giù. Nella settimana da lunedì 26 aprile a domenica 2 maggio sono stati fatti 59.087 test che corrispondono all'11% dei residenti nella Provincia autonoma. Appena 119 i positivi scovati con questo sistema, lo 0,2% del totale. È un margine di libertà in più per chi non è contagiato, uno spiraglio di normalità che nel resto del Paese è ancora impossibile. L'operazione prevede di prenotarsi sul sito Internet dell'Azienda sanitaria o del Comune di Bolzano con mail e numero di telefono scegliendo dove fare il test, il giorno e l'ora. Sono 80 i centri in 69 Comuni, dai tendoni della Protezione civile ai palasport, dalle case della cultura alle sale parrocchiali, e altri se ne aggiungeranno. Ti presenti, ti viene fornita una mascherina incellofanata, confermi la registrazione e vai in una delle salette allestite. Il personale sanitario assiste senza eseguire l'esame, che non è l'autorevole tampone molecolare nasofaringeo ma un test antigenico nasale rapido «fai da te». Dopo qualche decina di minuti l'esito arriva via mail, con un file pdf criptato da aprire utilizzando un codice d'accesso inviato sul telefonino: una procedura non immediata che sarebbe dettata da esigenze di privacy. Oltre al risultato del test, il pdf contiene un codice Qr che andrebbe mostrato e scansionato all'ingresso di bar e ristoranti. In realtà, verificano in pochi. Le regole fissate in Alto Adige sollevano infatti i gestori da responsabilità. Se dovessero arrivare i vigili e trovassero seduto ai tavoli interni qualcuno che ha barato con il tampone, scatterebbe la multa per il cliente che odia mangiare all'aperto (i soliti 400 euro ridotti a 280 se pagati entro cinque giorni) ma non per il ristoratore, il quale potrebbe subire la chiusura del locale soltanto se la cosa dovesse ripetersi. Costo per il cittadino? Zero. Le spese per i tamponi e la logistica ricadono sull'Azienda sanitaria, i Comuni, la Protezione civile e la rete di volontari che va dalla Croce rossa agli alpini: la Provincia autonoma di Bolzano, guidata da Arno Kompatscher, ha voluto che se ne facesse carico la sanità e non la politica. Non c'è comunque chiarezza su quanto costa complessivamente l'operazione tamponi gratis. Nelle scorse settimane i giornali locali hanno scritto, senza smentite, che l'Asdaa aveva comprato 5 milioni di test nasali autosomministrati per 22 milioni di euro: farebbero 4,4 euro per ogni tampone. Il consigliere provinciale Alessandro Urzì (Fratelli d'Italia) ha fatto una richiesta di accesso agli atti per capire le condizioni dell'acquisto: dalla documentazione fornitagli risulterebbe un esborso inferiore, sui 10 milioni. Rimangono dubbi sul rispetto della privacy (è stata aperta un'indagine) così come non è svanito il rischio di un ricorso preannunciato dal ministro Mariastella Gelmini. Si discute anche sulla reale efficacia dei test nasali. Ma i fatti superano le polemiche. Altoatesini che agognavano una birra in compagnia, turisti del primo maggio che hanno sfidato il brutto tempo, come pure studenti e lavoratori che con le ultime regole imposte dal governo ora non possono più sfamarsi nelle mense scolastiche e aziendali al chiuso: le file in attesa dei tamponi testimoniano che, almeno per ora, il corona pass per vaccinati, guariti e tamponati è un successo. E forse una speranza anche per il resto d'Italia.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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