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2022-06-01
Sanzioni: dietro lo spot, la fregatura
Getty Images
Il Consiglio europeo straordinario dei 27 capi di Stato e di governo, allargato anche alla Finlandia, lunedì notte ha dato alla luce il tanto atteso accordo sul sesto pacchetto di sanzioni alla Russia. I leader hanno raggiunto un piano di compromesso con il quale, tra le altre cose, si vieta l’importazione nel territorio dell’Unione europea di prodotti petroliferi russi trasportati via mare, eliminando gradualmente circa il 90% delle importazioni entro la fine del 2022. Mario Draghi parla di «successo completo»: è proprio così?
A un mese dal primo annuncio di Ursula von der Leyen, gli estenuanti negoziati sull’embargo petrolifero hanno portato infine a riconoscere a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, senza nominarle, uno status speciale, escludendo dal bando il greggio ricevuto dalla Russia attraverso gli oleodotti.
Nel 2021, l’Ue a 27 ha importato circa 2,2 milioni di barili al giorno di greggio dalla Russia, che rappresentano circa il 25% delle importazioni europee, meno della metà dei quali attraverso la rete di oleodotti Druzhba che fornisce petrolio greggio a Polonia, Germania, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. Mentre Germania e Polonia, avendo sbocchi sul mare, avevano già reso nota la rinuncia al greggio degli oleodotti russi (per una quantità approssimativa di 600.000 barili al giorno), i tre Paesi dell’Europa centrale senza accesso al mare erano restii ad aderire alle sanzioni. Ottenuta l’esenzione per l’oleodotto, al netto delle già note rinunce di Germania e Polonia, il blocco dell’import si applicherà a circa 1,4 milioni di barili al giorno di greggio, mentre circa 200.000 al giorno continueranno a fluire verso Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca attraverso l’oleodotto. L’importazione di altri 1,2 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, tra cui il già poco disponibile diesel, terminerà invece entro dicembre 2022.
A dispetto della macchinosa trattativa interna all’Europa, l’embargo sembra ben lontano dal poter danneggiare seriamente la Russia. L’ampio margine di tempo che l’Unione si è data per uscire dalle forniture russe, ad esempio, rende il sesto pacchetto meno efficace di quanto dovrebbe essere se si trattasse di vere sanzioni.
Soprattutto, quello che sembra sfuggire ai competenti tecnici della governance europea è che le sanzioni hanno senso e sono efficaci se sono rapide e reversibili. Le sanzioni mettono pressione se permettono, una volta cancellate, di ripristinare uno status quo ante desiderabile dal sanzionato. Dilazionare in sette mesi di tempo il blocco delle importazioni di greggio russo mentre allo stesso tempo si lavora attivamente per non acquistarlo mai più non è una sanzione: è una decisione di politica energetica di lungo termine. Se è vero che la destinazione finale delle scelte di politica estera dell’Unione europea è il distacco totale dall’economia della Russia, come a Washington si anela, è evidente che questo sesto pacchetto non parla di sanzioni, ma di un taglio netto e definitivo a un legame economico storico. Un legame fatto anche di infrastrutture come gasdotti e oleodotti la cui realizzazione ha comportato investimenti miliardari e molti anni di lavoro. Che lo scenario sia questo, lo confermano le parole del nostro premier, secondo cui le misure economiche «dureranno molto molto a lungo». Dunque, per la Russia poco cambia che queste ultime «sanzioni» economiche ci siano o meno. Se fossero tali potrebbero essere revocate; in questo caso invece il rapporto economico viene reciso di netto e definitivamente. Cosciente di avere perso il cliente Europa, anche subendo perdite economiche ingenti, Mosca sa di dover investire, avendone tutto il tempo, per riorganizzare la propria produzione di idrocarburi e trovare altri sbocchi per i suoi prodotti nel lungo periodo. Le stesse considerazioni valgono per il gas. Oggi l’Europa non può permettersi di bloccare le importazioni di gas dalla Russia, ma la sbandierata e preannunciata ricerca dell’indipendenza energetica europea da Mosca (prevista per il 2027) fa sì che la Russia stessa si stia organizzando per trovare altri sbocchi nel medio e lungo periodo.
Alla notizia dell’accordo sull’embargo, lunedì sera, le quotazioni dei future sul petrolio brent sono cresciute del 2% e hanno poi consolidato l’aumento nel corso della giornata di ieri restando sopra i 123 dollari al barile. Se si guarda alla curva forward dei future con scadenze successive si nota un’accentuata backwardation. Questo significa che il mercato paga di più il prodotto con consegne più vicine perché si trova in situazione di scarsità di offerta rispetto alla domanda.
Dall’Opec+ trapela attendismo nella valutazione del reale impatto sulla produzione e sui relativi prezzi, visto che l’annuncio reiterato delle sanzioni in arrivo ha già contribuito a spostare l’export russo verso altri Paesi da diverse settimane. Cina e India hanno infatti aumentato, nel frattempo, le loro importazioni di petrolio russo, approfittando dei prezzi scontati del greggio Ural. La continuità della produzione russa, pur in calo, è stata così salvaguardata.
A questo punto è possibile che sul mercato fisico si verifichino aumenti dei prezzi per i greggi mediorientali più simili all’Ural, poiché le raffinerie europee ne aumenteranno la domanda in quanto predisposte a lavorare un petrolio con quelle caratteristiche. In conclusione, il distacco dalle forniture di petrolio dalla Russia deciso lunedì a Bruxelles potrebbe rivelarsi per l’Europa un clamoroso colpo autoinflitto, perché non mette reale pressione sul sanzionato e al contempo soffia sul fuoco dell’inflazione, rischiando di far precipitare l’intero continente in una difficile recessione.
