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2021-11-30
Salvini fa dietrofront sul premier e tenta di stanare Draghi per il Colle
Silvio Berlusconi e Matteo Salvini (Ansa)
«Condivido le parole di Berlusconi, Draghi sta lavorando bene da presidente del Consiglio e quindi mi auguro che vada avanti a lungo a lavorare bene da presidente del Consiglio»: l’improvviso dietrofront di Matteo Salvini arriva nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare gli emendamenti del Carroccio alla legge di Bilancio. Improvviso e clamoroso: Salvini fino a ieri era infatti annoverato tra i principali sponsor della ascesa al Colle più alto di Draghi, non fosse altro perché ciò comporterebbe, salvo clamorosi imprevisti, le elezioni anticipate nella primavera 2022. Ieri, invece, il leader della Lega ha dato ragione a Silvio Berlusconi, che in una intervista al Corriere della Sera ha auspicato che Draghi «continui a lavorare con serietà fino a quando sarà necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall’emergenza: saremo i primi a collaborare lealmente all’attività dell’esecutivo. L’autorevolezza e l’esperienza di Draghi», ha aggiunto Berlusconi, «sono un patrimonio del quale l’Italia deve profittare».
Occorre a questo punto interpretare la svolta di Salvini, e per farlo non si può non partire dall’ambizione di Berlusconi di diventare presidente della Repubblica. Ambizione, non sogno o delirio: il Cav ci sta lavorando sul serio, tentando di convincere quella cinquantina di grandi elettori che, aggiunti ai voti di un centrodestra compatto, gli consentirebbero di raggiungere la fatidica soglia dei 505 voti e coronare nella maniera più clamorosa la sua carriera politica. Ma se il centrodestra deve essere compatto su Berlusconi, lo deve essere a partire dalla Lega, che ha i gruppi parlamentari più numerosi: Salvini potrebbe aver semplicemente voluto concedere qualche speranza in più all’«amico Silvio», assecondandone l’ambizione per disciplina di coalizione, ma in realtà potrebbe avere in mente, ancora, l’elezione di Draghi per andare al voto subito dopo, tentare di vincere la sfida elettorale con Giorgia Meloni e diventare (se i sondaggi di oggi saranno confermati dalle urne) presidente del Consiglio.
Non è detto, però, che quella di Salvini sia solo tattica: la sua conversione alla permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe anche essere sincera, anche se magari non esattamente spontanea. Salvini, ricordiamolo sempre, nella Lega deve fare i conti con un fronte di pasdaran di Draghi premier abbastanza consistente, capitanato dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. La sortita di ieri, quindi, permetterebbe a Salvini di prendere due piccioni (del calibro di Berlusconi e Giorgetti) con una fava: del resto, fino a quando Draghi non avrà fatto capire che ha intenzione di fare, se restare premier o tentare la scalata al Quirinale, le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti lasciano il tempo che trovano. Siamo, come ben si vede, nel campo dell’ermeneutica, poiché Draghi tiene ancora le carte coperte, e tutti i protagonisti politici sono così legati alle sue (in)decisioni. A meno che (terza ipotesi) Draghi non abbia manifestato a qualcuno la sua intenzione di restare premier: Salvini in questo caso non avrebbe fatto altro che giocare di sponda, intestandosi una decisione non sua, come da buona norma della comunicazione politica. Infine, ma non in ordine di importanza, una ulteriore chiave di lettura delle parole di Salvini potrebbe essere questa: considerato che Draghi continua a non rivelare le sue intenzioni, il leader della Lega potrebbe aver voluto stanare il premier, facendogli capire che non è detto che il Carroccio resterà immobile nell’attesa di un cenno del capo dell’uomo-sfinge. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata dalla risposta in serata dello stesso Salvini a domanda sull’investitura di Draghi: «Chiedete a lui. Non parlo di Quirinale fino a gennaio». Come dire: io non parlo, parli lui.
La Verità ha chiesto a un esponente di primo piano del governo una interpretazione del dietrofront del leader della Lega: «Salvini», dice la nostra fonte, «sa benissimo che il silenzio di Draghi sta portando i partiti a ragionare su ipotesi alternative per la successione a Mattarella. Berlusconi a parte, che gioca una sua partita, i nomi che girano vorticosamente in queste ore sono quelli di Giuliano Amato e Anna Finocchiaro».
