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2021-09-05
Salvini lancia cinque idee per mediare. Il Pd vuole usare la fiducia come clava
Matteo Salvini (Ansa)
Sul green pass il premier, Mario Draghi, tira dritto, incurante delle critiche dell'opinione pubblica e dalla componente leghista della maggioranza. E si prepara ad allargare in modo massiccio la platea delle categorie per cui il lasciapassare sarà obbligatorio. Un'anticamera, forse, dell'obbligo vaccinale. Sta di fatto che settimana prossima, forse giovedì, si riunirà la cabina di regina che metterà a punto le nuove categorie, che confluiranno poi in un nuovo decreto, che dovrebbe entrare in vigore il 4 ottobre.
Le indiscrezioni parlano di un primo elenco imponente, che andrà a sanare, ma in termini ulteriormente restrittivi, la contraddizione tra l'obbligo per alcune categorie di utenti di servizi, con il personale che li eroga esentato. Il certificato sarà richiesto ai dipendenti della Pubblica amministrazione, ma anche a tutti i lavoratori impiegati in settori in cui è già necessaria la carta verde per gli utenti. A doversi munire di green pass saranno infatti: ristoratori e camerieri, i baristi, il personale di bordo di treni, aerei, navi e bus interregionali, quello di stadi, musei, musei, fiere, teatri, cinema, palestre e piscine. Più complesso il dibattito sull'imposizione dell'obbligo del certificato Covid per i passeggeri del trasporto pubblico locale: metropolitane, bus e tram, che incontra le perplessità del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini. Esattamente come un anno fa all'epoca della riapertura delle scuole (all'epoca il dibattito era sulla capienza consentita), il trasporto si dimostra ancora una volta l'ostacolo insormontabile nella prevenzione al virus: a differenza di quanto avviene sui treni ad Alta velocità, controllare con l'apposita app il Qr code di ogni passeggero che si avvicina ai tornelli della metropolitana di Milano o Roma all'ora di punta paralizzerebbe gli spostamenti dell'intera città. E lo stesso accadrebbe con autobus e tram. Il risultato però è che tutte quelle categorie a cui è stato e verrà imposto il certificato dovranno effettuare i loro spostamenti cittadini stipate in vagoni con altre centinaia di persone sconosciute, dopo aver atteso, altrettanto ammassate, il treno della metropolitana sulla banchina. O il tram alla fermata. Con tanti saluti non solo alle finalità del sempre più invasivo green pass, ma anche a qualsiasi ipotesi di tracciamento dei contatti dei positivi. Il premier però non sembra disponibile a nessun cambio di rotta, forte anche di una maggioranza che, almeno in pubblico, recepisce quasi incondizionatamente le sue proposte.
Con l'eccezione della Lega, il cui leader Matteo Salvini ieri, dopo aver ricordato che l'obbligo vaccinale non rientra tra gli accordi che hanno portato alla nascita del governo, ha presentato le proposte del Carroccio sul Covid, articolate in cinque punti, per provare a limitarlo: «Promozione della campagna vaccinale, riconoscendo l'efficacia dell'impegno dei sindaci, delle Regioni, della struttura commissariale e del governo […] e salvaguardando la libertà ed evitando obblighi o costrizioni […]; utilizzo del pass per favorire aperture in sicurezza a partire dai grandi eventi (per esempio, concerti o eventi sportivi), ma senza complicare la vita agli italiani; tamponi gratuiti per alcune categorie, così da permettere agevolmente l'ottenimento del green pass (ad esempio per i minori che fanno sport o le persone che non possono vaccinarsi); possibilità di usare tamponi salivari molecolari per ottenere il green pass; estensione dell'utilizzo degli anticorpi monoclonali prescrivibili anche dal medico di medicina generale». E proprio sui tamponi si potrebbe svolgere il dialogo all'interno della maggioranza. Non solo sul costo, ma anche sull'uso massivo di quelli salivari, la cui validità per ottenere il green pass è in già in corso di approvazione alla Camera, grazie a due emendamenti gemelli, presentati in commissione Affari sociali dalla Lega e dal M5s. L'utilizzo dei test salivari (non invasivi a differenza di quelli nasali), a prezzo calmierato o gratuiti, renderebbe infatti percorribile a chi non vuole sottoporsi al vaccino di mantenere la stessa autonomia di movimento di chi ha ricevuto le dosi del farmaco, paradossalmente con una maggiore chiarezza sullo stato di salute.
