True
2021-11-30
Salvini fa dietrofront sul premier e tenta di stanare Draghi per il Colle
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)
«Condivido le parole di Berlusconi, Draghi sta lavorando bene da presidente del Consiglio e quindi mi auguro che vada avanti a lungo a lavorare bene da presidente del Consiglio»: l’improvviso dietrofront di Matteo Salvini arriva nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare gli emendamenti del Carroccio alla legge di Bilancio. Improvviso e clamoroso: Salvini fino a ieri era infatti annoverato tra i principali sponsor della ascesa al Colle più alto di Draghi, non fosse altro perché ciò comporterebbe, salvo clamorosi imprevisti, le elezioni anticipate nella primavera 2022. Ieri, invece, il leader della Lega ha dato ragione a Silvio Berlusconi, che in una intervista al Corriere della Sera ha auspicato che Draghi «continui a lavorare con serietà fino a quando sarà necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall’emergenza: saremo i primi a collaborare lealmente all’attività dell’esecutivo. L’autorevolezza e l’esperienza di Draghi», ha aggiunto Berlusconi, «sono un patrimonio del quale l’Italia deve profittare».
Occorre a questo punto interpretare la svolta di Salvini, e per farlo non si può non partire dall’ambizione di Berlusconi di diventare presidente della Repubblica. Ambizione, non sogno o delirio: il Cav ci sta lavorando sul serio, tentando di convincere quella cinquantina di grandi elettori che, aggiunti ai voti di un centrodestra compatto, gli consentirebbero di raggiungere la fatidica soglia dei 505 voti e coronare nella maniera più clamorosa la sua carriera politica. Ma se il centrodestra deve essere compatto su Berlusconi, lo deve essere a partire dalla Lega, che ha i gruppi parlamentari più numerosi: Salvini potrebbe aver semplicemente voluto concedere qualche speranza in più all’«amico Silvio», assecondandone l’ambizione per disciplina di coalizione, ma in realtà potrebbe avere in mente, ancora, l’elezione di Draghi per andare al voto subito dopo, tentare di vincere la sfida elettorale con Giorgia Meloni e diventare (se i sondaggi di oggi saranno confermati dalle urne) presidente del Consiglio.
Non è detto, però, che quella di Salvini sia solo tattica: la sua conversione alla permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe anche essere sincera, anche se magari non esattamente spontanea. Salvini, ricordiamolo sempre, nella Lega deve fare i conti con un fronte di pasdaran di Draghi premier abbastanza consistente, capitanato dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. La sortita di ieri, quindi, permetterebbe a Salvini di prendere due piccioni (del calibro di Berlusconi e Giorgetti) con una fava: del resto, fino a quando Draghi non avrà fatto capire che ha intenzione di fare, se restare premier o tentare la scalata al Quirinale, le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti lasciano il tempo che trovano. Siamo, come ben si vede, nel campo dell’ermeneutica, poiché Draghi tiene ancora le carte coperte, e tutti i protagonisti politici sono così legati alle sue (in)decisioni. A meno che (terza ipotesi) Draghi non abbia manifestato a qualcuno la sua intenzione di restare premier: Salvini in questo caso non avrebbe fatto altro che giocare di sponda, intestandosi una decisione non sua, come da buona norma della comunicazione politica. Infine, ma non in ordine di importanza, una ulteriore chiave di lettura delle parole di Salvini potrebbe essere questa: considerato che Draghi continua a non rivelare le sue intenzioni, il leader della Lega potrebbe aver voluto stanare il premier, facendogli capire che non è detto che il Carroccio resterà immobile nell’attesa di un cenno del capo dell’uomo-sfinge. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata dalla risposta in serata dello stesso Salvini a domanda sull’investitura di Draghi: «Chiedete a lui. Non parlo di Quirinale fino a gennaio». Come dire: io non parlo, parli lui.
La Verità ha chiesto a un esponente di primo piano del governo una interpretazione del dietrofront del leader della Lega: «Salvini», dice la nostra fonte, «sa benissimo che il silenzio di Draghi sta portando i partiti a ragionare su ipotesi alternative per la successione a Mattarella. Berlusconi a parte, che gioca una sua partita, i nomi che girano vorticosamente in queste ore sono quelli di Giuliano Amato e Anna Finocchiaro».