In sintesi, le parole di Salvini, il suo auspicio che Draghi resti a Palazzo Chigi, sono il segnale che qualunque sia la lettura da dare a queste dichiarazioni la corsa al Colle sta avendo una accelerazione. Del resto, mancano due mesi alla convocazione del parlamento in seduta comune, ed è naturale che le forze politiche stiano intensificando le discussioni. Non manca chi, nei palazzi romani, sospetta che la ritrosia di Draghi a ufficializzare la disponibilità alla successione di Mattarella sia legata al timore di non riuscire a essere eletto al primo scrutinio, quando è necessaria una maggioranza dei 2/3 dei grandi elettori, ovvero 672, così come nel secondo e nel terzo (dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta, ovvero 505). Draghi affossato da franchi tiratori che hanno paura di andare al voto? In realtà, sembra francamente fantascienza: uno scenario del genere non potrebbe che portare a una traumatica caduta del governo.
Conte abbatte un altro totem 5 stelle
Direbbero gli antipatizzanti: «supercazzola con pochette», oppure «più Conte Mascetti (nel senso di Amici miei) che Conte Giuseppe».
Infatti, considerando le martellanti litanie anticasta dei grillini, fa una certa impressione la lettura del post di ieri pomeriggio del neo leader Conte, la cui autorevolezza appare peraltro già minata dalle battute sarcastiche di Beppe Grillo (sui «penultimatum» contiani) e sull’ormai costante smarcamento di Luigi Di Maio. E se a questo si aggiunge il tentativo di giustificare la possibilità di accedere al 2 per mille, l’effetto involontariamente comico appare garantito.
Ecco dunque il Conte di ieri su Facebook. Come foglia di fico, l’ex premier parte dalla citazione di un’altra votazione che avverrà sulla piattaforma («dobbiamo decidere sulla restituzione di parte degli stipendi dei nostri parlamentari alla collettività»).
Poi, le dolenti note: «L’altra odierna votazione riguarda un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato: la possibilità per il Movimento di accedere al 2x1000». E già qui Conte sembra mettere le mani avanti: non l’ha voluto lui, gliel’hanno chiesto.
E poi ancora sullo stesso tasto, per scaricare altrove la responsabilità della vicenda: «Questa votazione è l’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace».
Poi un’altra excusatio: pure i parlamentari l’avrebbero sollecitato. «La settimana scorsa», scrive l’ex premier, «i gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti».
Conclusione: «Affrontiamo questo passaggio in maniera serena, valutando liberamente e scegliendo consapevolmente». Ultima chiosa ancora più democristiana: «Posso anticiparvi che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali (penso, ad esempio, a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione). Nel caso in cui prevarrà un voto contrario, state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le microdonazioni».
A favore, è schierato il presidente della commissione Affari europei di Montecitorio, Sergio Battelli: «È un contributo volontario e trasparente che ci consentirebbe di finanziare più e meglio le nostre attività sui territori». Dice no l’ex ministro Danilo Toninelli, con una dichiarazione resa all’edizione online del Fatto quotidiano: «Sono soldi pubblici che invece di restare nelle casse dello Stato vanno a foraggiare i partiti. Il Movimento ha dimostrato che la politica si può fare senza soldi pubblici: è un aspetto identitario che ci distingue da tutti gli altri e non possiamo abbandonarlo».
Ma forse sarebbe più facile squarciare il velo dell’ipocrisia e ammettere ciò che è ormai evidente: dopo la caduta del dogma dei due soli mandati, viene meno un altro punto fermo, oggetto di anni di propaganda. I grillini sono ormai un partito come gli altri. Al massimo, usano le consultazioni online per giustificare l’archiviazione, una dopo l’altra, delle giaculatorie del passato.
