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2021-11-30
Salvini fa dietrofront sul premier e tenta di stanare Draghi per il Colle
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)
«Condivido le parole di Berlusconi, Draghi sta lavorando bene da presidente del Consiglio e quindi mi auguro che vada avanti a lungo a lavorare bene da presidente del Consiglio»: l’improvviso dietrofront di Matteo Salvini arriva nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare gli emendamenti del Carroccio alla legge di Bilancio. Improvviso e clamoroso: Salvini fino a ieri era infatti annoverato tra i principali sponsor della ascesa al Colle più alto di Draghi, non fosse altro perché ciò comporterebbe, salvo clamorosi imprevisti, le elezioni anticipate nella primavera 2022. Ieri, invece, il leader della Lega ha dato ragione a Silvio Berlusconi, che in una intervista al Corriere della Sera ha auspicato che Draghi «continui a lavorare con serietà fino a quando sarà necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall’emergenza: saremo i primi a collaborare lealmente all’attività dell’esecutivo. L’autorevolezza e l’esperienza di Draghi», ha aggiunto Berlusconi, «sono un patrimonio del quale l’Italia deve profittare».
Occorre a questo punto interpretare la svolta di Salvini, e per farlo non si può non partire dall’ambizione di Berlusconi di diventare presidente della Repubblica. Ambizione, non sogno o delirio: il Cav ci sta lavorando sul serio, tentando di convincere quella cinquantina di grandi elettori che, aggiunti ai voti di un centrodestra compatto, gli consentirebbero di raggiungere la fatidica soglia dei 505 voti e coronare nella maniera più clamorosa la sua carriera politica. Ma se il centrodestra deve essere compatto su Berlusconi, lo deve essere a partire dalla Lega, che ha i gruppi parlamentari più numerosi: Salvini potrebbe aver semplicemente voluto concedere qualche speranza in più all’«amico Silvio», assecondandone l’ambizione per disciplina di coalizione, ma in realtà potrebbe avere in mente, ancora, l’elezione di Draghi per andare al voto subito dopo, tentare di vincere la sfida elettorale con Giorgia Meloni e diventare (se i sondaggi di oggi saranno confermati dalle urne) presidente del Consiglio.
Non è detto, però, che quella di Salvini sia solo tattica: la sua conversione alla permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe anche essere sincera, anche se magari non esattamente spontanea. Salvini, ricordiamolo sempre, nella Lega deve fare i conti con un fronte di pasdaran di Draghi premier abbastanza consistente, capitanato dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. La sortita di ieri, quindi, permetterebbe a Salvini di prendere due piccioni (del calibro di Berlusconi e Giorgetti) con una fava: del resto, fino a quando Draghi non avrà fatto capire che ha intenzione di fare, se restare premier o tentare la scalata al Quirinale, le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti lasciano il tempo che trovano. Siamo, come ben si vede, nel campo dell’ermeneutica, poiché Draghi tiene ancora le carte coperte, e tutti i protagonisti politici sono così legati alle sue (in)decisioni. A meno che (terza ipotesi) Draghi non abbia manifestato a qualcuno la sua intenzione di restare premier: Salvini in questo caso non avrebbe fatto altro che giocare di sponda, intestandosi una decisione non sua, come da buona norma della comunicazione politica. Infine, ma non in ordine di importanza, una ulteriore chiave di lettura delle parole di Salvini potrebbe essere questa: considerato che Draghi continua a non rivelare le sue intenzioni, il leader della Lega potrebbe aver voluto stanare il premier, facendogli capire che non è detto che il Carroccio resterà immobile nell’attesa di un cenno del capo dell’uomo-sfinge. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata dalla risposta in serata dello stesso Salvini a domanda sull’investitura di Draghi: «Chiedete a lui. Non parlo di Quirinale fino a gennaio». Come dire: io non parlo, parli lui.
La Verità ha chiesto a un esponente di primo piano del governo una interpretazione del dietrofront del leader della Lega: «Salvini», dice la nostra fonte, «sa benissimo che il silenzio di Draghi sta portando i partiti a ragionare su ipotesi alternative per la successione a Mattarella. Berlusconi a parte, che gioca una sua partita, i nomi che girano vorticosamente in queste ore sono quelli di Giuliano Amato e Anna Finocchiaro».
