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2019-08-24
Salvini non rinuncia al sogno di rifare la coalizione gialloblù con l’amico Di Maio
Ansa
«Rivisto al Var non era rigore». Dentro il Carroccio oggi si utilizza una metafora calcistica per sintetizzare un pensiero stupendo per certi versi impressionista e folle: convincere il Movimento 5 stelle del governo politicamente sfiduciato a tornare con la Lega. «Abbiamo lavorato bene, non possono averlo dimenticato». Come dire a Luigi Di Maio che la moglie Matteo Salvini è pur sempre meglio - contratto prematrimoniale o no - dell'avventura di una notte al buio con Matteo Renzi e Nicola Zingaretti. Con il rischio di andare in bianco. Il ritorno di fiamma per ora è una suggestione che vorrebbe trasformarsi in un nuovo percorso. E il ministro dell'Interno per gli affari correnti lo concretizza con una frase che non ammette equivoci anche se potrebbe irritare qualche intellettuale gesuita: «Le porte e le vie della Lega sono infinite».
In una diretta Facebook, il segretario leghista va giù piatto, mancano solo le rose rosse: «Faccio e farò di tutto per evitare che il Pd torni al governo. Mi auguro che nessuno pensi di lasciar l'Italia in mano a un partito come il Pd, che ha perso tutte le elezioni perché ne ha combinate di cotte e di crude. L'ipotesi governo Pd-M5s sta facendo rabbrividire i cittadini di mezza Italia e gli imprenditori. Noi siamo qui per un governo stabile, coerente, con una squadra nuova. Oppure per il voto, in democrazia la scelta più lineare. Che qualcuno stia pensando di riportare al governo, per interessi personali, i Renzi, le Boschi, i Lotti, le Boldrini che gli italiani hanno cacciato, proprio no».
Salvini si è reso conto di avere sopravvalutato l'orgoglio grillino nel presumere che mai, neppure se messi alle strette, i 5 stelle sarebbero finiti fra le braccia degli odiati dem. Lui voleva semplicemente scuoterli, costringerli a limare qualche niet sovietico (su flat tax, autonomia, infrastrutture, subalternità da Bruxelles) e cambiare qualche ministro catalettico (Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta) per rimettere in linea di volo la legislatura. Calcolo sbagliato, perché «uno vale uno, ma soprattutto uno vale l'altro». E poi sorpresa per lo spericolato blitz renziano benedetto dal capo dello Stato, che si sente più rassicurato dal valzer lento del Pd piuttosto che dall'heavy metal grillo-leghista. Così ora bisogna rimettere insieme i cocci, e Salvini lo fa parlando direttamente a Di Maio: «Fino a qualche giorno fa lo definivate il partito di Bibbiano, delle spartizioni del Csm e delle Procure. Io no, chiedetemi tutto, ma mai con Renzi».
La politica ha altri percorsi e non si cura degli schizzi di verità o di fango. Servono proposte e la Lega le ha fatte, nomi compresi. Di Maio premier, Salvini ministro dell'Interno, Giancarlo Giorgetti ministro dell'Economia, Giuseppe Conte agli Esteri o commissario Ue, perché un Conte bis (dopo gli insulti in Aula) non è previsto nel pacchetto pacificatore. Nel caso in cui i 5 stelle si trovassero meglio con l'amante, richiesta di voto e opposizione dura, che rimane l'opzione principale della base. «Perché», è folgorante la battuta di un colonnello leghista, «se commetti l'errore di far sedere un grillino a trattare sui posti, non si alza più».
Giorgetti spiega il finale di partita al Meeting di Rimini: «Se dopo 14 mesi in cui sono state fatte cose positive ci sono problemi o troviamo un altro metodo di confronto per raggiungere un risultato, oppure non si va avanti. Questo non è essere stupidi perché quando si dice la verità non si sbaglia mai». Sulle prove tecniche di ribaltone, il sottosegretario alla presidenza allarga le braccia: «Il minimo comune denominatore dei parlamentari oggi non è fare discussioni su futuro, lavoro e grandi visioni, ma mantenere il più possibile quel posto. Non uso i termini inciucio o poltrona, ma non è possibile che una persona che fino a oggi ha votato certe cose, da domani voti il contrario. Io, se devo farlo, torno all'opposizione con orgoglio».