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Il leader leghista si dice d’accordo con Silvio Berlusconi per blindare Super Mario a Palazzo Chigi. Atto di cortesia nei confronti del Cav e delle sue ambizioni. Ma che mira anche a scoprire le carte del presidente del Consiglio.Con la possibilità di accedere al 2 per mille e ai soldi pubblici viene meno l’ennesimo punto fermo della propaganda grillina. Giuseppe Conte si barcamena, i militanti si dividono.Lo speciale contiene due articoli.«Condivido le parole di Berlusconi, Draghi sta lavorando bene da presidente del Consiglio e quindi mi auguro che vada avanti a lungo a lavorare bene da presidente del Consiglio»: l’improvviso dietrofront di Matteo Salvini arriva nel corso di un incontro con i giornalisti per illustrare gli emendamenti del Carroccio alla legge di Bilancio. Improvviso e clamoroso: Salvini fino a ieri era infatti annoverato tra i principali sponsor della ascesa al Colle più alto di Draghi, non fosse altro perché ciò comporterebbe, salvo clamorosi imprevisti, le elezioni anticipate nella primavera 2022. Ieri, invece, il leader della Lega ha dato ragione a Silvio Berlusconi, che in una intervista al Corriere della Sera ha auspicato che Draghi «continui a lavorare con serietà fino a quando sarà necessario, fino al 2023, quando saremo usciti dall’emergenza: saremo i primi a collaborare lealmente all’attività dell’esecutivo. L’autorevolezza e l’esperienza di Draghi», ha aggiunto Berlusconi, «sono un patrimonio del quale l’Italia deve profittare».Occorre a questo punto interpretare la svolta di Salvini, e per farlo non si può non partire dall’ambizione di Berlusconi di diventare presidente della Repubblica. Ambizione, non sogno o delirio: il Cav ci sta lavorando sul serio, tentando di convincere quella cinquantina di grandi elettori che, aggiunti ai voti di un centrodestra compatto, gli consentirebbero di raggiungere la fatidica soglia dei 505 voti e coronare nella maniera più clamorosa la sua carriera politica. Ma se il centrodestra deve essere compatto su Berlusconi, lo deve essere a partire dalla Lega, che ha i gruppi parlamentari più numerosi: Salvini potrebbe aver semplicemente voluto concedere qualche speranza in più all’«amico Silvio», assecondandone l’ambizione per disciplina di coalizione, ma in realtà potrebbe avere in mente, ancora, l’elezione di Draghi per andare al voto subito dopo, tentare di vincere la sfida elettorale con Giorgia Meloni e diventare (se i sondaggi di oggi saranno confermati dalle urne) presidente del Consiglio. Non è detto, però, che quella di Salvini sia solo tattica: la sua conversione alla permanenza a Palazzo Chigi di Mario Draghi potrebbe anche essere sincera, anche se magari non esattamente spontanea. Salvini, ricordiamolo sempre, nella Lega deve fare i conti con un fronte di pasdaran di Draghi premier abbastanza consistente, capitanato dal più draghiano dei leghisti, ovvero Giancarlo Giorgetti. La sortita di ieri, quindi, permetterebbe a Salvini di prendere due piccioni (del calibro di Berlusconi e Giorgetti) con una fava: del resto, fino a quando Draghi non avrà fatto capire che ha intenzione di fare, se restare premier o tentare la scalata al Quirinale, le dichiarazioni rilasciate ai giornalisti lasciano il tempo che trovano. Siamo, come ben si vede, nel campo dell’ermeneutica, poiché Draghi tiene ancora le carte coperte, e tutti i protagonisti politici sono così legati alle sue (in)decisioni. A meno che (terza ipotesi) Draghi non abbia manifestato a qualcuno la sua intenzione di restare premier: Salvini in questo caso non avrebbe fatto altro che giocare di sponda, intestandosi una decisione non sua, come da buona norma della comunicazione politica. Infine, ma non in ordine di importanza, una ulteriore chiave di lettura delle parole di Salvini potrebbe essere questa: considerato che Draghi continua a non rivelare le sue intenzioni, il leader della Lega potrebbe aver voluto stanare il premier, facendogli capire che non è detto che il Carroccio resterà immobile nell’attesa di un cenno del capo dell’uomo-sfinge. Ipotesi, questa, che sembrerebbe avvalorata dalla risposta in serata dello stesso Salvini a domanda sull’investitura di Draghi: «Chiedete a lui. Non parlo di Quirinale fino a gennaio». Come dire: io non parlo, parli lui.La Verità ha chiesto a un esponente di primo piano del governo una interpretazione del dietrofront del leader della Lega: «Salvini», dice la nostra fonte, «sa benissimo che il silenzio di Draghi sta portando i partiti a ragionare su ipotesi alternative per la successione a Mattarella. Berlusconi a parte, che gioca una sua partita, i nomi che girano vorticosamente in queste ore sono quelli di Giuliano Amato e Anna Finocchiaro».In sintesi, le parole di Salvini, il suo auspicio che Draghi resti a Palazzo Chigi, sono il segnale che qualunque sia la lettura da dare a queste dichiarazioni la corsa al Colle sta avendo una accelerazione. Del