In sintesi, le parole di Salvini, il suo auspicio che Draghi resti a Palazzo Chigi, sono il segnale che qualunque sia la lettura da dare a queste dichiarazioni la corsa al Colle sta avendo una accelerazione. Del resto, mancano due mesi alla convocazione del parlamento in seduta comune, ed è naturale che le forze politiche stiano intensificando le discussioni. Non manca chi, nei palazzi romani, sospetta che la ritrosia di Draghi a ufficializzare la disponibilità alla successione di Mattarella sia legata al timore di non riuscire a essere eletto al primo scrutinio, quando è necessaria una maggioranza dei 2/3 dei grandi elettori, ovvero 672, così come nel secondo e nel terzo (dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta, ovvero 505). Draghi affossato da franchi tiratori che hanno paura di andare al voto? In realtà, sembra francamente fantascienza: uno scenario del genere non potrebbe che portare a una traumatica caduta del governo.
Conte abbatte un altro totem 5 stelle
Direbbero gli antipatizzanti: «supercazzola con pochette», oppure «più Conte Mascetti (nel senso di Amici miei) che Conte Giuseppe».
Infatti, considerando le martellanti litanie anticasta dei grillini, fa una certa impressione la lettura del post di ieri pomeriggio del neo leader Conte, la cui autorevolezza appare peraltro già minata dalle battute sarcastiche di Beppe Grillo (sui «penultimatum» contiani) e sull’ormai costante smarcamento di Luigi Di Maio. E se a questo si aggiunge il tentativo di giustificare la possibilità di accedere al 2 per mille, l’effetto involontariamente comico appare garantito.
Ecco dunque il Conte di ieri su Facebook. Come foglia di fico, l’ex premier parte dalla citazione di un’altra votazione che avverrà sulla piattaforma («dobbiamo decidere sulla restituzione di parte degli stipendi dei nostri parlamentari alla collettività»).
Poi, le dolenti note: «L’altra odierna votazione riguarda un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato: la possibilità per il Movimento di accedere al 2x1000». E già qui Conte sembra mettere le mani avanti: non l’ha voluto lui, gliel’hanno chiesto.
E poi ancora sullo stesso tasto, per scaricare altrove la responsabilità della vicenda: «Questa votazione è l’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace».
Poi un’altra excusatio: pure i parlamentari l’avrebbero sollecitato. «La settimana scorsa», scrive l’ex premier, «i gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti».
Conclusione: «Affrontiamo questo passaggio in maniera serena, valutando liberamente e scegliendo consapevolmente». Ultima chiosa ancora più democristiana: «Posso anticiparvi che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali (penso, ad esempio, a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione). Nel caso in cui prevarrà un voto contrario, state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le microdonazioni».
A favore, è schierato il presidente della commissione Affari europei di Montecitorio, Sergio Battelli: «È un contributo volontario e trasparente che ci consentirebbe di finanziare più e meglio le nostre attività sui territori». Dice no l’ex ministro Danilo Toninelli, con una dichiarazione resa all’edizione online del Fatto quotidiano: «Sono soldi pubblici che invece di restare nelle casse dello Stato vanno a foraggiare i partiti. Il Movimento ha dimostrato che la politica si può fare senza soldi pubblici: è un aspetto identitario che ci distingue da tutti gli altri e non possiamo abbandonarlo».
Ma forse sarebbe più facile squarciare il velo dell’ipocrisia e ammettere ciò che è ormai evidente: dopo la caduta del dogma dei due soli mandati, viene meno un altro punto fermo, oggetto di anni di propaganda. I grillini sono ormai un partito come gli altri. Al massimo, usano le consultazioni online per giustificare l’archiviazione, una dopo l’altra, delle giaculatorie del passato.
