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2023-02-05
Sberle della Meloni ai dem in visita a Cospito
Giorgia Meloni (Ansa)
Un colpo al cerchio e uno al Pd: Giorgia Meloni interviene sulla vicenda degli insulti incrociati tra Fratelli d’Italia e i dem, relativi all’ormai famoso intervento in Aula del responsabile nazionale dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, con una lettera al Corriere della Sera che finisce con il sortire l’effetto opposto a quello dichiarato (ma non desiderato), ovvero voler «abbassare i toni», considerato che la premier non rinuncia a menare fendenti ai dem, che replicano stizziti. Dopo una settimana di accuse e controaccuse al veleno, la Meloni ammette che «sicuramente i toni si sono alzati troppo» e invita «tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso. Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni (di Donzelli e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ndr) che qualcuno ha richiesto». La Meloni attacca a testa bassa i dem: «Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva», scrive la presidente del Consiglio, «quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di “essere la mandante morale delle morti in mare” o di guidare un “partito eversivo”, per citarne alcune».
«Trovo paradossale», attacca ancora la Meloni, «che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Pd, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto, dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41 bis», aggiunge la premier, «autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata». «Fingendo di non comprendere»: siamo di nuovo al punto di partenza, quindi. «Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso», scrive ancora la premier, «attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono “assassini” il presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico. È chiaro che ci troviamo davanti a uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità. È un appello che rivolgo a tutti», conclude la Meloni, «politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque».
La nota della Meloni suscita l’approvazione entusiastica dei capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, Tommaso Foti e Lucio Malan: «Fdi da subito abbasserà i toni», scrivono Foti e Malan, «ritenendo doveroso favorire la collaborazione fra i partiti. È fin troppo chiaro che in questi giorni è lo Stato ad essere sotto attacco e che esso va difeso, senza dover ulteriormente alimentare una normale polemica politica». Foti propone anche una mozione per il mantenimento del carcere duro a Cospito e ai mafiosi.
Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, accoglie l’appello della Meloni ma non nasconde la sua amarezza per questa polemica così rovente: «Non mi ha appassionato», argomenta Salvini, «il dibattito Donzelli-Serracchiani. Visto che c’è di mezzo la violenza e qualcuno tira in ballo mafia e terrorismo servono calma, tranquillità, serenità. Il governo sta lavorando bene, non c’è bisogno di scontri». Del resto, il malumore di Lega e Forza Italia per questo scontro al calor bianco tra Fdi e Pd è un dato acclarato. Scontro destinato a continuare: «Dopo giorni di attesa», commentano il segretario del Pd, Enrico Letta, e le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, «sono arrivate le parole dell’onorevole Giorgia Meloni. Abbiamo, purtroppo, letto le parole di un capo partito che difende i suoi oltre l’indifendibile e, per farlo, rilancia polemiche strumentali e livorose contro l’opposizione. Una lettera che riattizza il fuoco invece di spegnerlo». «Una lettera carica di rancore», incalza Andrea Orlando, «quella con la quale la premier chiede unità mentre alza ancora i toni. Non ci faremo intimidire. Difenderemo i valori costituzionali. Non abbiamo bisogno dei suoi appelli per stare in prima linea contro la mafia e il terrorismo». «Raccogliamo in toto», commenta il leader del M5s, Giuseppe Conte, «l’appello della Meloni ad abbassare i toni, però deve imporre ai suoi due fedelissimi del partito di dimettersi, perché quelle due persone hanno sbagliato». «Purtroppo», dichiarano i capigruppo di Alleanza Verdi e Sinistra di Camera e Senato Luana Zanella e Peppe De Cristofaro, «non siamo sorpresi dalle parole di Giorgia Meloni. La premier ha preferito difendere i suoi fedelissimi Donzelli e Delmastro. Difende loro per difendere se stessa. Una decisione senza coraggio». La giostra delle polemiche, quindi, riparte. «La caciara serve a chi non governa, mica a noi», sospira alla Verità un big di Fratelli d’Italia.