La proposta leghista scoprirà definitamente le carte sulle intenzioni del governo, che finora nel puntare tutto sulla campagna vaccinale, poteva contare, oltre che sulla formale mancanza di cure efficaci, anche sulla mancanza di alternative per la prevenzione. E che soprattutto chiarirà la linea di Draghi rispetto alle posizioni di critica costruttiva della Lega. E proprio dall'eventuale uso del voto di fiducia sulla conversione del decreto sul green pass si capirà se esiste una disponibilità all'ascolto delle posizioni della Lega e di Salvini. Di certo per Pd e M5s l'occasione di andare alla conta con un voto blindato per spaccare il Carroccio, o magari spingerlo fuori dalla maggioranza, è forte. Dietro l'angolo, poi, c'è l'idea di tirare dritto anche sulla imposizione dell'obbligo vaccinale se a ottobre non si sarà raggiunto il 90% di vaccinati sopra i 12 anni.
Nuovo round tra imprese e sindacati
Il green pass continua a dare non pochi grattacapi agli imprenditori che operano in Italia. Per cercare di sbloccare una situazione che vede da un lato la sicurezza dei lavoratori, ma dall'altra la necessità degli imprenditori di far lavorare senza ostacoli e a pieno regime le proprie aziende, domani Confindustria incontrerà i sindacati.
L'incontro fa seguito a una serie di botta e risposta tra le unioni dei lavoratori e l'associazione degli industriali in cui sostanzialmente le sigle sindacali si erano dette favorevoli all'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro solo a seguito di una legge ad hoc.
Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha ricordato più volte le condizioni per accettare il passaporto vaccinale nelle aziende: senza una legge, in pratica, non si va avanti. «Se il governo non fa la legge sull'obbligo vaccinale, non posso farla io», aveva detto. «Se non fai la legge e fai il green pass perché al tuo interno hai dei casini, il tampone deve essere gratuito. Non può essere il lavoratore a pagare, è una sciocchezza. Credo che governo e Parlamento si debbano assumere la responsabilità di una legge che renda obbligatorio il vaccino: spetta a loro».
Il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, giorni fa aveva per questo criticato i sindacati affermando che «all'uso estensivo del green pass sui luoghi di lavoro il sindacato, o almeno una parte, ha detto no, preferisce gettare la palla nel campo del governo, e dire “se volete e ve la sentite imponete con una legge l'obbligo vaccinale". È una fuga dalla responsabilità».
Domani l'obiettivo sarà trovare una mediazione che, soprattutto, non spinga i capi azienda a sobbarcarsi anche l'onere dei controlli per i lavoratori. La soluzione, in effetti, potrebbe arrivare dal governo. L'esecutivo potrebbe mettere la fiducia sul decreto green pass già da domani nell'Aula della Camera, aggirando i mal di pancia in primis interni ai parlamentari della Lega, ma anche di alcuni del Movimento 5 stelle.
D'altronde, sul tema, le opinioni dei politici sono molto diverse anche se, va detto, ormai si sta già andando nella direzione di un obbligo vaccinale più o meno «mascherato».
Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, ieri, a margine del forum Ambrosetti di Cernobbio, ha fatto sapere che «l'obbligo vaccinale andrebbe esteso a tutto il mondo del lavoro pubblico». Bisogna estenderlo, ha detto, «in maniera tale che ci sia una sorta di passaporto vaccinale che deve mettere in sicurezza tutto il mondo del lavoro e delle relazioni sociali», ha sottolineato.
