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2023-02-05
Sberle della Meloni ai dem in visita a Cospito
Giorgia Meloni (Ansa)
Un colpo al cerchio e uno al Pd: Giorgia Meloni interviene sulla vicenda degli insulti incrociati tra Fratelli d’Italia e i dem, relativi all’ormai famoso intervento in Aula del responsabile nazionale dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, con una lettera al Corriere della Sera che finisce con il sortire l’effetto opposto a quello dichiarato (ma non desiderato), ovvero voler «abbassare i toni», considerato che la premier non rinuncia a menare fendenti ai dem, che replicano stizziti. Dopo una settimana di accuse e controaccuse al veleno, la Meloni ammette che «sicuramente i toni si sono alzati troppo» e invita «tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso. Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni (di Donzelli e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ndr) che qualcuno ha richiesto». La Meloni attacca a testa bassa i dem: «Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva», scrive la presidente del Consiglio, «quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di “essere la mandante morale delle morti in mare” o di guidare un “partito eversivo”, per citarne alcune».
«Trovo paradossale», attacca ancora la Meloni, «che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Pd, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto, dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41 bis», aggiunge la premier, «autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata». «Fingendo di non comprendere»: siamo di nuovo al punto di partenza, quindi. «Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso», scrive ancora la premier, «attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono “assassini” il presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico. È chiaro che ci troviamo davanti a uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità. È un appello che rivolgo a tutti», conclude la Meloni, «politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque».
La nota della Meloni suscita l’approvazione entusiastica dei capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, Tommaso Foti e Lucio Malan: «Fdi da subito abbasserà i toni», scrivono Foti e Malan, «ritenendo doveroso favorire la collaborazione fra i partiti. È fin troppo chiaro che in questi giorni è lo Stato ad essere sotto attacco e che esso va difeso, senza dover ulteriormente alimentare una normale polemica politica». Foti propone anche una mozione per il mantenimento del carcere duro a Cospito e ai mafiosi.
Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, accoglie l’appello della Meloni ma non nasconde la sua amarezza per questa polemica così rovente: «Non mi ha appassionato», argomenta Salvini, «il dibattito Donzelli-Serracchiani. Visto che c’è di mezzo la violenza e qualcuno tira in ballo mafia e terrorismo servono calma, tranquillità, serenità. Il governo sta lavorando bene, non c’è bisogno di scontri». Del resto, il malumore di Lega e Forza Italia per questo scontro al calor bianco tra Fdi e Pd è un dato acclarato. Scontro destinato a continuare: «Dopo giorni di attesa», commentano il segretario del Pd, Enrico Letta, e le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, «sono arrivate le parole dell’onorevole Giorgia Meloni. Abbiamo, purtroppo, letto le parole di un capo partito che difende i suoi oltre l’indifendibile e, per farlo, rilancia polemiche strumentali e livorose contro l’opposizione. Una lettera che riattizza il fuoco invece di spegnerlo». «Una lettera carica di rancore», incalza Andrea Orlando, «quella con la quale la premier chiede unità mentre alza ancora i toni. Non ci faremo intimidire. Difenderemo i valori costituzionali. Non abbiamo bisogno dei suoi appelli per stare in prima linea contro la mafia e il terrorismo». «Raccogliamo in toto», commenta il leader del M5s, Giuseppe Conte, «l’appello della Meloni ad abbassare i toni, però deve imporre ai suoi due fedelissimi del partito di dimettersi, perché quelle due persone hanno sbagliato». «Purtroppo», dichiarano i capigruppo di Alleanza Verdi e Sinistra di Camera e Senato Luana Zanella e Peppe De Cristofaro, «non siamo sorpresi dalle parole di Giorgia Meloni. La premier ha preferito difendere i suoi fedelissimi Donzelli e Delmastro. Difende loro per difendere se stessa. Una decisione senza coraggio». La giostra delle polemiche, quindi, riparte. «La caciara serve a chi non governa, mica a noi», sospira alla Verità un big di Fratelli d’Italia.
Il prigioniero dà l’alt al ministero: «Niente alimentazione forzata»
Nessun trattamento forzato. Alfredo Cospito prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. Dopo 108 giorni, i medici del carcere di Opera, dove è stato portato dal Bancali di Sassari per garantirgli assistenza, e il tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna Di Rosa, stanno cominciando a valutare l’eventuale trasferimento dell’anarchico dal centro clinico del carcere milanese al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo perché il cinquantaenne ideologo della Federazione anarchica informale da qualche giorno va avanti con acqua, zucchero e sale per «tenere attive le facoltà mentali», ma rifiuta gli integratori. Perciò potrebbe verificarsi una crisi cardiaca e potrebbe presentarsi la necessità di trattamenti salvavita.