Il prigioniero dà l’alt al ministero: «Niente alimentazione forzata»
Nessun trattamento forzato. Alfredo Cospito prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. Dopo 108 giorni, i medici del carcere di Opera, dove è stato portato dal Bancali di Sassari per garantirgli assistenza, e il tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna Di Rosa, stanno cominciando a valutare l’eventuale trasferimento dell’anarchico dal centro clinico del carcere milanese al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo perché il cinquantaenne ideologo della Federazione anarchica informale da qualche giorno va avanti con acqua, zucchero e sale per «tenere attive le facoltà mentali», ma rifiuta gli integratori. Perciò potrebbe verificarsi una crisi cardiaca e potrebbe presentarsi la necessità di trattamenti salvavita.
Secondo l'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, «è verosimile un trasferimento in ospedale: si tratterebbe di un atto dovuto perché è un detenuto nelle mani dello Stato e lo Stato deve fare tutto per salvargli la vita». Tuttavia, avverte Rossi Albertini, «l’alimentazione forzata contro la sua volontà sarebbe un fatto gravissimo e costituirebbe un Tso». Il legale infatti ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e per conoscenza al Garante dei detenuti affinché, in caso peggiorino condizioni di salute, fino a che Cospito diventi incosciente, non venga sottoposto alla nutrizione o a trattamenti forzati. Con la diffida si chiede allo Stato di rispettare la volontà e la libera scelta dell’anarchico, che aveva già firmato le Dat per respingere terapie coatte.
Intanto, mentre Cospito continua a non toccare cibo, i suoi parametri sono compatibili con la detenzione, è lucido, cammina e si regge in piedi, c'è massima attenzione da parte del personale sanitario del carcere milanese e dei magistrati di sorveglianza Giovanna Di Rosa, presidente della sezione, e Ornella Anedda, preposti a tutelare le condizioni dei detenuti e a garantire i loro diritti, tra cui quello fondamentale della salute. I giudici, infatti, quotidianamente ricevono una relazione sullo stato di salute di Cospito. Nel frattempo, l’anarchico al 41bis che in questi giorni ha avuto più incontri di tutti gli altri in regime di carcere duro, continua a spiegare i motivi della sua lotta: «Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41 bis per tutti, perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali, ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose». Sugli attacchi incendiari e sulle minacce degli anarchici chiarisce che nell’ideologia anarchica «non si giudicano le azioni degli altri» e che i suoi scritti sono da sempre tesi «individualiste, perché non c’è un’organizzazione».
Intanto i radicali rifiutano paragoni con gli scioperi della fame di Marco Pannella: «La differenza tra i metodi di Cospito e il metodo radicale pannelliano è innanzitutto nel rapporto con la violenza, utilizzata da Cospito e ripudiata dai radicali», spiega Marco Cappato . «Lo sciopero della fame, che per i radicali ha sempre un preciso obiettivo di amore e rispetto per il diritto: nel caso del 41 bis, il riferimento obbligato non è semplicemente la pur fondamentale condizione del detenuto, ma sono anche le molteplici censure e condanne dell’Italia da parte delle Corti interne e internazionali, che da sole giustificherebbero l’uscita di Cospito dal regime del 41 bis e la riforma dello strumento stesso», ribadisce l’erede di Pannella impegnato nella crociata sul fine vita.
