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2021-09-05
Salvini lancia cinque idee per mediare. Il Pd vuole usare la fiducia come clava
Matteo Salvini (Ansa)
Sul green pass il premier, Mario Draghi, tira dritto, incurante delle critiche dell'opinione pubblica e dalla componente leghista della maggioranza. E si prepara ad allargare in modo massiccio la platea delle categorie per cui il lasciapassare sarà obbligatorio. Un'anticamera, forse, dell'obbligo vaccinale. Sta di fatto che settimana prossima, forse giovedì, si riunirà la cabina di regina che metterà a punto le nuove categorie, che confluiranno poi in un nuovo decreto, che dovrebbe entrare in vigore il 4 ottobre.
Le indiscrezioni parlano di un primo elenco imponente, che andrà a sanare, ma in termini ulteriormente restrittivi, la contraddizione tra l'obbligo per alcune categorie di utenti di servizi, con il personale che li eroga esentato. Il certificato sarà richiesto ai dipendenti della Pubblica amministrazione, ma anche a tutti i lavoratori impiegati in settori in cui è già necessaria la carta verde per gli utenti. A doversi munire di green pass saranno infatti: ristoratori e camerieri, i baristi, il personale di bordo di treni, aerei, navi e bus interregionali, quello di stadi, musei, musei, fiere, teatri, cinema, palestre e piscine. Più complesso il dibattito sull'imposizione dell'obbligo del certificato Covid per i passeggeri del trasporto pubblico locale: metropolitane, bus e tram, che incontra le perplessità del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini. Esattamente come un anno fa all'epoca della riapertura delle scuole (all'epoca il dibattito era sulla capienza consentita), il trasporto si dimostra ancora una volta l'ostacolo insormontabile nella prevenzione al virus: a differenza di quanto avviene sui treni ad Alta velocità, controllare con l'apposita app il Qr code di ogni passeggero che si avvicina ai tornelli della metropolitana di Milano o Roma all'ora di punta paralizzerebbe gli spostamenti dell'intera città. E lo stesso accadrebbe con autobus e tram. Il risultato però è che tutte quelle categorie a cui è stato e verrà imposto il certificato dovranno effettuare i loro spostamenti cittadini stipate in vagoni con altre centinaia di persone sconosciute, dopo aver atteso, altrettanto ammassate, il treno della metropolitana sulla banchina. O il tram alla fermata. Con tanti saluti non solo alle finalità del sempre più invasivo green pass, ma anche a qualsiasi ipotesi di tracciamento dei contatti dei positivi. Il premier però non sembra disponibile a nessun cambio di rotta, forte anche di una maggioranza che, almeno in pubblico, recepisce quasi incondizionatamente le sue proposte.
Con l'eccezione della Lega, il cui leader Matteo Salvini ieri, dopo aver ricordato che l'obbligo vaccinale non rientra tra gli accordi che hanno portato alla nascita del governo, ha presentato le proposte del Carroccio sul Covid, articolate in cinque punti, per provare a limitarlo: «Promozione della campagna vaccinale, riconoscendo l'efficacia dell'impegno dei sindaci, delle Regioni, della struttura commissariale e del governo […] e salvaguardando la libertà ed evitando obblighi o costrizioni […]; utilizzo del pass per favorire aperture in sicurezza a partire dai grandi eventi (per esempio, concerti o eventi sportivi), ma senza complicare la vita agli italiani; tamponi gratuiti per alcune categorie, così da permettere agevolmente l'ottenimento del green pass (ad esempio per i minori che fanno sport o le persone che non possono vaccinarsi); possibilità di usare tamponi salivari molecolari per ottenere il green pass; estensione dell'utilizzo degli anticorpi monoclonali prescrivibili anche dal medico di medicina generale». E proprio sui tamponi si potrebbe svolgere il dialogo all'interno della maggioranza. Non solo sul costo, ma anche sull'uso massivo di quelli salivari, la cui validità per ottenere il green pass è in già in corso di approvazione alla Camera, grazie a due emendamenti gemelli, presentati in commissione Affari sociali dalla Lega e dal M5s. L'utilizzo dei test salivari (non invasivi a differenza di quelli nasali), a prezzo calmierato o gratuiti, renderebbe infatti percorribile a chi non vuole sottoporsi al vaccino di mantenere la stessa autonomia di movimento di chi ha ricevuto le dosi del farmaco, paradossalmente con una maggiore chiarezza sullo stato di salute.