Nel ritorno di fiamma della Lega c'è anche molta tattica e far filtrare le notizie di contatti con i grillini aiuta a rendere meno credibile la trattativa con il Pd, incentrata peraltro su dieci punti che fanno parte del programma del primo governo del cambiamento. I destinatari della proposta di fumare il calumet della pace non sono soltanto Beppe Grillo, Davide Casaleggio e la truppa politica, ma anche l'inquilino del Quirinale. La logica democristiana dei due forni, che Sergio Mattarella conosce bene, è il motivo dell'irritazione cutanea del presidente dopo le consultazioni; neppure per lui oggi ha più senso tenere i piedi in due scarpe. E sapere che Di Maio parla ancora con gli ex alleati non depone a favore del tentativo di mettere su casa con il Pd.
Via Toninelli, via la Trenta, via anche Giovanni Tria (altro omerico signornò), in castigo Conte e si riparte con il programma. E con la responsabilità di costruire la «finanziaria della ripresa». Il più impegnato nel tessere la tela è Gian Marco Centinaio, ex ministro per le Politiche agricole, che conferma: «C'è ancora possibilità di recuperare il rapporto con i 5 stelle perché, oltre a Di Maio, ci sono una serie di esponenti del Movimento che ricordano bene il lavoro positivo fatto insieme. La via è molto stretta, ma se c'è la volontà di sedersi insieme al tavolo, gli altri problemi non esistono». Rivisto al Var non era rigore, ma si sa che «rigore è quando arbitro fischia». E l'arbitro è pur sempre Mattarella.
Berlusconi riapre la caccia ai «responsabili»
Tra la Lega e il Pd non c'è paragone, parola di Paragone (Gianluigi), senatore del M5s sulle cui spalle passa - con altri grillini - una buona fetta del futuro della legislatura. In queste ore, infatti, è in atto anche una «operazione scoiattolo», portata avanti dai pasdaran del «giammai» all'intesa tra il M5s e il Pd. «Renzi», ha scritto ieri su Facebook Paragone, che in realtà è da sempre l'incarnazione stessa del grilloleghismo, ex del Carroccio ma eletto con il M5s, «parla di me e di Alessandro Di Battista come di quelli che vogliono far saltare la (sua) trattativa. Orgoglioso di stare sempre dalla parte opposta di Renzi». Il riferimento di Paragone è al file audio in cui si sente Matteo Renzi attaccare Paolo Gentiloni: «La parte del M5s contraria alla trattativa, guidata da Di Battista e Paragone…», dice tra l'altro l'ex Rottamatore che sta tentando di disperatamente di de-rottamarsi attraverso il suo protagonismo nel caldeggiare la nascita del governo giallorosso.
«Spero che Di Maio ci pensi bene prima di cedere al Pd», ha insistito ieri Paragone, il cui verbo è molto ascoltato perché può dare consistenza numerica e dignità politica alla frangia anti Pd del M5s. Sostanzialmente, si potrebbe saldare questo moto politico al tentativo del centrodestra di evitare la nascita del governo giallorosso, dando vita a una formazione parlamentare di fuorusciti dal M5s (in gergo, scoiattoli) che possa anzitutto far mancare i numeri all'intesa Pd-grillini. E poi, chissà, magari tradurre in realtà le parole pronunciate l'altro ieri da Silvio Berlusconi al termine della consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Occorre costituire in Parlamento», ha detto il Cav, «una maggioranza di centrodestra che corrisponda al sentire degli italiani. Qualora non fosse possibile, la strada maestra è una sola: elezioni anticipate».