Secondo l'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, «è verosimile un trasferimento in ospedale: si tratterebbe di un atto dovuto perché è un detenuto nelle mani dello Stato e lo Stato deve fare tutto per salvargli la vita». Tuttavia, avverte Rossi Albertini, «l’alimentazione forzata contro la sua volontà sarebbe un fatto gravissimo e costituirebbe un Tso». Il legale infatti ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e per conoscenza al Garante dei detenuti affinché, in caso peggiorino condizioni di salute, fino a che Cospito diventi incosciente, non venga sottoposto alla nutrizione o a trattamenti forzati. Con la diffida si chiede allo Stato di rispettare la volontà e la libera scelta dell’anarchico, che aveva già firmato le Dat per respingere terapie coatte.
Intanto, mentre Cospito continua a non toccare cibo, i suoi parametri sono compatibili con la detenzione, è lucido, cammina e si regge in piedi, c'è massima attenzione da parte del personale sanitario del carcere milanese e dei magistrati di sorveglianza Giovanna Di Rosa, presidente della sezione, e Ornella Anedda, preposti a tutelare le condizioni dei detenuti e a garantire i loro diritti, tra cui quello fondamentale della salute. I giudici, infatti, quotidianamente ricevono una relazione sullo stato di salute di Cospito. Nel frattempo, l’anarchico al 41bis che in questi giorni ha avuto più incontri di tutti gli altri in regime di carcere duro, continua a spiegare i motivi della sua lotta: «Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41 bis per tutti, perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali, ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose». Sugli attacchi incendiari e sulle minacce degli anarchici chiarisce che nell’ideologia anarchica «non si giudicano le azioni degli altri» e che i suoi scritti sono da sempre tesi «individualiste, perché non c’è un’organizzazione».
Intanto i radicali rifiutano paragoni con gli scioperi della fame di Marco Pannella: «La differenza tra i metodi di Cospito e il metodo radicale pannelliano è innanzitutto nel rapporto con la violenza, utilizzata da Cospito e ripudiata dai radicali», spiega Marco Cappato . «Lo sciopero della fame, che per i radicali ha sempre un preciso obiettivo di amore e rispetto per il diritto: nel caso del 41 bis, il riferimento obbligato non è semplicemente la pur fondamentale condizione del detenuto, ma sono anche le molteplici censure e condanne dell’Italia da parte delle Corti interne e internazionali, che da sole giustificherebbero l’uscita di Cospito dal regime del 41 bis e la riforma dello strumento stesso», ribadisce l’erede di Pannella impegnato nella crociata sul fine vita.
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Il premier invita i suoi ad «abbassare i toni», ma si oppone alla cacciata di Andrea Delmastro e sferza il Pd: «Ha chiesto la revoca del 41 bis pur sapendo che faceva comodo ai boss». Enrico Letta & C. stizziti: «Parole piene di rancore». E Giuseppe Conte insiste: «I fedelissimi si dimettano».I legali di Alfredo Cospito bocciano l’ipotesi che il sedizioso sia ricoverato per aver rifiutato gli integratori.Lo speciale contiene due articoli.Un colpo al cerchio e uno al Pd: Giorgia Meloni interviene sulla vicenda degli insulti incrociati tra Fratelli d’Italia e i dem, relativi all’ormai famoso intervento in Aula del responsabile nazionale dell’organizzazione del partito, Giovanni Donzelli, con una lettera al Corriere della Sera che finisce con il sortire l’effetto opposto a quello dichiarato (ma non desiderato), ovvero voler «abbassare i toni», considerato che la premier non rinuncia a menare fendenti ai dem, che replicano stizziti. Dopo una settimana di accuse e controaccuse al veleno, la Meloni ammette che «sicuramente i toni si sono alzati troppo» e invita «tutti, a partire dagli esponenti di Fratelli d’Italia, a riportarli al livello di un confronto franco ma rispettoso. Tuttavia, non ritengo vi siano in alcun modo i presupposti per le dimissioni (di Donzelli e del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, ndr) che qualcuno ha richiesto». La Meloni attacca a testa bassa i dem: «Trovo singolare l’indignazione del Pd per un’accusa sicuramente eccessiva», scrive la presidente del Consiglio, «quando però la sinistra in passato ha mosso alla sottoscritta, leader dell’opposizione, le accuse di “essere la mandante morale delle morti in mare” o di guidare un “partito eversivo”, per citarne alcune».