La proposta leghista scoprirà definitamente le carte sulle intenzioni del governo, che finora nel puntare tutto sulla campagna vaccinale, poteva contare, oltre che sulla formale mancanza di cure efficaci, anche sulla mancanza di alternative per la prevenzione. E che soprattutto chiarirà la linea di Draghi rispetto alle posizioni di critica costruttiva della Lega. E proprio dall'eventuale uso del voto di fiducia sulla conversione del decreto sul green pass si capirà se esiste una disponibilità all'ascolto delle posizioni della Lega e di Salvini. Di certo per Pd e M5s l'occasione di andare alla conta con un voto blindato per spaccare il Carroccio, o magari spingerlo fuori dalla maggioranza, è forte. Dietro l'angolo, poi, c'è l'idea di tirare dritto anche sulla imposizione dell'obbligo vaccinale se a ottobre non si sarà raggiunto il 90% di vaccinati sopra i 12 anni.
Nuovo round tra imprese e sindacati
Il green pass continua a dare non pochi grattacapi agli imprenditori che operano in Italia. Per cercare di sbloccare una situazione che vede da un lato la sicurezza dei lavoratori, ma dall'altra la necessità degli imprenditori di far lavorare senza ostacoli e a pieno regime le proprie aziende, domani Confindustria incontrerà i sindacati.
L'incontro fa seguito a una serie di botta e risposta tra le unioni dei lavoratori e l'associazione degli industriali in cui sostanzialmente le sigle sindacali si erano dette favorevoli all'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro solo a seguito di una legge ad hoc.
Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha ricordato più volte le condizioni per accettare il passaporto vaccinale nelle aziende: senza una legge, in pratica, non si va avanti. «Se il governo non fa la legge sull'obbligo vaccinale, non posso farla io», aveva detto. «Se non fai la legge e fai il green pass perché al tuo interno hai dei casini, il tampone deve essere gratuito. Non può essere il lavoratore a pagare, è una sciocchezza. Credo che governo e Parlamento si debbano assumere la responsabilità di una legge che renda obbligatorio il vaccino: spetta a loro».
Il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, giorni fa aveva per questo criticato i sindacati affermando che «all'uso estensivo del green pass sui luoghi di lavoro il sindacato, o almeno una parte, ha detto no, preferisce gettare la palla nel campo del governo, e dire “se volete e ve la sentite imponete con una legge l'obbligo vaccinale". È una fuga dalla responsabilità».
Domani l'obiettivo sarà trovare una mediazione che, soprattutto, non spinga i capi azienda a sobbarcarsi anche l'onere dei controlli per i lavoratori. La soluzione, in effetti, potrebbe arrivare dal governo. L'esecutivo potrebbe mettere la fiducia sul decreto green pass già da domani nell'Aula della Camera, aggirando i mal di pancia in primis interni ai parlamentari della Lega, ma anche di alcuni del Movimento 5 stelle.
D'altronde, sul tema, le opinioni dei politici sono molto diverse anche se, va detto, ormai si sta già andando nella direzione di un obbligo vaccinale più o meno «mascherato».
Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, ieri, a margine del forum Ambrosetti di Cernobbio, ha fatto sapere che «l'obbligo vaccinale andrebbe esteso a tutto il mondo del lavoro pubblico». Bisogna estenderlo, ha detto, «in maniera tale che ci sia una sorta di passaporto vaccinale che deve mettere in sicurezza tutto il mondo del lavoro e delle relazioni sociali», ha sottolineato.