Continua a leggereRiduci
Il leader leghista si dice d’accordo con Silvio Berlusconi per blindare Super Mario a Palazzo Chigi. Atto di cortesia nei confronti del Cav e delle sue ambizioni. Ma che mira anche a scoprire le carte del presidente del Consiglio.Con la possibilità di accedere al 2 per mille e ai soldi pubblici viene meno l’ennesimo punto fermo della propaganda grillina. Giuseppe Conte si barcamena, i militanti si dividono.Lo speciale contiene due articoli.«Condivido le parole di Berlusconi, Draghi sta lavorando bene da presidente del Consiglio e quindi mi auguro che vada avanti a lungo a lavorare bene da presidente del Consiglio»: l’improvviso dietrofront di Matteo Salvini arriva nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare gli emendamenti del Carroccio alla legge di Bilancio. Improvviso e clamoroso: Salvini fino a ieri era infatti annoverato tra i principali sponsor della ascesa al Colle più alto di Draghi, non fosse altro perché ciò comporterebbe, salvo clamorosi imprevisti, le elezioni anticipate nella primavera 2022. Ieri, invece, il leader della Lega ha dato ragione a Silvio Berlusconi, che in una intervista al Corriere della Sera ha auspicato che Draghi «continui a lavorare con serietà fino a quando sarà necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall’emergenza: saremo i primi a collaborare lealmente all’attività dell’esecutivo. L’autorevolezza e l’esperienza di Draghi», ha aggiunto Berlusconi, «sono un patrimonio del quale l’Italia deve profittare».Occorre a questo punto interpretare la svolta di Salvini, e per farlo non si può non partire dall’ambizione di Berlusconi di diventare presidente della Repubblica. Ambizione, non sogno o delirio: il Cav ci sta lavorando sul serio, tentando di convincere quella cinquantina di grandi elettori che, aggiunti ai voti di un centrodestra compatto, gli consentirebbero di raggiungere la fatidica soglia dei 505 voti e coronare nella maniera più clamorosa la sua carriera politica. Ma se il centrodestra deve essere compatto su Berlusconi, lo deve essere a partire dalla Lega, che ha i gruppi parlamentari più numerosi: Salvini potrebbe aver semplicemente voluto concedere qualche speranza in più all’«amico Silvio», assecondandone l’ambizione per disciplina di coalizione, ma in realtà potrebbe avere in mente, ancora, l’elezione di Draghi per andare al voto subito dopo, tentare di vincere la sfida elettorale con Giorgia Meloni e diventare (se i sondaggi di oggi saranno confermati dalle urne) presidente del Consiglio. Non è detto, però, che quella di Salvini sia solo tattica: la sua conversione alla permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe anche essere sincera, anche se magari non esattamente spontanea. Salvini, ricordiamolo sempre, nella Lega deve fare i conti con un fronte di pasdaran di Draghi premier abbastanza consistente, capitanato dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. La sortita di ieri, quindi, permetterebbe a Salvini di prendere due piccioni (del calibro di Berlusconi e Giorgetti) con una fava: del resto, fino a quando Draghi non avrà fatto capire che ha intenzione di fare, se restare premier o tentare la scalata al Quirinale, le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti lasciano il tempo che trovano. Siamo, come ben si vede, nel campo dell’ermeneutica, poiché Draghi tiene ancora le carte coperte, e tutti i protagonisti politici sono così legati alle sue (in)decisioni. A meno che (terza ipotesi) Draghi non abbia manifestato a qualcuno la sua intenzione di restare premier: Salvini in questo caso non avrebbe fatto altro che giocare di sponda, intestandosi una decisione non sua, come da buona norma della comunicazione politica. Infine, ma non in ordine di importanza, una ulteriore chiave di lettura delle parole di Salvini potrebbe essere questa: considerato che Draghi continua a non rivelare le sue intenzioni, il leader della Lega potrebbe aver voluto stanare il premier, facendogli capire che non è detto che il Carroccio resterà immobile nell’attesa di un cenno del capo dell’uomo-sfinge. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata dalla risposta in serata dello stesso Salvini a domanda sull’investitura di Draghi: «Chiedete a lui. Non parlo di Quirinale fino a gennaio». Come dire: io non parlo, parli lui.La Verità ha chiesto a un esponente di primo piano del governo una interpretazione del dietrofront del leader della Lega: «Salvini», dice la nostra fonte, «sa benissimo che il silenzio di Draghi sta portando i partiti a ragionare su ipotesi alternative per la successione a Mattarella. Berlusconi a parte, che gioca una sua partita, i nomi che girano vorticosamente in queste ore sono quelli di Giuliano Amato e Anna Finocchiaro».In sintesi, le parole di Salvini, il suo auspicio che Draghi resti a Palazzo Chigi, sono il segnale che qualunque sia la lettura da dare a queste dichiarazioni la corsa al Colle sta avendo una accelerazione. Del resto, mancano due mesi alla convocazione del parlamento in seduta comune, ed è naturale che le forze politiche stiano intensificando le discussioni. Non manca