Sempre in tema di lavoratori della Pubblica amministrazione, c'è poi il nodo delle mense scolastiche (mentre quello delle mense aziendali è ancora sul tavolo), luoghi in cui spesso si trovano a operare professionisti di aziende esterne. Su questo le organizzazioni sindacali e le cooperative hanno chiesto un confronto «urgente» al governo perché, si legge in una nota sindacale diffusa ieri, «in queste ore alcune amministrazioni locali» hanno chiesto l'obbligo del green pass creando ancora più confusione. «Chiediamo pertanto che il governo e il ministero operino un chiarimento della suddetta normativa», fanno sapere le unioni di lavoratori. Il problema è che, infatti, dall'obbligo previsto per scuole e università dovrebbero essere esclusi i dipendenti delle imprese in appalto a partire da quelle che gestiscono il servizio di ristorazione e mensa nelle scuole.
Ora non resta che attendere cosa succederà domani tra sindacati e Confindustria. La realtà è che la soluzione può arrivare solo dal governo con una norma ad hoc che regoli l'uso della certificazione verde e chi si deve far carico dei controlli.
La speranza è che l'esecutivo capisca che per i datori di lavoro questa non può essere l'ennesima spina nel fianco in arrivo dopo un periodo certo non facile per molti.
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Il premier punta a estendere il lasciapassare: dai camerieri ai baristi, fino al personale dei trasporti. Pressing della Lega per limitare l'obbligo vaccinale. E ottenere tamponi gratuiti, test salivari e anticorpi monoclonali.Domani Confindustria e le sigle dei lavoratori si incontreranno ancora. Restano da sciogliere il nodo dei controlli all'interno delle aziende e quello delle mense.Lo speciale contiene due articoli.Sul green pass il premier, Mario Draghi, tira dritto, incurante delle critiche dell'opinione pubblica e dalla componente leghista della maggioranza. E si prepara ad allargare in modo massiccio la platea delle categorie per cui il lasciapassare sarà obbligatorio. Un'anticamera, forse, dell'obbligo vaccinale. Sta di fatto che settimana prossima, forse giovedì, si riunirà la cabina di regina che metterà a punto le nuove categorie, che confluiranno poi in un nuovo decreto, che dovrebbe entrare in vigore il 4 ottobre. Le indiscrezioni parlano di un primo elenco imponente, che andrà a sanare, ma in termini ulteriormente restrittivi, la contraddizione tra l'obbligo per alcune categorie di utenti di servizi, con il personale che li eroga esentato. Il certificato sarà richiesto ai dipendenti della Pubblica amministrazione, ma anche a tutti i lavoratori impiegati in settori in cui è già necessaria la carta verde per gli utenti. A doversi munire di green pass saranno infatti: ristoratori e camerieri, i baristi, il personale di bordo di treni, aerei, navi e bus interregionali, quello di stadi, musei, musei, fiere, teatri, cinema, palestre e piscine. Più complesso il dibattito sull'imposizione dell'obbligo del certificato Covid per i passeggeri del trasporto pubblico locale: metropolitane, bus e tram, che incontra le perplessità del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini. Esattamente come un anno fa all'epoca della riapertura delle scuole (all'epoca il dibattito era sulla capienza consentita), il trasporto si dimostra ancora una volta l'ostacolo insormontabile nella prevenzione al virus: a differenza di quanto avviene sui treni ad Alta velocità, controllare con l'apposita app il Qr code di ogni passeggero che si avvicina ai tornelli della metropolitana di Milano o Roma all'ora di punta paralizzerebbe gli spostamenti dell'intera città. E lo stesso accadrebbe con autobus e tram. Il risultato però è che tutte quelle categorie a cui è stato e verrà imposto il certificato dovranno effettuare i loro