Sempre in tema di lavoratori della Pubblica amministrazione, c'è poi il nodo delle mense scolastiche (mentre quello delle mense aziendali è ancora sul tavolo), luoghi in cui spesso si trovano a operare professionisti di aziende esterne. Su questo le organizzazioni sindacali e le cooperative hanno chiesto un confronto «urgente» al governo perché, si legge in una nota sindacale diffusa ieri, «in queste ore alcune amministrazioni locali» hanno chiesto l'obbligo del green pass creando ancora più confusione. «Chiediamo pertanto che il governo e il ministero operino un chiarimento della suddetta normativa», fanno sapere le unioni di lavoratori. Il problema è che, infatti, dall'obbligo previsto per scuole e università dovrebbero essere esclusi i dipendenti delle imprese in appalto a partire da quelle che gestiscono il servizio di ristorazione e mensa nelle scuole.
Ora non resta che attendere cosa succederà domani tra sindacati e Confindustria. La realtà è che la soluzione può arrivare solo dal governo con una norma ad hoc che regoli l'uso della certificazione verde e chi si deve far carico dei controlli.
La speranza è che l'esecutivo capisca che per i datori di lavoro questa non può essere l'ennesima spina nel fianco in arrivo dopo un periodo certo non facile per molti.
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Il premier punta a estendere il lasciapassare: dai camerieri ai baristi, fino al personale dei trasporti. Pressing della Lega per limitare l'obbligo vaccinale. E ottenere tamponi gratuiti, test salivari e anticorpi monoclonali.Domani Confindustria e le sigle dei lavoratori si incontreranno ancora. Restano da sciogliere il nodo dei controlli all'interno delle aziende e quello delle mense.Lo speciale contiene due articoli.Sul green pass il premier, Mario Draghi, tira dritto, incurante delle critiche dell'opinione pubblica e dalla componente leghista della maggioranza. E si prepara ad allargare in modo massiccio la platea delle categorie per cui il lasciapassare sarà obbligatorio. Un'anticamera, forse, dell'obbligo vaccinale. Sta di fatto che settimana prossima, forse giovedì, si riunirà la cabina di regina che metterà a punto le nuove categorie, che confluiranno poi in un nuovo decreto, che dovrebbe entrare in vigore il 4 ottobre. Le indiscrezioni parlano di un primo elenco imponente, che andrà a sanare, ma in termini ulteriormente restrittivi, la contraddizione tra l'obbligo per alcune categorie di utenti di servizi, con il personale che li eroga esentato. Il certificato sarà richiesto ai dipendenti della Pubblica amministrazione, ma anche a tutti i lavoratori impiegati in settori in cui è già necessaria la carta verde per gli utenti. A doversi munire di green pass saranno infatti: ristoratori e camerieri, i baristi, il personale di bordo di treni, aerei, navi e bus interregionali, quello di stadi, musei, musei, fiere, teatri, cinema, palestre e piscine. Più complesso il dibattito sull'imposizione dell'obbligo del certificato Covid per i passeggeri del trasporto pubblico locale: metropolitane, bus e tram, che incontra le perplessità del ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini. Esattamente come un anno fa all'epoca della riapertura delle scuole (all'epoca il dibattito era sulla capienza consentita), il trasporto si dimostra ancora una volta l'ostacolo insormontabile nella prevenzione al virus: a differenza di quanto avviene sui treni ad Alta velocità, controllare con l'apposita app il Qr code di ogni passeggero che si avvicina ai tornelli della metropolitana di Milano o Roma all'ora di punta paralizzerebbe gli spostamenti dell'intera città. E lo stesso accadrebbe con autobus e tram. Il risultato però è che tutte quelle categorie a cui è stato e verrà imposto il certificato dovranno effettuare i loro spostamenti cittadini stipate in vagoni con altre centinaia di persone sconosciute, dopo aver atteso, altrettanto ammassate, il treno della metropolitana sulla banchina. O il tram alla fermata. Con tanti saluti non solo alle finalità del sempre più invasivo green pass, ma anche a qualsiasi ipotesi di tracciamento dei contatti dei positivi. Il premier però non sembra disponibile a nessun cambio di rotta, forte anche di una maggioranza che, almeno in pubblico, recepisce quasi incondizionatamente le sue proposte.Con