Smacco a Draghi sui prezzi del gas
Il premier Mario Draghi ieri è stato di fatto sconfitto sull’inserimento di un tetto al prezzo del gas. Durante il vertice straordinario che si è tenuto a Bruxelles, i leader dei 27 Paesi Ue hanno solo approvato la possibilità di esplorare la misura tanto cara al premier italiano in caso di emergenza.
«L’azione dell’Ue sull’energia si svilupperà su molti fronti», ha detto ieri Draghi. Che però ha esultato: «Sul funzionamento del mercato dell’energia e sui prezzi alti siamo stati accontentati. La Commissione ha ricevuto ufficialmente mandato per studiare la fattibilità del price cap», ha riferito il premier. «Bisogna studiare se non provoca danni maggiori ai benefici che ha. La Commissione lavorerà su questo». Il tema era già stato anticipato dalla stessa Commissione durante i lavori sul RePowerEu. La presidente Ursula von der Leyen aveva già fatto notare che un tetto europeo sarebbe stato possibile «solo in caso di totale interruzione delle forniture».
Che, insomma, l’obiettivo di Draghi sul tetto al prezzo del gas non fosse esattamente condiviso da tutti i membri dell’Ue, era piuttosto prevedibile. Sulla stampa italiana, l’idea del premier sul tetto al prezzo del gas pareva essere diventata il surrogato di un’intesa impossibile sull’embargo al petrolio. Dopo l’annuncio di un accordo da parte dei 27 Paesi sul greggio, della «battaglia» di Draghi sul gas, nel frattempo fallita, si è parlato poco.
«Penso che si sia fatto tanto rumore per nulla. Al gas non possiamo rinunciare, quindi sanzioni zero fino al 2024, per quanto riguarda il petrolio, chi non ha accesso al mare continuerà a comprare dalla Russia», ha detto ieri Paolo Scaroni, vicepresidente di Rothschild & Co ed ex ad di Eni, commentando l’accordo tra i leader europei sul petrolio russo. «Una deroga è prevista per il greggio via oleodotto che rifornisce alcuni paesi dell’Europa centro-orientale». Intervenendo, inoltre, all’assemblea pubblica di Anfia, l’associazione nazionale industria automobilistica, Scaroni ha anche detto che «la Commissione europea, che mi sembra desiderosa di fare annunci, ma non la vedo particolarmente efficace. Certo la situazione è difficile».
Di avviso simile anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco secondo cui «sebbene la Russia pesi solo il 2% nel commercio mondiale, essa è tra i principali esportatori di petrolio e di gas. Secondo le quotazioni di mercato, i prezzi di questi prodotti resterebbero molto elevati nel 2022, diminuendo solo di poco nei prossimi due anni».
Del resto, non è una novità che l’Italia avrebbe non poche difficoltà senza il petrolio russo. Secondo Ursula von der Leyen, «le scorte di gas in Unione europea sono al 41%, un livello più alto rispetto allo stesso periodo l’anno scorso». Peccato che l’obiettivo sia di arrivare all’80% entro novembre, valore assai ardua da raggiungere con questi chiari di luna.
Sarà forse ancora più difficile per l’Olanda e la Danimarca, due Paesi che si rifiutano di pagare il gas in rubli, motivo per cui Gazprom si prepara a interrompere le forniture. In particolare, la compagnia olandese Gas Terra ha annunciato che si rifiuterà di pagare in rubli il gas per non andare in contrasto con le sanzioni adottate dall’Ue, che vietano l’apertura di un conto presso Gazprombank. Così, da domani, i rubinetti verranno chiusi e Amsterdam dovrà dire addio a 2 milioni di metri cubi. Stessa sorte per la danese Orsted. In questo caso però, il problema è che l’azienda copre la maggior parte del fabbisogno del Paese.
«Senza metano russo, Italia in recessione»
Se la guerra dovesse causare l’interruzione delle forniture di gas russo, rischieremmo due punti di Pil nel biennio. E con un’inflazione che resterà alta più a lungo del previsto bisogna evitare «una vana rincorsa fra prezzi e salari». Nelle sue considerazioni finali all’assemblea di Bankitalia, il governatore Ignazio Visco ha dedicato ampio spazio agli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina. Ripetendo più volte la parola «incertezza», che condiziona ogni previsione. Sul fronte della crescita ci sono margini di ottimismo, grazie anche al Pnrr. Ma una virata in negativo della guerra, che potrebbe portare a una chiusura dei rubinetti del gas, spingerebbe l’Italia in recessione sia nel 2022 sia nel 2023, facendo schizzare ulteriormente l’inflazione. In questo scenario, definito «severo» da via Nazionale, il Pil si ridurrebbe a -0,3% nel 2022 e a -0,5 nel 2023: più basso di circa 4 punti percentuali quest’anno e di 3 il prossimo rispetto a quanto stimato in gennaio, comportando una prolungata recessione.
Non solo. Sul fronte dei prezzi, l’aumento dell’energia determinerebbe un forte rialzo dell’inflazione, che arriverebbe al 7,8% nel 2022, oltre 4 punti percentuali al di sopra dei livelli prefigurati in gennaio, per poi scendere al 2,3% nel 2023, in linea con l’ipotizzato ridimensionamento delle pressioni sui prezzi delle materie prime. «L’incertezza delle previsioni è di gran lunga maggiore di un anno fa. Nei mesi scorsi sono state sottostimate, anche nelle proiezioni delle banche centrali, l’entità e la persistenza degli aumenti dei prezzi», ha evidenziato il governatore. Negli stessi minuti, l’Istat diffondeva le sue stime preliminari rilevando che a maggio, dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione torna ad accelerare, salendo del 6,9%, un livello che non si registrava da marzo 1986 (quando fu pari a +7,0%). Non va meglio in tutto il continente, come dimostrano le stime di Eurostat: sempre a maggio, il tasso medio d’inflazione nei Paesi dell’Eurozona è arrivato a toccare l’8,1% (rispetto al 7,4% di aprile), un livello mai raggiunto da quando è stata creata l’Unione monetaria. Per Visco, invece di una generale crescita delle retribuzioni, da agganciare ai prezzi di alcuni beni, sarebbero dunque opportuni «interventi di bilancio di natura temporanea e calibrati con attenzione alle finanze pubbliche», per contenere i rincari delle bollette energetiche e sostenere il reddito delle famiglie. Al momento, segnali di «trasmissione delle pressioni dai prezzi alle retribuzioni» non si sono registrati, ma «non va trascurato il rischio di un aumento delle aspettative di inflazione oltre l’obiettivo di medio termine e dell’avvio di una rincorsa tra prezzi e salari». Visco ha sottolineato che «in alcuni Paesi sono state avanzate richieste di recuperi retributivi di elevata entità. Se queste si risolvessero in aumenti una tantum delle retribuzioni, il rischio di un avvio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto».