Costruire in Parlamento una maggioranza di centrodestra: è la stessa richiesta che, invano, Berlusconi fece a Mattarella l'anno scorso, prima che iniziasse la baraonda che portò alla nascita del governo del cambiamento. Alla Camera ci sarebbe bisogno di almeno una cinquantina di «responsabili», disposti a lasciare i gruppi di appartenenza (M5s, magari perfino qualcuno del Pd) per andare a sostenere un governo di centrodestra; al Senato, ne servirebbero una trentina. Missione impossibile? Probabilmente sì, ma intanto il sasso lanciato da Berlusconi nello stagno di chi ha il terrore di non essere rieletto in caso di urne autunnali potrebbe aver causato qualche notte insonne.
Il piano B, invece, è più facilmente concretizzabile. C'è bisogno di sfilare al M5s una quindicina di senatori, in modo tale da far mancare al governo giallorosso la maggioranza. Bisogna però fare in fretta: se l'operazione andrà in porto, dovrà essere ufficializzata prima di martedì prossimo, quando Mattarella tirerà le somme di questi giorni di trattative tra i partiti. Matteo Salvini, continuando a tenere aperta la porta al M5s, non fa altro che fornire a Paragone e ai suoi eventuali compagni di viaggio un argomento politico per giustificare l'operazione. «Avevamo la possibilità di tornare con la Lega», diranno i senatori dissidenti, «ma i vertici non l'hanno voluta cogliere. Noi col Pd non andremo mai, per coerenza. Meglio il voto anticipato».
Naturalmente, oltre alla nobiltà politica del gesto, per convincere gli «scoiattoli» a fuoriuscire dal M5s spalancando le porte al voto anticipato, c'è bisogno di uno zuccherino, inteso come la promessa di una ricandidatura con la Lega o con i suoi alleati di centrodestra in un collegio sicuro. Sarebbero almeno una ventina, su un totale di 107, i senatori grillini che non vedono assolutamente di buon occhio la svolta a sinistra del M5s, e che dunque, al momento opportuno, potrebbero uscire allo scoperto comunicando la loro indisponibilità a votare la fiducia all'eventuale esecutivo giallorosso.
Paragone è spalleggiato nella lotta al Pd da Alessandro Di Battista, con la grande differnza che quest'ultimo le elezioni le vorrebbe al più presto per il semplice motivo che attualmente non siede in Parlamento. Intanto comunque prosegue il frenetico «scouting»: l'operazione, va detto, è agevolata dall'immane caos sprigionato, immancabilmente, dal Pd, che rende la prospettiva del governo giallorosso comunque assai instabile. Quello che è certo è che il gioco di sponda tra grillini dissidenti e leghisti tatticamente «nostalgici» sta ulteriormente terremotando la già fragilissima trattativa tra Pd e M5s: se pure alla fine non dovesse riuscire a ingolosire un numero sufficiente di senatori, l'effetto politico resterebbe comunque pesantissimo.
Sulla strada degli «scoiattoli», però, c'è un altro macigno, ovvero la controffensiva che i renziani hanno da giorni messo in campo nei confronti di un nutrito gruppo di parlamentari di Forza Italia, che potrebbero, in caso di necessità, uscire a loro volta dal centrodestra per correre in soccorso del governo Pd-M5s. Si punta in particolare a quei deputati e soprattutto senatori che sono praticamente certi di non essere rieletti in caso di un repentino ritorno alle urne. Lusinghe e lunghi ragionamenti, poi, vengono somministrati in dosi massicce ai parlamentari di Forza Italia ostili a Matteo Salvini, che non vedono l'ora di vedere il ministro dell'Interno all'opposizione. Dunque, in estrema sintesi, accanto alle alte e nobili motivazioni politiche, l'«operazione scoiattolo» avrà successo soltanto se chi la porta avanti sarà capace di offrire ai potenziali compagni di strada garanzie di ricandidatura limpide e credibili. Entro lunedì prossimo sapremo se avrà saputo usare gli strumenti a sua disposizione.