l'eccezione della Lega, il cui leader Matteo Salvini ieri, dopo aver ricordato che l'obbligo vaccinale non rientra tra gli accordi che hanno portato alla nascita del governo, ha presentato le proposte del Carroccio sul Covid, articolate in cinque punti, per provare a limitarlo: «Promozione della campagna vaccinale, riconoscendo l'efficacia dell'impegno dei sindaci, delle Regioni, della struttura commissariale e del governo […] e salvaguardando la libertà ed evitando obblighi o costrizioni […]; utilizzo del pass per favorire aperture in sicurezza a partire dai grandi eventi (per esempio, concerti o eventi sportivi), ma senza complicare la vita agli italiani; tamponi gratuiti per alcune categorie, così da permettere agevolmente l'ottenimento del green pass (ad esempio per i minori che fanno sport o le persone che non possono vaccinarsi); possibilità di usare tamponi salivari molecolari per ottenere il green pass; estensione dell'utilizzo degli anticorpi monoclonali prescrivibili anche dal medico di medicina generale». E proprio sui tamponi si potrebbe svolgere il dialogo all'interno della maggioranza. Non solo sul costo, ma anche sull'uso massivo di quelli salivari, la cui validità per ottenere il green pass è in già in corso di approvazione alla Camera, grazie a due emendamenti gemelli, presentati in commissione Affari sociali dalla Lega e dal M5s. L'utilizzo dei test salivari (non invasivi a differenza di quelli nasali), a prezzo calmierato o gratuiti, renderebbe infatti percorribile a chi non vuole sottoporsi al vaccino di mantenere la stessa autonomia di movimento di chi ha ricevuto le dosi del farmaco, paradossalmente con una maggiore chiarezza sullo stato di salute.La proposta leghista scoprirà definitamente le carte sulle intenzioni del governo, che finora nel puntare tutto sulla campagna vaccinale, poteva contare, oltre che sulla formale mancanza di cure efficaci, anche sulla mancanza di alternative per la prevenzione. E che soprattutto chiarirà la linea di Draghi rispetto alle posizioni di critica costruttiva della Lega. E proprio dall'eventuale uso del voto di fiducia sulla conversione del decreto sul green pass si capirà se esiste una disponibilità all'ascolto delle posizioni della Lega e di Salvini. Di certo per Pd e M5s l'occasione di andare alla conta con un voto blindato per spaccare il Carroccio, o magari spingerlo fuori dalla maggioranza, è forte. Dietro l'angolo, poi, c'è l'idea di tirare dritto anche sulla imposizione dell'obbligo vaccinale se a ottobre non si sarà raggiunto il 90% di vaccinati sopra i 12 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-cinque-idee-mediare-2654907120.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nuovo-round-tra-imprese-e-sindacati" data-post-id="2654907120" data-published-at="1630821712" data-use-pagination="False"> Nuovo round tra imprese e sindacati Il green pass continua a dare non pochi grattacapi agli imprenditori che operano in Italia. Per cercare di sbloccare una situazione che vede da un lato la sicurezza dei lavoratori, ma dall'altra la necessità degli imprenditori di far lavorare senza ostacoli e a pieno regime le proprie aziende, domani Confindustria incontrerà i sindacati. L'incontro fa seguito a una serie di botta e risposta tra le unioni dei lavoratori e l'associazione degli industriali in cui sostanzialmente le sigle sindacali si erano dette favorevoli all'obbligo del green pass sui luoghi di lavoro solo a seguito di una legge ad hoc. Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha ricordato più volte le condizioni per accettare il passaporto vaccinale nelle aziende: senza una legge, in pratica, non si va avanti. «Se il governo non fa la legge sull'obbligo vaccinale, non posso farla io», aveva detto. «Se non fai la legge e fai il green pass perché al tuo interno hai dei casini, il tampone deve essere gratuito. Non può essere il lavoratore a pagare, è una sciocchezza. Credo che governo e Parlamento si debbano assumere la responsabilità di una legge che renda obbligatorio il vaccino: spetta a loro». Il numero uno di Confindustria, Carlo Bonomi, giorni fa aveva per questo criticato i sindacati affermando che «all'uso estensivo del green pass sui luoghi di lavoro il sindacato, o almeno una parte, ha detto no, preferisce gettare la palla nel campo del governo, e