La ricetta di Visco per mitigare il picco dell’incremento straordinario dell’inflazione è giudicata con favore dall’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, mentre non piace ai sindacati, come si affretta a sottolineare il segretario della Cgil, Maurizio Landini, uscendo da via Nazionale. «I salari in Italia sono troppo bassi ma più che di aumenti una tantum c’è bisogno di aumentare il loro potere di acquisto». Landini suggerisce «il rinnovo dei contratti ma soprattutto una seria riforma fiscale che riduca la tassazione su lavoro dipendente e pensioni a partire dai redditi più bassi».
Il governatore di Bankitalia ha specificato che vi sono «solide ragioni per avviare anche forme di gestione comune di una parte dei debiti nazionali emessi in passato attraverso un fondo europeo che acquisisca, finanziandosi sul mercato, una quota dei titoli pubblici esistenti». L’attività di questo fondo «sarebbe strutturata in modo da evitare trasferimenti sistematici di risorse tra Paesi e da preservare gli incentivi a condurre politiche di bilancio responsabili», ha aggiunto. Per quanto riguarda il sistema creditizio, la situazione delle banche italiane è «complessivamente non negativa», ma il conflitto in Ucraina e i problemi di approvvigionamento delle materie prime, che causano un rallentamento del Pil, consigliano di «operare con prudenza» sulla «classificazione dei prestiti, accantonamenti e distribuzione degli utili». Conseguenze «di rilievo» potrebbero esserci per le banche più tradizionali, specie le medio piccole, i cui vertici «devono agire senza ritardi anche sul fronte di possibili aggregazioni» per minimizzare il rischio di crisi . Il governatore ha infine ricordato che è bassa la quota di risparmio italiano gestito dai fondi comuni che viene impiegato per finanziare le imprese nazionali, ma la crescita della «finanza non bancaria deve avvenire in condizioni di stabilità». I fondi gestiscono 1.300 miliardi contro i 1.400 miliardi di depositi bancari, ma solo il 5% è investito in titoli di imprese nazionali, contro il 34% della Francia e il 14 della Germania. Una condizione dovuta alla piccola dimensione delle nostre aziende che «meno ricorrono al mercato dei capitali».
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L’Ue vara un embargo del petrolio russo differito nel tempo e solo parziale. Effetti su Mosca? Tutti da verificare. Contraccolpi su di noi? Immediati: il prezzo dell’oro nero galoppa.Mario Draghi però canta vittoria perché si studierà la fattibilità del suo «tetto del prezzo per il gas».Intanto l’inflazione vola. Bankitalia evoca la recessione. E non riusciamo neppure a produrre più acciaio.Lo speciale contiene tre articoli.Il Consiglio europeo straordinario dei 27 capi di Stato e di governo, allargato anche alla Finlandia, lunedì notte ha dato alla luce il tanto atteso accordo sul sesto pacchetto di sanzioni alla Russia. I leader hanno raggiunto un piano di compromesso con il quale, tra le altre cose, si vieta l’importazione nel territorio dell’Unione europea di prodotti petroliferi russi trasportati via mare, eliminando gradualmente circa il 90% delle importazioni entro la fine del 2022. Mario Draghi parla di «successo completo»: è proprio così?A un mese dal primo annuncio di Ursula von der Leyen, gli estenuanti negoziati sull’embargo petrolifero hanno portato infine a riconoscere a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, senza nominarle, uno status speciale, escludendo dal bando il greggio ricevuto dalla Russia attraverso gli oleodotti.Nel 2021, l’Ue a 27 ha importato circa 2,2 milioni di barili al giorno di greggio dalla Russia, che rappresentano circa il 25% delle importazioni europee, meno della metà dei quali attraverso la rete di oleodotti Druzhba che fornisce petrolio greggio a Polonia, Germania, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. Mentre Germania e Polonia, avendo sbocchi sul mare, avevano già reso nota la rinuncia al greggio degli oleodotti russi (per una quantità approssimativa di 600.000 barili al giorno), i tre Paesi dell’Europa centrale senza accesso al mare erano restii ad aderire alle sanzioni. Ottenuta l’esenzione per l’oleodotto, al netto delle già note rinunce di Germania e Polonia, il blocco dell’import si applicherà a circa 1,4 milioni di barili al giorno di greggio, mentre circa 200.000 al giorno continueranno a fluire verso Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca attraverso l’oleodotto. L’importazione di altri 1,2 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, tra cui il già poco disponibile diesel, terminerà invece entro dicembre 2022.A dispetto della macchinosa trattativa interna all’Europa, l’embargo sembra ben lontano dal poter danneggiare seriamente la Russia. L’ampio margine di tempo che l’Unione si è data per uscire dalle forniture russe, ad esempio, rende il sesto pacchetto meno efficace di quanto dovrebbe essere se si trattasse di vere sanzioni.Soprattutto, quello che sembra sfuggire ai competenti tecnici della governance europea è che le sanzioni hanno senso e sono efficaci se sono rapide e reversibili. Le sanzioni mettono pressione se permettono, una volta cancellate, di ripristinare uno status quo ante desiderabile dal sanzionato. Dilazionare in sette mesi di tempo il blocco delle importazioni di greggio russo mentre allo stesso tempo si lavora attivamente per non acquistarlo mai più non è una sanzione: è una decisione di politica energetica di lungo termine. Se è vero che la destinazione finale delle scelte di politica estera dell’Unione europea è il distacco totale dall’economia della Russia, come a Washington si anela, è evidente che questo sesto pacchetto non parla di sanzioni, ma di un taglio netto e definitivo a un legame economico storico. Un legame fatto anche di infrastrutture come gasdotti e oleodotti la cui realizzazione ha comportato investimenti miliardari e molti anni di lavoro. Che