«Trovo paradossale», attacca ancora la Meloni, «che non si possa chiedere conto ai partiti della sinistra delle loro scelte, quando all’origine delle polemiche di questi giorni si colloca oggettivamente la visita a Cospito di una qualificata rappresentanza del Pd, in un momento in cui il detenuto intensificava gli sforzi di comunicazione con l’esterno. E quello che colpisce me, ancora più di quella visita, è che dopo aver preso atto, dei rapporti tra Alfredo Cospito e i boss mafiosi in regime di carcere duro, e ben sapendo quanto alla mafia convenga mettere in discussione il 41 bis», aggiunge la premier, «autorevolissimi esponenti del Pd abbiano continuato a chiedere la revoca dell’istituto per Cospito, fingendo di non comprendere le implicazioni che tale scelta avrebbe avuto soprattutto in termini di lotta alla criminalità organizzata». «Fingendo di non comprendere»: siamo di nuovo al punto di partenza, quindi. «Mentre maggioranza e opposizione si accapigliano sul caso», scrive ancora la premier, «attorno a noi il clima si sta pericolosamente e velocemente surriscaldando. E non risparmia nessuno, come dimostrano i manifesti comparsi ieri all’università La Sapienza di Roma, che definiscono “assassini” il presidente della Repubblica e i membri di diversi governi, senza distinzione di colore politico. È chiaro che ci troviamo davanti a uno scenario che richiede prudenza e cautela ma che deve vedere compatto lo Stato, in tutte le sue articolazioni e componenti, a difesa della legalità. È un appello che rivolgo a tutti», conclude la Meloni, «politici, giornalisti, opinionisti. Perché non ci si debba domani guardare indietro e scoprire che, non comprendendo la gravità di quello che stava accadendo, abbiamo finito per essere tutti responsabili di un’escalation che può portarci ovunque». La nota della Meloni suscita l’approvazione entusiastica dei capigruppo di Fratelli d’Italia alla Camera e al Senato, Tommaso Foti e Lucio Malan: «Fdi da subito abbasserà i toni», scrivono Foti e Malan, «ritenendo doveroso favorire la collaborazione fra i partiti. È fin troppo chiaro che in questi giorni è lo Stato ad essere sotto attacco e che esso va difeso, senza dover ulteriormente alimentare una normale polemica politica». Foti propone anche una mozione per il mantenimento del carcere duro a Cospito e ai mafiosi. Il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, accoglie l’appello della Meloni ma non nasconde la sua amarezza per questa polemica così rovente: «Non mi ha appassionato», argomenta Salvini, «il dibattito Donzelli-Serracchiani. Visto che c’è di mezzo la violenza e qualcuno tira in ballo mafia e terrorismo servono calma, tranquillità, serenità. Il governo sta lavorando bene, non c’è bisogno di scontri». Del resto, il malumore di Lega e Forza Italia per questo scontro al calor bianco tra Fdi e Pd è un dato acclarato. Scontro destinato a continuare: «Dopo giorni di attesa», commentano il segretario del Pd, Enrico Letta, e le capogruppo alla Camera e al Senato, Debora Serracchiani e Simona Malpezzi, «sono arrivate le parole dell’onorevole Giorgia Meloni. Abbiamo, purtroppo, letto le parole di un capo partito che difende i suoi oltre l’indifendibile e, per farlo, rilancia polemiche strumentali e livorose contro l’opposizione. Una lettera che riattizza il fuoco invece di spegnerlo». «Una lettera carica di rancore», incalza Andrea Orlando, «quella con la quale la premier chiede unità mentre alza ancora i toni. Non ci faremo intimidire. Difenderemo i valori costituzionali. Non abbiamo bisogno dei suoi appelli per stare in prima linea contro la mafia e il terrorismo». «Raccogliamo in toto», commenta il leader del M5s, Giuseppe Conte, «l’appello della Meloni ad abbassare i toni, però deve imporre ai suoi due fedelissimi del partito di dimettersi, perché quelle due persone hanno sbagliato». «Purtroppo», dichiarano i capigruppo di Alleanza Verdi e Sinistra di Camera e Senato Luana Zanella e Peppe De Cristofaro, «non siamo sorpresi dalle parole di Giorgia Meloni. La premier ha preferito difendere i suoi fedelissimi Donzelli e Delmastro. Difende loro per difendere se stessa. Una decisione senza coraggio». La giostra delle polemiche, quindi, riparte. «La caciara serve a chi non governa, mica a noi», sospira alla Verità un big di Fratelli d’Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sberle-meloni-dem-visita-cospito-2659373535.