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2018-03-31
Il Vaticano smentisce le fantasie di Scalfari: a «Repubblica» però se ne fregano
ANSA
Sparecchiava, forse, Eugenio Scalfari. Come nella insuperata scena di Amici miei, atto secondo. Sta di fatto che della smentita con cui il Vaticano (il Vaticano, non il bar all'angolo) ha completamente privato di senso l'intervista a Francesco pubblicata giovedì, su Repubblica di ieri non c'era traccia.
L'abitudine a travisare lievissimamente il pensiero papale pare invalsa nel fondatore: già nel 2013 ebbe a «dialogare» con padre Federico Lombardi, dopo aver scritto, il 29 dicembre, che Jorge Mario Bergoglio «è rivoluzionario per tanti aspetti del suo ancor breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato». Fu quella la prima eresia attribuita al pontefice argentino, e non era ancora arrivato il Sinodo. Il Vaticano, come due giorni fa, dovette per forza di cose correre al riparo e definire, con un certo understatement, «non pertinente» l'affermazione sul peccato. Del resto, oltre che con la misericordia, i toni bassi si giustificavano con il fatto che non puoi troppo squalificare un interlocutore che il tuo superiore (peraltro vicario di Cristo) ha così fortemente preso in simpatia da accordargli un'amicizia imprevedibile e sincera. Unica stoccata, allora, fu la frase: «Chi segue veramente il Papa giorno per giorno sa quante volte egli parli del peccato», seguita dalla considerazione che forse il giornalista «non si trova sempre a suo agio in campo biblico teologico», tanto da aver commesso una «inesattezza evidente» . Nello stesso articolo, in effetti, Scalfari ebbe a dire che il Papa era «gesuita al punto d'aver canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola», il quale salì all'onore degli altari nel 1622, una settantina d'anni dopo la sua scomparsa. Con piroetta da navigata ballerina, Scalfari tenne il punto evitando di ammettere lo sfondone: «Volevo segnalare che papa Francesco ha sottolineato l'importanza del fondatore della Compagnia di Gesù (...) Mi scuso per l'imprecisione lessicale».
Almeno, in tal caso, venne riconosciuta facoltà al Vaticano di parlare, e Repubblica diede conto della smentita. Stavolta, a fronte della dichiarazione vaticana secondo cui «nessun virgolettato» è da considerarsi come fedele trascrizione del pensiero di Bergoglio, nulla. Anche nel novembre 2013 e nel luglio 2014 due chiacchierate del Papa con Scalfari provocarono precisazioni di tenore simile, con il giornalista che si difese spiegando il suo metodo di lavoro (che non prevede di prendere appunti) e ammise che un po' di cose, insomma, non era certo di ricordarle esattamente, mentre altre «io glieLe faccio dire tra virgolette, Lei non le ha dette, ma io le ho incluse perché consideravo che, facendogli dire certe cose, il lettore poteva capire meglio chi è Lei». Anche in quel caso, comunque, Scalfari e il suo giornale in qualche modo reagivano alle smentite, ne prendevano quantomeno atto. Perlomeno la cosa faceva un minimo di casino.
Stavolta no: zero. Il precedente creato è che si può incontrare il Papa, mettergli in bocca delle eresie, e fottersene allegramente se il Vaticano dice - pure in modo cauto rispetto alla gravità dei fatti - che i virgolettati sono frutto di ricostruzioni, e dunque non riconducibili a Bergoglio.
Repubblica è peraltro in buona compagnia, se è vero che si contano sulle dita di un mutilato i giornali che hanno dato evidenza a un caso che, all'estero, ha registrato un'eco assai rilevante, dalle agenzie alle grandi testate (ieri era in prima sul Times, per dire), che hanno raccontato intervista, sbalordimento per la tesi sulla scomparsa dell'inferno, smentita e relativo, nuovo pastrocchio comunicativo in piena settimana santa.