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Il premier invita i suoi ad «abbassare i toni», ma si oppone alla cacciata di Andrea Delmastro e sferza il Pd: «Ha chiesto la revoca del 41 bis pur sapendo che faceva comodo ai boss». Enrico Letta & C. stizziti: «Parole piene di rancore». E Giuseppe Conte insiste: «I fedelissimi si dimettano».I legali di Alfredo Cospito bocciano l’ipotesi che il sedizioso sia ricoverato per aver rifiutato gli integratori.Lo speciale contiene due articoli.Un colpo al cerchio e uno al Pd: Giorgia Meloni interviene sulla vicenda degli insulti incrociati tra Fratelli d’Italia e i dem, relativi all’ormai famoso intervento in Aula del responsabile nazionale dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, con una lettera al Corriere della Sera che finisce con il sortire l’effetto opposto a quello dichiarato (ma non desiderato), ovvero voler «abbassare i toni», considerato che la premier non rinuncia a menare fendenti ai dem, che replicano stizziti. Dopo una settimana di accuse e controaccuse al veleno, la Meloni ammette che «sicuramente i toni si sono alzati troppo» e invita «tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso. Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni (di Donzelli e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ndr) che qualcuno ha richiesto». La Meloni attacca a testa bassa i dem: «Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva», scrive la presidente del Consiglio, «quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di “essere la mandante morale delle morti in mare” o di guidare un “partito eversivo”, per citarne alcune».«Trovo paradossale», attacca ancora la Meloni, «che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Pd, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto, dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41 bis», aggiunge la premier, «autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata». «Fingendo di non comprendere»: siamo di nuovo al punto di partenza, quindi. «Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso», scrive ancora la premier, «attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono “assassini” il presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico. È chiaro che ci troviamo davanti a uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità. È un appello che rivolgo a tutti», conclude la Meloni, «politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque». La nota della Meloni suscita l’approvazione entusiastica dei capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, Tommaso Foti e Lucio Malan: «Fdi da subito abbasserà i toni», scrivono Foti e Malan, «ritenendo doveroso favorire la collaborazione fra i partiti. È fin troppo chiaro che in questi giorni è lo Stato ad essere sotto attacco e che esso va difeso, senza dover ulteriormente alimentare una normale polemica politica». Foti propone anche una mozione per il mantenimento del carcere duro a Cospito e ai mafiosi. Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, accoglie l’appello della Meloni ma non nasconde la sua amarezza per questa polemica così rovente: «Non mi ha appassionato», argomenta Salvini, «il dibattito Donzelli-Serracchiani. Visto che c’è di mezzo la violenza e qualcuno tira in ballo mafia e terrorismo servono calma, tranquillità, serenità. Il governo sta lavorando bene, non c’è bisogno di scontri». Del resto, il malumore di Lega e Forza Italia per questo scontro al calor bianco tra Fdi e Pd è un dato acclarato. Scontro destinato a continuare: «Dopo giorni di attesa», commentano il segretario del Pd, Enrico Letta, e le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, «sono arrivate le parole dell’onorevole Giorgia Meloni. Abbiamo, purtroppo, letto le parole di un capo partito che difende i suoi oltre l’indifendibile e, per farlo, rilancia polemiche strumentali e livorose contro l’opposizione. Una lettera che riattizza il fuoco invece di spegnerlo». «Una lettera carica di rancore», incalza Andrea Orlando, «quella con la quale la premier chiede unità mentre alza ancora i toni. Non ci faremo intimidire. Difenderemo i valori costituzionali. Non abbiamo bisogno dei suoi appelli per stare in prima linea contro la mafia e il terrorismo». «Raccogliamo in toto», commenta il leader del M5s, Giuseppe Conte, «l’appello della Meloni ad abbassare i toni, però deve imporre ai suoi due fedelissimi del partito di dimettersi, perché quelle due persone hanno sbagliato». «Purtroppo», dichiarano i capigruppo di Alleanza Verdi e Sinistra di Camera e Senato Luana Zanella e Peppe De Cristofaro, «non siamo sorpresi dalle parole di Giorgia Meloni. La premier ha preferito difendere i suoi fedelissimi Donzelli e Delmastro. Difende loro per difendere se stessa. Una decisione senza coraggio». La giostra delle polemiche, quindi, riparte. «La caciara serve a chi non governa, mica a noi», sospira alla Verità un big di Fratelli