chi, nei palazzi romani, sospetta che la ritrosia di Draghi a ufficializzare la disponibilità alla successione di Mattarella sia legata al timore di non riuscire a essere eletto al primo scrutinio, quando è necessaria una maggioranza dei 2/3 dei grandi elettori, ovvero 672, così come nel secondo e nel terzo (dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta, ovvero 505). Draghi affossato da franchi tiratori che hanno paura di andare al voto? In realtà, sembra francamente fantascienza: uno scenario del genere non potrebbe che portare a una traumatica caduta del governo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dietrofront-premier-draghi-colle-2655882397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-abbatte-un-altro-totem-5-stelle" data-post-id="2655882397" data-published-at="1638215838" data-use-pagination="False"> Conte abbatte un altro totem 5 stelle Direbbero gli antipatizzanti: «supercazzola con pochette», oppure «più Conte Mascetti (nel senso di Amici miei) che Conte Giuseppe». Infatti, considerando le martellanti litanie anticasta dei grillini, fa una certa impressione la lettura del post di ieri pomeriggio del neo leader Conte, la cui autorevolezza appare peraltro già minata dalle battute sarcastiche di Beppe Grillo (sui «penultimatum» contiani) e sull’ormai costante smarcamento di Luigi Di Maio. E se a questo si aggiunge il tentativo di giustificare la possibilità di accedere al 2 per mille, l’effetto involontariamente comico appare garantito. Ecco dunque il Conte di ieri su Facebook. Come foglia di fico, l’ex premier parte dalla citazione di un’altra votazione che avverrà sulla piattaforma («dobbiamo decidere sulla restituzione di parte degli stipendi dei nostri parlamentari alla collettività»). Poi, le dolenti note: «L’altra odierna votazione riguarda un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato: la possibilità per il Movimento di accedere al 2x1000». E già qui Conte sembra mettere le mani avanti: non l’ha voluto lui, gliel’hanno chiesto. E poi ancora sullo stesso tasto, per scaricare altrove la responsabilità della vicenda: «Questa votazione è l’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace». Poi un’altra excusatio: pure i parlamentari l’avrebbero sollecitato. «La settimana scorsa», scrive l’ex premier, «i gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti». Conclusione: «Affrontiamo questo passaggio in maniera serena, valutando liberamente e scegliendo consapevolmente». Ultima chiosa ancora più democristiana: «Posso anticiparvi che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali (penso, ad esempio, a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione). Nel caso in cui prevarrà un voto contrario, state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le microdonazioni». A favore, è schierato il presidente della commissione Affari europei di Montecitorio, Sergio Battelli: «È un contributo volontario e trasparente che ci consentirebbe di finanziare più e meglio le nostre attività sui territori». Dice no l’ex ministro Danilo Toninelli, con una dichiarazione resa all’edizione online del Fatto quotidiano: «Sono soldi pubblici che invece di restare nelle casse dello Stato vanno a foraggiare i partiti. Il Movimento ha dimostrato che la politica si può fare senza soldi pubblici: è un aspetto identitario che ci distingue da tutti gli altri e non possiamo abbandonarlo». Ma forse sarebbe più facile squarciare il velo dell’ipocrisia e ammettere ciò che è ormai evidente: dopo la caduta del dogma dei due soli mandati, viene meno un altro punto fermo, oggetto di anni di propaganda. I grillini sono ormai un partito come gli altri. Al massimo, usano le consultazioni online per giustificare l’archiviazione, una dopo l’altra, delle giaculatorie del passato.
Ansa
La diplomazia tra Washington e Teheran è in salita. Ciononostante, i colloqui tenutisi sabato a Islamabad certificano il crescente peso del Pakistan.
Negli scorsi anni, i rapporti tra lo stesso Pakistan e gli Stati Uniti erano stati tutt’altro che idilliaci. Eppure, la situazione ha iniziato a mutare a maggio dell’anno scorso: in particolare, dopo che Donald Trump aveva dichiarato di aver mediato un accordo di cessate il fuoco tra Nuova Delhi e Islamabad. Il governo pakistano aveva quindi candidato il presidente americano al Nobel per la Pace. Non solo. Da allora, Trump ha costantemente rafforzato la propria sponda con il capo delle Forze armate di Islamabad, il generale Asim Munir.
È in questo quadro che, a luglio, Stati Uniti e Pakistan hanno raggiunto un accordo sulla cui base Washington si è impegnata a ridurre i propri dazi a Islamabad. Inoltre, sempre in virtù dell’intesa, gli Usa hanno acquisito la possibilità di effettuare esplorazioni petrolifere in territorio pakistano. Era inoltre lo scorso gennaio, quando Islamabad ha formalmente accettato l’invito di Trump a entrare nel Board of Peace per Gaza. Senza trascurare che, il mese precedente, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva ringraziato il Pakistan per la sua offerta a prender parte alle forze di stabilizzazione nella Striscia.