I lettori italiani, salvo i nostri e quelli di Fatto, Foglio e pochi altri, di tutto ciò sono rimasti all'oscuro. Apprendevano dei crolli di calcinacci in San Pietro, dell'operazione alla cataratta che papa Francesco sosterrà nel 2019, ma non di un caso internazionale che vede coinvolti il pontefice, il diavolo e il decano dei giornalisti italiani. Probabilmente è una forma di tenera rimozione delle intemerate del venerabile cronista. Se è così, non la merita. Proprio perché Scalfari è un genio del mestiere, un fenomeno senza pari sia nell'editoria sia nel giornalismo in senso stretto: ha tempra e tigna da vendere a 93 anni, è reduce da un duello micidiale con il suo ex editore Carlo De Benedetti («Me ne fotto delle sue critiche», ha scandito in tv) e dà spettacolo anche, soprattutto con le sue roboanti puttanate. È cosa buona e giusta, pertanto, ricordare - restando confinati all'ambito ecclesiale - che Eugenio Scalfari nel 2007 ha scritto sull'Espresso che il libro del filosofo francese Jean Luc Marion aveva una «parte sostanziosa dedicata a una delle encicliche di papa Ratzinger», quando il testo risaliva al 2003, epoca in cui al soglio pontificio, a scrivere encicliche, c'era Giovanni Paolo II. Sempre di Benedetto XVI, Scalfari scrisse: «Non è un grande Papa, anche se l'ingegno e la dottrina non gli mancano: scrive bene, questo sì», bontà sua, ma è «lezioso». Il viziaccio si sarebbe manifestato nell'aver «riesumato in pieno la tomistica di Tommaso d'Aquino con tanti saluti a Origene, Anselmo d'Aosta e Bernardo». Ai sant'uomini, peraltro, Ratzinger dedicò, da papa regnante, fior di udienze generali, ma a questo livello evitare smentite è evidentemente parso un atto di minimale buonsenso.
Per il resto, ormai va preso atto che vale tutto. Ma al prossimo allarme sulle fake news montato da Repubblica è lecito scomodare di nuovo Amici miei, stavolta per parlare di purissima supercazzola.
Martino Cervo
Traballa pure la versione ufficiale sull’addio al fascismo di Barbapapà
Non è un buon momento per Eugenio Scalfari: bacchettato dal Vaticano per aver messo parole in libertà in bocca niente meno che al Papa, ora Barbapapà si trova a dover subire addirittura del fuoco amico su un vecchio nodo biografico mai sciolto: la sua giovanile adesione al fascismo.
Sul sito di Micromega, testata del gruppo Espresso, è infatti apparsa una ricostruzione del suo congedo dai ranghi mussoliniani sensibilmente diversa da quella raccontata dal fondatore di Repubblica stesso. L'autore della puntuale disamina storica è Dario Borso, studioso di Italo Calvino, che con Scalfari ha avuto una tumultuosa corrispondenza giovanile.
Già tempo fa, Borso aveva dimostrato come la pretesa scalfariana di aver esordito sulla carta stampata nella seconda metà del 1942, sulle colonne di Roma fascista, fosse in realtà contraddetta dalle lettere di Calvino, che all'amico rimproverava, senza lesinare irrisioni e insulti, di essere entrato nel «vivaio giovanile» del regime già nel febbraio del 1942, con articoli pubblicati su Gioventù italica e Conquiste d'Impero. Le nuove rivelazioni di Borso non hanno a che fare con l'inizio dell'attività giornalistica fascista di Scalfari, ma con la sua fine. Barbapapà ha raccontato di aver smesso la camicia nera dopo un incidente diplomatico accaduto a metà gennaio 1943. In un momento di assenza dei responsabili del giornale, Ugo Indrio e Regdo Scodro, il giovane Scalfari ne avrebbe approfittato per mettere in pagina, in un «neretto», un atto d'accusa contro i gerarchi che mangiavano sui cantieri dell'Eur.