In sintesi, le parole di Salvini, il suo auspicio che Draghi resti a Palazzo Chigi, sono il segnale che qualunque sia la lettura da dare a queste dichiarazioni la corsa al Colle sta avendo una accelerazione. Del resto, mancano due mesi alla convocazione del parlamento in seduta comune, ed è naturale che le forze politiche stiano intensificando le discussioni. Non manca chi, nei palazzi romani, sospetta che la ritrosia di Draghi a ufficializzare la disponibilità alla successione di Mattarella sia legata al timore di non riuscire a essere eletto al primo scrutinio, quando è necessaria una maggioranza dei 2/3 dei grandi elettori, ovvero 672, così come nel secondo e nel terzo (dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta, ovvero 505). Draghi affossato da franchi tiratori che hanno paura di andare al voto? In realtà, sembra francamente fantascienza: uno scenario del genere non potrebbe che portare a una traumatica caduta del governo.
Conte abbatte un altro totem 5 stelle
Direbbero gli antipatizzanti: «supercazzola con pochette», oppure «più Conte Mascetti (nel senso di Amici miei) che Conte Giuseppe».
Infatti, considerando le martellanti litanie anticasta dei grillini, fa una certa impressione la lettura del post di ieri pomeriggio del neo leader Conte, la cui autorevolezza appare peraltro già minata dalle battute sarcastiche di Beppe Grillo (sui «penultimatum» contiani) e sull’ormai costante smarcamento di Luigi Di Maio. E se a questo si aggiunge il tentativo di giustificare la possibilità di accedere al 2 per mille, l’effetto involontariamente comico appare garantito.
Ecco dunque il Conte di ieri su Facebook. Come foglia di fico, l’ex premier parte dalla citazione di un’altra votazione che avverrà sulla piattaforma («dobbiamo decidere sulla restituzione di parte degli stipendi dei nostri parlamentari alla collettività»).
Poi, le dolenti note: «L’altra odierna votazione riguarda un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato: la possibilità per il Movimento di accedere al 2x1000». E già qui Conte sembra mettere le mani avanti: non l’ha voluto lui, gliel’hanno chiesto.
E poi ancora sullo stesso tasto, per scaricare altrove la responsabilità della vicenda: «Questa votazione è l’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace».
Poi un’altra excusatio: pure i parlamentari l’avrebbero sollecitato. «La settimana scorsa», scrive l’ex premier, «i gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti».
Conclusione: «Affrontiamo questo passaggio in maniera serena, valutando liberamente e scegliendo consapevolmente». Ultima chiosa ancora più democristiana: «Posso anticiparvi che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali (penso, ad esempio, a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione). Nel caso in cui prevarrà un voto contrario, state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le microdonazioni».
A favore, è schierato il presidente della commissione Affari europei di Montecitorio, Sergio Battelli: «È un contributo volontario e trasparente che ci consentirebbe di finanziare più e meglio le nostre attività sui territori». Dice no l’ex ministro Danilo Toninelli, con una dichiarazione resa all’edizione online del Fatto quotidiano: «Sono soldi pubblici che invece di restare nelle casse dello Stato vanno a foraggiare i partiti. Il Movimento ha dimostrato che la politica si può fare senza soldi pubblici: è un aspetto identitario che ci distingue da tutti gli altri e non possiamo abbandonarlo».
Ma forse sarebbe più facile squarciare il velo dell’ipocrisia e ammettere ciò che è ormai evidente: dopo la caduta del dogma dei due soli mandati, viene meno un altro punto fermo, oggetto di anni di propaganda. I grillini sono ormai un partito come gli altri. Al massimo, usano le consultazioni online per giustificare l’archiviazione, una dopo l’altra, delle giaculatorie del passato.