Insomma, negli ultimi dodici mesi i rapporti tra Washington e Islamabad si sono significativamente rafforzati. Tanto che la Casa Bianca si è affidata principalmente al Pakistan per cercare di avviare un processo diplomatico volto a chiudere la guerra in Iran. Ma quali sono state le ragioni di questa svolta? Trump ha innanzitutto visto nel Pakistan un attore che gli consentisse di controbilanciare l’India: quell’India con cui gli Stati Uniti, nel 2025, hanno avuto notevoli tensioni commerciali. In secondo luogo, la Casa Bianca punta a indebolire gli storici legami che intercorrono tra Islamabad e Pechino. Infine, ma non ultimo, Trump guarda con interesse anche alle risorse minerarie del Pakistan (non a caso, a ottobre il Paese ha de facto avviato con gli Usa una partnership nel settore dei minerali strategici).
Dall’altra parte, anche Islamabad fa ovviamente i suoi calcoli. Il Pakistan voleva ricucire con Washington dopo anni di rapporti complicati. Inoltre, venendo al conflitto iraniano, Islamabad teme di finirci coinvolta a causa di un patto di mutua assistenza che ha sottoscritto con l’Arabia Saudita. È anche per questo che il governo pakistano sta cercando in tutti i modi di promuovere la diplomazia tra Washington e Teheran.
Continua a leggereRiduci
Francesco Sofia (direttore Digital Transformation di Agea): «Stiamo investendo molto sull'intelligenza artificiale come strumento di semplificazione».
iStock
Imprese, filiere, territori. Osservatorio sul Merito racconta un sistema vivo, che evolve senza perdere la propria identità.
C’è un’Italia che, pur tra le incertezze globali, continua a produrre, innovare e competere. È l’Italia del Made in Italy, che celebra ogni 15 aprile la sua Giornata Nazionale, non con un singolo prodotto o un unico settore, ma con la sua innata capacità di coniugare bellezza e innovazione, visione strategica e cultura d’impresa.
Dalle politiche del ministero delle Imprese e del Made in Italy (rappresentato dal vice ministro Valentino Valentini e da Paolo Quercia, direttore della Divisione studi e analisi) alle strategie di internazionalizzazione (Paolo De Castro, presidente Nomisma), dall’accesso ai capitali (Marta Testi, ceo Elite- Gruppo Euronext) alla sostenibilità, fino al ruolo centrale delle filiere e del capitale umano, Osservatorio sul Merito restituisce una lettura articolata e concreta delle traiettorie di sviluppo del Paese. Percorsi che richiedono competenze specifiche, come ricordano il sottosegretario al ministero dell'Istruzione, Paola Frassinetti, e Giovanni Brugnoli, presidente della Fondazione imprese e competenze per il Made in Italy. Valorizzare l’eccellenza dei nostri settori di punta significa attrarre e formare le nuove generazioni affinché ne raccolgano l'eredità, conducendola nel futuro. Rendere strutturale il dialogo tra aziende, scuola e territorio è ormai un passaggio imprescindibile. Così come serve un cambio di paradigma per le Pmi, chiamate a fare sistema, condividere competenze e sviluppare sinergie per affrontare mercati esteri, transizione digitale e sostenibilità. Vincenzo Polidoro, numero uno di AssoNEXT, indica direttrici da seguire e le criticità da superare.
I leader del made in Italy. In un momento storico in cui l’identità produttiva italiana rappresenta non solo un patrimonio culturale ma anche una leva strategica per la competitività globale, il ruolo di chi promuove e tutela il made in Italy diventa centrale. Romina Nicoletti, che guida l'Italian Delegation Made in Italy con misure tese a rafforzare la reputazione dei prodotti italiani sui mercati internazionali, presenta il Premio Leader del Made in Italy Award, che rende omaggio agli imprenditori distintisi nella promozione del saper fare italiano nel mondo. La cerimonia di premiazione, che si terrà a Roma il 19 maggio, sarà anticipata da una conferenza di alto livello, che farà da piattaforma di confronto sulla competitività del Paese.