Convocato dal vicesegretario del Pnf, Carlo Scorza, non potendo dimostrare chi avesse preso tangenti, fu cacciato come calunniatore. Questa fu la versione di Scalfari, che ovviamente, a posteriori, ne ha approfittato per dare a tutto il racconto un tono autoelogiativo a proposito del giovane puro cacciato dai burocrati corrotti, che così indirettamente gli mostrarono la realtà del regime. In una famosa intervista concessa a Pietrangelo Buttafuoco, Scalfari aveva descritto lo smarrimento provato dopo la sfuriata e il lento ritrovare sé stesso: «Avevo 18 anni e giorno dopo giorno prendo coscienza che forse avevano avuto ragione ad espellermi dal Guf. Forse non ero fascista». Troppo onesto, troppo amante della verità, troppo integerrimo per il fascismo, lui. Ma siamo sicuri che sia andata così?
Borso si è voluto documentare, ed ecco cosa ha scoperto: «L'unico numero di Roma fascista senza articoli di Indrio e Scodro è quello del 21 gennaio '43; né in prima pagina né nelle altre pagine di questo numero risultano neretti; in nessun numero di gennaio come dei mesi precedenti e seguenti c'è un minimo accenno ai lavori dell'Eur (tantomeno ai profittatori), per il motivo che essi erano fermi da un anno, e nessuno intendeva né poteva proseguirli, visti i rovesci militari. Che poi Scalfari, qualora espulso in gennaio, scrivesse sul mussolinissimo Nuovo Occidente fino al 19 giugno e su Roma fascista fino al 23 giugno '43, è fuori da ogni logica; e che infine lo tollerasse Scorza stesso, divenuto segretario nazionale del Pnf in aprile, è fuori da ogni grazia di Dio». Va da sé che mentire su quando si è diventati fascisti può essere una banale dimenticanza o un qualche vezzo in fondo innocuo. Falsificare le circostanze in cui si è cessato di esserlo è tutt'altro paio di maniche, soprattutto se poi, qualche anno dopo, si è diventati dei santoni dell'antifascismo. Quello scandalo, quindi, sembra che non ci fu. Quel dito nella piaga delle magagne del regime non venne mai messo. E, di conseguenza, non ci fu mai neanche quella lavata di testa, quelle mostrine stracciate dal bruto Sforza e quell'ostracismo contro il giovane cronista coraggioso. E allora come finì, il lungo viaggio di Eugenio Scalfari attraverso il fascismo? Forse in modo meno eroico, forse con un banale vivacchiare all'ombra del crollo del regime, chissà.
Di certo la sua militanza nei ranghi del giornalismo in camicia nera fu più lunga e articolata di quanto Barbapapà non abbia raccontato. Anche se, a giudicare dalle missive inviperite che gli mandava Calvino, non si trattò esattamente di un impegno disinteressato. Il 7 marzo 1942, così lo scrittore apostrofava il futuro fondatore di Repubblica: «Quando la finirai di pronunciare al mio cospetto frasi come queste: “tutti i mezzi son buoni pur di riuscire" “seguire la corrente" “adeguarsi ai tempi"? Sono queste le idee di un giovane che dovrebbe affacciarsi alla vita con purezza d'intenti e serenità d'ideali?». Evidentemente il tempo della schiena dritta e del giornalismo civile non era ancora venuto, per il giovane Scalfari. Di cui, tuttavia, ci restano gloriose prove giovanili, come l'indimenticato «Spiritualizzare la corporazione», uscito nel giugno 1942 su Conquiste d'Impero, diretto da Corrado Petrone, in cui leggiamo: «La battaglia spirituale è già stata iniziata, grazie all'opera e alle direttive precise del Duce, fin dai primi anni del fascismo. A noi spetta il condurla a compimento». A chi la coerenza, camerata Eugenio? A noi!