spostamenti cittadini stipate in vagoni con altre centinaia di persone sconosciute, dopo aver atteso, altrettanto ammassate, il treno della metropolitana sulla banchina. O il tram alla fermata. Con tanti saluti non solo alle finalità del sempre più invasivo green pass, ma anche a qualsiasi ipotesi di tracciamento dei contatti dei positivi. Il premier però non sembra disponibile a nessun cambio di rotta, forte anche di una maggioranza che, almeno in pubblico, recepisce quasi incondizionatamente le sue proposte.Con l'eccezione della Lega, il cui leader Matteo Salvini ieri, dopo aver ricordato che l'obbligo vaccinale non rientra tra gli accordi che hanno portato alla nascita del governo, ha presentato le proposte del Carroccio sul Covid, articolate in cinque punti, per provare a limitarlo: «Promozione della campagna vaccinale, riconoscendo l'efficacia dell'impegno dei sindaci, delle Regioni, della struttura commissariale e del governo […] e salvaguardando la libertà ed evitando obblighi o costrizioni […]; utilizzo del pass per favorire aperture in sicurezza a partire dai grandi eventi (per esempio, concerti o eventi sportivi), ma senza complicare la vita agli italiani; tamponi gratuiti per alcune categorie, così da permettere agevolmente l'ottenimento del green pass (ad esempio per i minori che fanno sport o le persone che non possono vaccinarsi); possibilità di usare tamponi salivari molecolari per ottenere il green pass; estensione dell'utilizzo degli anticorpi monoclonali prescrivibili anche dal medico di medicina generale». E proprio sui tamponi si potrebbe svolgere il dialogo all'interno della maggioranza. Non solo sul costo, ma anche sull'uso massivo di quelli salivari, la cui validità per ottenere il green pass è in già in corso di approvazione alla Camera, grazie a due emendamenti gemelli, presentati in commissione Affari sociali dalla Lega e dal M5s. L'utilizzo dei test salivari (non invasivi a differenza di quelli nasali), a prezzo calmierato o gratuiti, renderebbe infatti percorribile a chi non vuole sottoporsi al vaccino di mantenere la stessa autonomia di movimento di chi ha ricevuto le dosi del farmaco, paradossalmente con una maggiore chiarezza sullo stato di salute.La proposta leghista scoprirà definitamente le carte sulle intenzioni del governo, che finora nel puntare tutto sulla campagna vaccinale, poteva contare, oltre che sulla formale mancanza di cure efficaci, anche sulla mancanza di alternative per la prevenzione. E che soprattutto chiarirà la linea di Draghi rispetto alle posizioni di critica costruttiva della Lega. E proprio dall'eventuale uso del voto di fiducia sulla conversione del decreto sul green pass si capirà se esiste una disponibilità all'ascolto delle posizioni della Lega e di Salvini. Di certo per Pd e M5s l'occasione di andare alla conta con un voto blindato per spaccare il Carroccio, o magari spingerlo fuori dalla maggioranza, è forte. Dietro l'angolo, poi, c'è l'idea di tirare dritto anche sulla imposizione dell'obbligo vaccinale se a ottobre non si sarà raggiunto il 90% di vaccinati sopra i 12 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-cinque-idee-mediare-2654907120.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuovo-round-tra-imprese-e-sindacati" data-post-id="2654907120" data-published-at="1630821712" data-use-pagination="False"> Nuovo round tra imprese e sindacati Il green pass continua a dare non pochi grattacapi agli imprenditori che operano in Italia. Per cercare di sbloccare una situazione che vede da un lato la sicurezza dei lavoratori, ma dall'altra la necessità degli imprenditori di far lavorare senza ostacoli e a pieno regime le proprie aziende, domani Confindustria incontrerà i sindacati. L'incontro fa seguito a una serie di botta e risposta tra le unioni dei lavoratori e l'associazione degli industriali in cui sostanzialmente le sigle sindacali si erano dette favorevoli all'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro solo a seguito di una legge ad hoc. Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha ricordato più volte le condizioni per accettare il passaporto vaccinale nelle aziende: senza una legge, in pratica, non si va avanti. «Se il governo non fa la legge sull'obbligo vaccinale, non posso farla io», aveva detto. «Se non fai la legge e fai il green pass perché al tuo interno hai dei casini, il tampone deve essere gratuito. Non può essere il lavoratore a pagare, è una sciocchezza. Credo che governo e Parlamento si debbano assumere la responsabilità di una legge che renda obbligatorio il vaccino: spetta a loro». Il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, giorni fa aveva per questo criticato i sindacati affermando che «all'uso estensivo del green pass sui luoghi di lavoro il sindacato, o almeno una parte, ha detto no, preferisce gettare la palla nel campo del governo, e dire “se volete e ve la sentite imponete con una legge l'obbligo vaccinale". È una fuga dalla responsabilità». Domani l'obiettivo sarà trovare una mediazione che, soprattutto, non spinga i capi azienda a sobbarcarsi anche l'onere dei controlli per i lavoratori. La soluzione, in effetti, potrebbe arrivare dal governo. L'esecutivo potrebbe mettere la fiducia sul decreto green pass già da domani nell'Aula della Camera, aggirando i mal di pancia in primis interni ai parlamentari della Lega, ma anche di alcuni del Movimento 5 stelle. D'altronde, sul tema, le opinioni dei politici sono molto diverse anche se, va detto, ormai si sta già andando nella direzione di un obbligo vaccinale più o meno «mascherato». Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, ieri, a margine del forum Ambrosetti di Cernobbio, ha fatto sapere che «l'obbligo vaccinale andrebbe esteso a tutto il mondo del lavoro pubblico». Bisogna estenderlo, ha detto, «in maniera tale che ci sia una sorta di passaporto vaccinale che deve mettere in sicurezza tutto il mondo del lavoro e delle relazioni sociali», ha sottolineato. Sempre in tema di lavoratori della Pubblica amministrazione, c'è poi il nodo delle mense scolastiche (mentre quello delle mense aziendali è ancora sul tavolo), luoghi in cui spesso si trovano a operare professionisti di aziende esterne. Su questo le organizzazioni sindacali e le cooperative hanno chiesto un confronto «urgente» al governo perché, si legge in una nota sindacale diffusa ieri, «in queste ore alcune amministrazioni locali» hanno chiesto l'obbligo del green pass creando ancora più confusione. «Chiediamo pertanto che il governo e il ministero operino un chiarimento della suddetta normativa», fanno sapere le unioni di lavoratori. Il problema è che, infatti, dall'obbligo previsto per scuole e università dovrebbero essere esclusi i dipendenti delle imprese in appalto a partire da quelle che gestiscono il servizio di ristorazione e mensa nelle scuole. Ora non resta che attendere cosa succederà domani tra sindacati e Confindustria. La realtà è che la soluzione può arrivare solo dal governo con una norma ad hoc che regoli l'uso della certificazione verde e chi si deve far carico dei controlli. La speranza è che l'esecutivo capisca che per i datori di lavoro questa non può essere l'ennesima spina nel fianco in arrivo dopo un periodo certo non facile per molti.
Nel riquadro una delle cabine bruciate. Sullo sfondo la manifestazione ambientalista sull’autostrada (A22) che ha provocato il blocco del valico dall’Austria (Ansa)
All’interno, ciò che resta degli impianti appare come un ammasso nero, sciolto dalle temperature sviluppate dall’incendio innescato, valutano gli investigatori, da «liquido infiammabile».