lo scenario sia questo, lo confermano le parole del nostro premier, secondo cui le misure economiche «dureranno molto molto a lungo». Dunque, per la Russia poco cambia che queste ultime «sanzioni» economiche ci siano o meno. Se fossero tali potrebbero essere revocate; in questo caso invece il rapporto economico viene reciso di netto e definitivamente. Cosciente di avere perso il cliente Europa, anche subendo perdite economiche ingenti, Mosca sa di dover investire, avendone tutto il tempo, per riorganizzare la propria produzione di idrocarburi e trovare altri sbocchi per i suoi prodotti nel lungo periodo. Le stesse considerazioni valgono per il gas. Oggi l’Europa non può permettersi di bloccare le importazioni di gas dalla Russia, ma la sbandierata e preannunciata ricerca dell’indipendenza energetica europea da Mosca (prevista per il 2027) fa sì che la Russia stessa si stia organizzando per trovare altri sbocchi nel medio e lungo periodo.Alla notizia dell’accordo sull’embargo, lunedì sera, le quotazioni dei future sul petrolio brent sono cresciute del 2% e hanno poi consolidato l’aumento nel corso della giornata di ieri restando sopra i 123 dollari al barile. Se si guarda alla curva forward dei future con scadenze successive si nota un’accentuata backwardation. Questo significa che il mercato paga di più il prodotto con consegne più vicine perché si trova in situazione di scarsità di offerta rispetto alla domanda.Dall’Opec+ trapela attendismo nella valutazione del reale impatto sulla produzione e sui relativi prezzi, visto che l’annuncio reiterato delle sanzioni in arrivo ha già contribuito a spostare l’export russo verso altri Paesi da diverse settimane. Cina e India hanno infatti aumentato, nel frattempo, le loro importazioni di petrolio russo, approfittando dei prezzi scontati del greggio Ural. La continuità della produzione russa, pur in calo, è stata così salvaguardata.A questo punto è possibile che sul mercato fisico si verifichino aumenti dei prezzi per i greggi mediorientali più simili all’Ural, poiché le raffinerie europee ne aumenteranno la domanda in quanto predisposte a lavorare un petrolio con quelle caratteristiche. In conclusione, il distacco dalle forniture di petrolio dalla Russia deciso lunedì a Bruxelles potrebbe rivelarsi per l’Europa un clamoroso colpo autoinflitto, perché non mette reale pressione sul sanzionato e al contempo soffia sul fuoco dell’inflazione, rischiando di far precipitare l’intero continente in una difficile recessione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanzioni-dietro-spot-fregatura-2657422425.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="smacco-a-draghi-sui-prezzi-del-gas" data-post-id="2657422425" data-published-at="1654021777" data-use-pagination="False"> Smacco a Draghi sui prezzi del gas Il premier Mario Draghi ieri è stato di fatto sconfitto sull’inserimento di un tetto al prezzo del gas. Durante il vertice straordinario che si è tenuto a Bruxelles, i leader dei 27 Paesi Ue hanno solo approvato la possibilità di esplorare la misura tanto cara al premier italiano in caso di emergenza. «L’azione dell’Ue sull’energia si svilupperà su molti fronti», ha detto ieri Draghi. Che però ha esultato: «Sul funzionamento del mercato dell’energia e sui prezzi alti siamo stati accontentati. La Commissione ha ricevuto ufficialmente mandato per studiare la fattibilità del price cap», ha riferito il premier. «Bisogna studiare se non provoca danni maggiori ai benefici che ha. La Commissione lavorerà su questo». Il tema era già stato anticipato dalla stessa Commissione durante i lavori sul RePowerEu. La presidente Ursula von der Leyen aveva già fatto notare che un tetto europeo sarebbe stato possibile «solo in caso di totale interruzione delle forniture». Che, insomma, l’obiettivo di Draghi sul tetto al prezzo del gas non fosse esattamente condiviso da tutti i membri dell’Ue, era piuttosto prevedibile. Sulla stampa italiana, l’idea del premier sul tetto al prezzo del gas pareva essere diventata il surrogato di un’intesa impossibile sull’embargo al petrolio. Dopo l’annuncio di un accordo da parte dei 27 Paesi sul greggio, della «battaglia» di Draghi sul gas, nel frattempo fallita, si è parlato poco. «Penso che si sia fatto tanto rumore per nulla. Al gas non possiamo rinunciare, quindi sanzioni zero fino al 2024, per quanto riguarda il petrolio, chi non ha accesso al mare continuerà a comprare dalla Russia», ha detto ieri Paolo Scaroni, vicepresidente di Rothschild & Co ed ex ad di Eni, commentando l’accordo tra i leader europei sul petrolio russo. «Una deroga è prevista per il greggio via oleodotto che rifornisce alcuni paesi dell’Europa centro-orientale». Intervenendo, inoltre, all’assemblea pubblica di Anfia, l’associazione nazionale industria automobilistica, Scaroni ha anche detto che «la Commissione europea, che mi sembra desiderosa di fare annunci, ma non la vedo particolarmente efficace. Certo la situazione è difficile». Di avviso simile anche il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco secondo cui «sebbene la Russia pesi solo il 2% nel commercio mondiale, essa è tra i principali esportatori di petrolio e di gas. Secondo le quotazioni di mercato, i prezzi di questi prodotti resterebbero molto elevati nel 2022, diminuendo solo di poco nei prossimi due anni». Del resto, non è una novità che l’Italia avrebbe non poche difficoltà senza il petrolio russo. Secondo Ursula von der Leyen, «le scorte di gas in Unione europea sono al 41%, un livello più alto rispetto allo stesso periodo l’anno scorso». Peccato che l’obiettivo sia di arrivare all’80% entro novembre, valore assai ardua da raggiungere con questi chiari di luna. Sarà forse ancora più difficile per l’Olanda e la Danimarca, due Paesi che si rifiutano di pagare il gas in rubli, motivo per cui Gazprom si prepara a interrompere le forniture. In particolare, la compagnia olandese Gas Terra ha annunciato che si rifiuterà di pagare in rubli il gas per non andare in contrasto con le sanzioni adottate dall’Ue, che vietano l’apertura di un conto presso Gazprombank. Così, da domani, i rubinetti verranno chiusi e Amsterdam dovrà dire addio a 2 milioni di metri cubi. Stessa sorte per la danese Orsted. In questo caso però, il problema è che l’azienda copre la maggior parte del fabbisogno del Paese. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sanzioni-dietro-spot-fregatura-2657422425.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="senza-metano-russo-italia-in-recessione" data-post-id="2657422425" data-published-at="1654021777" data-use-pagination="False"> «Senza metano russo, Italia in recessione» Se la guerra dovesse causare l’interruzione delle forniture di gas russo, rischieremmo due punti di Pil nel biennio. E con un’inflazione che resterà alta più a lungo del previsto bisogna evitare «una vana rincorsa fra prezzi e salari». Nelle sue considerazioni finali all’assemblea di Bankitalia, il governatore Ignazio Visco ha dedicato ampio spazio agli effetti dell’invasione russa dell’Ucraina. Ripetendo più volte la parola «incertezza», che condiziona ogni previsione. Sul fronte della crescita ci sono margini di ottimismo, grazie anche al Pnrr. Ma una virata in negativo della guerra, che potrebbe portare a una chiusura dei rubinetti del gas, spingerebbe l’Italia in recessione sia nel 2022 sia nel 2023, facendo schizzare ulteriormente l’inflazione. In questo scenario, definito «severo» da via Nazionale, il Pil si ridurrebbe a -0,3% nel 2022 e a -0,5 nel 2023: più basso di circa 4 punti percentuali quest’anno e di 3 il prossimo rispetto a quanto stimato in gennaio, comportando una prolungata recessione. Non solo. Sul fronte dei prezzi, l’aumento dell’energia determinerebbe un forte rialzo dell’inflazione, che arriverebbe al 7,8% nel 2022, oltre 4 punti percentuali al di sopra dei livelli prefigurati in gennaio, per poi scendere al 2,3% nel 2023, in linea con l’ipotizzato ridimensionamento delle pressioni sui prezzi delle materie prime. «L’incertezza delle previsioni è di gran lunga maggiore di un anno fa. Nei mesi scorsi sono state sottostimate, anche nelle proiezioni delle banche centrali, l’entità e la persistenza degli aumenti dei prezzi», ha evidenziato il governatore. Negli stessi minuti, l’Istat diffondeva le sue stime preliminari rilevando che a maggio, dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione torna ad accelerare, salendo del 6,9%, un livello che non si registrava da marzo 1986 (quando fu pari a +7,0%). Non va meglio in tutto il continente, come dimostrano le stime di Eurostat: sempre a maggio, il tasso medio d’inflazione nei Paesi dell’Eurozona è arrivato a toccare l’8,1% (rispetto al 7,4% di aprile), un livello mai raggiunto da quando è stata creata l’Unione monetaria. Per Visco, invece di una generale crescita delle retribuzioni, da agganciare ai prezzi di alcuni beni, sarebbero dunque opportuni «interventi di bilancio di natura temporanea e calibrati con attenzione alle finanze pubbliche», per contenere i rincari delle bollette energetiche e sostenere il reddito delle famiglie. Al momento, segnali di «trasmissione delle pressioni dai prezzi alle retribuzioni» non si sono registrati, ma «non va trascurato il rischio di un aumento delle aspettative di inflazione oltre l’obiettivo di medio termine e dell’avvio di una rincorsa tra prezzi e salari». Visco ha sottolineato che «in alcuni Paesi sono state avanzate richieste di recuperi retributivi di elevata entità. Se queste si risolvessero in aumenti una tantum delle retribuzioni, il rischio di un avvio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto». La ricetta di Visco per mitigare il picco dell’incremento straordinario dell’inflazione è giudicata con favore dall’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, mentre non piace ai sindacati, come si affretta a sottolineare il segretario della Cgil, Maurizio Landini, uscendo da via Nazionale. «I salari in Italia sono troppo bassi ma più che di aumenti una tantum c’è bisogno di aumentare il loro potere di acquisto». Landini suggerisce «il rinnovo dei contratti ma soprattutto una seria riforma fiscale che riduca la tassazione su lavoro dipendente e pensioni a partire dai redditi più bassi». Il governatore di Bankitalia ha specificato che vi sono «solide ragioni per avviare anche forme di gestione comune di una parte dei debiti nazionali emessi in passato attraverso un fondo europeo che acquisisca, finanziandosi sul mercato, una quota dei titoli pubblici esistenti». L’attività di questo fondo «sarebbe strutturata in modo da evitare trasferimenti sistematici di risorse tra Paesi e da preservare gli incentivi a condurre politiche di bilancio responsabili», ha aggiunto. Per quanto riguarda il sistema creditizio, la situazione delle banche italiane è «complessivamente non negativa», ma il conflitto in Ucraina e i problemi di approvvigionamento delle materie prime, che causano un rallentamento del Pil, consigliano di «operare con prudenza» sulla «classificazione dei prestiti, accantonamenti e distribuzione degli utili». Conseguenze «di rilievo» potrebbero esserci per le banche più tradizionali, specie le medio piccole, i cui vertici «devono agire senza ritardi anche sul fronte di possibili aggregazioni» per minimizzare il rischio di crisi . Il governatore ha infine ricordato che è bassa la quota di risparmio italiano gestito dai fondi comuni che viene impiegato per finanziare le imprese nazionali, ma la crescita della «finanza non bancaria deve avvenire in condizioni di stabilità». I fondi gestiscono 1.300 miliardi contro i 1.400 miliardi di depositi bancari, ma solo il 5% è investito in titoli di imprese nazionali, contro il 34% della Francia e il 14 della Germania. Una condizione dovuta alla piccola dimensione delle nostre aziende che «meno ricorrono al mercato dei capitali».