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La Lega insiste per il ritorno di fiamma: il leader pentastellato può fare il premier. In cambio il rimpasto e Giuseppe Conte in castigo. Silvio Berlusconi riapre la caccia ai «responsabili». Il Cav è al lavoro per rimettere in piedi la maggioranza di centrodestra in Parlamento, senza passare dalle urne. Per far tornare i numeri però bisogna convincere i grillini che odiano il Pd a cambiare casacca. È dura, ma i dissidenti possono dare una mano. Lo speciale comprende due articoli. «Rivisto al Var non era rigore». Dentro il Carroccio oggi si utilizza una metafora calcistica per sintetizzare un pensiero stupendo per certi versi impressionista e folle: convincere il Movimento 5 stelle del governo politicamente sfiduciato a tornare con la Lega. «Abbiamo lavorato bene, non possono averlo dimenticato». Come dire a Luigi Di Maio che la moglie Matteo Salvini è pur sempre meglio - contratto prematrimoniale o no - dell'avventura di una notte al buio con Matteo Renzi e Nicola Zingaretti. Con il rischio di andare in bianco. Il ritorno di fiamma per ora è una suggestione che vorrebbe trasformarsi in un nuovo percorso. E il ministro dell'Interno per gli affari correnti lo concretizza con una frase che non ammette equivoci anche se potrebbe irritare qualche intellettuale gesuita: «Le porte e le vie della Lega sono infinite». In una diretta Facebook, il segretario leghista va giù piatto, mancano solo le rose rosse: «Faccio e farò di tutto per evitare che il Pd torni al governo. Mi auguro che nessuno pensi di lasciar l'Italia in mano a un partito come il Pd, che ha perso tutte le elezioni perché ne ha combinate di cotte e di crude. L'ipotesi governo Pd-M5s sta facendo rabbrividire i cittadini di mezza Italia e gli imprenditori. Noi siamo qui per un governo stabile, coerente, con una squadra nuova. Oppure per il voto, in democrazia la scelta più lineare. Che qualcuno stia pensando di riportare al governo, per interessi personali, i Renzi, le Boschi, i Lotti, le Boldrini che gli italiani hanno cacciato, proprio no». Salvini si è reso conto di avere sopravvalutato l'orgoglio grillino nel presumere che mai, neppure se messi alle strette, i 5 stelle sarebbero finiti fra le braccia degli odiati dem. Lui voleva semplicemente scuoterli, costringerli a limare qualche niet sovietico (su flat tax, autonomia, infrastrutture, subalternità da Bruxelles) e cambiare qualche ministro catalettico (Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta) per rimettere in linea di volo la legislatura. Calcolo sbagliato, perché «uno vale uno, ma soprattutto uno vale l'altro». E poi sorpresa per lo spericolato blitz renziano benedetto dal capo dello Stato, che si sente più rassicurato dal valzer lento del Pd piuttosto che dall'heavy metal grillo-leghista. Così ora bisogna rimettere insieme i cocci, e Salvini lo fa parlando direttamente a Di Maio: «Fino a qualche giorno fa lo definivate il partito di Bibbiano, delle spartizioni del Csm e delle Procure. Io no, chiedetemi tutto, ma mai con Renzi». La politica ha altri percorsi e non si cura degli schizzi di verità o di fango. Servono proposte e la Lega le ha fatte, nomi compresi. Di Maio premier, Salvini ministro dell'Interno, Giancarlo Giorgetti ministro dell'Economia, Giuseppe Conte agli Esteri o commissario Ue, perché un Conte bis (dopo gli insulti in Aula) non è previsto nel pacchetto pacificatore. Nel caso in cui i 5 stelle si trovassero meglio con l'amante, richiesta di voto e opposizione dura, che rimane l'opzione principale della base. «Perché», è folgorante la battuta di un colonnello leghista, «se commetti l'errore di far sedere un grillino a trattare sui posti, non si alza più». Giorgetti spiega il finale di partita al Meeting di Rimini: «Se dopo 14 mesi in cui sono state fatte cose positive ci sono problemi o troviamo un altro metodo di confronto per raggiungere un risultato, oppure non si va avanti. Questo non è essere stupidi perché quando si dice la verità non si sbaglia mai». Sulle prove