dire “se volete e ve la sentite imponete con una legge l'obbligo vaccinale". È una fuga dalla responsabilità». Domani l'obiettivo sarà trovare una mediazione che, soprattutto, non spinga i capi azienda a sobbarcarsi anche l'onere dei controlli per i lavoratori. La soluzione, in effetti, potrebbe arrivare dal governo. L'esecutivo potrebbe mettere la fiducia sul decreto green pass già da domani nell'Aula della Camera, aggirando i mal di pancia in primis interni ai parlamentari della Lega, ma anche di alcuni del Movimento 5 stelle. D'altronde, sul tema, le opinioni dei politici sono molto diverse anche se, va detto, ormai si sta già andando nella direzione di un obbligo vaccinale più o meno «mascherato». Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione, ieri, a margine del forum Ambrosetti di Cernobbio, ha fatto sapere che «l'obbligo vaccinale andrebbe esteso a tutto il mondo del lavoro pubblico». Bisogna estenderlo, ha detto, «in maniera tale che ci sia una sorta di passaporto vaccinale che deve mettere in sicurezza tutto il mondo del lavoro e delle relazioni sociali», ha sottolineato. Sempre in tema di lavoratori della Pubblica amministrazione, c'è poi il nodo delle mense scolastiche (mentre quello delle mense aziendali è ancora sul tavolo), luoghi in cui spesso si trovano a operare professionisti di aziende esterne. Su questo le organizzazioni sindacali e le cooperative hanno chiesto un confronto «urgente» al governo perché, si legge in una nota sindacale diffusa ieri, «in queste ore alcune amministrazioni locali» hanno chiesto l'obbligo del green pass creando ancora più confusione. «Chiediamo pertanto che il governo e il ministero operino un chiarimento della suddetta normativa», fanno sapere le unioni di lavoratori. Il problema è che, infatti, dall'obbligo previsto per scuole e università dovrebbero essere esclusi i dipendenti delle imprese in appalto a partire da quelle che gestiscono il servizio di ristorazione e mensa nelle scuole. Ora non resta che attendere cosa succederà domani tra sindacati e Confindustria. La realtà è che la soluzione può arrivare solo dal governo con una norma ad hoc che regoli l'uso della certificazione verde e chi si deve far carico dei controlli. La speranza è che l'esecutivo capisca che per i datori di lavoro questa non può essere l'ennesima spina nel fianco in arrivo dopo un periodo certo non facile per molti.
Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 giugno 2026. Il vicepresidente dell'Accademia Nazionale Scienze Forensi, Maurizio Capozzo, illustra le iniziative di protesta contro le intercettazioni dei colloqui tra avvocati e clienti.
Peter Thiel, co-fondatore e ceo di Palantir (Getty Images)
Si dice che le nuove tecnologie siano un veicolo di disinformazione. Ma almeno su un argomento e almeno indirettamente, la loro irruzione sui teatri bellici può contribuire a sfatare un pigro adagio giornalistico: quello di Donald Trump amico degli autocrati. In realtà, il lato marziale di Big tech, i suoi intrecci con l’amministrazione americana e le contromosse dei concorrenti degli Usa restituiscono un quadro dello scacchiere globale a tinte molto più sfumate. Uno scenario nel quale, è vero, l’inquilino della Casa Bianca dimostra di saper ragionare nei termini delle sfere d’influenza delle potenze regionali, che egli considera legittime. Non è un caso che sia i russi sia i cinesi, su di lui, abbiano espresso lo stesso giudizio: Trump capisce la nostra posizione. Il futuro delle relazioni internazionali, però, si sta giocando anche e soprattutto sulla forsennata competizione nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale e per la conquista dello spazio. Sono domini che gli imperi concepiscono non solo e non tanto in quanto elementi cruciali per conseguire un’improbabile egemonia. Piuttosto, si tratta di fattori indispensabili alla salvaguardia della sicurezza nazionale, in una fase storica in cui la distruttività degli armamenti convenzionali e nucleari, nonché i costi di uno scontro militare in una condizione di strutturale interdipendenza economica, rendono improbabile una resa dei conti attraverso un conflitto su larga scala. Il che spinge gli Stati a combattersi sul terreno del prestigio e delle potenzialità. E con gli infidi stratagemmi della guerra ibrida e del cyberwarfare.
