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2023-02-05
Sberle della Meloni ai dem in visita a Cospito
Giorgia Meloni (Ansa)
Un colpo al cerchio e uno al Pd: Giorgia Meloni interviene sulla vicenda degli insulti incrociati tra Fratelli d’Italia e i dem, relativi all’ormai famoso intervento in Aula del responsabile nazionale dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, con una lettera al Corriere della Sera che finisce con il sortire l’effetto opposto a quello dichiarato (ma non desiderato), ovvero voler «abbassare i toni», considerato che la premier non rinuncia a menare fendenti ai dem, che replicano stizziti. Dopo una settimana di accuse e controaccuse al veleno, la Meloni ammette che «sicuramente i toni si sono alzati troppo» e invita «tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso. Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni (di Donzelli e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ndr) che qualcuno ha richiesto». La Meloni attacca a testa bassa i dem: «Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva», scrive la presidente del Consiglio, «quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di “essere la mandante morale delle morti in mare” o di guidare un “partito eversivo”, per citarne alcune».
«Trovo paradossale», attacca ancora la Meloni, «che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Pd, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto, dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41 bis», aggiunge la premier, «autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata». «Fingendo di non comprendere»: siamo di nuovo al punto di partenza, quindi. «Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso», scrive ancora la premier, «attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono “assassini” il presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico. È chiaro che ci troviamo davanti a uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità. È un appello che rivolgo a tutti», conclude la Meloni, «politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque».
La nota della Meloni suscita l’approvazione entusiastica dei capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, Tommaso Foti e Lucio Malan: «Fdi da subito abbasserà i toni», scrivono Foti e Malan, «ritenendo doveroso favorire la collaborazione fra i partiti. È fin troppo chiaro che in questi giorni è lo Stato ad essere sotto attacco e che esso va difeso, senza dover ulteriormente alimentare una normale polemica politica». Foti propone anche una mozione per il mantenimento del carcere duro a Cospito e ai mafiosi.
Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, accoglie l’appello della Meloni ma non nasconde la sua amarezza per questa polemica così rovente: «Non mi ha appassionato», argomenta Salvini, «il dibattito Donzelli-Serracchiani. Visto che c’è di mezzo la violenza e qualcuno tira in ballo mafia e terrorismo servono calma, tranquillità, serenità. Il governo sta lavorando bene, non c’è bisogno di scontri». Del resto, il malumore di Lega e Forza Italia per questo scontro al calor bianco tra Fdi e Pd è un dato acclarato. Scontro destinato a continuare: «Dopo giorni di attesa», commentano il segretario del Pd, Enrico Letta, e le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, «sono arrivate le parole dell’onorevole Giorgia Meloni. Abbiamo, purtroppo, letto le parole di un capo partito che difende i suoi oltre l’indifendibile e, per farlo, rilancia polemiche strumentali e livorose contro l’opposizione. Una lettera che riattizza il fuoco invece di spegnerlo». «Una lettera carica di rancore», incalza Andrea Orlando, «quella con la quale la premier chiede unità mentre alza ancora i toni. Non ci faremo intimidire. Difenderemo i valori costituzionali. Non abbiamo bisogno dei suoi appelli per stare in prima linea contro la mafia e il terrorismo». «Raccogliamo in toto», commenta il leader del M5s, Giuseppe Conte, «l’appello della Meloni ad abbassare i toni, però deve imporre ai suoi due fedelissimi del partito di dimettersi, perché quelle due persone hanno sbagliato». «Purtroppo», dichiarano i capigruppo di Alleanza Verdi e Sinistra di Camera e Senato Luana Zanella e Peppe De Cristofaro, «non siamo sorpresi dalle parole di Giorgia Meloni. La premier ha preferito difendere i suoi fedelissimi Donzelli e Delmastro. Difende loro per difendere se stessa. Una decisione senza coraggio». La giostra delle polemiche, quindi, riparte. «La caciara serve a chi non governa, mica a noi», sospira alla Verità un big di Fratelli d’Italia.
Il prigioniero dà l’alt al ministero: «Niente alimentazione forzata»
Nessun trattamento forzato. Alfredo Cospito prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. Dopo 108 giorni, i medici del carcere di Opera, dove è stato portato dal Bancali di Sassari per garantirgli assistenza, e il tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna Di Rosa, stanno cominciando a valutare l’eventuale trasferimento dell’anarchico dal centro clinico del carcere milanese al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo perché il cinquantaenne ideologo della Federazione anarchica informale da qualche giorno va avanti con acqua, zucchero e sale per «tenere attive le facoltà mentali», ma rifiuta gli integratori. Perciò potrebbe verificarsi una crisi cardiaca e potrebbe presentarsi la necessità di trattamenti salvavita.