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Il leader leghista si dice d’accordo con Silvio Berlusconi per blindare Super Mario a Palazzo Chigi. Atto di cortesia nei confronti del Cav e delle sue ambizioni. Ma che mira anche a scoprire le carte del presidente del Consiglio.Con la possibilità di accedere al 2 per mille e ai soldi pubblici viene meno l’ennesimo punto fermo della propaganda grillina. Giuseppe Conte si barcamena, i militanti si dividono.Lo speciale contiene due articoli.«Condivido le parole di Berlusconi, Draghi sta lavorando bene da presidente del Consiglio e quindi mi auguro che vada avanti a lungo a lavorare bene da presidente del Consiglio»: l’improvviso dietrofront di Matteo Salvini arriva nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare gli emendamenti del Carroccio alla legge di Bilancio. Improvviso e clamoroso: Salvini fino a ieri era infatti annoverato tra i principali sponsor della ascesa al Colle più alto di Draghi, non fosse altro perché ciò comporterebbe, salvo clamorosi imprevisti, le elezioni anticipate nella primavera 2022. Ieri, invece, il leader della Lega ha dato ragione a Silvio Berlusconi, che in una intervista al Corriere della Sera ha auspicato che Draghi «continui a lavorare con serietà fino a quando sarà necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall’emergenza: saremo i primi a collaborare lealmente all’attività dell’esecutivo. L’autorevolezza e l’esperienza di Draghi», ha aggiunto Berlusconi, «sono un patrimonio del quale l’Italia deve profittare».Occorre a questo punto interpretare la svolta di Salvini, e per farlo non si può non partire dall’ambizione di Berlusconi di diventare presidente della Repubblica. Ambizione, non sogno o delirio: il Cav ci sta lavorando sul serio, tentando di convincere quella cinquantina di grandi elettori che, aggiunti ai voti di un centrodestra compatto, gli consentirebbero di raggiungere la fatidica soglia dei 505 voti e coronare nella maniera più clamorosa la sua carriera politica. Ma se il centrodestra deve essere compatto su Berlusconi, lo deve essere a partire dalla Lega, che ha i gruppi parlamentari più numerosi: Salvini potrebbe aver semplicemente voluto concedere qualche speranza in più all’«amico Silvio», assecondandone l’ambizione per disciplina di coalizione, ma in realtà potrebbe avere in mente, ancora, l’elezione di Draghi per andare al voto subito dopo, tentare di vincere la sfida elettorale con Giorgia Meloni e diventare (se i sondaggi di oggi saranno confermati dalle urne) presidente del Consiglio. Non è detto, però, che quella di Salvini sia solo tattica: la sua conversione alla permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe anche essere sincera, anche se magari non esattamente spontanea. Salvini, ricordiamolo sempre, nella Lega deve fare i conti con un fronte di pasdaran di Draghi premier abbastanza consistente, capitanato dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. La sortita di ieri, quindi, permetterebbe a Salvini di prendere due piccioni (del calibro di Berlusconi e Giorgetti) con una fava: del resto, fino a quando Draghi non avrà fatto capire che ha intenzione di fare, se restare premier o tentare la scalata al Quirinale, le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti lasciano il tempo che trovano. Siamo, come ben si vede, nel campo dell’ermeneutica, poiché Draghi tiene ancora le carte coperte, e tutti i protagonisti politici sono così legati alle sue (in)decisioni. A meno che (terza ipotesi) Draghi non abbia manifestato a qualcuno la sua intenzione di restare premier: Salvini in questo caso non avrebbe fatto altro che giocare di sponda, intestandosi una decisione non sua, come da buona norma della comunicazione politica. Infine, ma non in ordine di importanza, una ulteriore chiave di lettura delle parole di Salvini potrebbe essere questa: considerato che Draghi continua a non rivelare le sue intenzioni, il leader della Lega potrebbe aver voluto stanare il premier, facendogli capire che non è detto che il Carroccio resterà immobile nell’attesa di un cenno del capo dell’uomo-sfinge. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata dalla risposta in serata dello stesso Salvini a domanda sull’investitura di Draghi: «Chiedete a lui. Non parlo di Quirinale fino a gennaio». Come dire: io non parlo, parli lui.La Verità ha chiesto a un esponente di primo piano del governo una interpretazione del dietrofront del leader della Lega: «Salvini», dice la nostra fonte, «sa benissimo che il silenzio di Draghi sta portando i partiti a ragionare su ipotesi alternative per la successione a Mattarella. Berlusconi a parte, che gioca una sua partita, i nomi che girano vorticosamente in queste ore sono quelli di Giuliano Amato e Anna Finocchiaro».In sintesi, le parole di Salvini, il suo auspicio che Draghi resti a Palazzo Chigi, sono il segnale che qualunque sia la lettura da dare a queste dichiarazioni la corsa al Colle sta avendo una accelerazione. Del resto, mancano due mesi alla convocazione del parlamento in seduta comune, ed è naturale che le forze