Adriano Scianca
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La stampa internazionale racconta l'incidente sull'intervista al Papa che «cancella» l'inferno. In Italia, silenzio quasi totale.Micromega pubblica uno studio che svela dubbi e contraddizioni nel racconto del Fondatore. Già Italo Calvino lo aveva sgridato: «Smetti di dire che bisogna seguire la corrente».Lo speciale contiene due articoliSparecchiava, forse, Eugenio Scalfari. Come nella insuperata scena di Amici miei, atto secondo. Sta di fatto che della smentita con cui il Vaticano (il Vaticano, non il bar all'angolo) ha completamente privato di senso l'intervista a Francesco pubblicata giovedì, su Repubblica di ieri non c'era traccia. L'abitudine a travisare lievissimamente il pensiero papale pare invalsa nel fondatore: già nel 2013 ebbe a «dialogare» con padre Federico Lombardi, dopo aver scritto, il 29 dicembre, che Jorge Mario Bergoglio «è rivoluzionario per tanti aspetti del suo ancor breve pontificato, ma soprattutto su un punto fondamentale: di fatto ha abolito il peccato». Fu quella la prima eresia attribuita al pontefice argentino, e non era ancora arrivato il Sinodo. Il Vaticano, come due giorni fa, dovette per forza di cose correre al riparo e definire, con un certo understatement, «non pertinente» l'affermazione sul peccato. Del resto, oltre che con la misericordia, i toni bassi si giustificavano con il fatto che non puoi troppo squalificare un interlocutore che il tuo superiore (peraltro vicario di Cristo) ha così fortemente preso in simpatia da accordargli un'amicizia imprevedibile e sincera. Unica stoccata, allora, fu la frase: «Chi segue veramente il Papa giorno per giorno sa quante volte egli parli del peccato», seguita dalla considerazione che forse il giornalista «non si trova sempre a suo agio in campo biblico teologico», tanto da aver commesso una «inesattezza evidente» . Nello stesso articolo, in effetti, Scalfari ebbe a dire che il Papa era «gesuita al punto d'aver canonizzato pochi giorni fa Ignazio di Loyola», il quale salì all'onore degli altari nel 1622, una settantina d'anni dopo la sua scomparsa. Con piroetta da navigata ballerina, Scalfari tenne il punto evitando di ammettere lo sfondone: «Volevo segnalare che papa Francesco ha sottolineato l'importanza del fondatore della Compagnia di Gesù (...) Mi scuso per l'imprecisione lessicale».Almeno, in tal caso, venne riconosciuta facoltà al Vaticano di parlare, e Repubblica diede conto della smentita. Stavolta, a fronte della dichiarazione vaticana secondo cui «nessun virgolettato» è da considerarsi come fedele trascrizione del pensiero di Bergoglio, nulla. Anche nel novembre 2013 e nel luglio 2014 due chiacchierate del Papa con Scalfari provocarono precisazioni di tenore simile, con il giornalista che si difese spiegando il suo metodo di lavoro (che non prevede di prendere appunti) e ammise che un po' di cose, insomma, non era certo di ricordarle esattamente, mentre altre «io glieLe faccio dire tra virgolette, Lei non le ha dette, ma io le ho incluse perché consideravo che, facendogli dire certe cose, il lettore poteva capire meglio chi è Lei». Anche in quel caso, comunque, Scalfari e il suo giornale in qualche modo reagivano alle smentite, ne prendevano quantomeno atto. Perlomeno la cosa faceva un minimo di casino.Stavolta no: zero. Il precedente creato è che si può incontrare il Papa, mettergli in bocca delle eresie, e fottersene allegramente se il Vaticano dice - pure in modo cauto rispetto alla gravità dei fatti - che i virgolettati sono frutto di ricostruzioni, e dunque non riconducibili a Bergoglio.Repubblica è peraltro in buona compagnia, se è vero che si contano sulle dita di un mutilato i giornali che hanno dato evidenza a un caso che, all'estero, ha registrato un'eco assai rilevante, dalle agenzie alle grandi testate (ieri