Secondo l'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, «è verosimile un trasferimento in ospedale: si tratterebbe di un atto dovuto perché è un detenuto nelle mani dello Stato e lo Stato deve fare tutto per salvargli la vita». Tuttavia, avverte Rossi Albertini, «l’alimentazione forzata contro la sua volontà sarebbe un fatto gravissimo e costituirebbe un Tso». Il legale infatti ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e per conoscenza al Garante dei detenuti affinché, in caso peggiorino condizioni di salute, fino a che Cospito diventi incosciente, non venga sottoposto alla nutrizione o a trattamenti forzati. Con la diffida si chiede allo Stato di rispettare la volontà e la libera scelta dell’anarchico, che aveva già firmato le Dat per respingere terapie coatte.
Intanto, mentre Cospito continua a non toccare cibo, i suoi parametri sono compatibili con la detenzione, è lucido, cammina e si regge in piedi, c'è massima attenzione da parte del personale sanitario del carcere milanese e dei magistrati di sorveglianza Giovanna Di Rosa, presidente della sezione, e Ornella Anedda, preposti a tutelare le condizioni dei detenuti e a garantire i loro diritti, tra cui quello fondamentale della salute. I giudici, infatti, quotidianamente ricevono una relazione sullo stato di salute di Cospito. Nel frattempo, l’anarchico al 41bis che in questi giorni ha avuto più incontri di tutti gli altri in regime di carcere duro, continua a spiegare i motivi della sua lotta: «Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41 bis per tutti, perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali, ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose». Sugli attacchi incendiari e sulle minacce degli anarchici chiarisce che nell’ideologia anarchica «non si giudicano le azioni degli altri» e che i suoi scritti sono da sempre tesi «individualiste, perché non c’è un’organizzazione».
Intanto i radicali rifiutano paragoni con gli scioperi della fame di Marco Pannella: «La differenza tra i metodi di Cospito e il metodo radicale pannelliano è innanzitutto nel rapporto con la violenza, utilizzata da Cospito e ripudiata dai radicali», spiega Marco Cappato . «Lo sciopero della fame, che per i radicali ha sempre un preciso obiettivo di amore e rispetto per il diritto: nel caso del 41 bis, il riferimento obbligato non è semplicemente la pur fondamentale condizione del detenuto, ma sono anche le molteplici censure e condanne dell’Italia da parte delle Corti interne e internazionali, che da sole giustificherebbero l’uscita di Cospito dal regime del 41 bis e la riforma dello strumento stesso», ribadisce l’erede di Pannella impegnato nella crociata sul fine vita.
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Il premier invita i suoi ad «abbassare i toni», ma si oppone alla cacciata di Andrea Delmastro e sferza il Pd: «Ha chiesto la revoca del 41 bis pur sapendo che faceva comodo ai boss». Enrico Letta & C. stizziti: «Parole piene di rancore». E Giuseppe Conte insiste: «I fedelissimi si dimettano».I legali di Alfredo Cospito bocciano l’ipotesi che il sedizioso sia ricoverato per aver rifiutato gli integratori.Lo speciale contiene due articoli.Un colpo al cerchio e uno al Pd: Giorgia Meloni interviene sulla vicenda degli insulti incrociati tra Fratelli d’Italia e i dem, relativi all’ormai famoso intervento in Aula del responsabile nazionale dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, con una lettera al Corriere della Sera che finisce con il sortire l’effetto opposto a quello dichiarato (ma non desiderato), ovvero voler «abbassare i toni», considerato che la premier non rinuncia a menare fendenti ai dem, che replicano stizziti. Dopo una settimana di accuse e controaccuse al veleno, la Meloni ammette che «sicuramente i toni si sono alzati troppo» e invita «tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso. Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni (di Donzelli e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ndr) che qualcuno ha richiesto». La Meloni attacca a testa bassa i dem: «Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva», scrive la presidente del Consiglio, «quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di “essere la mandante morale delle morti in mare” o di guidare un “partito eversivo”, per citarne alcune».«Trovo paradossale», attacca ancora la Meloni, «che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Pd, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto, dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41 bis», aggiunge la premier, «autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata». «Fingendo di non comprendere»: siamo di nuovo al punto di partenza, quindi. «Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso», scrive ancora la premier, «attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono “assassini” il presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico. È chiaro che ci troviamo davanti a uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità. È un appello che rivolgo a tutti», conclude la Meloni, «politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque». La nota della Meloni suscita l’approvazione entusiastica dei capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, Tommaso Foti e Lucio Malan: «Fdi da subito abbasserà i toni», scrivono Foti e Malan, «ritenendo doveroso favorire la collaborazione fra i partiti. È fin troppo chiaro che in questi giorni è lo Stato ad essere sotto attacco e che esso va difeso, senza dover ulteriormente alimentare una normale polemica politica». Foti propone anche una mozione per il mantenimento del carcere duro a Cospito e ai mafiosi. Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, accoglie l’appello della Meloni ma non nasconde la sua amarezza per questa polemica così rovente: «Non mi ha appassionato», argomenta Salvini, «il dibattito Donzelli-Serracchiani. Visto che c’è di mezzo la violenza e qualcuno tira in ballo mafia e terrorismo servono calma, tranquillità, serenità. Il governo sta lavorando bene, non c’è bisogno di scontri». Del resto, il malumore di Lega e Forza Italia per questo scontro al calor bianco tra Fdi e Pd è un dato acclarato. Scontro destinato a continuare: «Dopo giorni di attesa», commentano il segretario del Pd, Enrico Letta, e le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, «sono arrivate le parole dell’onorevole Giorgia Meloni. Abbiamo, purtroppo, letto le parole di un capo partito che difende i suoi oltre l’indifendibile e, per farlo, rilancia polemiche strumentali e livorose contro l’opposizione. Una lettera che riattizza il fuoco invece di spegnerlo». «Una lettera carica di rancore», incalza Andrea Orlando, «quella con la quale la premier chiede unità mentre alza ancora i toni. Non ci faremo intimidire. Difenderemo i valori costituzionali. Non abbiamo bisogno dei suoi appelli per stare in prima linea contro la mafia e il terrorismo». «Raccogliamo in toto», commenta il leader del M5s, Giuseppe Conte, «l’appello della Meloni ad abbassare i toni, però deve imporre ai suoi due fedelissimi del partito di dimettersi, perché quelle due persone hanno sbagliato». «Purtroppo», dichiarano i capigruppo di Alleanza Verdi e Sinistra di Camera e Senato Luana Zanella e Peppe De Cristofaro, «non siamo sorpresi dalle parole di Giorgia Meloni. La premier ha preferito difendere i suoi fedelissimi Donzelli e Delmastro. Difende loro per difendere se stessa. Una decisione senza coraggio». La giostra delle polemiche, quindi, riparte. «La caciara serve a chi non governa, mica a noi», sospira alla Verità un big di Fratelli d’Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sberle-meloni-dem-visita-cospito-2659373535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prigioniero-da-lalt-al-ministero-niente-alimentazione-forzata" data-post-id="2659373535" data-published-at="1675582363" data-use-pagination="False"> Il prigioniero dà l’alt al ministero: «Niente alimentazione forzata» Nessun trattamento forzato. Alfredo Cospito prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. Dopo 108 giorni, i medici del carcere di Opera, dove è stato portato dal Bancali di Sassari per garantirgli assistenza, e il tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna Di Rosa, stanno cominciando a valutare l’eventuale trasferimento dell’anarchico dal centro clinico del carcere milanese al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo perché il cinquantaenne ideologo della Federazione anarchica informale da qualche giorno va avanti con acqua, zucchero e sale per «tenere attive le facoltà mentali», ma rifiuta gli integratori. Perciò potrebbe verificarsi una crisi cardiaca e potrebbe presentarsi la necessità di trattamenti salvavita. Secondo l'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, «è verosimile un trasferimento in ospedale: si tratterebbe di un atto dovuto perché è un detenuto nelle mani dello Stato e lo Stato deve fare tutto per salvargli la vita». Tuttavia, avverte Rossi Albertini, «l’alimentazione forzata contro la sua volontà sarebbe un fatto gravissimo e costituirebbe un Tso». Il legale infatti ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e per conoscenza al Garante dei detenuti affinché, in caso peggiorino condizioni di salute, fino a che Cospito diventi incosciente, non venga sottoposto alla nutrizione o a trattamenti forzati. Con la diffida si chiede allo Stato di rispettare la volontà e la libera scelta dell’anarchico, che aveva già firmato le Dat per respingere terapie coatte. Intanto, mentre Cospito continua a non toccare cibo, i suoi parametri sono compatibili con la detenzione, è lucido, cammina e si regge in piedi, c'è massima attenzione da parte del personale sanitario del carcere milanese e dei magistrati di sorveglianza Giovanna Di Rosa, presidente della sezione, e Ornella Anedda, preposti a tutelare le condizioni dei detenuti e a garantire i loro diritti, tra cui quello fondamentale della salute. I giudici, infatti, quotidianamente ricevono una relazione sullo stato di salute di Cospito. Nel frattempo, l’anarchico al 41bis che in questi giorni ha avuto più incontri di tutti gli altri in regime di carcere duro, continua a spiegare i motivi della sua lotta: «Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41 bis per tutti, perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali, ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose». Sugli attacchi incendiari e sulle minacce degli anarchici chiarisce che nell’ideologia anarchica «non si giudicano le azioni degli altri» e che i suoi scritti sono da sempre tesi «individualiste, perché non c’è un’organizzazione». Intanto i radicali rifiutano paragoni con gli scioperi della fame di Marco Pannella: «La differenza tra i metodi di Cospito e il metodo radicale pannelliano è innanzitutto nel rapporto con la violenza, utilizzata da Cospito e ripudiata dai radicali», spiega Marco Cappato . «Lo sciopero della fame, che per i radicali ha sempre un preciso obiettivo di amore e rispetto per il diritto: nel caso del 41 bis, il riferimento obbligato non è semplicemente la pur fondamentale condizione del detenuto, ma sono anche le molteplici censure e condanne dell’Italia da parte delle Corti interne e internazionali, che da sole giustificherebbero l’uscita di Cospito dal regime del 41 bis e la riforma dello strumento stesso», ribadisce l’erede di Pannella impegnato nella crociata sul fine vita.
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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