Per farsi un’idea, bisogna provare a unire i puntini. È di ieri, ad esempio, la notizia, riportata da alcuni media ucraini e ripresa dalla Cnn, che Kiev sta utilizzando il software di Palantir per condurre attacchi massicci con i droni in territorio russo. Prisma, lo strumento prodotto dalla compagnia fondata da Peter Thiel, consente infatti di coordinare a distanza centinaia di apparecchi senza pilota e di migliorare l’efficacia delle incursioni: il computer impara dai precedenti errori. Ecco perché uno degli operatori ucraini, intervistato, ha spiegato che il sistema permette ora di colpire obiettivi prima «considerati irraggiungibili», in profondità nel territorio della Federazione di Vladimir Putin. Lo scorso 12 maggio, Volodymyr Zelensky si era incontrato con l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, celebrando la «cooperazione» con l’azienda. Per la quale la causa della resistenza sarà probabilmente meno rilevante della mole di nozioni che il suo cervellone può estrarre da ogni missione. La guerra, per Prisma, è un’occasione per perfezionarsi. Difatti Zelensky, che vorrebbe un patto con gli Usa sull’IA per i droni, ha messo sul piatto l’«esperienza» dei suoi belligeranti. Cioè, i dati disponibili sul campo di battaglia.
Palantir non è l’unico gioiello americano che affianca l’Ucraina. Pochi giorni fa, Ukrainska Pravda ha registrato una cifra significativa: da quando Starlink ha interdetto l’impiego clandestino dei suoi satelliti agli invasori, a inizio anno, le forze di Kiev hanno riguadagnato circa 400 chilometri quadrati di aree occupate.
Riesce difficile immaginare che svolte simili si siano determinate senza l’assenso del governo statunitense. Nessuna società tecnologica, a quei livelli, agisce di sua iniziativa. Nemmeno Anthropic, il volto buono dell’IA: persino il suo creatore, Dario Amodei, ha chiarito che per lui l’Intelligenza artificiale è necessaria a proteggere la nazione e le democrazie.
Ecco allora che Trump, presunto amico degli autocrati, affascinato dal loro carisma e un po’ invidioso dell’arbitrio di cui godono, tanto da essere pronto a concedere il Donbass allo zar e Taiwan a Xi Jinping, inizia ad apparire in una luce un po’ diversa: un leader cinico, sì; uno che non ha bisogno di mascherare gli interessi nazionali dietro la vecchia retorica liberale e internazionalista; un politico che, in questa chiave, considera più utile dividersi le regioni di competenza con i tiranni del pianeta; ma pure un autentico antagonista di Russia e Cina, intenzionato a riconfermare il primato di Washington infliggendo colpi dimostrativi ai rivali. Che reagiscono: Pechino è più abile a nascondersi, mentre è stato praticamente accertato il ruolo dei servizi di Mosca nel trasmettere informazioni d’intelligence all’Iran. Una collaborazione che Trump ha minimizzato, consapevole di quale sia il gioco cui stanno giocando le grandi potenze.
Mettere i bastoni tra le ruote a Putin in Ucraina, agli Usa, serve meno a esercitare pressioni per sbloccare trattative rispetto alle quali, già da tempo, The Donald ha perso entusiasmo, che per ribadire un concetto: il coltello dalla parte del manico ce l’ha ancora l’America, in virtù del suo primato tecnologico. E, ovviamente, delle sue capacità belliche: il blocco navale incrociato a Hormuz non sarà un memorabile successo a stelle e strisce, ma ha mostrato che l’Occidente non è l’unico esposto ai colli di bottiglia; anche la Cina soffre gravi vulnerabilità.
L’IA con l’elmetto rimescola buoni e cattivi. Trump è amico degli autocrati? Quel tanto che basta per poterci coesistere in un mondo pericoloso, ma in un equilibrio che resti sbilanciato a favore degli Stati Uniti. Il potere tra le nazioni è una carezza in un pugno.
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