d’Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sberle-meloni-dem-visita-cospito-2659373535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prigioniero-da-lalt-al-ministero-niente-alimentazione-forzata" data-post-id="2659373535" data-published-at="1675582363" data-use-pagination="False"> Il prigioniero dà l’alt al ministero: «Niente alimentazione forzata» Nessun trattamento forzato. Alfredo Cospito prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. Dopo 108 giorni, i medici del carcere di Opera, dove è stato portato dal Bancali di Sassari per garantirgli assistenza, e il tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna Di Rosa, stanno cominciando a valutare l’eventuale trasferimento dell’anarchico dal centro clinico del carcere milanese al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo perché il cinquantaenne ideologo della Federazione anarchica informale da qualche giorno va avanti con acqua, zucchero e sale per «tenere attive le facoltà mentali», ma rifiuta gli integratori. Perciò potrebbe verificarsi una crisi cardiaca e potrebbe presentarsi la necessità di trattamenti salvavita. Secondo l'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, «è verosimile un trasferimento in ospedale: si tratterebbe di un atto dovuto perché è un detenuto nelle mani dello Stato e lo Stato deve fare tutto per salvargli la vita». Tuttavia, avverte Rossi Albertini, «l’alimentazione forzata contro la sua volontà sarebbe un fatto gravissimo e costituirebbe un Tso». Il legale infatti ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e per conoscenza al Garante dei detenuti affinché, in caso peggiorino condizioni di salute, fino a che Cospito diventi incosciente, non venga sottoposto alla nutrizione o a trattamenti forzati. Con la diffida si chiede allo Stato di rispettare la volontà e la libera scelta dell’anarchico, che aveva già firmato le Dat per respingere terapie coatte. Intanto, mentre Cospito continua a non toccare cibo, i suoi parametri sono compatibili con la detenzione, è lucido, cammina e si regge in piedi, c'è massima attenzione da parte del personale sanitario del carcere milanese e dei magistrati di sorveglianza Giovanna Di Rosa, presidente della sezione, e Ornella Anedda, preposti a tutelare le condizioni dei detenuti e a garantire i loro diritti, tra cui quello fondamentale della salute. I giudici, infatti, quotidianamente ricevono una relazione sullo stato di salute di Cospito. Nel frattempo, l’anarchico al 41bis che in questi giorni ha avuto più incontri di tutti gli altri in regime di carcere duro, continua a spiegare i motivi della sua lotta: «Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41 bis per tutti, perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali, ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose». Sugli attacchi incendiari e sulle minacce degli anarchici chiarisce che nell’ideologia anarchica «non si giudicano le azioni degli altri» e che i suoi scritti sono da sempre tesi «individualiste, perché non c’è un’organizzazione». Intanto i radicali rifiutano paragoni con gli scioperi della fame di Marco Pannella: «La differenza tra i metodi di Cospito e il metodo radicale pannelliano è innanzitutto nel rapporto con la violenza, utilizzata da Cospito e ripudiata dai radicali», spiega Marco Cappato . «Lo sciopero della fame, che per i radicali ha sempre un preciso obiettivo di amore e rispetto per il diritto: nel caso del 41 bis, il riferimento obbligato non è semplicemente la pur fondamentale condizione del detenuto, ma sono anche le molteplici censure e condanne dell’Italia da parte delle Corti interne e internazionali, che da sole giustificherebbero l’uscita di Cospito dal regime del 41 bis e la riforma dello strumento stesso», ribadisce l’erede di Pannella impegnato nella crociata sul fine vita.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Avvicinandosi il 2028 - data oltre la quale la Commissione avrà esaurito i pagamenti agli Stati membri e dovrà cominciare a rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati finanziari - si fanno sempre più nitidi i contorni del conto in arrivo da Bruxelles, dove da mesi è in corso una febbrile trattativa per trovare la quadra del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2028-2034. Mercoledì è stata la professoressa Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, a snocciolare le cifre, i cui tratti essenziali erano chiari da tempo, in audizione parlamentare: in assenza di nuovo debito (che è stato solo un’eccezione temporanea), il bilancio Ue deve munirsi di nuove entrate per rimborsare i debiti. Una voce che incide, solo fino al 2034, per 168 miliardi, aggiuntivi rispetto a quanto già versato dagli Stati membri. Ma andremo avanti così fino al 2056.
Per l’Italia ciò significa - in base alla quota di contribuzione nazionale storica del 12-13% - un primo versamento aggiuntivo di circa 21 miliardi. Che vanno ad aggiungersi ai rimborsi che dovremo effettuare direttamente alla Commissione fino al 2056 per i prestiti ricevuti (123 miliardi fino ad aprile).