politiche stiano intensificando le discussioni. Non manca chi, nei palazzi romani, sospetta che la ritrosia di Draghi a ufficializzare la disponibilità alla successione di Mattarella sia legata al timore di non riuscire a essere eletto al primo scrutinio, quando è necessaria una maggioranza dei 2/3 dei grandi elettori, ovvero 672, così come nel secondo e nel terzo (dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta, ovvero 505). Draghi affossato da franchi tiratori che hanno paura di andare al voto? In realtà, sembra francamente fantascienza: uno scenario del genere non potrebbe che portare a una traumatica caduta del governo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dietrofront-premier-draghi-colle-2655882397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-abbatte-un-altro-totem-5-stelle" data-post-id="2655882397" data-published-at="1638215838" data-use-pagination="False"> Conte abbatte un altro totem 5 stelle Direbbero gli antipatizzanti: «supercazzola con pochette», oppure «più Conte Mascetti (nel senso di Amici miei) che Conte Giuseppe». Infatti, considerando le martellanti litanie anticasta dei grillini, fa una certa impressione la lettura del post di ieri pomeriggio del neo leader Conte, la cui autorevolezza appare peraltro già minata dalle battute sarcastiche di Beppe Grillo (sui «penultimatum» contiani) e sull’ormai costante smarcamento di Luigi Di Maio. E se a questo si aggiunge il tentativo di giustificare la possibilità di accedere al 2 per mille, l’effetto involontariamente comico appare garantito. Ecco dunque il Conte di ieri su Facebook. Come foglia di fico, l’ex premier parte dalla citazione di un’altra votazione che avverrà sulla piattaforma («dobbiamo decidere sulla restituzione di parte degli stipendi dei nostri parlamentari alla collettività»). Poi, le dolenti note: «L’altra odierna votazione riguarda un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato: la possibilità per il Movimento di accedere al 2x1000». E già qui Conte sembra mettere le mani avanti: non l’ha voluto lui, gliel’hanno chiesto. E poi ancora sullo stesso tasto, per scaricare altrove la responsabilità della vicenda: «Questa votazione è l’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace». Poi un’altra excusatio: pure i parlamentari l’avrebbero sollecitato. «La settimana scorsa», scrive l’ex premier, «i gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti». Conclusione: «Affrontiamo questo passaggio in maniera serena, valutando liberamente e scegliendo consapevolmente». Ultima chiosa ancora più democristiana: «Posso anticiparvi che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali (penso, ad esempio, a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione). Nel caso in cui prevarrà un voto contrario, state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le microdonazioni». A favore, è schierato il presidente della commissione Affari europei di Montecitorio, Sergio Battelli: «È un contributo volontario e trasparente che ci consentirebbe di finanziare più e meglio le nostre attività sui territori». Dice no l’ex ministro Danilo Toninelli, con una dichiarazione resa all’edizione online del Fatto quotidiano: «Sono soldi pubblici che invece di restare nelle casse dello Stato vanno a foraggiare i partiti. Il Movimento ha dimostrato che la politica si può fare senza soldi pubblici: è un aspetto identitario che ci distingue da tutti gli altri e non possiamo abbandonarlo». Ma forse sarebbe più facile squarciare il velo dell’ipocrisia e ammettere ciò che è ormai evidente: dopo la caduta del dogma dei due soli mandati, viene meno un altro punto fermo, oggetto di anni di propaganda. I grillini sono ormai un partito come gli altri. Al massimo, usano le consultazioni online per giustificare l’archiviazione, una dopo l’altra, delle giaculatorie del passato.
Persone guardano i loro telefoni per strada durante un'interruzione di corrente a L'Avana (Ansa)
Ci stanno pensando i cubani, in effetti, a protestare per le strade inneggiando alla libertà e urlando «abbasso il comunismo», dopo il crollo quasi totale del National electric system (Sen) mercoledì scorso, che ha lasciato gran parte del Paese senza elettricità. La disconnessione dell’impianto di Guiteras, il più grande di Cuba, ha innescato una reazione a catena che ha destabilizzato la rete elettrica nazionale che, sebbene gradualmente ripristinata, continua a funzionare a singhiozzo: le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno e interessano abitazioni private, approvvigionamento idrico, trasporti e conservazione degli alimenti.
La crisi energetica è dovuta a una combinazione di fattori strutturali: centrali termoelettriche vetuste e malfunzionanti, scarsa manutenzione, carenza di carburante. Il sistema elettrico cubano è in agonia, non essendo in grado di fornire quotidianamente più di 1.500/1.600 megawatt. Il colpo finale lo ha dato la pressione esercitata dagli Stati Uniti sui Paesi e sulle società che forniscono carburante al regime, dopo la cattura di Nicolás Maduro che per anni ne aveva garantito la sopravvivenza.