È la scena lasciata dal rogo che la scorsa notte ha colpito due centraline elettriche lungo la linea ferroviaria Brennero-Verona Porta Nuova, nel tratto compreso tra Peri e Dolcè, al confine tra le province di Verona e Trento. Un incendio che i tecnici hanno subito definito come «di origine dolosa» e che ha paralizzato la circolazione ferroviaria. Per questo motivo il gesto, fino a ieri sera non rivendicato, viene letto dagli investigatori come un possibile tassello di una giornata molto più ampia di mobilitazione sull’asse del Brennero. Le indagini, dopo i rilievi della polizia scientifica, sono state affidate alla Digos della Questura di Verona. La pista privilegiata porta verso gli ambienti dell’ambientalismo radicale o dell’orbita anarco-insurrezionalista (che in passato sulla linea del Brennero ha colpito più volte). L’elemento che orienta gli investigatori è soprattutto la coincidenza temporale. Il sabotaggio è stato infatti compiuto poche ore prima della manifestazione ambientalista organizzata in Austria contro il traffico pesante e il transito dei tir attraverso il corridoio del Brennero (un valico strategico per il commercio). Una protesta annunciata da tempo e culminata con il blocco dell’autostrada del Brennero sul versante tirolese. Secondo la ricostruzione degli investigatori, il rogo avrebbe colpito proprio l’unico sistema di collegamento nei trasporti rimasto operativo mentre l’attenzione era concentrata sulla protesta stradale. Dal punto di vista investigativo, quindi, la tempistica sembra rappresentare al momento uno degli elementi più significativi. Chi ha agito conosceva con precisione il calendario della protesta e ha scelto una finestra temporale in grado di amplificare l’impatto dell’azione.
Un secondo elemento che gli investigatori starebbero valutando riguarda la scelta dell’obiettivo. Le centraline elettriche non sono un bersaglio scelto a caso: colpire strutture essenziali consente di interrompere la circolazione senza intervenire direttamente sui binari.
Una modalità che presuppone la conoscenza del funzionamento della linea ferroviaria e dei suoi punti più vulnerabili. E infatti il risultato è stato immediato. La circolazione dei treni è stata subito interrotta, con ritardi e cancellazioni che si sono trascinati per ore.
Soltanto dalle 12.30 il traffico ferroviario ha ripreso a muoversi, anche se lentamente. E mentre la ferrovia veniva bloccata, in Austria andava in scena la manifestazione contro il traffico di transito. Alle 13, come previsto dagli organizzatori, centinaia di manifestanti hanno occupato l’autostrada del Brennero, a Matrei. Sugli striscioni comparivano slogan come: «L’Ue, il transito e il profitto distruggono la nostra salute» e «via il traffico pesante dalle nostre strade».
La manifestazione si è comunque svolta senza incidenti. I partecipanti rivendicano ragioni ambientali e sanitarie: «I motivi della protesta riguardano il traffico di transito in costante aumento», che causerebbe, secondo i manifestanti, ricadute «soprattutto di natura sanitaria per la popolazione». «Il flusso deve essere ridotto, non si può più andare avanti così», ha dichiarato Karl Mühlsteiger, sindaco di Gries am Brenner e promotore dell’iniziativa, ricordando gli oltre 14 milioni di passaggi di veicoli registrati ogni anno. Proprio la concomitanza tra la manifestazione annunciata e il sabotaggio, però, costituisce quindi uno dei nodi centrali dell’inchiesta.
Gli investigatori dovranno accertare se vi sia stato un collegamento diretto tra gli autori del rogo e gli ambienti della protesta oppure se qualcuno abbia sfruttato la mobilitazione come copertura ideale per compiere un’azione autonoma destinata ad avere un forte impatto.
Paradossalmente, però, proprio la viabilità stradale è stata l’aspetto che ha creato meno problemi. L’uscita obbligatoria al casello di Vipiteno e i percorsi alternativi predisposti tra Val Pusteria e Val Venosta hanno retto. Anche sul versante italiano non si sono registrate particolari criticità. Molti autotrasportatori e viaggiatori avevano infatti scelto di modificare in anticipo i programmi di viaggio. Al termine della manifestazione a Matrei, in Tirolo, il traffico è tornato regolare. Sul versante italiano, è stato riaperto lo snodo viario di Vipiteno. La vera emergenza si è spostata sui binari. Con Digos e Polfer al lavoro, in stretto contatto con l’Antiterrorismo, per capire chi abbia deciso di colpire le infrastrutture ferroviarie e se esista un collegamento tra il sabotaggio e la mobilitazione ambientalista.
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Iea sugli investimenti. La Cina e il greggio. Stagione di prezzi elettrici a zero. I metalli dopo la tregua. Eolico offshore tedesco in crisi.
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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