resto, mancano due mesi alla convocazione del parlamento in seduta comune, ed è naturale che le forze politiche stiano intensificando le discussioni. Non manca chi, nei palazzi romani, sospetta che la ritrosia di Draghi a ufficializzare la disponibilità alla successione di Mattarella sia legata al timore di non riuscire a essere eletto al primo scrutinio, quando è necessaria una maggioranza dei 2/3 dei grandi elettori, ovvero 672, così come nel secondo e nel terzo (dal quarto scrutinio in poi basta la maggioranza assoluta, ovvero 505). Draghi affossato da franchi tiratori che hanno paura di andare al voto? In realtà, sembra francamente fantascienza: uno scenario del genere non potrebbe che portare a una traumatica caduta del governo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-dietrofront-premier-draghi-colle-2655882397.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-abbatte-un-altro-totem-5-stelle" data-post-id="2655882397" data-published-at="1638215838" data-use-pagination="False"> Conte abbatte un altro totem 5 stelle Direbbero gli antipatizzanti: «supercazzola con pochette», oppure «più Conte Mascetti (nel senso di Amici miei) che Conte Giuseppe». Infatti, considerando le martellanti litanie anticasta dei grillini, fa una certa impressione la lettura del post di ieri pomeriggio del neo leader Conte, la cui autorevolezza appare peraltro già minata dalle battute sarcastiche di Beppe Grillo (sui «penultimatum» contiani) e sull’ormai costante smarcamento di Luigi Di Maio. E se a questo si aggiunge il tentativo di giustificare la possibilità di accedere al 2 per mille, l’effetto involontariamente comico appare garantito. Ecco dunque il Conte di ieri su Facebook. Come foglia di fico, l’ex premier parte dalla citazione di un’altra votazione che avverrà sulla piattaforma («dobbiamo decidere sulla restituzione di parte degli stipendi dei nostri parlamentari alla collettività»). Poi, le dolenti note: «L’altra odierna votazione riguarda un tema che è emerso con insistenza nel corso degli Stati generali dello scorso anno e che mi è stato a più riprese e da più parti sollevato: la possibilità per il Movimento di accedere al 2x1000». E già qui Conte sembra mettere le mani avanti: non l’ha voluto lui, gliel’hanno chiesto. E poi ancora sullo stesso tasto, per scaricare altrove la responsabilità della vicenda: «Questa votazione è l’approdo di un percorso iniziato dalla richiesta di molti attivisti che, faticosamente e quotidianamente, si adoperano sui territori per fare quella politica sana, ma anche spesso dispendiosa, che necessita però di un sostegno economico per poter essere continua ed efficace». Poi un’altra excusatio: pure i parlamentari l’avrebbero sollecitato. «La settimana scorsa», scrive l’ex premier, «i gruppi parlamentari di Camera e Senato, nel corso di un’assemblea congiunta, hanno concordato, pressoché unanimemente, di aprire a questa forma di finanziamento. Per parte mia, ho preso atto di questa richiesta e ho dichiarato subito che la decisione, com’è nella tradizione del Movimento per le scelte più significative, deve essere rimessa alla volontà degli iscritti». Conclusione: «Affrontiamo questo passaggio in maniera serena, valutando liberamente e scegliendo consapevolmente». Ultima chiosa ancora più democristiana: «Posso anticiparvi che se prevarrà un voto favorevole, mi impegnerò personalmente per garantire che queste somme siano destinate a favorire l’azione politica sui territori e l’elaborazione di nuovi progetti a beneficio delle comunità locali e nazionali (penso, ad esempio, a tutte le iniziative progettuali che saranno elaborate anche nell’ambito della Scuola di formazione). Nel caso in cui prevarrà un voto contrario, state certi che continueremo a fare quel che abbiamo sempre fatto e lo faremo con l’autofinanziamento e le microdonazioni». A favore, è schierato il presidente della commissione Affari europei di Montecitorio, Sergio Battelli: «È un contributo volontario e trasparente che ci consentirebbe di finanziare più e meglio le nostre attività sui territori». Dice no l’ex ministro Danilo Toninelli, con una dichiarazione resa all’edizione online del Fatto quotidiano: «Sono soldi pubblici che invece di restare nelle casse dello Stato vanno a foraggiare i partiti. Il Movimento ha dimostrato che la politica si può fare senza soldi pubblici: è un aspetto identitario che ci distingue da tutti gli altri e non possiamo abbandonarlo». Ma forse sarebbe più facile squarciare il velo dell’ipocrisia e ammettere ciò che è ormai evidente: dopo la caduta del dogma dei due soli mandati, viene meno un altro punto fermo, oggetto di anni di propaganda. I grillini sono ormai un partito come gli altri. Al massimo, usano le consultazioni online per giustificare l’archiviazione, una dopo l’altra, delle giaculatorie del passato.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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