Il 29 gennaio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che definisce il governo cubano una «minaccia straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, misura che consente sanzioni economiche volte a limitare la fornitura di petrolio all’isola. Allo stesso tempo, i membri del Congresso cubano-americani e gli attivisti esiliati insistono sulla pressione interna ed esterna e stanno esortando i cubani a protestare per accelerare il crollo del regime.
«Non hanno soldi. Non hanno più niente in questo momento», ha detto Trump ai giornalisti, «abbiamo tagliato tutto il petrolio, tutto il denaro, tutto ciò che arrivava dal Venezuela». È da gennaio, inoltre, che l’amministrazione Trump è alla ricerca di alti funzionari del governo cubano che possano favorire il crollo del regime comunista «entro la fine dell’anno», forti del fatto che l’economia di Cuba è vicina al collasso e che il governo non è mai stato così fragile dopo aver perso l’appoggio vitale di Maduro. Dall’altra sponda del mar dei Caraibi, il procuratore federale della Florida Jason Reding Quinones ha creato un gruppo di lavoro che include funzionari del dipartimento del Tesoro, dell’Fbi e della Dea per raccogliere prove per mettere in piedi procedimenti penali contro i leader del governo cubano e del Partito comunista per potenziali crimini legati a droghe, immigrazione e altre violazioni: lo stesso fratello di Fidel Castro, Raul, 94 anni, è stato recentemente incriminato dal dipartimento di Giustizia Usa per il suo coinvolgimento diretto nell’abbattimento di due aerei civili nientemeno che nel 1996.
Dopo l’arresto di Maduro e l’insediamento a capo del Paese della sua più flessibile vicepresidente, Delcy Rodriguez - operazione lampo che ha consentito la deposizione di un leader ostile assicurando agli Usa l’accesso a vaste riserve petrolifere senza spargimento di sangue americano - ora l’amministrazione Trump è alla ricerca del/della «Delcy of Cuba».
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Siamo d’accordissimo: la festa della donna non si celebra solo l’8 marzo. Si dovrebbe aggiungere che la donna è di per sé una festa, ma noi ci adeguiamo un po’ alla moda della consuetudine: mimose e promesse di rispetto che invece deve diventare codice quotidiano! Per darvi un’idea sfiziosa e veloce che serve a portare a tavola un omaggio alla femminilità ecco questo appetizer che può essere un’ottima entrata, un compagno dell’aperitivo, un felice intermezzo.
Ingredienti – 4 uova XXL, 120 gr di tonno sott’olio peso sgocciolato, un cucchiaio di capperi sotto sale, due filetti di acciughe, 70 gr di maionese già fatta, un ciuffo di prezzemolo.
Procedimento – Mettete a lessare le uova partendo da acqua fredda, dalla presa del bollore cuocete per 8 minuti. Dissalate bene i capperi. Nel frattempo fate un trito finissimo di prezzemolo, capperi e acciughe. Sgocciolate bene il tonno. Quando le uova sono a punto, freddatele, sgusciatele e con l’aiuto di un coltello ben affilato e bagnato dividetele a metà per la lunghezza. Estraete i tuorli e raccoglieteli in una ciottola dove li sbriciolerete con le mani. In un'altra ciotola unite tonno, maionese e battuto di prezzemolo acciughe e capperi con un’esigua parte dei rossi d’uovo sbriciolati. Mescolate bene e poi riempite con questo composto le metà delle uova che sistemerete nel vassoio di portata cospargendole poi con i rossi d’uovo sbriciolati che vi daranno uno scenografico effetto mimosa.
Come far divertire i bambini – Date a loro il compito di amalgamare tutti gli ingredienti per la farcitura delle uova.
Abbinamento – Per la sua solarità abbiamo scelto dalla Sicilia un Grillo spumante metodo Martinotti. Per esaltare la territorialità scegliete spumanti da vitigni autoctoni: una Passerina, un Bellone, un Durello, un Torbato. S’intende che vanno benissimo tutti i Prosecco. Abbinate comunque spumanti di non eccessiva struttura.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto e il ministro degli Esteri Antonio Tajani durante le comunicazioni del governo sulla crisi in Iran (Ansa)
«Noi lavoriamo, per quanto possibile, all’obiettivo di ridurre le tensioni e verificare se vi sia ancora una possibilità di riprendere i negoziati», ha proseguito, sottolineando di essersi confrontata con Friedrich Merz, Emmanuel Macron e Keir Starmer per evitare «un’ulteriore escalation». Tutto questo, mentre Guido Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza con i vertici militari e i rappresentanti dell’industria delle armi per «rafforzare le difese».