(Ansa/Arma dei Carabinieri)
Si tratta in particolare di truffatori che ricorrevano al trucco del «finto carabiniere» per sottrarre denaro soprattutto a persone anziane. Tra gli indagati, uno era già detenuto per altra causa; sei sono stati portati in carcere, nove agli arresti domiciliari e cinque sottoposti all’obbligo di dimora.
Il provvedimento nasce da un’indagine convenzionalmente denominata «Altro Mondo», condotta dal Nucleo investigativo di Milano e avviata a partire dal 2023, come risposta alla recrudescenza di furti, rapine e truffe commessi prevalentemente in danno di soggetti vulnerabili, mediante la tecnica del «finto carabiniere».
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Luis «Toto» Caputo (Getty Images)
Caputo, classe 1965, cresciuto al Collegio Cardenal Newman e laureato in Economia all’Università di Buenos Aires, è il fulcro del sistema Milei. Dopo una lunga carriera tra Jp Morgan e Deutsche Bank, dov’è stato uno dei trader di riferimento per l’America Latina, entra in politica con Mauricio Macri nel 2015 come segretario e poi ministro delle Finanze, gestendo il rientro dell’Argentina nei mercati con il compromesso sui fondi avvoltoio e il celebre bond centenario (un’obbligazione da 45 miliardi di dollari con scadenza a 100 anni e cedola del 7,125%). Nell’esperienza di governo con Macri, il debito privato argentino è salito dal 16% al 38% del Pil.
Con Milei, torna al centro della scena come ministro dell’Economia dal dicembre 2023. Subito attua tagli feroci a sussidi e spesa, operazioni che riportano l’Argentina al surplus fiscale dopo anni di disavanzi.
Accanto a lui, nel ruolo di vice, c’è José Luis Daza, nato a Buenos Aires da diplomatici cileni ma formato tra Cile, Stati Uniti e i grandi desk di Wall Street. Economista dell’Universidad de Chile, con un dottorato all’Università di Georgetown, rappresentante del Banco Central de Chile a Tokyo, poi capo ricerca mercati emergenti a Jp Morgan e Deutsche Bank. Daza ha fondato l’hedge fund Qfr Capital ed è stato consigliere del candidato conservatore cileno José Antonio Kast. Dal 2024 è segretario alla politica economica e viceministro di Caputo, con il compito chiave di tenere i rapporti con il Fondo monetario internazionale e con gli investitori di tutto il mondo.
Pablo Quirno è invece il ponte tra l’universo finanziario e la diplomazia. Discendente di una storica famiglia conservatrice argentina, studia Economia alla University of Pennsylvania (Wharton) e costruisce una carriera in Jp Morgan come direttore per l’America Latina e membro del comitato di gestione regionale, seguendo privatizzazioni e ristrutturazioni di debito in mezzo mondo. Nel 2016 entra nel governo Macri come coordinatore della segreteria delle Finanze e capo di gabinetto di Caputo, passando anche dal board della Banca centrale argentina. Con Milei è prima segretario alle Finanze, poi (dopo le dimissioni di Gerardo Werthein) promosso ministro degli Esteri nell’ottobre 2025, simbolo dell’allineamento sempre più netto con gli Stati Uniti.
Infine, Santiago Bausili, 1974, anche lui formatosi al Collegio Cardenal Newman e poi all’Università di San Andrés. Per oltre undici anni in Jp Morgan e quasi nove in Deutsche Bank, si specializza in debito sovrano latinoamericano e derivati, spesso in tandem con Caputo. Nel 2016 passa al settore pubblico come sottosegretario e poi segretario alle Finanze nel governo Macri. Nel dicembre 2023 Milei lo nomina presidente della Banca centrale, dietro raccomandazione di Caputo.
La strategia del team Caputo è quella della disciplina fiscale a tutti i costi. L’obiettivo immediato è stato frenare l’inflazione, crollata da oltre il 200% all’inizio del mandato a circa il 30%. Ma il prezzo è la macelleria sociale. Pensioni, salari pubblici e prestazioni sociali non sono state adeguate all’inflazione e la disoccupazione è aumentata.
L’altro elemento critico della strategia di Caputo è la gestione della valuta argentina. Nonostante Milei avesse un tempo definito il peso «escremento», la sua amministrazione ha adottato una politica di sostegno alla valuta, mantenendo tassi di interesse elevati e controlli stretti su cambi e capitali. Questa formula, già tentata dai predecessori senza successo, ha lo scopo di stabilizzare l’inflazione in un mercato dei cambi volatile e ristretto.