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-prigioniero-da-lalt-al-ministero-niente-alimentazione-forzata" data-post-id="2659373535" data-published-at="1675582363" data-use-pagination="False"> Il prigioniero dà l’alt al ministero: «Niente alimentazione forzata» Nessun trattamento forzato. Alfredo Cospito prosegue lo sciopero della fame per protestare contro il 41 bis. Dopo 108 giorni, i medici del carcere di Opera, dove è stato portato dal Bancali di Sassari per garantirgli assistenza, e il tribunale di sorveglianza di Milano, presieduto da Giovanna Di Rosa, stanno cominciando a valutare l’eventuale trasferimento dell’anarchico dal centro clinico del carcere milanese al reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo. Questo perché il cinquantaenne ideologo della Federazione anarchica informale da qualche giorno va avanti con acqua, zucchero e sale per «tenere attive le facoltà mentali», ma rifiuta gli integratori. Perciò potrebbe verificarsi una crisi cardiaca e potrebbe presentarsi la necessità di trattamenti salvavita. Secondo l'avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Alfredo Cospito, «è verosimile un trasferimento in ospedale: si tratterebbe di un atto dovuto perché è un detenuto nelle mani dello Stato e lo Stato deve fare tutto per salvargli la vita». Tuttavia, avverte Rossi Albertini, «l’alimentazione forzata contro la sua volontà sarebbe un fatto gravissimo e costituirebbe un Tso». Il legale infatti ha presentato una diffida al ministero della Giustizia e per conoscenza al Garante dei detenuti affinché, in caso peggiorino condizioni di salute, fino a che Cospito diventi incosciente, non venga sottoposto alla nutrizione o a trattamenti forzati. Con la diffida si chiede allo Stato di rispettare la volontà e la libera scelta dell’anarchico, che aveva già firmato le Dat per respingere terapie coatte. Intanto, mentre Cospito continua a non toccare cibo, i suoi parametri sono compatibili con la detenzione, è lucido, cammina e si regge in piedi, c'è massima attenzione da parte del personale sanitario del carcere milanese e dei magistrati di sorveglianza Giovanna Di Rosa, presidente della sezione, e Ornella Anedda, preposti a tutelare le condizioni dei detenuti e a garantire i loro diritti, tra cui quello fondamentale della salute. I giudici, infatti, quotidianamente ricevono una relazione sullo stato di salute di Cospito. Nel frattempo, l’anarchico al 41bis che in questi giorni ha avuto più incontri di tutti gli altri in regime di carcere duro, continua a spiegare i motivi della sua lotta: «Non c’entro nulla con la mafia, voglio che venga cancellato il 41 bis per tutti, perché è uno strumento che toglie le libertà fondamentali, ho visto mafiosi che sono anziani e malati, persone non più pericolose». Sugli attacchi incendiari e sulle minacce degli anarchici chiarisce che nell’ideologia anarchica «non si giudicano le azioni degli altri» e che i suoi scritti sono da sempre tesi «individualiste, perché non c’è un’organizzazione». Intanto i radicali rifiutano paragoni con gli scioperi della fame di Marco Pannella: «La differenza tra i metodi di Cospito e il metodo radicale pannelliano è innanzitutto nel rapporto con la violenza, utilizzata da Cospito e ripudiata dai radicali», spiega Marco Cappato . «Lo sciopero della fame, che per i radicali ha sempre un preciso obiettivo di amore e rispetto per il diritto: nel caso del 41 bis, il riferimento obbligato non è semplicemente la pur fondamentale condizione del detenuto, ma sono anche le molteplici censure e condanne dell’Italia da parte delle Corti interne e internazionali, che da sole giustificherebbero l’uscita di Cospito dal regime del 41 bis e la riforma dello strumento stesso», ribadisce l’erede di Pannella impegnato nella crociata sul fine vita.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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