Nel frattempo, Donald Trump continua ad aumentare la pressione militare sull’Iran. «Oggi l’Iran sarà colpito duramente!», ha tuonato ieri su Truth. «A causa del cattivo comportamento dell’Iran, sto prendendo seriamente in considerazione la distruzione completa e la morte certa di aree e gruppi di persone che fino a questo momento non erano stati considerati come obiettivi», ha aggiunto. L’inquilino della Casa Bianca ha anche rivendicato il merito del fatto che il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, si sia scusato con i Paesi del Golfo per gli attacchi di Teheran nei loro confronti. «L’Iran, che è stato colpito a morte, si è scusato e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non sparerà più contro di loro. Questa promessa è stata fatta solo a causa dell’incessante attacco di Usa e Israele», ha affermato, per poi proseguire: «L’Iran non è più il bullo del Medio Oriente».
Sempre ieri, il presidente americano ha anche reso noto che gli Usa hanno distrutto 42 navi della Marina iraniana e annientato le telecomunicazioni del regime. È d’altronde in questo quadro che Washington non solo starebbe schierando in Medio Oriente dei sistemi antidrone già testati in Ucraina ma sarebbe anche pronta a inviare nella regione una terza portaerei: la George H.W. Bush. Sempre ieri, Trump ha altresì parlato dei sei soldati statunitensi rimasti uccisi durante l’operazione contro l’Iran. «Andrò a Dover, in una situazione molto triste, per salutare le famiglie degli eroi che tornano dall’Iran e che tornano a casa in un modo diverso da come pensavano», ha detto prima di recarsi nella base di Dover, in Delaware, dove si sarebbe tenuta la cerimonia per il rientro delle salme.
Tuttavia, per quanto continui a martellare militarmente l’Iran, il presidente non sembra intenzionato ad attuare un regime change alla Bush jr. Secondo il Washington Post, un rapporto redatto dal National Intelligence Council statunitense prima dell’attacco, avrebbe sottolineato l’improbabilità di conseguire un cambio di regime, anche in presenza di un’offensiva su larga scala. Inoltre, parlando l’altro ieri con la Cnn, Trump ha aperto a due possibilità, e cioè che il prossimo governo di Teheran sia guidato da un religioso e che il futuro assetto istituzionale del Paese non sia di natura democratica. La stessa Casa Bianca ha chiarito che, quando il presidente ha parlato di «resa incondizionata» dell’Iran, si riferiva alla necessità di farlo cessare di essere una minaccia per gli Usa.
Ciò detto, secondo Nbc News, Trump avrebbe privatamente aperto all’ipotesi di inviare soldati statunitensi in territorio iraniano. Tuttavia, stando alla testata, l’idea non sarebbe quella di un’invasione su larga scala. In realtà, il presidente starebbe pensando di schierare un «piccolo contingente» da usare «per specifici scopi strategici». Non solo. Secondo Nbc News, Trump auspicherebbe anche che il prossimo governo iraniano cooperi con Washington nella produzione di petrolio, secondo il modello messo in campo a Caracas dopo la cattura di Nicolas Maduro.
L’inquilino della Casa Bianca sembra quindi propenso a una soluzione venezuelana: in altre parole, dopo aver decapitato e sdentato il regime khomeinista, punta a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Un simile scenario, per quanto non facile da attuare, garantirebbe a Washington di evitare costose operazioni di nation building. È anche in quest’ottica che, alcuni giorni fa, Trump ha chiesto di essere «coinvolto» nella scelta del successore di Ali Khamenei a Guida suprema dell’Iran. Il punto è che Israele sembra scettico sulla soluzione venezuelana, preferendo un regime change classico. «Siamo ottimisti sulla capacità di far crollare il regime», ha detto ieri un funzionario dello Stato ebraico. Questo pare confermare che Trump e Netanyahu non siano attualmente in sintonia sul futuro politico dell’Iran.
Nel frattempo, il ministero della Difesa britannico ha reso noto che il Regno Unito ha messo a disposizione degli Usa le sue basi per «specifiche operazioni difensive volte a impedire all’Iran di lanciare missili nella regione». Il via libera di Londra è arrivato dopo che, negli scorsi giorni, Trump si era lamentato della scarsa assistenza fornita da Starmer alla Casa Bianca nell’operazione contro Teheran.
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