Questa politica monetaria rigida ha avuto un impatto tossico sul sistema bancario. I tassi di interesse elevati hanno spinto il tasso di morosità sui prestiti ai massimi da almeno 15 anni, costringendo le banche a ridurre drasticamente l’erogazione di credito.
Il grande rischio per Caputo e la sua squadra di ex- trader è che l’accumulo di riserve in valuta forte si sta rivelando troppo impegnativo (secondo il Fmi), nonostante gli sforzi. La sopravvivenza politica di Milei, e l’efficacia dell’esperimento di Caputo, dipendono dalla capacità di tradurre l’austerità e il sostegno finanziario di Washington in prosperità per la maggioranza. Finora, l’esperimento è basato su un precario equilibrio tra disciplina finanziaria draconiana e un sostegno esterno senza precedenti, una miscela esplosiva che sta mettendo a dura prova il tessuto sociale argentino.
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Javier Milei (Ansa)
Milei, l’economista libertario dalla chioma selvatica, ha ottenuto una vittoria sorprendente nelle elezioni di medio termine a fine ottobre, un risultato che gli ha conferito un mandato inequivocabile per il suo programma di terapia shock. Il suo partito, La Libertad Avanza (Lla), ha conquistato circa il 41% dei voti a livello nazionale, doppiando la sua rappresentanza al Congresso, contro il 32% del fronte peronista. Questo risultato ha trasformato il suo gruppo nel più numeroso della Camera bassa, garantendogli la minoranza necessaria per preservare il potere di veto e difendere i suoi decreti presidenziali.
Il trionfo del partito di Milei è stato un inatteso ribaltamento del paesaggio politico. Il dato più sorprendente è che le periferie povere di Buenos Aires, da sempre la roccaforte del movimento peronista, hanno compiuto una svolta storica a sfavore del partito erede del peronismo storico, Fuerza Patria di Cristina Kirchner. I peronisti hanno governato l’Argentina per vent’anni dal 2003, salvo la pausa di quattro anni di Mauricio Macri tra il 2015 e il 2019.
Mentre gli elettori della classe media si sono mobilitati per sostenere la motosega di Milei, la chiave della sconfitta peronista è stata l’astensione o il voto contrario degli elettori più poveri, stanchi di un’instabilità economica permanente cui le fiacche politiche dei passati presidenti li condannavano. Il mandato presidenziale di Alberto Fernández, considerato quasi all’unanimità come il peggior presidente della giovane democrazia argentina, ha significato la fine della pazienza in gran parte dell’elettorato.
Il pilastro della rivoluzione di Milei è l’austerità feroce e senza compromessi. Fin dall’inizio del suo mandato, il presidente ha avviato riforme drastiche, riuscendo a trasformare un deficit fiscale primario in un surplus. Ha tagliato l’occupazione pubblica di oltre il 10%, ha tolto protezioni sociali e rendite diffuse.
Il risultato di questa cura drastica è stato l’abbattimento dell’iperinflazione, che è crollata da oltre il 200% all’inizio del suo mandato a circa il 30% al momento delle elezioni. I mercati internazionali hanno premiato questa determinazione, con il calo del rischio sovrano e un rally nei titoli e nelle obbligazioni subito dopo il voto. Tuttavia, la terapia shock ha avuto un costo sociale elevato, con Milei stesso che ha ammesso che l’austerità aveva portato alla chiusura di fabbriche e all’aumento della disoccupazione.
La scalata di Milei non sarebbe stata possibile senza l’intervento diretto degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha scommesso pesantemente sul successo del presidente, offrendo un salvataggio finanziario senza precedenti: un accordo di swap di valuta da 20 miliardi di dollari e la promessa di raccogliere altri 20 miliardi di dollari da banche private e fondi sovrani. Questo sostegno finanziario è stato esplicitamente condizionato al successo di Milei nelle elezioni di medio termine, confermando che l’Argentina è ora un alleato ideologico chiave di Washington, fondamentale per contrastare l’influenza cinese in America Latina.
La squadra economica di Milei, soprannominata i «ragazzi di Jp Morgan» per la forte presenza di ex trader di Wall Street come il ministro dell’Economia Luis Caputo, è ora impegnata in un atto di equilibrismo, cercando di stabilizzare il traballante peso e ricondurre l’Argentina sui mercati internazionali.
Milei sta capitalizzando il suo mandato non solo per aggiustare i conti, ma per smantellare lo Stato in senso profondo. Ha introdotto il regime di incentivi per i grandi investimenti (Rigi), che garantisce 30 anni di stabilità fiscale, disponibilità di valuta estera e protezioni legali agli investitori stranieri per progetti superiori a 200 milioni di dollari. Questa mossa è strategica per trasformare l’Argentina in una potenza mineraria, sfruttando le sue immense riserve inesplorate di rame e litio.
L’Argentina, che condivide la stessa catena montuosa del Cile, esportatore per 20 miliardi di dollari di rame all’anno, non esporta un solo grammo di questo metallo critico. L’obiettivo di Milei è attrarre circa 26 miliardi di dollari in investimenti per i progetti di rame, promettendo che l’Argentina «avrà dollari a sufficienza». L’Argentina, inoltre, detiene riserve significative nel Triangolo del litio ed è il quarto esportatore mondiale di questo minerale.
A riprova della sua visione radicale, l’amministrazione Milei sta rimodellando la struttura dello Stato, avvicinandola al modello di sicurezza nordamericano. La Direzione nazionale delle migrazioni è stata trasferita dal ministero dell’Interno a quello della Sicurezza. Poi, per la prima volta dal ritorno alla democrazia nel 1983, Milei ha nominato un generale, Carlos Presti, a capo del ministero della Difesa, con l’intento dichiarato di «porre fine alla demonizzazione dei nostri ufficiali, sottufficiali e soldati». Infine, il presidente sta spingendo per la privatizzazione e la modernizzazione dell’obsoleta rete ferroviaria per potenziare le esportazioni di cereali, rame e litio, aumentando le esportazioni di 100 miliardi di dollari in sette anni.