tecniche di ribaltone, il sottosegretario alla presidenza allarga le braccia: «Il minimo comune denominatore dei parlamentari oggi non è fare discussioni su futuro, lavoro e grandi visioni, ma mantenere il più possibile quel posto. Non uso i termini inciucio o poltrona, ma non è possibile che una persona che fino a oggi ha votato certe cose, da domani voti il contrario. Io, se devo farlo, torno all'opposizione con orgoglio». Nel ritorno di fiamma della Lega c'è anche molta tattica e far filtrare le notizie di contatti con i grillini aiuta a rendere meno credibile la trattativa con il Pd, incentrata peraltro su dieci punti che fanno parte del programma del primo governo del cambiamento. I destinatari della proposta di fumare il calumet della pace non sono soltanto Beppe Grillo, Davide Casaleggio e la truppa politica, ma anche l'inquilino del Quirinale. La logica democristiana dei due forni, che Sergio Mattarella conosce bene, è il motivo dell'irritazione cutanea del presidente dopo le consultazioni; neppure per lui oggi ha più senso tenere i piedi in due scarpe. E sapere che Di Maio parla ancora con gli ex alleati non depone a favore del tentativo di mettere su casa con il Pd. Via Toninelli, via la Trenta, via anche Giovanni Tria (altro omerico signornò), in castigo Conte e si riparte con il programma. E con la responsabilità di costruire la «finanziaria della ripresa». Il più impegnato nel tessere la tela è Gian Marco Centinaio, ex ministro per le Politiche agricole, che conferma: «C'è ancora possibilità di recuperare il rapporto con i 5 stelle perché, oltre a Di Maio, ci sono una serie di esponenti del Movimento che ricordano bene il lavoro positivo fatto insieme. La via è molto stretta, ma se c'è la volontà di sedersi insieme al tavolo, gli altri problemi non esistono». Rivisto al Var non era rigore, ma si sa che «rigore è quando arbitro fischia». E l'arbitro è pur sempre Mattarella. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-non-rinuncia-al-sogno-di-rifare-la-coalizione-gialloblu-con-lamico-di-maio-2639991485.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="berlusconi-riapre-la-caccia-ai-responsabili" data-post-id="2639991485" data-published-at="1773169577" data-use-pagination="False"> Berlusconi riapre la caccia ai «responsabili» Tra la Lega e il Pd non c'è paragone, parola di Paragone (Gianluigi), senatore del M5s sulle cui spalle passa - con altri grillini - una buona fetta del futuro della legislatura. In queste ore, infatti, è in atto anche una «operazione scoiattolo», portata avanti dai pasdaran del «giammai» all'intesa tra il M5s e il Pd. «Renzi», ha scritto ieri su Facebook Paragone, che in realtà è da sempre l'incarnazione stessa del grilloleghismo, ex del Carroccio ma eletto con il M5s, «parla di me e di Alessandro Di Battista come di quelli che vogliono far saltare la (sua) trattativa. Orgoglioso di stare sempre dalla parte opposta di Renzi». Il riferimento di Paragone è al file audio in cui si sente Matteo Renzi attaccare Paolo Gentiloni: «La parte del M5s contraria alla trattativa, guidata da Di Battista e Paragone…», dice tra l'altro l'ex Rottamatore che sta tentando di disperatamente di de-rottamarsi attraverso il suo protagonismo nel caldeggiare la nascita del governo giallorosso. «Spero che Di Maio ci pensi bene prima di cedere al Pd», ha insistito ieri Paragone, il cui verbo è molto ascoltato perché può dare consistenza numerica e dignità politica alla frangia anti Pd del M5s. Sostanzialmente, si potrebbe saldare questo moto politico al tentativo del centrodestra di evitare la nascita del governo giallorosso, dando vita a una formazione parlamentare di fuorusciti dal M5s (in gergo, scoiattoli) che possa anzitutto far mancare i numeri all'intesa Pd-grillini. E poi, chissà, magari tradurre in realtà le parole pronunciate l'altro ieri da Silvio Berlusconi al termine della consultazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Occorre costituire in Parlamento», ha detto il Cav, «una maggioranza di centrodestra che corrisponda