era in prima sul Times, per dire), che hanno raccontato intervista, sbalordimento per la tesi sulla scomparsa dell'inferno, smentita e relativo, nuovo pastrocchio comunicativo in piena settimana santa.I lettori italiani, salvo i nostri e quelli di Fatto, Foglio e pochi altri, di tutto ciò sono rimasti all'oscuro. Apprendevano dei crolli di calcinacci in San Pietro, dell'operazione alla cataratta che papa Francesco sosterrà nel 2019, ma non di un caso internazionale che vede coinvolti il pontefice, il diavolo e il decano dei giornalisti italiani. Probabilmente è una forma di tenera rimozione delle intemerate del venerabile cronista. Se è così, non la merita. Proprio perché Scalfari è un genio del mestiere, un fenomeno senza pari sia nell'editoria sia nel giornalismo in senso stretto: ha tempra e tigna da vendere a 93 anni, è reduce da un duello micidiale con il suo ex editore Carlo De Benedetti («Me ne fotto delle sue critiche», ha scandito in tv) e dà spettacolo anche, soprattutto con le sue roboanti puttanate. È cosa buona e giusta, pertanto, ricordare - restando confinati all'ambito ecclesiale - che Eugenio Scalfari nel 2007 ha scritto sull'Espresso che il libro del filosofo francese Jean Luc Marion aveva una «parte sostanziosa dedicata a una delle encicliche di papa Ratzinger», quando il testo risaliva al 2003, epoca in cui al soglio pontificio, a scrivere encicliche, c'era Giovanni Paolo II. Sempre di Benedetto XVI, Scalfari scrisse: «Non è un grande Papa, anche se l'ingegno e la dottrina non gli mancano: scrive bene, questo sì», bontà sua, ma è «lezioso». Il viziaccio si sarebbe manifestato nell'aver «riesumato in pieno la tomistica di Tommaso d'Aquino con tanti saluti a Origene, Anselmo d'Aosta e Bernardo». Ai sant'uomini, peraltro, Ratzinger dedicò, da papa regnante, fior di udienze generali, ma a questo livello evitare smentite è evidentemente parso un atto di minimale buonsenso.Per il resto, ormai va preso atto che vale tutto. Ma al prossimo allarme sulle fake news montato da Repubblica è lecito scomodare di nuovo Amici miei, stavolta per parlare di purissima supercazzola.Martino Cervo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/scalfari-repubblica-fascismo-2554997614.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="traballa-pure-la-versione-ufficiale-sulladdio-al-fascismo-di-barbapapa" data-post-id="2554997614" data-published-at="1779101445" data-use-pagination="False"> Traballa pure la versione ufficiale sull’addio al fascismo di Barbapapà Non è un buon momento per Eugenio Scalfari: bacchettato dal Vaticano per aver messo parole in libertà in bocca niente meno che al Papa, ora Barbapapà si trova a dover subire addirittura del fuoco amico su un vecchio nodo biografico mai sciolto: la sua giovanile adesione al fascismo. Sul sito di Micromega, testata del gruppo Espresso, è infatti apparsa una ricostruzione del suo congedo dai ranghi mussoliniani sensibilmente diversa da quella raccontata dal fondatore di Repubblica stesso. L'autore della puntuale disamina storica è Dario Borso, studioso di Italo Calvino, che con Scalfari ha avuto una tumultuosa corrispondenza giovanile. Già tempo fa, Borso aveva dimostrato come la pretesa scalfariana di aver esordito sulla carta stampata nella seconda metà del 1942, sulle colonne di Roma fascista, fosse in realtà contraddetta dalle lettere di Calvino, che all'amico rimproverava, senza lesinare irrisioni e insulti, di essere entrato nel «vivaio giovanile» del regime già nel febbraio del 1942, con articoli pubblicati su Gioventù italica e Conquiste d'Impero. Le nuove rivelazioni di Borso non hanno a che fare con l'inizio dell'attività giornalistica fascista di Scalfari, ma con la sua fine. Barbapapà ha raccontato di aver smesso la camicia nera dopo un incidente diplomatico accaduto a metà gennaio 1943. In un momento