Nonostante il chiaro allineamento con Washington, Milei è costretto a un difficile pragmatismo verso Pechino, principale cliente per la soia argentina. Nonostante avesse liquidato la Cina come partner «comunista» in campagna elettorale, Milei ha dovuto riconoscerla come un «partner commerciale molto interessante» dopo la conferma di uno swap valutario multimiliardario da parte di Pechino.
Il destino politico di Milei dipende dalla sua capacità di tradurre le riforme orientate al mercato in prosperità tangibile per la maggioranza, specialmente in un momento in cui gli argentini sono preoccupati per la perdita di posti di lavoro e il calo del reddito. Le politiche deflazioniste attuate per compiacere i mercati e frenare l’inflazione hanno un costo sociale alto, quello della disoccupazione e del calo dei consumi. Milei deve quindi trovare sempre nuovi obiettivi e nuovi capri espiatori per evitare che la questione sociale esploda e faccia dell’Argentina una polveriera.
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Ansa
Secondo le prime ricostruzioni almeno due uomini vestiti di nero - mentre le autorità non escludono la presenza di un terzo complice - hanno aperto il fuoco a breve distanza dalla spiaggia, scatenando il panico tra la folla. Diversi testimoni, citati dai media locali, hanno raccontato di colpi esplosi senza sosta e di persone in fuga nel tentativo di mettersi in salvo. L’emittente pubblica Abc ha reso noto il nome di uno dei due attentatori, senza precisare se sia deceduto durante l’assalto. Si tratta di Naveed Akram, cittadino pakistano di 25 anni residente a Sydney, nel quartiere di Bonnyrigg; nella sua auto sono stati ritrovate altre armi e esplosivi, segno che il disegno era molto più ampio. Il secondo autore dell’attacco terroristico è stato identificato come Khaled al Nablusi, cittadino libanese di origine palestinese, affiliato all’Isis, che tuttavia non ha rivendicato l’attacco. Le autorità hanno confermato che almeno uno degli aggressori era noto ai servizi di sicurezza. A riferirlo è stato il direttore dell’Australian security intelligence organisation (Asio), Mike Burgess: «Uno di questi individui ci era noto, ma non con la prospettiva di rappresentare una minaccia immediata. Dobbiamo capire cos’è successo qui».
Resta aperto il nodo delle misure di sicurezza: l’assenza di un dispositivo rafforzato appare difficilmente spiegabile, considerata l’ondata di antisemitismo e le minacce contro la comunità ebraica che da mesi attraversano l’Australia. Invece di smantellare le reti estremiste, il governo ha permesso ai centri islamici legati all’ideologia radicale, tra cui l’Istituto Al Murad, di continuare a operare. Queste istituzioni hanno contribuito a radicalizzare i giovani e persino i bambini, creando le condizioni che hanno prodotto terroristi come Naveed Akram. Secondo quanto emerso, i due uomini armati sono arrivati indisturbati nei pressi dell’area dell’evento e hanno sparato per circa nove minuti utilizzando fucili a pompa Remington 870. Prima dell’intervento della polizia Hamad el Ahmed, arabo-australiano e gestore di un chiosco sulla spiaggia, ha affrontato a mani nude uno degli attentatori riuscendo a neutralizzarlo, salvando così altre vite umane. Colpito da due proiettili, è rimasto ferito e dovrà essere sottoposto a un intervento chirurgico.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato l’Australia di aver alimentato il clima di odio, affermando che il Paese «ha gettato benzina sul fuoco dell’antisemitismo» prima dell’attacco di Sydney. Netanyahu ha ricordato di aver inviato ad agosto una lettera al primo ministro Anthony Albanese. Come riportato dal Times of Israel, il premier israeliano ha sostenuto che le politiche di Albanese, incluso il riconoscimento di uno Stato palestinese, incoraggiano «l’odio per gli ebrei che ora infesta le vostre strade. L’antisemitismo è un cancro. Si diffonde quando i leader rimangono in silenzio. Dovete sostituire la debolezza con l’azione». Il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, Yaakov Hagoel, ha collegato la strage a una più ampia escalation globale: «La serie di aggressioni antisemite che si registrano in tutto il mondo è scioccante e richiama alla memoria i periodi più bui della storia». «Dal 7 ottobre è in corso una guerra che non colpisce soltanto lo Stato di Israele, ma ogni ebreo ovunque si trovi. Questo è diventato l’ottavo fronte di quel conflitto». Resta ora da chiarire se l’attacco sia opera di due «lupi solitari», ipotesi improbabile, o se vi sia una regia esterna.
Israele ha avviato consultazioni strategiche e di sicurezza per individuare eventuali mandanti. Negli ultimi mesi, le autorità israeliane avevano lanciato avvertimenti sulla possibile preparazione, da parte dell’Iran, di infrastrutture terroristiche destinate a colpire comunità ebraiche in Australia. Secondo le valutazioni israeliane, il principale sospettato resta Teheran, con possibili collegamenti a organizzazioni come Hezbollah, Hamas e Lashkar-e-Taiba, gruppi che negli anni hanno dimostrato capacità operative anche al di fuori del Medio Oriente; così come non va scartato l’Isis. L’ipotesi prevalente, però, è che l’Iran abbia fornito supporto logistico, finanziario o di addestramento, sfruttando reti già esistenti e canali di radicalizzazione attivi sui social media. Se dovesse emergere una responsabilità diretta di Teheran, la risposta di Israele sarà inevitabile, in linea con la dottrina di deterrenza adottata negli ultimi anni. Tempi, luoghi e modalità restano da definire ma potremmo scoprilo a breve.
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