al sentire degli italiani. Qualora non fosse possibile, la strada maestra è una sola: elezioni anticipate». Costruire in Parlamento una maggioranza di centrodestra: è la stessa richiesta che, invano, Berlusconi fece a Mattarella l'anno scorso, prima che iniziasse la baraonda che portò alla nascita del governo del cambiamento. Alla Camera ci sarebbe bisogno di almeno una cinquantina di «responsabili», disposti a lasciare i gruppi di appartenenza (M5s, magari perfino qualcuno del Pd) per andare a sostenere un governo di centrodestra; al Senato, ne servirebbero una trentina. Missione impossibile? Probabilmente sì, ma intanto il sasso lanciato da Berlusconi nello stagno di chi ha il terrore di non essere rieletto in caso di urne autunnali potrebbe aver causato qualche notte insonne. Il piano B, invece, è più facilmente concretizzabile. C'è bisogno di sfilare al M5s una quindicina di senatori, in modo tale da far mancare al governo giallorosso la maggioranza. Bisogna però fare in fretta: se l'operazione andrà in porto, dovrà essere ufficializzata prima di martedì prossimo, quando Mattarella tirerà le somme di questi giorni di trattative tra i partiti. Matteo Salvini, continuando a tenere aperta la porta al M5s, non fa altro che fornire a Paragone e ai suoi eventuali compagni di viaggio un argomento politico per giustificare l'operazione. «Avevamo la possibilità di tornare con la Lega», diranno i senatori dissidenti, «ma i vertici non l'hanno voluta cogliere. Noi col Pd non andremo mai, per coerenza. Meglio il voto anticipato». Naturalmente, oltre alla nobiltà politica del gesto, per convincere gli «scoiattoli» a fuoriuscire dal M5s spalancando le porte al voto anticipato, c'è bisogno di uno zuccherino, inteso come la promessa di una ricandidatura con la Lega o con i suoi alleati di centrodestra in un collegio sicuro. Sarebbero almeno una ventina, su un totale di 107, i senatori grillini che non vedono assolutamente di buon occhio la svolta a sinistra del M5s, e che dunque, al momento opportuno, potrebbero uscire allo scoperto comunicando la loro indisponibilità a votare la fiducia all'eventuale esecutivo giallorosso. Paragone è spalleggiato nella lotta al Pd da Alessandro Di Battista, con la grande differnza che quest'ultimo le elezioni le vorrebbe al più presto per il semplice motivo che attualmente non siede in Parlamento. Intanto comunque prosegue il frenetico «scouting»: l'operazione, va detto, è agevolata dall'immane caos sprigionato, immancabilmente, dal Pd, che rende la prospettiva del governo giallorosso comunque assai instabile. Quello che è certo è che il gioco di sponda tra grillini dissidenti e leghisti tatticamente «nostalgici» sta ulteriormente terremotando la già fragilissima trattativa tra Pd e M5s: se pure alla fine non dovesse riuscire a ingolosire un numero sufficiente di senatori, l'effetto politico resterebbe comunque pesantissimo. Sulla strada degli «scoiattoli», però, c'è un altro macigno, ovvero la controffensiva che i renziani hanno da giorni messo in campo nei confronti di un nutrito gruppo di parlamentari di Forza Italia, che potrebbero, in caso di necessità, uscire a loro volta dal centrodestra per correre in soccorso del governo Pd-M5s. Si punta in particolare a quei deputati e soprattutto senatori che sono praticamente certi di non essere rieletti in caso di un repentino ritorno alle urne. Lusinghe e lunghi ragionamenti, poi, vengono somministrati in dosi massicce ai parlamentari di Forza Italia ostili a Matteo Salvini, che non vedono l'ora di vedere il ministro dell'Interno all'opposizione. Dunque, in estrema sintesi, accanto alle alte e nobili motivazioni politiche, l'«operazione scoiattolo» avrà successo soltanto se chi la porta avanti sarà capace di offrire ai potenziali compagni di strada garanzie di ricandidatura limpide e credibili. Entro lunedì prossimo sapremo se avrà saputo usare gli strumenti a sua disposizione.
Ansa
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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