I danni finanziari non si fermano qua. Infatti, il Qfp presentato dalla Commissione ha un volume di 1.985 miliardi a prezzi correnti, gonfiati appunto dei 168 miliardi di rimborsi. In proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, una misura simile ma non identica al Pil) si tratta dell’1,26%, rispetto all’1,13% del precedente Qfp 2021-2027. Ma si tratta di un aumento illusorio perché, al netto dei rimborsi del debito Nextgen Ue, si ritorna al 1,15% del Rnl. Quindi nessuna nuova capacità di spesa «reale». Con l’essenziale differenza che, rispetto al passato, Ursula von der Leyen ha ampliato notevolmente alcuni capitoli di spesa, soprattutto competitività e difesa, a scapito di agricoltura e coesione. In particolare, scende di molto la quota destinata ad agricoltura e coesione (dal 67% al 49% del bilancio) e aumenta dal 17% al 32% quella destinata a competitività e difesa. Quella rubrica scenderà per l’Italia (a prezzi costanti 2025) da 82 a 72 miliardi.
Questi spostamenti - ripetiamo, in un bilancio sostanzialmente invariato in termini reali - non sono neutrali, poiché aumentano di molto i fondi a gestione diretta e indiretta della Commissione, a scapito di quelli preassegnati agli Stati membri, come appunto l’agricoltura.
La conseguenza è il rischio che questi «bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita» siano assorbiti in modo molto disomogeneo da parte degli Stati, con evidenti sperequazioni a danno di quelli dotati di minore capacità amministrativa. In altre parole, se in passato la quota di fondi in arrivo da Bruxelles era relativamente prevedibile, in quanto preassegnata, per il futuro è tutto molto più incerto e tutto molto più accentrato presso la Commissione. Ciò che è invece certo è il fatto che il nostro Paese dovrà contribuire pesantemente al bilancio Ue, gonfiato dai rimborsi dei debiti.
Da tempo la Commissione stava ragionando su un aumento delle cosiddette «risorse proprie», che alla fine non sono altro che entrate (come Iva e dazi) riscosse dagli Stati e girate alla Ue. Infatti, il ricorso ai contributi nazionali in base al Rnl, tuttora circa il 70% delle entrate Ue, oggi è sempre meno sostenibile soprattutto davanti alle accresciute esigenze di spesa. Così la Commissione si è letteralmente inventata altri cinque tipi di imposte (quote emissioni CO2, rifiuti elettronici, tabacco, prelievo societario europeo, ecc…) per complessivi 44 miliardi e rimodulando le altre risorse proprie già esistenti, per un totale di 58 miliardi. Promettendo però di ridurre i contributi nazionali in base al Rnl. Ma, alla fine, come fa rilevare l’Upb, si tratta sempre di «contributi nazionali ai bilanci degli Stati membri e non si configurano come fonti autonome di finanziamento per la Ue». Insomma, è sempre denaro attinto dal bilancio italiano.
Ma, come per le spese, anche in questo caso il cambiamento non è neutrale sotto il profilo finanziario e l’Upb stesso non si sbilancia nel prevedere le conseguenze per l’Italia. Tutto dipenderà da come le basi imponibili di queste imposte si distribuiranno tra gli Stati membri. Insomma, è certo che gli Stati membri sborseranno altri 51 miliardi, è del tutto incerto come saranno ripartiti.
Nei 58 miliardi, spiccano 6,8 miliardi di entrate per il prelievo sulle società europee (Core) con oltre 100 milioni di fatturato, che inciderà sulle società italiane per circa 800 milioni. Un obbrobrio giuridico, perché colpisce il fatturato e quindi anche le società in perdita e il prelievo è una cifra fissa (si parte da 100.000 euro) crescente al crescere degli scaglioni di fatturato, con effetto regressivo all’interno di ciascuno scaglione. Un goffo e tardivo tentativo dopo che sono miseramente falliti i tentativi in sede Ocse di tassare nei mercati di destinazione (la Ue è da questo punto di vista un mercato ricchissimo) le multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi.
A Bruxelles hanno deciso di rimescolare le carte per non rivelare il bluff del prossimo bilancio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 giugno con Carlo Cambi
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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