di assenza dei responsabili del giornale, Ugo Indrio e Regdo Scodro, il giovane Scalfari ne avrebbe approfittato per mettere in pagina, in un «neretto», un atto d'accusa contro i gerarchi che mangiavano sui cantieri dell'Eur. Convocato dal vicesegretario del Pnf, Carlo Scorza, non potendo dimostrare chi avesse preso tangenti, fu cacciato come calunniatore. Questa fu la versione di Scalfari, che ovviamente, a posteriori, ne ha approfittato per dare a tutto il racconto un tono autoelogiativo a proposito del giovane puro cacciato dai burocrati corrotti, che così indirettamente gli mostrarono la realtà del regime. In una famosa intervista concessa a Pietrangelo Buttafuoco, Scalfari aveva descritto lo smarrimento provato dopo la sfuriata e il lento ritrovare sé stesso: «Avevo 18 anni e giorno dopo giorno prendo coscienza che forse avevano avuto ragione ad espellermi dal Guf. Forse non ero fascista». Troppo onesto, troppo amante della verità, troppo integerrimo per il fascismo, lui. Ma siamo sicuri che sia andata così? Borso si è voluto documentare, ed ecco cosa ha scoperto: «L'unico numero di Roma fascista senza articoli di Indrio e Scodro è quello del 21 gennaio '43; né in prima pagina né nelle altre pagine di questo numero risultano neretti; in nessun numero di gennaio come dei mesi precedenti e seguenti c'è un minimo accenno ai lavori dell'Eur (tantomeno ai profittatori), per il motivo che essi erano fermi da un anno, e nessuno intendeva né poteva proseguirli, visti i rovesci militari. Che poi Scalfari, qualora espulso in gennaio, scrivesse sul mussolinissimo Nuovo Occidente fino al 19 giugno e su Roma fascista fino al 23 giugno '43, è fuori da ogni logica; e che infine lo tollerasse Scorza stesso, divenuto segretario nazionale del Pnf in aprile, è fuori da ogni grazia di Dio». Va da sé che mentire su quando si è diventati fascisti può essere una banale dimenticanza o un qualche vezzo in fondo innocuo. Falsificare le circostanze in cui si è cessato di esserlo è tutt'altro paio di maniche, soprattutto se poi, qualche anno dopo, si è diventati dei santoni dell'antifascismo. Quello scandalo, quindi, sembra che non ci fu. Quel dito nella piaga delle magagne del regime non venne mai messo. E, di conseguenza, non ci fu mai neanche quella lavata di testa, quelle mostrine stracciate dal bruto Sforza e quell'ostracismo contro il giovane cronista coraggioso. E allora come finì, il lungo viaggio di Eugenio Scalfari attraverso il fascismo? Forse in modo meno eroico, forse con un banale vivacchiare all'ombra del crollo del regime, chissà. Di certo la sua militanza nei ranghi del giornalismo in camicia nera fu più lunga e articolata di quanto Barbapapà non abbia raccontato. Anche se, a giudicare dalle missive inviperite che gli mandava Calvino, non si trattò esattamente di un impegno disinteressato. Il 7 marzo 1942, così lo scrittore apostrofava il futuro fondatore di Repubblica: «Quando la finirai di pronunciare al mio cospetto frasi come queste: “tutti i mezzi son buoni pur di riuscire" “seguire la corrente" “adeguarsi ai tempi"? Sono queste le idee di un giovane che dovrebbe affacciarsi alla vita con purezza d'intenti e serenità d'ideali?». Evidentemente il tempo della schiena dritta e del giornalismo civile non era ancora venuto, per il giovane Scalfari. Di cui, tuttavia, ci restano gloriose prove giovanili, come l'indimenticato «Spiritualizzare la corporazione», uscito nel giugno 1942 su Conquiste d'Impero, diretto da Corrado Petrone, in cui leggiamo: «La battaglia spirituale è già stata iniziata, grazie all'opera e alle direttive precise del Duce, fin dai primi anni del fascismo. A noi spetta il condurla a compimento». A chi la coerenza, camerata Eugenio? A noi! Adriano Scianca
Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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