Fedeli alla qualità. In Osservatorio sul Merito emergono le esperienze di imprenditori e imprenditrici di settori diversi (Paglieri, Fiorentini Alimentari, Gentili Mosconi, Bruno Generators, Kartell) unite però da una stessa tensione: restare fedeli alla qualità del made in Italy e, allo stesso tempo, affrontare le sfide di un mercato sempre più complesso. Dalla manifattura all’agroalimentare, dall’energia alla finanza, fino al design e alla ristorazione, emerge una visione chiara: innovare non è più un’opzione, ma una condizione necessaria per restare competitivi. Lo scenario internazionale richiede strategie sempre più selettive. E sullo sfondo resta la necessità di un sistema capace di accompagnare davvero la crescita, mettendo in relazione imprese, istituzioni e finanza. L'Italia può continuare a distinguersi solo se saprà fare sistema, valorizzare le proprie radici e trasformarle in leva per il futuro. Perché il vero punto di forza, oggi più che mai, non è soltanto ciò che il Paese produce, ma il modo in cui riesce a farlo.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito - Aprile 2026.pdf
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini (Ansa)
Lo stesso sindaco, Beppe Sala, ha ammesso che non ci sono elementi per vietarla ma, nonostante questo, Buscemi non ha intenzione di ritirare l’ordine del giorno, che arriverà regolarmente in Aula oggi. La piddina chiede «un voto politico all’aula contro il Remigration summit, che è assolutamente xenofobo e razzista». Un voto che andrebbe contro il parere di Questore e Prefetto, unici titolati a decidere sui requisiti di ordine pubblico dell’evento e che avevano già dato il proprio assenso in nome del diritto di espressione di tutti. «Buscemi ha chiesto al prefetto di vietare piazza Duomo. Ma chi è? Il Duce? Poi ognuno la pensi come vuole. Non le piace la piazza dei Patrioti? Non ci sarà. Però io non ho mai presentato un ordine del giorno come Lega per impedire un comizio di Schlein, Conte, Renzi o chiunque altro. Mi sembra un atteggiamento volgarmente violento», ha dichiarato ieri il vicepremier Matteo Salvini. «Mi fa strano che un partito che si dice democratico voglia impedire che in piazza Duomo ci siano cittadini italiani che non la pensano come la sinistra, che vogliono aiutare famiglie e imprese. Quindi è un atteggiamento da vecchi fascisti, non da democratici». Inoltre il leader del Carroccio ha precisato: «Parleremo di sicurezza, di pace, di identità e di contrasto al fanatismo islamico: non c’è in nessun manifesto il termine “remigrazione”. Che, peraltro, non mi spaventa perché siamo in democrazia e ognuno è libero di portare avanti le sue idee. Noi vogliamo un contrasto serio, importante e ancora più deciso all’immigrazione clandestina ma nessuno si sogna di rimandare a casa gli immigrati regolari per bene che sono qua», ha aggiunto Salvini.
Contro la censura rossa il deputato leghista Igor Iezzi: «I tentativi della sinistra di bloccare la manifestazione sono sconcertanti e avvelenano il clima politico. Non vorremmo ci fossero reazioni violente come quelle viste in altre occasioni, anche all’estero, e ricordo con preoccupazione le accuse che le autorità ungheresi hanno mosso a Ilaria Salis e ad altri estremisti di sinistra. Sto valutando di andare in procura per denunciare gli esponenti di sinistra che hanno invocato il bavaglio per istigazione a delinquere».
Nel frattempo anche i centri sociali milanesi hanno deciso di mobilitarsi come annunciato con un comunicato online che mistifica i reali presupposti dell’evento: «Salvini ha chiamato a raduno le sue schiere per ospitare un ripugnante comizio che invocherà odio, razzismo, sessismo, repressione, controllo dei corpi, militarizzazione e suprematismo». Ad intervenire contro l’intolleranza dell’estrema sinistra anche l’europarlamentare della Lega Silvia Sardone: «Comunicando la loro presenza, i delinquenti dei centri sociali ci regalano un annuncio delirante».
E sempre ieri Salvini è tornato a parlare della situazione economica: «O lo cambiano, sto patto di stabilità, oppure se continueranno a non sentirci, faremo da soli. La priorità è sbloccare le norme europee che ci impediscono di aiutare gli italiani in difficoltà, tutto il resto viene dopo. La cosa assurda è che ancora oggi con le crisi in corso Bruxelles permetta agli Stati di spendere miliardi per le armi, ma impedisca all’Italia di spendere altrettanti soldi per aiutare chi non ce la fa».
Continua a leggereRiduci